mercoledì, ottobre 28, 2009

Anfield, cantando sotto la Kop

LIVERPOOL (Inghilterra) - I quattro giovani discutono di Borsa con l’aria di chi lo fa per mestiere. Occupano un salottino del costosissimo treno che unisce Londra Euston a Liverpool Lime, hanno modi eleganti, abiti raffinati e accessori — dal blackberry al palmare — di qualità. Sono trentenni brillanti, perfettamente in grado di arricchire i loro azionisti e/o gonfiare bolle finanziarie da crisi planetaria: li diresti diretti verso un consiglio d’amministrazione, se lembi di magliette rosse non scivolassero sotto al panciotto, non sbucassero da una manica di giacca, non confondessero i bordini bianchi con il colletto della camicia. Sembrano Clark Kent col costume sotto al vestito, pronti a trasformarsi in Superman alla prima cabina telefonica. E nel giro di qualche ora succede proprio questo. Minuto 21 di un fantastico Liverpool-Manchester United, Rooney spezza l’assedio Reds con una pericolosa sortita; quando Reina ha la palla in mano, e soltanto in quel momento di sollievo, i quattro yuppie scattano in piedi dalle loro poltroncine di tribuna centrale per gridare paonazzi "you fat bastard" (ciccione bastardo, ndr) al grande, temutissimo Wayne. Il quale, cresciuto sulla sponda Everton della Mersey, qualche tempo fa ha candidamente dichiarato a un blogger dello United: «Fin da bambino mi è stato insegnato a odiare il Liverpool, ed è inutile che adesso finga il distacco del professionista. Io odio il Liverpool come il primo giorno».

IL CLIMA - "This is Anfield" spiegano con asciutta prosopopea i cartelli che introducono allo stadio, in coda a un dedalo di casette vittoriane semiabbandonate. I manc — i tifosi dello United — lo percorrono sotto lo sguardo protettivo, ma rilassato della polizia: dopo gli scontri fra hooligans degli anni '80 e '90, da qualche stagione non succede niente di grave. L’ultimo episodio da cronaca nera risale al 2006, quando l’attaccante del Manchester Alan Smith si fratturò una gamba e l’ambulanza che lo portava all’ospedale venne attaccata da alcuni scouse — i tifosi del Liverpool — che ritardarono così le prime cure. A Smith giunsero poi centinaia di biglietti d’auguri da parte di altri tifosi Reds, decisamente più sportivi, e da allora la violenza del confronto è soltanto verbale. Grazie al fascino globale di Liverpool e Manchester, che vendono ovunque magliette e partite in pay-per-view, questa rivalità è il business calcistico più importante e seguito del mondo: gridarsi di tutto vale, alzare le mani no.

LA STORIA - Nella parte superiore dello stemma dello United c’è una nave, riferimento a come tutto è cominciato. Nell’800 della rivoluzione industriale, Manchester era la città che produceva e Liverpool il porto che commercializzava ("Manchester made and Liverpool trade"): una simbiosi perfetta che saltò in aria quando le tariffe portuali crebbero così tanto da consigliare a Manchester la costruzione di un canale per dotarsi di un proprio scalo, da cui la nave nello stemma United. L’opera venne realizzata con grande scorno di Liverpool, che perse migliaia di posti di lavoro. Ancora oggi, quando la Kop canta "Walk on, walk on, with hope in your heart, you’ll never walk alone", i tifosi manc ribattono sarcastici "you’ll never get a job", non troverai mai un lavoro. Nel tempo il Lancashire ha superato tante crisi, oggi Manchester è un polo produttivo internazionale mentre Liverpool è appena stata capitale europea della cultura; ma ad Anfield come a Old Trafford nulla è cambiato, gridi "you fat bastard" a Rooney e persino di peggio a Gerrard anche se sei in libera uscita da una sofisticata vita da yuppie.

COINVOLTI PER SEMPRE - E poi canti. Gli scouse pensano che la loro canzone — che qui ha il senso di un inno nazionale —, se eseguita con la giusta intensità, abbia il potere di caricare i giocatori come sveglie. Beh, hanno ragione, domenica Torres non stava letteralmente in piedi eppure ha segnato sotto alla Kop un gol magnifico. E la magia dura nel tempo: Sami Hyypia e Dietmar Hamann, due ex che qui hanno lasciato il cuore, erano in tribuna a cantare you’ll never walk alone entusiasti come ragazzini. Mai visto un coinvolgimento del genere, e non è che dall’altra parte scherzino: quando il confronto si gioca a Old Trafford, Cantona trova quasi sempre il modo di esserci. Quando si gioca ad Anfield, sono i tifosi manc a calcarsi sul viso la maschera di Eric, che qui fa sempre paura. Steven Gerrard: «Questa è la partita che sento di più». Ryan Giggs: «Nel calcio britannico non c’è niente di paragonabile». Rafa Benitez, domenica: «Quando si crea questa comunione tra giocatori e tifosi, semplicemente non possiamo essere battuti». Sir Alex Ferguson, sempre domenica: «L’arbitro era troppo inesperto per non subire l’impatto di Anfield». Ha diretto bene, invece; ma "impatto" è la parola per spiegare cos’è questo stadio.

Paolo Condò, Gazzetta dello Sport (28-10-2009)

lunedì, ottobre 26, 2009

Gerd Müller


Il tecnico del TSV di Monaco gli aveva detto: "Nel calcio non farai strada. Ti conviene dedicarti ad altro".
A quel tempo, Gerd Müller lavorava dodici ore il giorno in una fabbrica tessile.
Undici anni dopo, nel 1974, questo centravanti, tracagnotto e con le gambe corte, divenne campione del mondo con la Germania Ovest. Nessuno segnò più gol di lui nella storia del campionato tedesco e della nazionale.
Lupo feroce, sul campo lo si vedeva a malapena; mascherato da nonnina, nascosti i denti e le unghie, camminava dispensando passaggetti innocenti e altre opere di carità. Nel frattempo, senza che nessuno se ne rendesse conto, scivolava verso l'area di rigore. Davanti la porta aperta si leccava le labbra: la rete era il pizzo di una ragazza irresistibile. E allora, improvvisamente nudo, lanciava il suo morso.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

sabato, ottobre 24, 2009

Gol di Gemmill


Accadde nel Mondiale del 1978. L'Olanda, che era in gran forma, giocava contro la Scozia, che era in un pessimo momento.
Lo scozzese Archie Gemmill ricevette il pallone da Hartford ed ebbe la gentilezza di invitare gli olandesi a ballare al suono di un assolo di cornamusa.
Wildschut fu il primo a cadere, assalito dal mal di mare, ai piedi di Gemmill. Quindi si lasciò alle spalle Suurbier, he rimase traballante. A Krol andò anche peggio: Gemmill gli fece passare il pallone tra le gambe e quando il portiere Jongbloed gli fu addosso, lo scozzese gli mise il pallone per cappello.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie de gioco del calcio

Gol di Rincón


Accadde nel Mondiale del 1990. La Colombia aveva giocato meglio della Germania Ovest, ma stava perdendo 1-0 e si era ormai all'ultimo minuto.
La palla arrivò al cento del campo. Vagava in cerca di una corona di capelli elettrizzati: Valderrama ricevette il pallone di spalle, si girò, si liberò di tre tedeschi che lo sovrastavano e passò a Rincón, e Rincón a Valderrama, Valderrama a Rincón, tua e mia, mia e tua, toccando e ritoccando fino a quando Rincón diede una falcata da giraffa e si ritrovò solo davanti a Illgner, il portiere tedesco. Illgner copriva lo specchio della porta. Allora Rincón non calciò la palla, la accarezzò. Ed essa scivolò, dolcissima, tra le gambe del portiere. E fu gol.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Anfield e non solo

Non c'è solo il big-match di Anfield Road nella decima giornata di Premier League.
Certo, Liverpool-Manchester-United monopolizza l'attenzione anche perché al fascino della classicissima sui abbinano gli interessi di classifica: la squadra di Ferguson ha sorpassato il Chelsea in testa, quella di Benitez viene da quattro sconfitte consecutive (compreso il ko in casa col Lione in Champions). Record negativo dal 1987.
Già a -7 dalla vetta in campionato e quasi fuori dai giochi in Europa, la stagione dei Reds rischia di finire in ottobre.
Durerà fino in fondo, in tutta probabilità, quella di Ancelotti. La prova di forza del suo Chelsea in Champions contro l'Atlético Madrid è stata impressionante. Ma in Premier i Blues vngono dalle sconfitte di Wigan e del Villa Park di Birmingham. Col Blackburn servono tre punti per stare incollati allo United o addirittura staccarlo. E se allo Stamford Bridge, Sir Carletto non fa sconti (7 successi su 7), in trasferta i Rovers di Sam Allardyce hanno sempre perso.
Giocano fuori casa altre due reduci dalle coppe, Arsenal e Fulham. I Gunners ad Upton park troveranno un West Ham penultimo e senza vittorie dalla prima giornata. Per la panchina di Zola, un derby forse decisivo. I Cottagers di Hodgson, raggiunti nel recupero dalla Roma in Europa League, ospitano il Manchester City.
Mentre il Tottenham, terzo, al White Hart Lane contro lo Stoke City non avrà il suo attaccante più prolifico, quel Jermain Defoe in gol ed espulso contro il suo ex Portsmouth la scorsa settimana. Nella gustosa torta di Premier, il big-match di Andfield è solo la ciliegina.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

8a di Liga, voglia di rivincite


A.A.A. cercasi pronto riscatto. L'ottava giornata della Liga chiama a rapporto le "grandi" appena cadute in Champions e le delusioni di questo avvio di stagione.
Il Barcellona capolista, sconfitto in Europa da quel Rubin Kazan che dà sempre più ragione a Mourinho sulla durezza del Gruppo dell'Inter, riceve il Saragozza, 13esimo in classifica.
Il Real Madrid matato al Bernabéu dal miglior Milan di Leonardo, è secondo a -1 dai blaugrana in campionato, va a Gijon ospite dello Sporting, che è settimo. Pellegrini recupera Guti e Gago a centrocampo e Metzelder in difesa, ma in attacco non potrà contare sul trio di stelle Cristiano Ronaldo, Benzema e Higuaìn. In avanti, quindi, potrebbe esserci spazio per il 21enne paraguaiano Acuña.
Il peggior Villarreal degli ultimi anni, ultimo a 3 punti in campionato e battuto nel recupero dalla Lazio in Europa League, ha la faccia di Giuseppe Rossi, che nel "Sottomarino Giallo" assomiglia sempre più alla scolorita versione ammirata - si fa per dire - nelle sue recenti uscite in azzurro. Contro il Malaga, penultimo, e senza vittorie dalla prima giornata, i tre punti sono un obbligo.
E' atteso alla riscossa, dopo il poker preso allo Stamford Bridge da parte del Chelsea, l'Atlético Madrid appena affidato a Quique Sánchez Flores (nella foto), che avrà motivazioni da vendere dopo i flop con Valencia e Benfica.
Nonostante la coppia-gol Agüero-Forlán, invidiata da mezza Europa, sono ultimi in Champions e sestultimi nella Liga. E il Malaga-rivelazione, quinto dietro le big e al Deportivo, non sarà una passeggiata.
A proposito di big. L'unica spagnola a salvarsi in Champions, è stato il Siviglia, che ha espugnato Stoccarda. Terzi a -4 dal Barça, gli andalusi ricevono l'Espanyol. A.A.A. cercasi pretendente diversa dalle solite due.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, ottobre 22, 2009

Gol di Heleno de Freitas


Accadde nel 1947. Botafogo contro Flamengo a Rio de Janeiro. Heleno de Freitas, attaccante del Botafogo, segnò un gol di petto.
Heleno era di spalle alla porta. La palla arrivò dall'alto. Lui la fermò con il petto e si girò senza lasciarla cadere. Con il corpo arcuato e la palla sul petto affrontò la situazione. Tra lui e il gol, una folla. Nell'area del Flamengo c'era più gente che tutt il Brasile. Se la palla andava a terra era perduto. E allora Heleno si mise a cmminare; sempre vurvato all'indietro e con la palla al petto attraversò tranquillamente le linee nemiche. Nessuno poteva portargliela via senza commettere fallo, ed erano ormai nell'area di rigore. Quando arrivò quasi sulla linea di porta, Heleno raddrizzò il corpo. La palla scivolò dolcemente ai suoi piedi e lui la calciò.
Heleno de Freitas aveva l'aspetto da gitano, faccia da Rodolfo Valentino e un humour da cane rabbioso. Sul campo si illuminava.
Una notte perse al casinò tutto il suo denaro. Un'altra notte perse, non si sa bene dove, tutta la sua voglia di vivere. E nell'ultima notte morì, delirando, in un ospizio.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Baggio


In questi ultimi anni nessuno ha offerto agli italiani tanto buon calcio e tanti argomenti di discussione. Il calcio di Roberto Baggio possiede un mistero: le gambe pensano per conto loro, il piede spara da solo, gli occhi vedono i gol prima cequesi si materializzino.
Tutto Baggio è una gran coda di cavallo che avanza scacciando la gente in un elegante andirivieni. Gli avversari lo aggrediscono, lo mordono, colpiscono duro. Baggio porta messaggi buddhisti scritti sotto la sua fascia di capitano. Buddha non gli evita i calci ma lo aiuta a sopportarli. Dalla sua inifinita serenità, lo aiuta anche a scoprire il silenzio, al di là del frastuono delle ovazioni e dei fischi.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

mercoledì, ottobre 21, 2009

Kaká & Pippo, i grandi assenti


Per loro doveva essere La Partita.
Per Kaká la prima contro il suo passato.
Per Inzaghi la prima verso il futuro: da recordman assoluto.
L'uno per sfuggire alla nostalgia degli amici. L'altro per infrangere quel primato inseguito da una vita, il record di di Gerd Müller: 69 gol nelle coppe europee. Per di più, a casa dell'unico rivale che può sfilarglielo: Raúl. 68 reti in Europa il rossonero, 67 la bandiera merengue.
Anche Leonardo ci aveva creduto, schierando tutti insieme i suoi "Galàcticos" in un modulo ultraoffensivo, con Seedorf alle spalle del tridente Pato-Ronaldinho-Inzaghi.
Pellegrini, invece, senza gli infortunati Cristiano Ronaldo e van Nistelrooy, nel suo 4-2-2-2 simil-Colombia di Maturana si "accontentava" di Kakà e Granero dietro le punte Benzema e Raùl; con Higuaìn nemmeno in panchina.
Morale: Raùl punisce la paperona di Dida e avvicina Inzaghi nella caccia al record di Müller; SuperPippo, come il Milan, gira a vuoto fino al 15' della ripresa.
Quando Leo lo toglie, la squadra vola. E a riportarla sulla terra, prima del bis di Pato, è Drenthe, non Kaká, troppo anonimo per essere vero. Si è visto più all'intervallo, che in campo.
Il Kaká del passato, almeno per una notte, è rimasto a Milano. Come Inzaghi, che per inseguire il futuro dovrà guardarsi dal presente. Raúl non aspetta.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

martedì, ottobre 20, 2009

Juve, la Champions per svoltare

Giusto un anno fa, nel doppio match col Real Madrid, fu Del Piero l'uomo della svolta. Col primo gol a Torino e soprattutto con la doppietta-show del Bernabéu cambiò la stagione. La sua, della Juventus e, almeno per un po', di Ranieri.
Adesso, contro il Maccabi Haifa - per fascino e blasone non proprio un clone della Casa Blanca - anche Ferrara ha bisogno di una svolta, di un cambio di marcia.
Del Piero, però, non è ancora pronto. Dovranno pensarci gli altri, a cominciare da Diego e Amauri, due che non vedono l'ora di tornare decisivi come una volta.
Per dare la SVOLTA, proprio come un anno fa. Un ricordo che non è solo una curiosità statistica, ma anche uno stimolo. Lo sa anche Chiellini: "LA VITTORIA SUL REAL MADRID PER NOI RAPPRESENTÒ LA SVOLTA E SUBITO DOPO CENTRAMMO UNA SERIE DI VITTORIE CHE CI RILANCIARONO. DOVRÀ ESSERE COSÌ ANCHE QUESTA VOLTA."
In attesa che rientri il capitano. Perché anche senza Del Piero e senza il Real una notte di Champions può dare la svolta a una stagione.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

sabato, ottobre 17, 2009

Il Parricidio


Il 5 settembre 1993 la nazionale colombiana giocò a Buenos Aires una partita di qualificazione per il Mondiale. quando i giocatori colombiani entrarono in campo furono fischiati, derisi, insultati. Quando ne uscirono, il pubblico li salutò alzandosi in piedi, con un'ovazione che ancora oggi risuona.
L'Argentina perse 5-0. Come d'abitudne fu il portiere quello che dovette farsi carico della sconfitta, ma la vittoria degli altri fu festeggiata come mai prima di allora. All'unanimità gli argentini ammirarono il prodigioso gioco dei colombiani, delizia delle gambe, piacere degli occhi: una danza che creava, con una coreografia sempre diversa, la propria musica. Il dominio del Pibe (Ragazzino) Valderrama, un mulatto plebeo, faceva invidia ai prìncipi e i giocatori neri erano i re della festa: Perea non c'era chi lo superasse, el Tren (il Treno) Valencia non c'era chi lo fermasse, non c'era chi potesse sfuggire ai tentacoli del Pulpo (Polipo) Asprilla e non c'era chi arrestasse le cannonate di Rincón. Per il colore della pelle e i colori della festa, quella squadra sembrava un ritratto del Brasile dei tempi migliori.
I colombiani chiamarono parricidio quella goleada. Mezzo secolo prima erano stati argentini i padri del futbol a Bogotá, Medellín o Cali. Pedro Pedernera, Di Stéfano, Rossi, Rial, Pontoni e Moreno avevano generato un figlio che sembrava piuttosto brasiliano, per uno di quegli strani casi della vita.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

IL TABELLINO
5 settembre 1993, Estadio Monumental, Buenos Aires (Argentina)
Argentina-Colombia 0-5
Argentina (4-4-2 a rombo): Sergio Goycochea - Julio Saldana, Jorge Borelli, Oscar Ruggeri, Ricardo Altamirano - Gustavo Zapata, Fernando Redondo (69' Alberto Acosta), Diego Simeone, Leonardo Rodríguez (54' Claudio García) - Ramón Medina Bello, Gabriel Batistuta. Ct: Alfio Basile.
Colombia (4-2-2-2): Oscar Córdoba - Luis Herrera, Alexis Mendoza, Wilson Perez, Luis Perea - Leonel Álvarez, Gabriel Gómez - Carlos Valderrama, Freddy Rincón - Faustino Asprilla, Adolfo Valencia. Ct: Francisco Maturana.
Reti: 41' e 62' Rincón, 49' e 64' Asprilla, 84' Valencia.

Gol di Jairzinho


Accadde nel Mondiale del 1970. Il Brasile affrontava l'Inghilterra. Tostão ricevette il pallone da Paulo César e avanzò fino a dove gli fu possibile. Trovò tutta l'Inghilterra ripiegata nella peopria area. C'era anche la regina, infilata lì dentro. Tostão evitò un avversario, poi un altro, un altro ancora, e passò il pallone a Pelé. Altri tre avversari lo sommersero nello stesso istante. Pelé fece finta di continuare il suo viaggio e i tre avversari sparirono, e lui invece tirò il freno, fece una giravolta e depositò il pallone sui piedi di Jairzinho che arrivava. A smarcarsi Jairzinho aveva imparato nei campetti dei più duri sobborghi di Rio de Janeiro: partì sparato come un proiettile nero, schivò un inglese e il pallone, il proiettile bianco, perforò la porta difesa da Banks.
Fu il gol della vittoria. A passo di festa, l'attacco brasiliano si era scrollato di dosso sette guardiani. E il fortino d'acciaio era stato sciolto da qel vento caldo venuto dal sud.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

venerdì, ottobre 16, 2009

Gol di Nilton Santos


Accadde nel Mondiale del 1958. Il Brasile stava vincendo 1-0 sull'Austria.
All'inizio del secondo tempo, avanzò dalla sua metà campo Nilton Santos, l'uomo-chiave della difesa brasiliana, chiamato A' Enciclopedia, l'Enciclopedia, per tutto quel che sapeva del calcio. Nilton abbandonò la retroguardia, passò la linea di centrocampo, eluse un paio di avversari e continuò dritto. Il tecnico brasiliano, Vicente Feola, correva anche lui a bordo campo, ma oltre la linea laterale. Grondando sudore gridava "Torna indietro, torna indietro!".
E Nilton, imperturbabile, continuava la sua crsa verso l'area avversaria. Il grasso Feola, disperato, si strappava i capelli, ma Nilton non passò il pallone ad alcun attaccante: fece tutta la giocata lui da solo, e la completò con uno straordinario gol.
Allora Feola, felice, commentò: "Avete visto? Ve l'avevo detto io: questo è un fenomeno!".
EDUARDO GALEANO, Splendori e miseri del gioco del calcio

Gol di Sunderland


Accadde nel 1979. Nello stadio di Wembley, Arsenal e Manchester United distavano la finale della Coppa d'Inghilterra.
Una buona partita, ma niente di faceva sospettare che presto sarebbe diventata la più elettrica finale fra tutte quelle che si erano succedute dal 1871, nella lunga storia della FA Cup.
L'Arsenal stava vincendo per 2-0 e mancava poco alla fine. La partita sembrava chiusa e la gente cominciava a sfollare, quando improvvisamente si scatenò una tempesta di gol. Tre in due minuti: un colpo di testa di McQueen e una bella penetrazione di McIlroy, che evitò due difensori e anche il portiere, diedero il pareggio al Manchester United tra l'86esimo e l'87esimo minuto e, prima del termine dell'88esimo minuto, l'Arsenal recuperò la vittoria.
Brady che fu, come al solito, il grande protagonista della partita, iniziò la giocata del definitivo 3-2 e Sunderland la concluse con una cannonata limpida.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

giovedì, ottobre 15, 2009

Gol di Bettega


Accadde nel Mondiale del 1978. L'Italia superò 1-0 la nazionale padrona di casa.
La giocata del gol italiano disegnò sul campo un triangolo perfetto, dentro il quale la difesa argentina rimase persa più di un cieco in mezzo a una sparatoria. Antognoni fece scivolare la palla verso Bettega che l'appoggiò su Rossi che era di spalle e Rossi gliela restituì di tacco mentre Bettega si infilava in area. Bettega superò due giocatori e batté di sinistro il portiere Fillol.
Anche se nessuno ancora lo sapeva, la squadra italiana aveva già cominciato a vincere il Mondiale di quattro anni dopo.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Gol di "Nolo" Ferreira


Accadde nel 1929. La nazionale argentina affrontva il Paraguay.
Manuel "Nolo" Ferreira avanzava col pallone da lontano. Si apriva il passo ammassando gente, fino a quando di punto in bianco si trovò di fronte tutta la difesa che formava un muro. Allora Nolo si arrestò. E lì, fermo, cominciò a passarsi il pallone da un piede all'altro, da un collo del piede all'altro senza che toccasse terra. E gli avversari muovevano la testa da sinistra a destra, tutti insieme, ipnotizzati, con lo sguardo inchiodato sul pendolo della palla. Durò secoli, quel giochetto, fino a che Nolo non trovò il buco e all'improvviso sparò: la palla attraversò la muraglia e scosse la rete.
Gli agenti della polizia a cavallo smontarono per congratularsi con lui. Allo stadio c'erano ventimila persone, ma tutti gli argentini giurano che, in quel momento, loro c'erano.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

mercoledì, ottobre 14, 2009

Gol di Di Stéfano


Accadde nel 1957. La Spagna giocava contro il Belgio. Miguel ubriacò la difesa belga, si infilò sulla destra ed effettuò un cross. Di Stéfano si lanciò in orizzontale e ancora in aria insaccò, di tacco, in rete.
Alfredo Di Stéfano, l'astro argentino naturalizzato spagnolo, era abituato a segnare gol così. La porta sguarnita era un crimine imperdonabile che esigeva un immediato castigo, e lui eseguiva prontamente la condanna infilando stoccate da folletto sfrenato.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

lunedì, ottobre 12, 2009

Under 20, le quattro elette

Non "doveva", ma poteva esserci l'Italia di Rocca fra le quattro semifinaliste del Mondiale Under 20. Il sogno azzurro è sfumato a tre minuti dalla fine dei supplementari, e così a giocarsi l'accesso alla finale sarà l'Ungheria l'unica semifinalista europea assieme ai favoriti Brasile e Ghana e la Costarica, outsider fino a un certo punto, visto che è campione in carica nella conferedazione nord e centro americana.
Sedici giorni dopo il 5-0 buscato col Brasile in apertura di girone, saranno proprio i Ticos a incontrare la superpotenza allenata da Rogério. Come per la Selecao maggiore, anche la Under 20 - che ha dominato il Sudamericano - può pescare in un vivaio infinito. E anche senza Pato, Dentinho e Rafaél Carioca, bastano i nomi di Teixeira e Maicon per fare dei verdeoro i candidati numeri al successo finale. Attenzione, però, terza nel Gruppo E, dietro Brasile Repubblica Ceca, la squadra di Gonzalez ai miracoli è abituata. E non ha niente da perdere. Occhio quindi alla coppia del Deportivo Saprissa, Guzman a centrocampo e Martínez in attacco.

Più equilibrata, sulla carta, l'altra semifinale. Nel Ghana campione d'Africa, il fiuto di Marotta ha già portato alla Sampdoria il talento purissimo di Rabiu. Della sfida invece non farà parte quello di un ex blucerchiato, l'ungherese Koman, in prestito al Bari, e squalificato per l'ammonizione presa nei quarti con l'Italia. Italia presente, se proprio vogliamo consolarci, con il bresciano Varga e il reggino Kovacsik. Per loro il sogno tricolore è ancora intatto.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

La sindrome di La Paz

Dopo lo storico 6-1 all'Argentina di Diego, il 2-1 al Brasile dei tre Diego: il debuttante Souza in campo, Tardelli in panchina e quello che non c'è: il Diego juventino che, infortuni a parte, Dunga si ostina a non convocare.
Già eliminata dalla corsa a Sudafrica 2010, la Bolivia, ma soprattutto l'altitudine di La Paz, continuano a stupire.
Sei mesi fa, il cappotto alla Selecciòn fu un pesce d'aprile duro da digerire per Maradona, che per la prima volta sentì scricchiolare una panchina mai salda.
Adesso, il primo ko in 19 partite a un Brasile già qualificato, e dunque anche troppo sperimentale, con lo spento Adriano costretto a uscire alla fine del primo tempo per infortunio alla caviglia sinistra. L'unica soddisfazione, per il Cucciolo, il ritorno al gol di Nilmar, che chiude così un gran contropiede dell'interista Màicon.



Abituata all'altura, la Bolivia parte fortissimo e passa in vantaggio al 10' con il colpo di testa del solissimo Olivares. Il Brasile reagisce ma la rete di Luisao, al 26', viene annullata per carica sul portiere. Al 31', la squadra di Erwin Sanchez, che quando giocava veniva chiamato il Platini delle Ande, raddoppia con il pezzo forte del repertorio di "Le Roi", su punizione: la gran botta che lascia immobile Julio Cesar e s'infila sotto la traversa è di Marcelo Martins, 22enne che lo Shakhtar ha pagato 9 milioni per parcheggiarlo al Werder Brema dopo 14 partite e due gol.
Al 36' Dani Alves colpisce il palo. Nella ripresa Dunga fa entrare Diego Tardelli, Alex ed Elano, ma deve incassare la seconda sconfitta di queste qualificazioni dopo il 2-0 di Asunciòn contro il Paraguay, che lo ha agganciato in testa al girone. Il primato si deciderà all'ultima giornata, ma la sfida che conta resta quella a Montevideo: fra Uruguay e Argentina.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

venerdì, ottobre 09, 2009

Qui si fa il mondiale o si muore

Sarà un poco tranquillo weekend di paura per le tante nazionali ancora in corsa per Sudafrica 2010.
Cominciamo dall'Europa, Italia a parte. Non meno di 13 squadre rappresenteranno il Vecchio continente al prossimo Mondfilae. Ma per ora solo Olanda, Spagna e Inghilterra hanno già prenotato il biglietto.
Agli azzurri campioni in carica basterebbe un punto contro quella vecchia del Trap, ma al Croke Park l'Irlanda è un cliente scomodo per tutti. Come paracadute, in ogni caso, c'è Cipro, mercoledì a Parma.
Anche Danimarca, Svizzera, Serbia e Slovacchia sono messe bene.
Meno delineata è la situazione nel Gruppo 4. Se la Russia batterà la Germania, entrambe dovranno aspettare l'ultimo turno per sapere chi si qualificherà direttamente, come prima del girone, e chi come ripescata fra le 8 migliori seconde.
La partitissima sarà quella sul sintetico dello stadio Luznhiki di Mosca: Russia-Germania. Hiddink potrà schierare la coppia-gol Arshavin-Pavlychenko per tentare il sorpasso in testa alla classifica del Gruppo 4. A Low potrebbe andare bene il pari visto che nell'ultimo turno i tedeschi ospiteranno la Finlandia, mentre i russi andranno in Azerbaijan.
Non ci sarà pericolo di biscotto, come invece accade a Euro 2004, in Danimarca-Svezia, con Portogallo-Ungheria l'altro big-match del Gruppo 1. Il rischio, concreto, è invece quello di dover assistere a un mondiale senza uno fra Ibrahimovic e Cristiano Ronaldo.
Nel Gruppo 2, la Svizzera è a un passo dalla certezza del primo posto. Per il secondo, lottano Grecia e Lettonia, impegnate nello scontro diretto, e soprattutto Israele, che riceve la Moldova e poi andrà a cercare un punto ad Atene.
Nel Gruppo 5, quello della irraggiungibile Spagna, la Bosnia-Erezegovina va in Estonia per tenere lontana la Turchia, cghe però deve vincere in belgio per sperare ancora.
Nel gruppo 6, dominato dall'Inghilterra (unica a punteggio pieno come Olanda e Spagna), la Croazia ha 2 punti di vantaggio sull'Ucraìna di Shevchenko.
Nel Gruppo 7, battendo la Romania di Mutu, la Serbia sarebbe prima, a prescindere dal risultato della Francia con Far Oer e Austria. Alla Slovacchia invece basterà un punto sulla Slovenia, seconda, per staccare il biglietto mondiale e godersi così, nella passeggiata a San Marino, un tranquillo mercoledì da leoni.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

L'Irlanda in Trappola


Si chiama Ireland, che vuole dire Irlanda, il più grande rammarico del Trap.
No, non è l'aver scelta l'Isola verde per rimettersi per l'ennesima volta in gioco, all'estero, a insegnare calcio e imparare una nuova lingua, dopo i trionfi col Bayern in Germania e col Benfica in Portogallo.
Il rammarico del Trap, e del suo fido vice Tardelli, è Stephen Ireland, il centrocampista del Manchester City che della nazionale del Trifoglio potrebbe essere la stella e invece non vuole più saperne.
E' così dai tempi del Ct Staunton, che non gli perdonò la fuga dal ritiro per un grave problema familiare. La fidanzata aveva perso il bambino e lui s'inventò la scusa del funerale di una nonna, ancora viva e vegeta. Da allora, a nulla sono valse le mediazioni dei successori: Givens e, appunto, Trapattoni.
Che ha fatto miracoli con Given in porta, Keane in attacco e un manipolo di comparse della Premier League inglese. Il modulo è un 4-4-2 senza fronzoli con O'Shea e Kilbane esterni, Dunne e St. Ledger centrali. A metà campo, Whelan e Andrews centrali, sulle fasce Lawrence e MGeady. Solo panchina, quindi, per il rinato Duff, ex Newcastle appena riportato in Premier dal Fulham, e Hunt, che al Reading fu protagonista del pauroso scontro con Cech. In avanti, in coppia col capitano Keane, la prima punta Doyle.
La vera stella, però, è in quel guerriero mai domo che a settant'anni tondi ha ancora tanta voglia di panchina.
Mondiale o no, ci resterà fino a Euro 2012. Perché uno così, sotto i mutevoli cieli d'Irlanda, non l'avevano visto mai.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Un'altra Marmelada Peruana?


Trentun anni dopo la "Marmelada" Peruana, il destino mondiale dell'Argentina passa ancora dal Perù.
Ieri, a Rosario, con un argentino - Ramón Quiroga - a difendere, si fa per dire, la porta dei biancorossi, per l'occasione privi della tradizionale fascia trasversale simil River Plate.
Oggi, nel penultimo turno del girone Sudamericano più duro di sempre.
Nel Mondiale del 1978, l'Argentina di César Luis Menotti aveva bisogno di battere i peruviani con almeno quattro gol di scarto per qualificarsi alla finale. Vinse, anzi stravinse 6-0, e con la evidente, e poi ammessa complicità di Quiroga, rosarino di nascita e naturalizzato peruviano.



Un precedente "pesante", che ha fatto scatenare la stampa peruviana. Il quotidiano sportivo "El Bocon" ha parlato di premio "a vincere" - mille dollari a giocatore - per battere gli argentini. La federcalcio peruviana ha subito smentito, ma i dubbi restano.
Trentun anni dopo, la squadra di Maradona deve battere il Perù, già eliminato, e sperare nei risultati delle altre, prima di giocarsi a Montevideo con l'Uruguay l'ultima chance per andare al Mondiale. Un evento a cui l'Albiceleste non manca da Messico 70, quando ad eliminarla fu un clamoroso 2-2 alla "Bombonera". Indovinate contro chi? Contro il Perù, naturalmente. Quella volta non ci fu "marmelada", e il boccone fu amarissimo.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Barça vs Madrid, il mio miglior nemico


La rivalità sociale e politica, prima che calcistica, fra le grandi di Spagna - Barcellona e Real Madrid, ha portato nella Liga i più grandi campioni del calcio mondiale. Ma con una differenza: in blaugrana c'è un'identità, catalana e di gioco, che ai merengues è sempre mancata.
Al Camp Nou, nessuno conierà mai slogan tipo “Ibras y Pedroes”. Perché quella degli “Zidanes y Pavones” è un’ideologia marketizzabile solo al Real Madrid. Al Barça, dove il catalanismo è una fede, il principio è ancestrale, ce l’hanno nel dna: assi stranieri sempre, meglio se attaccanti, purché innestabili in un telaio locale.
Non a caso, col Chelsea, nella semifinale di ritorno dell’ultima Champions League vinta, 6/11 del Barcellona (più il subentrato Bojan e senza contare lo squalificato capitan Puyol) provenivano dal vivaio: Víctor Valdés, Piqué, Busquets, Xavi, Iniesta e Messi. L’antistorico tetto del 6+5 auspicato da Cruijff era già realtà.
Alla politica-simbolo degli arcirivali, complice lo storico Triplete, s’è convertito persino Pérez. Per il suo secondo “FlorenTeam” non poteva rinnegare l’estetica e la poetica del primo, il Real dei Galácticos. Semplicemente, lo ha barcellonizzato: la crema del calcio mondiale (Cristiano Ronaldo, Kaká, Benzema) amalgamata con prodotti locali DOP (Raul Albiol, Arbeloa, Xabi Alonso).
La differenza è che quelli il Barça se li alleva alla Masia, fucina di talenti dove i Fabregas che “scappano” sono l’eccezione, mai la regola. E nella quale investe 10 milioni l’anno. Il Real, invece, vuole la pappa pronta. E pazienza se importarla costa enne volte tanto, e lo chef (Capello, Schuster) frigge e salta anche se cucina Liga in serie.
Con Pellegrini siamo a 10 in sei anni (il Barcellona è a due), periodo in cui per oltre 50 giocatori sono stati spesi mille milioni di euro. Il primo Pérez, quinto presidente in tre anni, ne scucì 500, Calderón 300. Di blanco si sono vestiti 7 degli ultimi 11 Palloni d’oro (Zidane, Figo, Owen, Ronaldo, Cannavaro, Kaká e Cristiano Ronaldo), nessuno per meriti acquisiti col Real. «I Palloni d’oro noi li forgiamo, altri li comprano», la frecciata al curaro di Laporta.
Sono lontani, in merengue, gli anni della Quinta del Buitre, la “Coorte dell’Avvoltoio” Butragueño (più Michel, Martín Vázquez, Sanchís e Pardeza) trapiantata dal Castilla e che, prima del dominio barcellonista targato Dream Team, portò 5 Liga consecutive (1986-90). Ma sembrano tornati, in chiave moderna, i tempi di Bernabéu e Saporta. Quando la priorità della “Casa Blanca” era affiancare le superstar alla Puskás e Di Stéfano, scippato al Barcellona, quelle più funzionali alla squadra (Santamaría, Rial, Kopa). Abitudine ripresa per i Galácticos II: i migliori nel ruolo, ma in una rosa più spagnola.
Come avviene, coi giovani catalani, al Camp Nou, ribalta abituata ai grandi attaccanti di appeal internazionale: Kubala, Cruijff, Krankl e Simonsen, Maradona e i britannici Archibald, Hughes e Lineker, Romário, Ronaldo (quello vero), Stoichkov, Henry.
Strategie diverse che col primo Pérez sembravano immolate al soccer-biz e che oggi sanno tanto di convergenze parallele. Con la solita, atavica, differenza: il Cruijffismo. La sottile linea blu-granata tramandata da Johan a Guardiola attraverso van Gaal e Rijkaard, dagli Under 16 alla prima squadra: 4-3-3 e futbol danzato a ritmo di tiqui-taqui. «Lo stile che dà al Barcellona un’identità. E che il Madrid deve ancora trovare». Parola di Zidane.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n. 41, 13 ottobre 2009
ch.giord@gmail.com

La "cilena"


Ramón Unzaga inventò questa giocata sul campo del porto cileno di Talcahuano: con il corpo sospeso nell'aria, di spalle al suolo, le gambe lanciavano il pallone all'indietro nel repentino andirivieni delle lame di una forbice.
Ma questa acrobazia si chiamò la cilena solo parecchi anni dopo, nel 1927, quando il lub Colo-Colo viaggiò in Europa e l'attaccante David Arellano (nella foto) la esibì negli stadi di Spagna. I giornalisti spagnoli celebrarono la meraviglia di quella sconosciuta capriola e la battezzarono così perché era dal Cile che era venuta, come le fragole e la cueca.
Dopo aver segnato molti gol in volo, Arellano morì quello stesso anno, nello stadio di Valladolid, per uno scontro fatale con un terzino.
EDUARDO GLEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Gol di Piendibene


Accadde nel 1926. L'autore del gol, José Piendibene, non esultò. Piendibene, uomo di rara maestria e ancor più rara modestia, non festeggiava mai i suoi gol per non offendere nessuno.
Il club uruguagio del Peñarol stava giocando a Montevideo contro l'Español di Barcellona e non trovava la maniera di perforare la porta difesa da Zamora. La giocata vincente arrivò dalle retrovie: Anselmo evitò due avversari, incrociò il pallone verso Suffiati e si lanciò a correre aspettando che lui glielo restituisse. Ma in quel momento Piendibene lo chiamò, lo ricevette, eluse Urquizú e si avvicinò alla porta. Zamora vide che Piendibene stava per tirare verso l'angolo destro e si lanciò in volo. Il pallone non si era mosso, addormentato sul piede. Piendibene lo sospinse, dolcemente, alla sinistra della porta vuota. Zamora riuscì a sfiorare la palla con la punta delle dita, quando ormai non c'era più nulla da fare.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

giovedì, ottobre 08, 2009

Nasce la BBA, l'NBA d'oltremanica

In Italia, qualcuno ci ha già ha provato a unire, sotto un unico marchio, calcio e altri sport, ma di quell'esperimento - la polisportiva Mediolanum - ci si ricorda solo per l'esordio - alla scrivania - di Fabio Capello.
Adesso qualcuno vuole riprovarci, ma con il solo basket e in Inghilterra dove la palla a spicchi ha una tradizione tutta da costruire. Come gli impianti.
La nuova lega, come annunciato dal Financial Times, sarà formata da 8 club della Premier League di calcio e si chiamerà BBA (British Basketball Association). Fra gli altri ci saranno anche le big four: Arsenal, Chelsea, Liverpool e Manchester United.
Sarà, insomma, una specie di NBA inglese.
E anche una sorta di contrappasso per una Premier League sempre più americana: 5 club su 20 appartengono infatti a magnati statunitensi: i Glazer al Manchester United, la coppia Hicks-Gillett al Liverpool, Lerner all'Aston Villa, Kroenke socio minoritario (ma non troppo: 28%) all'Arsenal e, last but not least, Short al Sunderland.
Il nuovo campionato professionistico - che partirà a novembre 2010 e avrà una regular season di 42 partite - è stato lanciato proprio in concomitanza con l'amichevole di pre-stagione, Chicago Bulls-Utah Jazz, che la NBA ha tenuto a Londra.
Il progetto prevede investimenti per 25 milioni di dollari e ha avuto l'avallo del Commissioner NBA, David Stern. Il terreno per il Dream Team di Londra 2012 va preparato per tempo.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

martedì, ottobre 06, 2009

Celtic-Rangers è una religione

Glasgow (Scozia) - Il bambino aspetta senza fretta, semmai con deferenza, che il vecchio in giacca verde colpisca la biglia bianca sul biliardo. Il padre gli sta dietro, le mani ben piantate sulle spalle a significare «questo è mio figlio», e quando il vecchio si rialza dal colpo glielo presenta con un sorriso orgoglioso. Per un attimo sembra che il vecchio voglia usare la stecca come la spada dei re, nominando il bambino cavaliere; invece lo prende per mano e lo conduce alla grande parete di foto, ritagli e sciarpe del Bairds Bar, il pub più amato dai tifosi del Celtic. Qui dentro il vecchio è un personaggio, e insieme una reliquia, perché nel ’67 era a Lisbona, e la coppa dei Campioni strappata all’Inter — la prima vinta da un club britannico, unica vinta da un club scozzese — è un ricordo che ha passato ai figli e ora tramanda ai nipoti. Paolo Di Canio, giocatore del Celtic nella stagione 96-97: «La tradizione è la componente essenziale di quel mondo. In Scozia ho visto novantenni che a stento si reggevano in piedi portati a raduni di tifosi, e lì osannati come se avessero segnato un gol decisivo la domenica precedente. Quando ti infili la maglia del Celtic avverti chiaramente il transfert, cent’anni di storia che ti entrano nella pelle».

Il mito Smith
Non è un sabato sera qualsiasi nei quartieri cattolici della città. Questa è la vigilia del primo Old Firm stagionale, oltre tutto in campo avverso, e il Bairds Bar va avanti tutta la notte a spillare Guinness, Tennent’s e sogni di rivalsa. A primavera i Rangers hanno centrato la doppietta campionato-coppa sotto la guida di Walter Smith, il leggendario tecnico tornato a Ibrox dopo avervi vinto sei titoli negli anni 90. Gennaro Gattuso, giocatore dei Rangers nella stagione 97-98: «Appena arrivato mi fanno giocare l’Old Firm delle riserve, in agosto: 40 mila spettatori, penso "questi sono matti". Nella settimana che precede il primo derby vero Walter Smith, che mi ha capito, continua a ripetermi "Raino, take it easy", temendo il mio carattere. Inizia la gara, e vengo giustamente ammonito al primo tackle; devo chinarmi per evitare la scarpa tiratami da Smith».

Provocazioni
In quella partita segna per i Rangers Paul Gascoigne, che corre a festeggiare sotto alla curva del Celtic mimando un suonatore di flauto, e così scatenando l’apocalisse. Ciò che rende unici i derby di Glasgow è l’implicazione politico-religiosa. Fondato nel 1888 da un prete, Fratello Wilfrid, per raccogliere il denaro col quale finanziare la mensa dei profughi, il Celtic è da sempre il club degli immigrati irlandesi, cattolici e anti-inglesi. I Rangers, che esistevano già dal 1873, divennero subito il loro contraltare: protestanti, lealisti, timorosi all’epoca che gli irlandesi portassero loro via il lavoro. Sembra storia di oggi, invece ha più di un secolo. Il flauto è lo strumento che viene suonato durante le marce orangiste che per anni innescano spaventosi disordini in Irlanda del Nord; nei filmati di guerriglia urbana a Belfast non è raro trovare gente in maglia Celtic e Rangers che se le dà di santa ragione. Lorenzo Amoruso, giocatore dei Rangers dal ’97 al 2003: «Sono stato il primo e unico capitano cattolico, e per quanto i tifosi apprezzassero la mia carica, qualche problema all’inizio ci fu. Prima di entrare in campo mi sono sempre fatto il segno della croce, e questo non era gradito. L’hanno accettato quando hanno capito che non ero disposto a negoziare la mia fede, e che la religione diversa non mi impediva di spendere tutto per i Rangers».

Risposte
Domenica, stadio di Ibrox, fischio d’inizio alle 12.30: sotto il sole luminoso d’autunno il rischio di violenza si scioglie. C’è esagerazione sui giornali del mattino, che definiscono l’Old Firm «la partita di club più importante del mondo», ma l’urlo che accoglie l’ingresso in campo delle squadre è oggettivamente tra i più sonori mai sentiti. I Rangers segnano subito due gol con Miller, il portiere del Celtic, Artur Boruc, è sbeffeggiato dall’intero stadio. Qualche anno fa Boruc, che ha la religiosità guerriera dei polacchi, si fece il segno della croce in faccia alla curva Rangers, scatenando lo stesso bordello del flauto di Gascoigne; da allora è calato di rendimento, ma la sua gente continua a chiamarlo «the Holy goalie» (il santo portiere), e pazienza se ha dato scandalo rispedendo la famiglia in Polonia e fidanzandosi con la ex di un gangster, storia che come si può immaginare ha entusiasmato i tabloid. Massimo Donati, giocatore del Celtic dal 2007 al 2009: «La tensione di un Old Firm non ha pari per i calciatori, ma raggiunge livelli folli soprattutto tra i tifosi. Viverlo è un’esperienza irripetibile».

Dopo il match
Un rigore di McGeady riapre la gara, che ha la ferocia di un duello medioevale, ma il Celtic si ferma lì. Vincono i Rangers 2-1 e suonano le cornamuse, sventolano le bandiere con l’Union Jack, sciamano felici verso il centro. «The louden tavern» è il loro pub sulla strada, e per incanalare tanta gioia — in procinto di diventare alcolica — sono necessarie le transenne. La gente del Celtic scivola nelle vie laterali, trangugiando amari cartoni di fish and chips. In questo momento l’approdo del Bairds Bar deve sembrargli lontanissimo.

Paolo Condò, La Gazzetta dello Sport (6-10-2009)

Zamora


Debuttò in prima divisione a sedici anni, quando portava ancora i pantaloni corti. Per giocare nello stadio dell'Espanol a Barcellona, si mise una maglia inglese a collo alto e un cappello duro come un casco che doveva ripararlo dal sole e dai calci. Correva l'anno 1917, e le cariche erano ancora da cavalleria. Ricardo Zamora aveva scelto un lavoro ad alto rischio. L'unico che correva più rischi del portiere era l'arbitro, allora chiamato el Nazareno, che era esposto alle vendette del pubblico negli stadi che non avevano fossato né recinto. A ogni gol si interrompeva lungamente la partita, perché la gente si riversava in campo per abbracciare o picchiare qualcuno.
Con gli stessi indumenti di quella prima volta, la figura di Zamora divenne famosa nel corso degli anni. Era il terrore degli attaccanti. Se lo guardavano negli occhi, erano perduti: con Zamora in porta, lo specchio si rimpiccioliva e i pali si allontanavano fino a perdersi di vista.
Lo chiamavano el Divino. Per vent'anni fu il miglior portiere del mondo. Gli piaceva il cognac e fumava tre pacchetti di sigarette al giorno e qualche sigaro.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

La Cantonata di Bianchi


Il Rolando furioso come Eric "the King". Uno, Cantona, dopo il calcio si è dato al cinema. E alle scene, come alle sceneggiate, è abituato.
L'altro - nome da poema cavalleresco - fino a ieri di scenate non ne aveva mai fatte.
Il pareggio al 94', però, ha trasformato il ragazzo "molto tranquillo, molto sereno", che anziché limitarsi a esultare si è avventato su un tifoso, colpevole di averlo contestato. Un tifoso della sua squadra. Ecco l'altra grande differenza, oltre alla violenza del gesto, con l'attimo di follia vissuto il 25 gennaio 1995 da Cantona. Il colpo di kung fu con cui colpì Matthew Simmons, il tifoso del Crystal Palace che lo aveva insultato per tutta la partita. Risultato? Oltre al danno d'immagine, 4 mesi di squalifica e una condanna a 2 settimane di carcere, pena poi commutata in 120 ore di servizi sociali.
nei pub nei dintorni dell'Old Trafford, però, ancora si trovano adesivi che inneggiano al Re offeso e infuriato: "Il 1974 è stato un anno terribile per il calcio inglese: è nato Matthew Simmons".
Chissà se a Torino, ne stamperanno qualcuno in difesa di Bianchi, capocannoniere del torneo con sei gol, che il Toro vuole riportarlo in Serie A. Quella A che, nonostante il buon esempio di Fiorentina e Udinese, non sembra pronta per rinunciare a fossati, recinti e barriere. Sono in troppi a non fidarsi, a volte è troppo pericoloso. anche per i tifosi.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

lunedì, ottobre 05, 2009

Pedernera


"Ho parato un rigore che resterà nella storia di Leticia", raccontava nella lettera dalla Colombia un giovane argentino. Si chiamava Ernesto Guevara, e ancora non era il Che. Nel 1952 andava alla ventura lungo le strade del Sud America. Sulle sponde del Rio delle Amazzoni, a Leticia, fu allenatore di una squadra di calcio. Il suo compagno di viaggio, Guevara lo chiamava Pedernerita. Non c'era modo migliore di elogiarlo.
Adolfo Pedernera (nella foto) era stato l'asse portante della Máquina del River Plate. Questo uomo-orchestra occupava tutte le posizioni, da un estremo all'altro della linea d'attacco. Dalle retrovie creava gioco, effettuava passaggi nella cruna dell'ago, cambiava marcia, affondava a sorpresa; in avanti, fulminava i portieri.
Il desiderio di giocare gli faceva il solletico al corpo. Avrebbe voluto che le partite non finissero mai. Quando scendeva la notte, i funzionari tentavano, invano, di mandarlo via dagli allenamenti. Volevano allontanarlo dal calcio, ma non ci riuscivano, perché era il calcio che si rifiutava di staccarsi da lui.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

sabato, ottobre 03, 2009

Gol di Martino


Accadde nel 1946. La squadra uruguagia del Nacional stava battendo gli argentini del San Lorenzo e serrava le sue linee difensive davanti agli assalti di René Pontoni e Rinaldo Martino (nella foto). Questi due giocatori si erano guadagnati la fama facendo parlare il pallone, e avevano la brutta abitudine di fare sempre gol.
Martino arrivò al limite dell'area. Lì cominciò a palleggiarsi il pallone. Sembrava avesse tutto il tempo del mondo. All'improvviso Pontoni incrociò come una saetta sulla destra. Martino si fermò, alzò la testa, lo guardò. E allora i difensori del Nacional si lanciarono in massa su Pontoni e, mentre i segugi inseguivano la lepre, Martino entrò in area come Pierino in casa sua, eluse l'unico difensore rimasto, tirò e fulminò.
Il gol fu di Martino, ma anche di Pontoni che seppe depistare.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Il ritorno del piccolo Mondo antico


Prove tecniche di aggancio, se non di sorpasso, nell'ottava giornata di Serie B. La prima per il Mondo, figliol prodigo all'AlbinoLeffe impegnato a Trieste. Toccherà a lui inseguire il sogno playoff sfuggito l'anno scorso.
Sogno playoff che nessuno si aspettava di cullare a Frosinone.
Tornata capolista solitaria, la squadra di Moriero di scena a Piacenza. E dovrà guardarsi dall'agguerrito lotto delle seconde, quasi tutte impegnate in casa. A queste si è aggiunto il Sassuolo che ha affossato e agganciato l'Ascoli col pokerissimo del "Del Duca": il Torino nel "Monday Night" con l'Ancona di Mastronunzio (fresco di rinnovo biennale); il Brescia col Vicenza per cancellare la grigia prova di Grosseto; la matricola Padova a Crotone, che arriva da 4 pareggi e appena 2 gol segnati in 7 partite.
L'altra "deb" terribile, il Cesena, riceve la Salernitana che, nonostante l'arrivo in panchina di Cari, continua a non vincere e non segnare: 401 minuti senza gol per gli orfani di Di Napoli.
Esami importanti in trasferta per Empoli, Lecce e Reggina, tre "grandi" che non sono partite benissimo in questo inizio stagione.
Al Via del Mare di Lecce, contro il Gallipoli, l'Empoli deve dimostrare solidità anche lontano dal Castellani: sin qui 3 sconfitte su altrettante trasferte.
A Cittadella il Lecce cerca continuità dopo i due importanti successi che gli hanno permesso di riagganciare il treno play-off.
A Modena, la Reggina deve sfatare il tabù del Braglia, dove non vince da 14 partite.
Contro il Grosseto anche il Mantova cerca risposte positive, soprattutto in difesa: da 6 giornate la squadra di Serena incassa oltre un gol e mezzo a partita.
Altro che promozione: prove tecniche di salvezza.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

venerdì, ottobre 02, 2009

Maglioni, un batter d'occhi


Eduardo Andrés Maglioni, attaccante dell'Independiente, si è guadagnato un posto ne Guinness dei Primati. Fu il giocatore che segnò più gol nel minor tempo.
Il 18 marzo 1973, terza giornata del Torneo Metropolitano, all'inizio della partita tra Independiente e Gymnasia y Esgrima di La Plata, Maglioni batté il portiere Guruciaga tre volte in un minuto e cinquantun secondi.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Crisi Milan, In Leo They Trust


La partita con l'Atalanta come ultimo appello, Van Basten già pronto a tornare a Milanello: stavolta da allenatore. In alternativa, la soluzione interna: più Tassotti che Filippo Galli.
Per ora Leonardo può lavorare tranquillo.
Lo schiaffone preso con lo Zurigo fa male, ma Galliani è stato chiaro: si va avanti così, il gruppo è vincente e Leonardo ha la fiducia della società, anche se tutti - da subito (cioè da Bergamo) - devono dare di più.
Il sostegno più importante per Leonardo, però, è quello del suo pubblico. I tifosi sono delusi dall'avvio della stagione rossonera, ma in pochi gliene danno la colpa.
Dal sondaggio di SKY Sport 24, il primo responsabile è la dirigenza. Gli errori che imputano a Galliani e Berlusconi?
Per il 34 percento, il peccato più grave è la cessione di Kakà. Necessaria per riequlibrare il bilancio, ma fallimentare per gli equilibri in campo.
Per la maggioranza schiacciante, il 58% dei votanti, la colpa è degli acquisti sbagliati. Mancati Dzeko, Luis Fabiano e Adebayor, si rimpiange anche Cissokho che sta spingendo il Lione in Champions e in Ligue 1. Huntelaar fin qui non è stato all'altezza del curriculum, i giovani Zigoni e Beretta non si sono mai affacciati in prima squadra e l'unico che lo ha fatto, Abate, pur schierato terzino anziché esterno alto, è stato fra i pochi a salvarsi.
E la scelta di un allenatore alla prima esperienza, quanto ha inciso? Poco, pochissimo, secondo i tifosi: solo l'8% ritiene Leonardo responsabile della situazione.
Un segnale di fiducia dal quale ripartire, insieme ai quattro punti cardinali enunciati da Galliani. Per stare davvero tranquillo Leonardo ha solo una strada: e passa da Bergamo.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

giovedì, ottobre 01, 2009

Abdón Porte, morte sul campo


Abdón Porte difese la maglia del club uruguagio Naconal per più di dueceto partite nel corso di quatro anni, sempre applaudito, a volte osannato, fino a quando la sua buona stella non tramontò.
Allora lo misero fuori dalla squadra titolare. Aspettò, chiese di tornare, tornò. Ma non c'era niente da fare, la malasorte continuava, la gente lo fischiava: in difesa gli scappavano via anche le tartarughe, in attacco non ne imbroccava una.
Alla fine dell'estate del 1918, nello stadio del Nacional, Abdón Porte si uccise. Si sarò un colpo a mezzanotte, nel centro di quel campo dove era stato tanto amato. Tutte le lui erano spente. Nessuno sentì lo sparo.
Lo trovarono all'alba. In una mano aveva un revolver, nell'altra una lettera.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio