mercoledì, settembre 30, 2009

Argentina, le stelle stanno a guardare


“Lio non è più un ragazzino, deve esplodere anche in nazionale”. Sarà un caso, ma è con Maradona che si continua a vedere il peggior Messi. Idem per Mascherano, irriconoscibile rispetto la diga su cui Benítez ha edificato la mediana del Liverpool. Senza un vero riferimento centrale là davanti (e privo, alle spalle, delle architravi Xavi e Iniesta), la Pulce non incanta come fa nel Barcellona: nella Selección deve inventare e concludere, e si perde. Come capitan Zanetti, quanto di più lontano dal trascinatore che anima l’Inter.
Anche tra i pali si vive di incertezze. Tre i portieri ruotati nelle qualificazioni: l’ex laziale Carrizo, il neocatanese Andújar e il 22enne Romero dell’AZ Almkaar, il migliore contro il Paraguay. Sarebbe ora di battezzarne uno e dargli fiducia. La meriterebbe anche una rosa capace, con l’acerbo José Pekerman a Germania 2006, di buttar via un mondiale che poteva solo perdere.
CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

In Diego non si torna


Va bene il mito del Diez, ma se Maradona resta Ct è soprattutto per motivi economici e politici oltre che di immagini.
Scelto dall’ex (?) nemico Julio Grondona, dal 1979 gran mogol federale, per non dare la panchina al candidato unico Carlos Bianchi, nemico rimasto tale, Diego resta dov’è grazie agli sponsor che non solo gli pagano lo stipendio ma mantengono il baraccone: la russa Renova paga 18 milioni di dollari per 24 amichevoli della Selección; la Santa Monica, agenzia di marketing spagnola, versa un milione per il logo sulla camiseta albiceleste al prossimo Mondiale.
Infine, c’è la suprema ragion di Stato. Maradona, che ha preso la tessera del Partito Peronista rifiutata persino nella presidenza dell’amico Carlos Ménem, è la testa di ponte nella lotta fra l’amministrazione della “presidenta” Cristina Kirchner e il gruppo editoriale Clarín, tagliato fuori dall’acquisto forzoso da parte del governo dei diritti tv per il campionato (e di Sudafrica 2010) con cui lo Stato ha di fatto nazionalizzato il calcio.
Non dovesse qualificarsi, con Maradona crollerebbe il castello del futbol argentino. Grondona non lo permetterà.
CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com
Da sinistra nella foto, Carlos Bilardo, Diego Armando Maradona e Julio Grondona

Ibra non è Eto'o e viceversa


Il calcio del futuro? Quello del 2015 che tanto faceva gola a Ibra al punto da fargli venire il mal di pancia all'Inter?
Affonda le radici nel passato. Un passato lontano che ha un nome e cognome: Johan Cruijff. E che come lui, il Profeta del Gol, proviene dall'Ajax, scuola di 4-3-3 che ha forgiato anche l'imprinting ajacide e blaugrana di Frank Rijkaard, sulla panchina del Barca figlioccio di Cruijff e il padrino di Guardiola. Il giovane allenatore che ha vinto tutto al primo colpo e che adesso si gode il suo Ibrahimovic. Un altro ex Ajax, al quale però lui non chiede di fare l'Eto'o, perché lo svedese è un altro giocatore: esattamente quello che voleva.
A Milano, sponda Inter, invece dovrebbe essere il contrario. Eto'o non fa gol per vivere. Vive per far gol. E sarebbe ora di non chiedergli di fare l'Ibra.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

martedì, settembre 29, 2009

Maradona Ct, la Noche del Diez


Era il titolo del suo talk show alla tv. I KO con Brasile e Paraguay potevano essere i titoli di coda dei suoi 11 mesi da Ct. Contro Perù e Uruguay l'Argentina si giocherà i Mondiali che la Selección non manca dal 1970. Ma la AFA pensa già a un tutor

di Christian Giordano

«Mascherano e altri dieci». Cominciò così la seconda carriera del più grande one man show che il calcio ricordi. Il 30 ottobre 2008, giorno del suo 48° compleanno, Diego Armando Maradona diventava il 39° Director Técnico nella storia della nazionale argentina.
Fra gli intoccabili sono poi entrati Lionel Messi, buona grazia, e Jonás Gutiérrez (avessi detto). Gli altri 8 cambiano sempre. Pure troppo: 62 convocati nelle prime 9 partite (5 ufficiali, 4 amichevoli), cifre da far impallidire Arrigo Sacchi.
“Io non ho paura di nessuno. Molti di voi [giornalisti] li sopporto da quando avevo 15 anni, figuratevi se mi fate paura adesso che ne ho 48. Io resto al comando. Vado avanti, nessuno mi spezza. Se c'è bisogno di andare allo spareggio, lo faremo. Ci andammo già nel ’94 con l’Australia e ci qualificammo tranquillamente”.
Nel suo caso, con la squadra quinta a -1 dall’Ecuador e a +1 su Uruguay e Venezuela, lo spareggio (fra la quinta del Sud America e la quarta della Concacaf) sarebbe un successo, e la qualificazione tutt’altro che tranquilla. Anche perché, pur battendo il materasso Perù (Marmelada Peruana del ’78 docet), per l’ultima del girone Sudamericano si va a Montevideo. Non proprio una passeggiata sul Río de la Plata.
Cinque i peccati capitali imputabili alla sua gestione: favoritismi, demagogia, sentimentalismo, polemiche, avversione per schemi ed esercitazioni.
Pallini. Come tutti, Diego ha i suoi e su quelli insiste, anche contro l’evidenza. Sceglie i migliori (o presunti tali) ruolo per ruolo e si incaponisce su quelli, senza farne un gruppo né dotarli di uno straccio di manovra. Unico il canovaccio tattico: tutti avanti a portar palla e, come contro il Paraguay, praterie concesse agli avversari.
Non si tratta solo dei vecchietti come Juan Sebastián Verón (addirittura spostato a destra, col Paraguay, per non fargli perdere palloni nella zona cruciale della mediana) o Martín Palermo, ariete del Boca convocato dopo nove anni per dare all’attacco quel peso che manca a Carlos Tévez e Lisandro López, peraltro infortunati per il Paraguay, il genero Sergio Agüero e Messi. Peso che potrebbe avere con Diego Milito, che in nazionale non è mai stato il cecchino da 28 gol in 33 partite visto in Serie A, ma che resta il centravanti più intelligente e generoso del globo.
Potrebbe essere la soluzione ideale in un tridente con Messi e uno fra Agüero e Tévez, visto che il 4-4-2 di Diego non prevede l’“enganche”, come in Argentina chiamano il trequartista che fa da raccordo con le punte. Ma in Tévez il Ct rivede se stesso: il ragazzino cresciuto nel barrio e diventato leader. Milito, invece, non lo “vede” proprio, idem con Cambiasso e Burdisso, anche se a centrocampo poi sacrifica Gago per Maxi Rodríguez e in difesa fa esordire, col Paraguay, il 36enne Rolando Schiavi, che pure la sua onesta carriera l’ha fatta. Il bello è che nell’assedio finale, il deb più anziano nella storia della Selección, sfiora il clamoroso pari.
Emotività del momento. Come la scelta di schierare la coppia centrale del Vélez Sársfield campione nel Clausura 2009, Nicolás Otamendi e Sebastián Domínguez, all’esordio col Brasile. Scelta subito abiurata con il ritorno di Heinze per Otamendi e a sinistra il ripescaggio di un altro Vélez, Emiliano Papa, terzino mediocre ma funzionale in un sistema. Su Otamendi (’88) e Domínguez (’80), 2 presenze a testa, ci si potrebbe lavorare, ma il tempo – come il sistema – non c’è.
Chi di esperienza ne ha da vendere, ma forse fa troppa ombra al Ct, è il 31enne Juan Román Riquelme. Regista lento quanto letale, in disgrazia nel Villarreal di Pellegrini, al Boca è ancora un mito che, è il caso di dirlo, cammina. «Ho fatto di tutto per trattenerlo in nazionale» ha detto Diego. Ma la rottura era già insanabile con uno che in campo è da sempre il braccio della mente Bianchi, «il miglior allenatore che abbia mai avuto».
Da buon demagogo, per il big-match col Brasile al Monumental di Buenos Aires preferisce Rosario: manto migliore, minore freddezza sugli spalti. Morale: la Seleção passeggia 3-1 di fronte ai 40 mila del Gigante, catino tutt’altro che ribollente. In ritiro, invece, emula il “mago” Herrera ma solo nei bigliettini che lascia in spogliatoio, negli armadietti, persino sotto il cuscino: «Forza Lionel» (Messi), «È il tuo giorno Seba» (Verón), «Dacci dentro Pupi» (Zanetti).
Anche il populismo è quello dei tempi d’oro: «La pressione, oggi in Argentina, ce l’ha chi non sa se il giorno dopo avrà 10 pesos per mangiare. La pressione nel calcio non esiste. Esiste la responsabilità, e quella la devono mostrare i giocatori».
Del resto lui, con la fascia al braccio, conosceva bene l’arte dell’arruffapopoli: la guerra delle Falkland-Malvinas contro l’Inghilterra a Messico 86, la Napoli “dimenticata” contro gli azzurri a Italia 90. Nel calcio moderno però non basta. Anche perché, incredibile ma vero, è il lavoro tecnico il suo tallone d’Achille. La squadra non ha schemi, specie su palla inattiva. Alle esercitazioni specifiche Diego preferisce cose meno noiose: la partitella coi ragazzi del Tristán Suárez, club di quarta serie; infinite sessioni di due contro due al calcio-volley, con la rete bassa.
Anche dal punto di vista logistico la sua gestione lascia a desiderare. Per gente abituata ai voli transcontinentali e obbligata a rendere al massimo ogni tre giorni, la comodità non è un optional e anche un trasferimento mal organizzato diventa un problema. Per raggiungere Rosario, mezz’ora d’aereo da Buenos Aires, Maradona ha imposto il pullman: quattro ore di viaggio.
In spogliatoio il malcontento serpeggia, naturalmente off record. E non bastano l’andare a messa tutti insieme o i video, proiettati in ritiro, nei quali amici, parenti e fidanzate dei giocatori li incitano al grande passo, con musica di sottofondo e la carica di Mario Pergolini, noto conduttore tv argentino.
Che qualcosa sia incrinato, se non rotto, nel feeling col gruppo lo dimostra il post-ko col Paraguay: il Ct nemmeno è sceso negli spogliatoi per salutare la squadra.
L’AFA smentisce ma l’ipotesi di un “uomo di campo” da abbinare al carisma del Pibe è più che una voce. Maradona sin qui ha fatto di testa sua, senza considerare granché Bilardo (per qualcuno ormai un burattino a uso delle tv) e fidandosi solo del suo clan. A cominciare da quel Fernando Molina, fidanzato della primogenita Dalma, messo a capo dell’ufficio stampa. In affari di campo, Diego ascolta solo Miguel Ángel Lemme, ex vice di Bilardo nel Siviglia, in Libia e nell’Estudiantes, e Alejandro Mancuso, in passato idolo delle tifose del Flamengo.
Da Ezeiza, la Coverciano argentina, rimbalzano tre nomi. Secondo il Clarín, il più accreditato è il 41enne Claudio Vivas, già secondo di Marcelo Bielsa, ex Ct della albiceleste ora al Cile. Un altro papabile è Antonio “el Turco” Mohamed, l’allenatore del Colón. Un evergreen, invece, è Bilardo che potrebbe affiancare o sostituire “el Pibe” anche in caso di qualificazione raggiunta in extremis. Perché Diego, aggrappato al comando e in Europa più per l’ennesima cura dimagrante al centro Henri Chenot di Merano che per osservare giocatori, è un uomo solo allo sbando. Uno per tutti, tutor per uno.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n.39, 29 settembre 2009

La classifica del girone sudamericano
SQUADRE G V N P GF GS PUNTI
Brasile* 16 9 6 1 32 9 33
Paraguay* 16 9 3 4 22 13 30
Cile 16 8 3 5 27 20 27
Ecuador 16 6 5 5 21 23 23
Argentina 16 6 4 6 20 19 22
Uruguay 16 5 6 5 26 18 21
Venezuela 16 6 3 7 22 27 21
Colombia 16 5 5 6 10 14 20
Bolivia 16 3 3 10 20 34 12
Perù 16 2 4 10 9 32 10
(*) Già qualificate per Sudafrica 2010.

Il cammino dell’Argentina pre-Maradona:
3/10/07 Buenos Aires, Argentina-Cile 2-0 (26’ e 45’ Riquelme)
16/10/07, Maracaibo, Venezuela-Argentina 0-2 (15’ G. Milito, 18’ Messi)
17/11/07, Buenos Aires, Argentina-Bolivia 3-0 (41’ Agüero, 57’ e 74’ Riquelme)
20/11/07, Bogotá, Colombia-Argentina 2-1 (36’ Messi, 62’ Bustos, 83’ Moreno)
15/06/08, Buenos Aires, Argentina-Ecuador 1-1 (69’ Urrutia, 89’ Palacio)
18/06/08, Belo Horizonte, Brasile-Argentina 0-0
06/09/08, Buenos Aires, Argentina-Paraguay 1-1 (13’ aut. Heinze, 60’ Agüero)
10/09/08, Lima, Perù-Argentina 1-1 (82’ Cambiasso, 93’ Fano)
11/10/08, Buenos Aires, Argentina-Uruguay 2-1 (5’ Messi, 12’ Agüero, 39’ Lugano)
15/10/08, Santiago del Cile, Cile-Argentina 1-0 (35’ Orellana)

Il cammino dell’Argentina di Maradona:
28/03/09, Buenos Aires, Argentina-Venezuela 4-0 (25’ Messi, 47’ Tévez, 51’ Rodriguez, 72’ Agüero)
01/04/09, La Paz, Bolivia-Argentina 6-1 (12’ Martins, 34’ rig., 55’ e 66’ Botero, 45’ Da Rosa, 87’ Torrico; 25’ González)
06/06/09, Buenos Aires, Argentina-Colombia 1-0 (55’ Díaz)
10/06/09, Quito, Ecuador-Argentina 2-0 (72’ Ayovi, 83’ Palacios)
05/09/09, Rosario, Argentina-Brasile 1-3 (65’ Dátolo; 23’ Luisão, 30’ e 68’ Luis Fabiano)
09/09/09, Asunción, Paraguay-Argentina 1-0 (27’ Valdéz)
10/10/09, Buenos Aires, Argentina-Perù
13/10/09 Montevideo, Uruguay-Argentina

Gol di Zico


Accadde nel 1993. A Tokyo i Kashima Antlers disputavano la Coppa dell'imperatore contro il Tohoku Sendai.
Il brasiliano Zico, astro del Kashima, fece il gol dela vittoria che fu il più bel gol della sua vita. La palla arrivò, traversone incrociato, dalla desra. Zico, che stava nella lunetta dell'area, entrò di gran carriera. Sullo slancio andò oltre, e quando si accorse che il pallone era rimasto alle sue spalle fece una capriola, e in pieno volo, con la faccia rivolta verso terra, colpì di tacco. Fu una cilena, ma alla rovescia.
"Raccontatemi quel gol", imploravano i ciechi.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

venerdì, settembre 25, 2009

Mondiali U20, il sogno del Commissario Rocca


Poteva essere il Mondiale di Balotelli e Santon, Paloschi e Okaka, Macheda, Forestieri e Poli. Come non detto: in Egitto gli azzurrini Under 20 di Francesco Rocca saranno ragazzi non ancora famosi, che giocano poco in prima squadra. Ma la voglia di sfondare non conosce categorie. Otto su 21 arrivano dalla Serie A, 10 dalla B e 3 dalla Lega Pro, Prima Divisione.
L'obiettivo, anzi il sogno, è la semifinale: perché mai, nelle 16 edizioni del Mondiale Under 20, nato nel 77, l'Italia è arrivata fra le prime quattro. Aveva buone chance di riuscirci la squadra finalista all'Europeo Under 19, ma di quel gruppo - fra impegni dei club e altre nazionali - sono rimasti appena in sette. Di quello battuto in finale dalla Spagna ai Giochi del Mediterraneo, in undici. Ma Rocca è uno che non molla mai e in fondo il talento a sua disposizione non manca.
A cominciare dal portiere Fiorillo: ma se non gli volete male, non chiamatelo il nuovo Buffon.
In difesa Albertazzi, talentino milanista nato nel Bologna; a centrocampo Raggio-Garibaldi, Mustacchio e Sciacca, uno di quelli che, a Catania, ha più assaggiato la Serie A; in attacco Misuraca, prestato dal Palermo al Vicenza. La squadra che dal Liverpool ha preso il difensore Huth, stellina del Paraguay, l'avversario più ostico nel girone, assieme al centrocampista Pérez e agli attaccanti Luis Pàez (scuola Sporting Lisbona), Santander e Ramìrez.
Ci fossero stati Balotelli e i suoi "fratelli" sarebbe stato meglio. Ma senza, per questi fratellini d'Italia, c'è più gusto.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

mercoledì, settembre 23, 2009

La dieta Conte


Era partita dalla dieta, l'avventura di Antonio Conte all'Atalanta. A tavola niente grissini, crackers e patate, pane solo col secondo e grana in quantità limitate. Aboliti alcolici e dolci. In campo, una rigorosa dieta a punti. Perché mai i bergamaschi erano partiti così male: 4 sconfitte in 4 giornate, appena un gol fatto. E pochi anche quelli divorati.
Con tanta fame in corpo, Conte - cuore bergamasco da due giorni - all'intervallo carica la sua curva e a 4 minuti dalla fine si mangia De Marco, che lo espelle.
Un esordio oltre, più che sopra, le righe. Che però ha portato un punto. Proprio come era accaduto il 22 febbraio scorso a un altro ex juventino alla prima da allenatore, Moreno Torricelli, alla sua prima panchina da professionista con la Pistoiese. L'ex falegname scoperto dal Trap fu espulso al 20', ma la sua squadra pareggiò 1-1 a Foggia.
L'ex capitano della Juve lippiana ha impattato senza reti nel festival del gol segnato sì, ma a gioco fermo: due per il Catania con Morimoto e Delvecchio, uno con Tiribocchi per l'Atalanta. Che resta ultima, ma almeno rompe il digiuno e rosicchia un punto al Livorno. Contro la zona retrocessione, l'unica dieta che funzioni.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

lunedì, settembre 21, 2009

Super Spagna, adesso basta


Sì, va bene, siete forti, ma adesso può bastare. L'anno magico della Furie Rosse è stato il 2008, ma forse nessuno le ha avvertite che l'anno d'oro era finito. E così, dopo gli Europei di calcio e la Coppa Davis di un anno fa, nel 2009 sono finite in Spagna la Champions League col Barcellona, il Tour de France con Alberto Contador, l'oro nel calcio ai Giochi del Mediterraneo e ora, nella finale di Katowice con la giovane Serbia, quello europeo nel basket. Il primo per la Spagna dei canestri, il secondo per un coach italiano, Sergio Scariolo, dopo Sandro Gamba a Nantes '83.
Accade nel giorno di un altro successo spagnolo, quello di Alejandro Valverde alla Vuelta, che ha visto sul podio anche Samuel Sanchez, un altro che, al Mondiale di domenica, cercherà di colorare di giallorosso anche le strade di Mendrisio. Per togliere agli azzurri di Franco Ballerini il quarto titolo consecutivo.
Giusto dieci anni fa, a Verona, lo spagnolo Oscar Freire vinse la prima delle sue tre maglie iridate e il nostro Damiano Cunego conquistò quella degli juniores. Protagonista alla Vuelta, potrebbe essere proprio lui, il veronese, ad avvertire le Furie Rosse che il 2008 è finito e il 2009 quasi. E che sono forti, sì, ma adesso può bastare.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

domenica, settembre 13, 2009

Seeler


Faccia di grande simpatia. Uno non riesce a immaginarlo senza un boccale di birra schiumosa nella mano. Sui campi tedeschi era sempre il più basso e il più grasso. Un amburghese piccoo e rotondetto, dall'incedere oscllante, che aveva un piede più grande dell'altro. Ma Uwe Seeler era una pulce quando saltava, una lepre quando correva e un toro quando incornava.
Nel 1964, questo centravati dell'Amburgo fu eletto milgior giocatore di Germania. Apparteneva all'Amburgo anima e corpo. "Sono un tifoso come tanti. L'Amburgo è la mia casa", diceva.
Uwe Seeler rifiutò le offerte che ebbe, numerose e molto allettanti, per giocare nei più forti club d'Europa.
Partecipò a quattro campionati mondiali. Gridare "Uwe, Uwe", era il modo migliore per gridare "Germania, Germania".
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

martedì, settembre 08, 2009

Hélan l'ultimo scippo


Inglesi e francesi non si sono mai amati. Lo dice la storia.
Anche quella di due potenziali campioncini, prima Gaël Kakuta del Chelsea e adesso Jérémy Hélan del Manchester City. In poche settimane sono diventati, loro malgrado, il simbolo della tirannia tecnica ed economica della Premier League nei confronti del resto d'Europa.
Nell'estate 2007, a 16 anni, Kakuta rescisse il contratto e se ne andò ai Blues di Londra. Il Lens presentò ricorso alla FIFA, che lo scorso 3 settembre ha dato ragione ai francesi. Multa di 130.000 euro a Stamford Bridge e Ancelotti spettatore per due finestre di mercato, fino al gennaio 2011.
Risale al febbraio 2008, invece, la firma dei Blues di Manchester per il 17enne Hélan, terzino sinistro prelevato dal Rennes.
"Il Manchester City è a conoscenza della disputa contrattuale in corso tra il giocatore e il Rennes presso la Corte del Lavoro francese" si legge sul sito ufficiale, ma il club precisa che la causa è "antecedente la trattativa che ha portato Hélan a Manchester".
Curiosamente, il promettente terzino sinistro sembrava destinato all'altra sponda di Manchester, visto che si era già promesso a Ferguson.
United che deve risolvere la sua, di grana, dopo che il Le Havre lo ha denunciato alla FIFA per avergli "scippato" il 16enne Paul Pogba, francese pure lui.
Intanto, il City di Hughes è nei guai in vista del primo big match stagionale, contro l'Arsenal. Tévez si è distorto il ginocchio destro contro il Brasile in nazionale e non ci sarà. Più speranze per Robinho, che nella stessa partita ha preso un colpo alla coscia destra, quella infortunata un anno fa.
E sabato c'è da battere Wenger. Un francese.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.com

Uno per tutti, tutor per uno


Tre i gol della memorabile scoppola presa a Rosario col Brasile. Almeno tre i candidati a diventare il tutor che in Argentina vorrebbero affiancare al Ct per non perdere il mondiale di Sudafrica 2010.
Diego Armando Maradona è un uomo solo allo sbando.
Secondo il quotidiano argentino Clarín, il più accreditato è il 41enne Claudio Vivas, già "assistente di campo" nei club e in nazionale di Marcelo Bielsa, attuale selezionatore del Cile ed ex ct della albiceleste.
Un altro nome rimbalzato da Buenos Aires fino al ritiro di Ezeiza, la Coverciano argentina, è quello di Antonio "el Turco" Mohamed, l'allenatore del Colón, nono in classifica nel Torneo Apertura.
Un evergreen, invece, quello di Carlos Bilardo, l'uomo che dalla panchina guidò Maradona al titolo a Messico 86.
"El Narigón", il nasone, potrebbe affiancare "el Pibe" - se non addirittura sostituirlo - anche in caso di qualificazione raggiunta in extremis.
Mercoledì col Paraguay, terzo a + 5 sugli albicelestes, al posto del catanese Andújar in porta andrà il 22enne Romero. Dopo Carrizo, giubilato per il 6-1 in Bolivia, è il terzo portiere cher Diego schiera nelle qualificazioni.
Mentre il paese è spaccato sui vecchietti come Veron e l'eventuale ritorno di Riquelme, Diego va controcorrente: a centrocampo sposterà Veròn a destra e in difesa, al posto di Domínguez, farà debuttare Schiavi, un 36enne: l'esordiente più anziano nella storia dela Selección.
La rivoluzione sarà completata con Heinze centrale al posto di Otamendi e il mediocre Papa - pupillo del Ct - di nuovo titolare a sinistra. In mediana, Gago per Maxi Rodríguez. In attacco, accanto a Messi, fuori l'infortunato Tévez e dentro Agüero, il genero del Ct. Ancora panchina per Lisandro López, nonostante il grande avvio di stagione con il Lione. Burdisso e Milito? Non pervenuti.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

domenica, settembre 06, 2009

"La Máquina"


All'inizio degli anni Quaranta, il club argentino River Plate formò una delle migliori sqadre di calcio di tutti i tempi.
"Alcuni entrano, altri escono, tutti attaccano, tutti difendono", spiegava Carlos Peucelle, uno dei padri di quella creatura. A rotazione permanente, i giocatori cambiavano di posto tra di loro, i difensori attaccavano, gli attaccanti difendevano: "Sulla lavagna e sul campo", diceva Peucelle, "il nostro schema tattico non è il tradizionale 1-2-3-5". È 1-10".
Anche se tutti facevano di tutto, in quel River sbalordiva la linea d'attacco. Muñoz, Moreno, Pedernera, Labruna e Loustau furono insieme solo per 18 partite, ma fecero storia e ancora fanno discutere. I cinque si trovavano a occhi chiusi, e si comprendevano con un fischio: fischiando inventavano nuovi percorsi sul campo, fischiando chiamavano la palla, che come un cagnolino allegro li seguiva senza perdersi mai.
Il pubblico battezzò la Máquina (la Macchina) quella squadra leggendaria per le precisione delle giocate. Ma era un complimento fino a un certo punto. Non avevano nulla a che vedere con la freddezza meccanica, quegli attaccanti che godevano nel giocare e che tanto per divertirsi si dimenticavano di tirare in porta. Avevano più ragione i tifosi quando li chiamavno i Caballeros de la angustia (Cavalieri dell'angoscia) perché quei disgraziati facevano sudare sette camicie ai loro ammiratori, prima di dar loro il sollievo del gol.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

venerdì, settembre 04, 2009

Gol di Zizinho


Accadde nel Mondiale del 1950. Nella partita contro la Jugoslavia, Zizinho, mezzala del Brasile segnò un gol-bis.
Questo signore della grazia del football aveva segnato un gol limpido e l'arbitro lo aveva annullato ingiustamente. Lui allora lo ripeté esattamente uguale, passo dopo passo. Zizinho entrò in area nello stesso punto, schivò lo stesso difensore jugoslavo con la stessa delicatezza, fuggendo sulla sinistra come aveva fatto prima e inchiodò il pallone esattamente nello stesso angolo. Poi la calciò più volte, con furia, in fondo alla rete.
L'arbitro comprese che Zizinho sarebbe stato capace di ripetere quel gol altre dieci volte e non ebbe altra scelta che convalidarlo.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miseri del gioco del calcio

giovedì, settembre 03, 2009

Samitier


A sedici anni, come Zamora, Josep Samitier debuttò in prima divisione. Nel 1918 firmò con il Barcellona in cambio di un orologio col quadrante luminoso, che era una cosa mai vista, e di un vestito con il panciotto.
Poco tempo dopo, era già l'asso della squadra e la sua biografia si vendica nelle edicole della città. Il suo nome era cantato dalle canzonettiste dei cabaret, invocato nelle commedie alla moda e ammirato nelle cronache sportive che elogiavano lo stile mediterraneo creato dal calcio di Zamora e Samitier.
samitier, attaccante dal tiro al fulmicotone, spiccava per l'astuzia, il dominio del pallone, l'assoluta mancanza di rispetto per le regole della logica e l'olimpico disprezzo per le frontiere dello spazio e del tempo.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

mercoledì, settembre 02, 2009

Gol di Atilio García


Accadde nel 1939. Nacional di Montevideo e Boca Juniors stavano pareggiando 2-2, e la partita volgeva al termine. Quelli del Nacional attaccavano; quelli del Boca, ripiegati, resistevano. Allora Atilio García ricevette il pallone, affrontò una selva di gambe, si aprì lo spazio sulla destra e divorò il campo, bevendosi gli avversari.
Atilio era abituato alle entratacce. Lo picchiavano in tutti i modi: le sue gambe erano una mappa di cicatrici. Quella sera, sulla strada del gol, ricevette falli molto duri di Angeletti e Suárez, e lui si concesse il lusso di evitarli due volte. Valussi gli strappò la maglietta, lo prese per un braccio, gli tirò un calcio, il crpulento Ibáñez gli si pianto davanti in piena corsa, ma il pallone faceva parte del corpo di Atilio e nessuno poteva fermare quella tromba d'aria che faceva volteggiare giocatori come se fossero bambole di pezza, finché al termine Atilio si separò dalla palla e il suo tremendo tiro scosse la rete.
L'aria odorava di polvere. I giocatori del Boca attorniarono l'arbitro: pretendevano che annullasse il gol per i falli che loro stessi avevano commesso. E siccome l'arbitro non feceloro caso, i giocatori, indignati, si ritirarono dal campo.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Spalletti e Totti: non c'eravamo tanto amati


Che si fosse rotto qualcosa, fra Luciano Spalletti e la "sua" Roma, fra il condottiero in panchina e quello in campo, si era intuito ben prima dell'accalorata conferenza stampa post sconfitta, pesante, contro la Juventus.
Qualcuno l'aveva annusato già dopo il ritorno di Europa League col Kosice. "Francesco può fare di più", l'ultima certezza dell'uomo di Certaldo.
Non proprio il complimento che ti aspetteresti per il capitano-totem, autore di una tripletta nel 7-1 e di ben 10 reti in quattro partite di coppa.
Letta col senno del poi, una dichiarazione d'addio. La fine di un amore ricambiato più a parole che nella sostanza. Totti, nel momento della separazione, ha confessato che aveva pensato di chiudere la carriera con lui in panchina.
"MI SONO SEMPRE AUGURATO DI CHIUDERE LA CARRIERA CON LUI ALLENATORE. UN GRAZIE PER TUTTO QUELLO CHE HA FATTO PER LA ROMA E PER LA MIA CARRIERA", ha detto.
Già, perché il miglior Totti si è visto proprio con Spalletti.
Mazzone, un romano e romanista, lo ha svezzato e lanciato.
Zeman lo ha fatto irrobustire per esaltarlo in un 4-3-3 tutto votato all'attacco.
Ma se con Capello ha imparato a vincere, è con Spalletti che Totti si è reinventato centravanti da Scarpa d'oro europea 2007 e capocannoniere, con 26 gol, della Serie A. Lui, numero dieci "dentro" prima ancora che sulla maglia.
Per valorizzarne le caratteristiche e mascherarne la ormai limitata dinamicità, il toscano più romano e romanista che c'è gli ha cucito addosso un 4-2-3-1 fatto su misura. Ma anche gli abiti cuciti addosso perdono le forme, con il tempo.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@sky.it

martedì, settembre 01, 2009

Roma? Questo è un lavoro per Tinkerman


S.O.S. Ranieri. Sei un club in difficoltà, tecnica e finanziaria? Chiama lui, l'allenatore da pronto intervento. Risolve presto e bene, in Italia e in Europa, isole comprese.
È successo in Spagna (al Valencia e all'Atlético) e in Inghilterra.
Da noi, al Parma quasi spacciato, in B con la Fiorentina e di nuovo in A con la Juventus neopromossa.
E ora alla Roma, dove non troverà macerie né tesoretti.
È il destino del romano e romanista Claudio Ranieri, "testaccino" scoperto da Herrera, svezzato da Trebiciani e lanciato da Scopigno. Una carriera da terzino bandiera del Catanzaro, seguìta dalla vocazione vera: come mago - un po' British, un po' all'amatriciana - della panchina.
La prima da professionista, a Cagliari. L'ultima, ventun anni dopo, con la Torino bianconera. Che l'ha apprezzato, ma mai davvero amato.
Bravo a ricostruire, ma non un vincente, gli dicono da una vita.
Eppure, a vincere, da allenatore, aveva cominciato subito: a Cagliari, stagione 88-89: Coppa Italia di C e in due anni il doppio salto dalla C alla A. Nel '91 è al Napoli del dopo-Maradona. I soldi bastano appena per portarsi dalla Sardegna Fonseca, eppure arriva il quarto posto che riporta gli azzurri in Europa. La nuova stagione, a sorpresa, porta l'esonero.
Nel '93 lo chiama la Fiorentina per risalire in A. Missione compiuta, e quattro anni indimenticabili, con Coppa Italia e Supercoppa Italiana. Rimpiazzato da Malesani, capisce che è tempo di migrare.
Dopo 19 anni anni, nel '99, riporta trofei nella bacheca del Valencia: la Copa del rey e l'Intertoto. Come ringraziamento, per risparmiare i 2 milioni di euro dell'ultimo anno di contratto, la minaccia del tribunale se non avesse transato sulle spettanze: 4 milioni anziché i 6 (più buonuscita) previsti dalla "clausola licenziamento". Sul suo lavoro, Cúper costruirà due finali di Champions, Benítez addirittura due Liga e la Coppa Uefa. Successi che per il Valencia valgono il G-14 e il nuovo Mestalla.
Al Chelsea, stesso film: lo chiamano quando ancora non c'è Abramòvich. Ranieri cambia ruolo e carriera a Lampard, "scopre" quel Glen Johnson - che oggi impazza al Liverpool e allora fu il primo acquisto del magnate russo - e centra il secondo posto in Premier e la semifinale in Champions. Quella Champions la vinse Mourinho, il grande nemico che gli toglierà i Blues e il sonno ai tempi della Juve.
Ora la Roma, per dimostrare che pure lui sa vincere. Anche senza soldi.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Ibra per Eto'o, affari vostri


Qua la mano. Affare fatto. Anzi, doppio affare: Ibra per Eto'o più 48 milioni di euro. In missione... "speciale" al Camp Nou per via del sorteggio "perfetto" di Montecarlo, Mourinho gongola nel salutare i dirigenti del Barcellona, suo prossimo avversario di Champions League.
In tribuna fino a 11 minuti dalla fine, non assiste al primo gol in blaugrana del suo ex pupillo: quasi una new entry nel repertorio dello svedese. Di testa, in tuffo. Un gesto due volte simbolico: di testa, perché di testa, più che di cuore, è stata la scelta di andare al Barça; un tuffo di pancia, quella che da mesi aveva cominciato a fargli male sempre più spesso.
Adesso, invece, sono tutti contenti. Mou si gode Eto'o e, soprattutto, Milito. Rigoristi ad alternanza, i due nuovi centravanti dell'Inter sono il vero, grande doppio colpo dell'estate. Un'estate che per Thiago Motta e Milito si concluderà con due settimane di terapie. Usciti malconci dal derby, stanno tutti bene: per il centrocampista la risonanza magnetica ha riscontrato solo una leggera contrattura al flessore della coscia destra; l'attaccante ha smaltito l'affaticamento muscolare e giocherà in nazionale contro Brasile e Paraguay, sfide cruciali per qualificarsi a Sudafrica 2010.
Se non già il 13 settembre per la terza di campionato, contro il Parma, il 16 in Champions col Barcellona ci saranno entrambi. Corre contro il tempo, invece, Cambiasso. Operato al menisco esterno, lesionato il 14 agosto contro la Juventus nel Trofeo Tim, l'argentino doveva stare fuori 4-5 settimane ma sta bruciando le tappe del recupero. Questa Inter, la "sua" Inter, non aspetta.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it