mercoledì, dicembre 30, 2009

Coppa d'Africa con vista Mondiale


La storia della coppa d'Africa è, da mezzo secolo, quella del calcio africano. E, per certi versi, quella dell'Africa come la conosciamo noi.
Noi intesi come europei occidentali: inglesi e francesi su tutti, ma anche portoghesi e italiani, belgi, olandesi e tedeschi. Che nel colonizzare il continente (non solo) Nero si portavano dietro, e dentro, la passione per quel nuovo gioco chiamato come l'attrezzo necessario per giocarlo: football.
Secondo il giornalista zambiano Dennis Liwewe, "l'origine del calcio nello Zambia risalga all'esploratore scozzese David Livingstone. Quando il missionario arrivò portò con sé tre cose: la bibbia, il suo kit medico e un pallone".
Per noi italiani, nel calcio, Zambia significa lo storico 0-4 alle Olimpiadi di Seul '88: tripletta di Kalusha Bwalya, con Johnson Bwalya e Charles Musonda, uno dei tre nazionali a salvarsi dalla sciagura aerea del '93 perché, giocando all'estero, avrebbero dovuto raggiungere i compagni in Senegal con un altro volo.
Quel calcio del "futuro che non arriva mai" che stregò anche Arrigo Sacchi per noi è sempre stato un osso duro: dal discusso 1-1 col Camerun a Spagna 82 - primo gol di una africana ai Mondiali - alla scorsa Confederations Cup, all'1-0 dell'Egitto agli azzurri di Lippi nelle prove generali di Sudafrica 2010.
La prima Coppa del mondo nel continente. Un torneo di massimo livello anche per le africane: tranne Tunisia e Egitto al prossimo Mondiale ci saranno tutte le vincitrici delle 16 edizioni della Coppa d'Africa giocate negli ultimi 30 anni.
La Tunisia si è suicidata perdendo 1-0 a Maputo col Mozambico. E l'Egitto, bicampione uscente, ha perso lo spareggio di Karthoum, nel Sudan, contro l'Algeria. Una sconfitta sfociata nell'incidente diplomatico, con disordini nelle strade e rappresaglie economiche
Proprio l'Egitto è la nazionale che ha vinto più Coppe d'Africa, ben 6, contro le 4 di Ghana e Camerun, le altre grandi storiche del continente.
Nella kermesse del 2010, in programma in Angola dal 10 al 31 gennaio, saranno 7 le nazionali che poi, a giugno, andranno in Sudafrica: oltre al Sudafrica padrone di casa, il Ghana di Essien e Muntari, ma anche di Appiah e Asamoah, la Nigeria di Martins, la Costa d'Avorio di Drogba e Kalou, il Camerun di Eto'o. Tutte squadre con almeno una grande stella di livello internazionale che milita nei più importanti campionati d'Europa. Serie A, Premier League inglese e scozzese, Liga e Bundesliga, per non parlare della Ligue1, una sorta di seconda patria per generazioni di calciatori africani.
Ogni due anni, non c'è campionato di vertice, in Europa, condizionato - per un mese o quasi - dall'assenza dei convocati per la Coppa d'Africa. Assenze così importanti che nel 1996, su pressione dei grandi club europei, hanno convinto la CAF - la Uefa africana - ad anticipare da marzo a gennaio la fase finale della manifestazione. Questo, ovviamente, per non privare le società delle loro stelle in primavera, quando si decidono i campionati e la corsa alla Champions League.
E quanto siano decisivi gli africani, in Champions, lo dimostra la storia recente della finale.
Nel 1984 Grobbelaar, portiere folle dello Zimbabwe, anticipò di 20 anni la "Dudek Dance" ipnoitizzando i romanisti Conti e Graziani, che ai rigori consegnarono al Liverpool il trofeo in un Olimpico in lacrime.
Nel 1987, fu decisivo il "Tacco di Allah, l'algerino Madjer, che segnò così il pareggio col Bayern Monaco e poi, due minuti dopo, servì a Juary il pallone del definitivo 2-1.
A Monaco 93, contro il Milan, fu Basile Boli, franco-ivoriano di Abidjan, a fare del Marsiglia il primo club di Francia a vincere quel trofeo inventato dai francesi.
Il Milan però si rifarà l'anno dopo, schiantando 4-0 il Barcellona del presuntuoso Cruijff grazie anche a un altro francese naturalizzato, Marcel Desailly, ghanese di Accra.
Eto'o, nel Barcellona, ha fatto addirittura meglio: segnando nelle vittorie del 2006 e del 2009. Ecco perché, a gennaio, per sostituirlo, Mourinho ha chiesto Pandev. Mentre può ringraziare Rajevac che non ha convocato Muntari, infortunato come il maliano Sissoko della Juventus, che invece è stato precettato dal Mali più forte di sempre.
Come Mou, tanti suoi colleghi, in Coppa d'Africa, tifano "contro" le proprie stelle, per riaverle prima possibile. Vale per Ancelotti al Chelsea con Essien-Kalou e Drogba; per Wenger all'Arsenal con Eboué. Per Mancini al Manchester City e Guardiola al Barcellona con i fratelli ivoriani Kolo e Yaya Touré. Per Veh al Wolfsburg col nigeriano Martins. Per Leonardo al Milan e De Biasi all'Udinese con i ghanesi Adiyiah e Asamoah, per Ballardini alla Lazio e Malesani al Siena con gli algerini Meghni e Ghezzal. E si potrebbe continuare.
Perché la storia della Coppa d'Africa coincide sempre più con quella nel calcio europeo. E forse, già da Sudafrica 2010, con quella del calcio mondiale.

martedì, dicembre 22, 2009

Zambia, tragedia Nazionale


Pochi minuti dopo la mezzanotte fra il 27 e il 28 aprile 1993, si consuma al largo di Libreville, la capitale del Gabon, una delle più grandi tragedie calcistiche della storia. La Nazionale dello Zambia, proveniente dalle Isole Mauritius, dove aveva disputato una gara valevole per le qualificazioni alla Coppa d’Africa, si stava recando in Senegal, dove avrebbe dovuto affrontare i padroni di casa in un match del girone eliminatorio per USA 94. L’aereo della squadra precipita in mare pochi minuti dopo il decollo dalla capitale: nessun superstite. Fra le vittime anche il presidente della Federazione. Il capo dello Stato, Frederick Chiluba, interrompe la sua visita ufficiale nel Burundi e, rientrato in patria, decreta sette giorni di lutto nazionale. La perdita sportiva, gravissima, risparmia alcuni dei più celebrati professionisti zambiani impegnati all’estero. Tra essi, Kalusha Bwalya, storico triplettista nell’ancor più storico “cappotto” (4-0) confezionato all’Italia alle Olimpiadi di Seul 88. Bwalya, all’epoca al PSV Eindhoven, avrebbe dovuto raggiungere i compagni direttamente in Senegal, così come Charles Musonda dell’Anderlecht, Stone Nyirenda e due altri Bwalya, Johnstone e Joe, giocatori che, miracolosamente scampati al disastro, costituiranno l’ossatura su cui sarà ricostruita la Nazionale.
CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

domenica, dicembre 20, 2009

Wonder Kidd


Il golden boy del calcio inglese alla corte dell'eterno ragazzo del calcio italiano. Il ragazzino d'oro è Brian Kidd, ex grande promessa (sul campo e in panchina) e simbolo dell'altra Manchester, quella che tifa United.
A Wembley, nel 1968, nel giorno del suo 19esimo compleanno, segnò anche lui nel 4-1 al Benfica, prima Coppa dei Campioni per i Red Devils.
Dopo una carriera ricca di gol, ma forse inferiore alle attese, la seconda giovinezza all'ombra del primo Ferguson: sette anni da sua mente degli schemi offensivi e, secondo qualcuno, vero segreto di Sir Alex.
Il ruolo di capo allenatore, però, forse non è nelle sue corde. Lo dimostrano la retrocessione del '99 col Blackburn, vincitore della Premier appena 4 anni prima, e le stagioni da secondo al Leeds sia con O'Leary sia con Venables, nell'Inghilterra di Eriksson, allo Sheffield United di Warnock prima e di Robson poi, al Portsmouth di Hart.
Infine, le giovanili col City. E ora la promozione a vice-Mancini per dare ai Blues quell'identità - in campo e fuori - mai trovata da Hughes, un altro ex United.
Kidd dovrà fare il Wilkins di Ancelotti al Chelsea, il Clarke di Zola al West Ham, il Baresi di Mourinho all'Inter o il Tassotti di Leonardo al Milan: insomma l'uomo di campo della società.
Per l'ex golden boy l'ultima grande occasione per diventare grande.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

venerdì, dicembre 18, 2009

Sorteggi di Champions, un Reality show


Prima Kaká, adesso Karim Benzema e Mamadou Diarra. Nella speranza che poi, nei quarti, non tocchi a Cristiano Ronaldo.
Perché vorrebbe dire che l'ex squadra di CR9, il Manchester United, avrà eliminato il Milan.
Questa Champions, la prima per la seconda èra-galàctica di Florentino Pérez, continua a giocare col passato: nella fase a gironi era toccato al campione simbolo della gestione Ancelotti incontrare subito gli ex compagni, proprio come era successo a Ibrahimovic con l'Inter.
Ora, negli ottavi, l'urna di Nyon ha tirato lo stesso scherzetto ad altri due madridisti, Benzema e "l'altro" Diarra, con il Lione e all'ex blaugrana Hleb in Stoccarda-Barcellona. Per non parlare di José Mourinho, che allo Stamford Bridge, da due anni e mezzo, non è più tornato, nemmeno da spettatore.
Al Real Madrid, in Champions League e sempre allo Gerland, l'Olympique ha già dato due severe lezioni: 3-0 in un quarto d'ora nel 2005, 2-0 in venti minuti nel 2006. A Madrid, invece, è sempre finita pari: 1-1 e 2-2.
Stavolta, però, le cose dovrebbero andare diversamente. Perché l'OL, per la prima volta dopo sette anni, non è più campione di Francia. E perché il Real Madrid è stato costruito per vincere tutto e subito. Tanto più che la finale, il prossimo 22 maggio, sarà al Bernabéu. Un'occasione irripetibile. Come per il Milan, che proprio lì stravinse la sua seconda dei Coppa dei Campioni: 4-1 all'ancora acerbo Ajax di Johan Cruijff nel '69.
Ferguson e sorte permettendo, un gran bel sogno da rivivere.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

martedì, dicembre 15, 2009

Macari, la favola triste di “Little Lou”


Nato a Largs, nel North Ayrshire, da genitori italiani emigrati a Edimburgo, Luigi "Lou" Macari arriva al Celtic nel 1970. Vanta già 57 reti in 100 presenze e due “double” (’71 e ’72) quando, nel gennaio 1973, diventa l’ennesimo scozzese reclutato per il Manchester United da Tommy Docherty. Anzi, dal suo assistente Pat Crerand, che lo bracca in tribuna ad Anfield, dove Lou stava per firmare col Liverpool. 
 
Un furto che, negli anni, ripagherà fino all’ultimo penny le 200 mila sterline versate per quel ragazzino subito in gol al debutto coi Red Devils, contro il West Ham.

Con Gordon Hill, Steve Coppell e i fratelli Greenhoff, Macari sarà uno dei simboli dello United di metà anni 70. Spettacolare sì, ma non uno squadrone, visto che nella prima stagione piena di “Little Lou” all’Old Trafford, il club retrocede per la prima volta dopo 37 anni. Proprio Macari però, l’anno dopo, firmerà l’1-0 sul Southampton per l’immediato ritorno in massima divisione.

Protagonista mancato nella sconfitta nella finale FA Cup del 1976 (0-1 con il Southampton, gol di Stokes all’82), si rifarà negando il “treble” al Liverpool: suo il tiro deviato in porta da Jimmy Greenhoff per il definitivo 2-1 in quella del ’77. Due anni dopo, altra finale sfortunata a Wembley, con lo United sconfitto per 3-2 dall’Arsenal. Il “suo” Man U finisce lì, e anche se fino a metà degli anni 80 ne sarà una colonna prima di lasciare spazio ai più giovani. E di arretrare sempre più a centrocampo.

Nel giugno 1984, dopo 97 gol in 401 gare coi Red Devils, firma come allenatore-giocatore allo Swindon Town. Verso la fine della sua prima stagione al County Ground, viene esonerato dopo una lite con il proprio assistente, Harry Gregg. Richiamato sei giorni dopo, in due annate pilota il club dalla Fourth alla Second Division.

Nel luglio 1989 lascia lo Swindon per il West Ham United ma agli Hammers resta sette mesi. Nel gennaio 1990, la FA accusa lui e il presidente allo Swindon Town, Brian Hillier, per un giro di scommesse illegali riguardanti una partita dei Robins.

Macari torna in panchina un anno dopo, ma al Birmingham, portato sino alla finale di Wembley del “Leyland Daf”, come si chiama proprio fino al 1991, dal nome dello sponsor, il Football League Trophy, coppetta minore riservata ai club di League One e League Two, terza e quarta divisione inglesi.

Appena alzato il trofeo ecco le dimissioni, perché, a suo dire, la dirigenza manca di ambizione. Crede di trovarne allo Stoke City, portato subito ai playoff della Third Division, vinti però dallo Stockport County. Una magra consolazione, per i Potters, la rivincita di tre giorni dopo, contro il club di Edgeley Park nella finale dell’Autoglass, il nuovo nome del Football League Trophy che per Macari è il secondo consecutivo. Il titolo della Second Division arriva nel 1992-93, ma in novembre Lou se ne va per tornare a casa, al Celtic.

Dura quattro mesi, poi torna allo Stoke, dove resterà fino al 1997. Penultima panchina prima di quella all’Huddersfield Town, lasciata nell’estate 2002, fra le critiche per il suo calcio giudicato troppo difensivo, per lavorare a tempo pieno nei media. Vive a Stoke-on Trent e nel tempo libero dal suo “Lou Macari Chip Shop”, takeaway a due passi dell’Old Trafford, fa l’opinionista per SKY Sports, Setanta Sports e MUTV, la tv ufficiale del Manchester United dove è ospite fisso in diversi programmi, tra cui “Sing When You’re Winning” (se vinci canta), dedicato – massì – alle scommesse.

Un lieto fine perfetto se non fosse per Jonathan, l’ultimogenito. Tutti e tre i Macari hanno giocato a livello professionistico. Michael e Paul con lo Stoke City, con papà come manager. Il più piccolo come centravanti del Nottingham Forest fino al 1999. Lasciato libero con una stagione di anticipo sulla scadenza del contratto triennale da apprendista, si suicida impiccandosi a un albero a Trentham, alla periferia di Stoke-on-Trent. L’autopsia confermerà che il cadavere lì c’era stato portato, ma la polizia dello Staffordshire archivierà il caso.

Un colpo troppo duro anche per l’eterno ragazzo che al segretario del club, Les Olive, faceva sparire la ventiquattrore all’aeroporto, senza sapere che dentro c’era l’incasso della tournée. O che ai giornalisti nascondeva i vestiti in albergo. O tagliava la punta delle calze, mentre quelli erano in campo al centro tecnico di Cliff, prima di premiarli con una teiera gigante.

La stampa lo adorava, ma non gli perdonò il flop ad Argentina 78 e le critiche alla federazione per il premio, “appena” 20 mila sterline in caso di titolo. Ipotesi sfumata al primo turno: ko col Perù, pari con l’Iran e inutile 3-2 sull’Olanda (storico il golaço di Gemmill). Macari farà più soldi rivelando alla stampa tensioni e caos del ritiro. La favola triste di Little Lou era cominciata.
CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

LE CIFRE
In campionato:
Club Pres. Reti
Manchester United 311 (18) 78
Swindon Town 33 (3) 3
TOTALE 344 (21) 81

In nazionale: 24 5

Palmarès da giocatore:
2 campionati scozzesi (Celtic 1970-71, 1971-72)
2 Coppe di Scozia (Celtic )
1 campionato Second Division (1974-75)
1 FA Cup 1976-77

Palmarès da allenatore:
1 campionato Fourth Division (Swindon Town 1985-86)
1 promozione in Second Division (Swindon Town 1986-87)
1 campionato Second Division (Stoke City 1992-93)

domenica, dicembre 13, 2009

Anche le ricche piangono

José Mourinho e Carlo Ancelotti, per una volta insieme. Anzi, incrociati.
Come i destini delle loro squadre, avanti in Champions League e prime in campionato. Ma soprattutto ridotte a squadre normali, per un weekend quasi da provinciali.
Raggiunte sul pareggio da avversarie che in qualsiasi altro momento avrebbero triturato.
L'Inter a Bergamo che passa con Diego Milito e poi soffre, senza lo squalificato Mourinho in panchina e in dieci per l'espulsione di Wesley Sneijder, col tridente l'altra mossa vincente di "Mou" in Champions, fino a farsi acchiappare da Simone Tiribocchi a 10 minuti dalla fine.
Il Chelsea che allo Stamford Bridge va sotto poi riemerge e spreca l'impossibile prima di regalare il 3-3 all'Everton.
Eppure sia Mourinho sia Ancelotti, alla fine, possono permettersi un mezzo sorriso e un punticino che - conti alla mano - fa bene alla classifica. Perché le altre grandi della Premier e della Serie A sono state capaci di fare anche peggio.
Il Milan, umiliato a San Siro dal Palermo. Il Manchester United, battuto all'Old Trafford dall'Aston Villa di Gabriel Agbonlahor, uno che con un gol così contro l'Everton aveva debuttato in Premier e poi, l'anno dopo, aveva fatto male proprio allo United.
Che la fatica di Champions c'entri, lo confermano il rendimento della Juventus, battuta 3-1 a Bari nell'anticipo, e quello della Fiorentina, che perde 2-1 col Chievo. Lo stesso risultato con cui solo quattro giorni prima aveva vinto niente meno che ad Anfield.
Anche se l'impresa sembra un po' meno straordinaria ora che è riuscita anche all'Arsenal. L'unica delle grandi di coppa a invertire la rotta: sconfitta - ininfluente in Champions League - e vittoria sonante in campionato.
Unica eccezione alla regola che vale per almeno una giornata a stagione: anche le ricche piangono.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Valorizzatore di talenti

Sì, sempre quella che conduce, anzi domina, col davanzale: "Proprio lei, che a Bologna non ha esordito benissimo ma che è un grande valorizzatore di talenti, pensiamo a Di Vaio eccetera". Di Vaio? Valorizzato, a Bologna, da Mihajlovic?

sabato, dicembre 12, 2009

Ashton ha detto stop


Era il 14 agosto 2006 quando, in un allenamento della Nazionale inglese, Dean Ashton si scontrò con Shaun Wright-Phillips, fratturandosi la caviglia sinistra. Senza l'infortunio, il giorno dopo McClaren lo avrebbe fatto esordire nell'amichevole contro la Grecia.
Lì, per l'allora 23enne attaccante del West Ham cominciò un calvario di 3 interventi chirurgici, intervallati da 12 reti e innumerevoli tentativi di rientro.
L'ultima operazione, a febbraio 2009, aveva lasciato intatta la speranza di vederlo tornare, in questa stagione, l'attaccante più forte d'Inghilterra. Come lo aveva definito Alan Curbishley, suo allenatore prima di Zola, parlandone a Gianluca Nani, l'ex direttore sportivo del Brescia appena arrivato agli Hammers.
Con il passare dei mesi, però, le voci di un ritiro, troppo prematuro per sembrare vero, si facevano sempre più insistenti. Fino a quando la notizia più temuta è diventata realtà, e con contorni ancora più drammatici: Ashton - 26 anni appena compiuti - non solo si ritira, ma rischia di non poter più camminare come prima. Lo ha detto il chirurgo che l'ha operato, Niek Van Dijk, lo stesso che nell'estate 2008 restituì al calcio Cristiano Ronaldo.
Con Ashton il miracolo non è riuscito. E così Dean ha lasciato con un messaggio apparso sul sito del club.
"Ringrazio tutti i tifosi del West Ham, sono stati fantastici con me. Mi rattrista molto non poter più giocare, e ancora di più non poterlo fare davanti a un pubblico così".
E' stato l'addio dell'attaccante che Fabio Capello avrebbe sempre schierato nella sua Inghilterra. E non solo una volta, come invece è accaduto. Good luck, Dean Ashton.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

4-2-fantasia



martedì, dicembre 08, 2009

Civ Civ hurrà!


Mitico Civ! Mentre Stefano Torrisi, ex Bologna e oggi opinionista di èTv, parlava di Adailton, Gianfranco Civolani, decano e mammasantissima dei giornalisti sportivi bolognesi, ha tirato fuori l'arduo parallelo con Alvaro Recoba e la seguente perla: "...e a differenza del brasiliano Adailton, l'uruguaiano Recoba è da sempre una colonna della sua nazionale".
Ultima presenza del Chino con la "Celeste" (nella quale mai, dicasi mai, è stato decisivo): nella Copa América 2007.
Ultimo gol: 2 giugno 2007, a Sydney, nel 2-1 in amichevole con l'Australia.
Civ Civ urrà!

Name : Alvaro Alexander Recoba
Born : 17/03/1976
Country: Uruguay
Caps : 69 (W28-D19-L22- GF94-GA79- % 54.34)
Goals : 11 (0.16 per match)
Age First Cap : 18 yr 307 d 18/01/1995 vs Spain 2-2
Age Last Cap : 31 yr 115 d 10/07/2007 vs Brazil 2-2
National Team Career : 12 yr 173 d

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Caps Date Venue Opponent Score Competition
1 18.01.1995 La Coruña Spain 2-2
2 01.02.1995 San Diego Mexico 0-1
3 17.07.1996 Beijing China 1-1
4 25.08.1996 Osaka Japan 3-5
5 12.11.1996 Santiago Chile 0-1 World Cup Qualifier
6 12.01.1997 Montevideo Argentina 0-0 World Cup Qualifier
7 08.06.1997 Montevideo Colombia 1-1 World Cup Qualifier
8 12.06.1997 Sucre Peru 0-1 Copa America
9 15.06.1997 Sucre Venezuela 2-0 Copa America
10 18.06.1997 La Paz Bolivia 0-1 Copa America
11 10.09.1997 Lima Peru 1-2 World Cup Qualifier
12 12.10.1997 Buenos Aires Argentina 0-0 World Cup Qualifier
13 13.12.1997 Riyadh UAE 2-0 Confederations Cup
14 15.12.1997 Riyadh Czech Republic 2-1 Confederations Cup
15 17.12.1997 Riyadh South Africa 4-3 Confederations Cup
16 19.12.1997 Riyadh Australia 0-1 Confederations Cup
17 21.12.1997 Riyadh Czech Republic 0-1 Confederations Cup
18 18.08.1999 Montevideo Costa Rica 5-4
19 12.10.1999 Montevideo Ecuador 0-0
20 17.02.2000 Maldonado Hungary 2-0
21 29.03.2000 Montevideo Bolivia 1-0 World Cup Qualifier
22 26.04.2000 Asuncion Paraguay 0-1 World Cup Qualifier
23 03.06.2000 Montevideo Chile 2-1 World Cup Qualifier
24 28.06.2000 Rio de Janeiro Brazil 1-1 World Cup Qualifier
25 18.07.2000 Montevideo Venezuela 3-1 World Cup Qualifier
26 25.07.2000 Montevideo Peru 0-0 World Cup Qualifier
27 03.09.2000 Montevideo Ecuador 4-0 World Cup Qualifier
28 08.10.2000 Buenos Aires Argentina 1-2 World Cup Qualifier
29 28.02.2001 Koper Slovenia 2-0
30 28.03.2001 Montevideo Paraguay 0-1 World Cup Qualifier
31 24.04.2001 Santiago Chile 1-0 World Cup Qualifier
32 01.07.2001 Montevideo Brazil 1-0 World Cup Qualifier
33 14.08.2001 Maracaibo Venezuela 0-2 World Cup Qualifier
34 04.09.2001 Lima Uruguay 2-0 World Cup Qualifier
35 07.10.2001 Montevideo Colombia 1-1 World Cup Qualifier
36 07.11.2001 Quito Ecuador 1-1 World Cup Qualifier
37 14.11.2001 Montevideo Argentina 1-1 World Cup Qualifier
38 20.11.2001 Melbourne Australia 0-1 World Cup Qualifier
39 25.11.2001 Montevideo Australia 3-1 World Cup Qualifier
40 27.03.2002 Riyadh Saudi Arabia 2-3
41 17.04.2002 Milan Italy 1-1
42 12.05.2002 Washington DC USA 1-2
43 16.05.2002 Shenyang China 2-0
44 01.06.2002 Ulsan Denmark 1-2 World Cup
45 05.06.2002 Busan France 0-0 World Cup
46 11.06.2002 Suwon Senegal 3-3 World Cup
47 28.03.2003 Tokyo Japan 2-2
48 08.06.2003 Seoul South Korea 2-0
49 30.07.2003 Montevideo Peru 1-0
50 20.08.2003 Florence Argentina 2-3
51 07.09.2003 Montevideo Bolivia 5-0 World Cup Qualifier
52 10.09.2003 Asuncion Paraguay 1-4 World Cup Qualifier
53 15.11.2003 Montevideo Chile 2-1 World Cup Qualifier
54 19.11.2003 Curitiba Brazil 3-3 World Cup Qualifier
55 31.03.2004 Montevideo Venezuela 0-3 World Cup Qualifier
56 06.06.2004 Barranquilla Colombia 0-5 World Cup Qualifier
57 05.09.2004 Montevideo Ecuador 1-0 World Cup Qualifier
58 17.11.2004 Montevideo Paraguay 1-0 World Cup Qualifier
59 17.08.2005 Gijon Spain 0-2
60 04.09.2005 Montevideo Colombia 3-2 World Cup Qualifier
61 08.10.2005 Quito Ecuador 0-0 World Cup Qualifier
62 12.10.2005 Montevideo Argentina 1-0 World Cup Qualifier
63 12.11.2005 Montevideo Australia 1-0 World Cup Qualifier
64 16.11.2005 Sydney Australia 0-1 (1) World Cup Qualifier
65 24.03.2007 Seoul South Korea 2-0
66 02.06.2007 Sydney Australia 2-1
67 03.07.2007 Merida Venezuela 0-0 Copa America
68 07.07.2007 San Cristobal Venezuela 4-1 Copa America
69 10.07.2007 Maracaibo Brazil 2-2 (2) Copa America


(1) Uruguay lost 2-4 on penalties
(2) Uruguay lost 4-5 on penalties

Total Record:
Matches Won Draw Lost For Against Points Percentage
69 28 19 22 94-79 75 54.34

Types of Matches
World Cup Qualifier 36
Friendlies 19
Copa America 6
Confederations Cup 5
World Cup 3
Total caps 69

Goals
Cap 3 1 goal
Cap 4 2 goals
Cap 9 1 goal
Cap 11 1 goal
Cap 15 1 goal
Cap 20 1 goal
Cap 34 1 goal
Cap 46 1 goal
Cap 62 1 goal
Cap 66 1 goal
Total 11 goals

domenica, dicembre 06, 2009

Tutto l'oro di Messi


Uno e sessantotto di statura, il piede sinistro fatato e l'Argentina. Sono queste le cose che li accomunano. Oltre "alle cose contro la fisica viste fare solo a Maradona», come ama ripetere Enrique Dominguez, che allenò Leo dal 1999 al 2000 prima che la Pulce, a 13 anni, emigrasse alla Masìa, il vivaio del Barcellona.
Per crescere abbastanza, nonostante la disfunzione ormonale, da portare una cravatta troppo lunga e diventare campione.
Fino a emulare il mito persino nel "gol del Siglo" e nella "Mano de Dios".
Il 18 aprile 2007 al Getafe, in Coppa del Re, come Diego all'Inghilterra a Messico 86.
Due mesi dopo, il 9 giugno, nella penultima di campionato con l'Espanyol, come Diego a Shilton a Messico 86.
L'investitura di re Diego è ormai realtà. O forse no. Perché, come diceva el Flaco Menotti, "Messi è Messi". Punto.
Perché adesso, mentre si coccola quel trofeo, guardandolo e riguardandolo come a chiedersi se finalmente è davvero suo, nessuno gli chiederà più "solo" di Diego.
Il paragone ingombrante non è più un incubo, ma un sogno. D'oro come quel Pallone che nessuno gli porterà più via.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it