domenica, novembre 28, 2010

2000 - ATALANTA, PISTOIESE, SNAI e telefonini

È il 20 agosto 2000. A Bergamo si gioca Atalanta-Pistoiese di Coppa Italia. Nella classifica del girone (con Avellino e Ravenna ormai fuori gioco) l’Atalanta ha 6 punti, la Pistoiese 3. Poiché siamo all’ultima partita e poiché si qualifica alla fase successiva solo la prima classificata, la Pistoiese non ha scelta: se vince a Bergamo, raggiunge l’Atalanta a 6 punti e si qualifica per aver vinto lo scontro diretto. Altrimenti a “passare” è l’Atalanta. In breve, l’Atalanta ha a disposizione due risultati, la Pistoiese uno.
Questo il quadro tecnico. Senonché su Atalanta-Pistoiese, fin da sabato 19, e soprattutto nella mattina del 20, alle agenzie SNAI (Sindacato Nazionale Agenzie Ippiche) di diverse zone di Italia arriva una robusta mole di scommesse tutte configurate nel medesimo modo: vittoria dell’Atalanta per il primo tempo (quindi segno 1) e pareggio per il risultato finale (segno X). Questa accoppiata di segni (appunto 1-X) paga 11, ossia punto 1 milione e ne ottengo 10 netti.

La circostanza non sfugge agli addetti SNAI. Un afflusso simile non è normale. Men che meno può trattarsi di fenomeno casuale. Inoltre non è una partita fra giganti del calcio che eccita la passione del gioco. Infine le puntate sono tutte uguali e cioè 1-X. Telefonate, controlli incrociati, riscontri e alla fine l’inevitabile decisione: non si accettano più scommesse sulla gara Atalanta-Pistoiese. Mancano ancora 6-7 ore all’inizio della partita.

Stadio di Bergamo. La partita si trascina sullo 0-0. Il I tempo è praticamente finito, quando, al primo minuto di recupero, segna l’atalantino Zauri. E dunque, a metà partita: Atalanta 1, Pistoiese 0 (quindi segno 1).

Secondo tempo. Il punteggio non cambia fino a 3’ dalla fine, allorquando Bizzarri della Pistoiese pareggia. Nella restante manciata di secondi, la Pistoiese attacca ancora e il portiere orobico Pelizzoli compie un mezzo prodigio per salvare la propria porta. Finale: Atalanta e Pistoiese 1-1 (segno X).

I dirigenti SNAI, a parte l’autocompiacimento per la sospensione delle scommesse, segnalano al CONI l’accaduto. Il contenuto è pesante: abbiamo sospeso il gioco sulla partita Atalanta-Pistoiese per «motivi tecnici», cioè per l’eccessivo e anomalo flusso di puntate sul doppio evento 1-X poi verificatosi sul campo. L’andamento «strano e abbondante» del gioco è stato registrato, fra l’altro, a Bergamo, Alzano Lombardo, Montevarchi, Prato, Bussolengo, Pescara, Grottammare, Bova Marina, Trescore Balneario e Pistoia.

Viste le norme vigenti, la segnalazione dà il via a due inchieste: quella sportiva e quella della magistratura, in particolare delle Procure della Repubblica di Lucca e di Pistoia.

Il 30 ottobre 2000, la giustizia sportiva conclude la propria inchiesta, servendosi anche degli elementi raccolti dalla magistratura ordinaria, visto il comma 3 dell’Art. 2 della Legge 401 del 1989 sulla frode sportiva.

Le conclusioni del Procuratore Federale, avvocato Carlo Porceddu, sono abbastanza dure: rinvio a giudizio per Banchelli, Doni e Siviglia dell’Atalanta, Aglietti, Allegri, Amerini, Bizzarri e Lillo della Pistoiese. Qualche tempo dopo l’avvocato Porceddu aggiungerà alla lista degli accusati anche gli atalantini Zauri e Gallo. L’accusa è di «illecito sportivo» (imputazione che prevede una squalifica minima di 3 anni). Le due società, Atalanta e Pistoiese, sono considerate estranee alla vicenda.

L’accusa ha escluso anche l’ipotesi di «mancato controllo» che, nel “Totonero” del 1986, costò alla Lazio ben 9 punti di penalizzazione. Questo perché, nel caso della Lazio, l’attività illecita dei giocatori si protrasse per un lungo periodo del campionato. Adesso, invece, non si può parlare di «omissioni» stante l’assoluta impossibilità anche solo di intuire che alcuni giocatori stessero architettando fra loro comportamenti poco consoni.

A fine novembre le parti si ritrovano davanti alla Commissione Disciplinare. Alla base dell’accusa c’è una cospicua mole di telefonate intercorse fra i giocatori alla vigilia della partita, fra il 18 e il 20 agosto. Sono tutte telefonate effettuate con i cellulari. Questo traffico telefonico, senza dubbio abnorme e per certi versi sospetto, è documentato, però, solo da tabulati e non da intercettazioni o registrazioni. In questo senso il materiale fornito dalla magistratura ordinaria appare insufficiente per incastrare gli accusati. Ne consegue che l’indagine sportiva deve procedere su convincimenti più che su prove vere e proprie. Facciamo un esempio. Intenso traffico sui telefonini dei giocatori. È vero che non è possibile documentare l’argomento delle conversazioni, ma è anche vero quel che Porceddu contesta all’atalantino Banchelli: «Lei ha parlato con Amerini (giocatore della Pistoiese, «ndr») una volta il 18 agosto, 5 volte il giorno 19, 7 volte il 20. Come mai?». E in effetti, davanti a questi ritmi telefonici da… fidanzati, non è poi così cervellotico pensare al peggio. Tanto più davanti alla fiacca risposta di Banchelli: «Siamo cresciuti e giocavamo insieme nella Fiorentina. Ci sentiamo spesso».

In altri termini, l’accusa ha solo una semplice base, sia pure assai ragionevole. Una logica elementare, del resto, induce a pensare a un accordo fra giocatori che poi parenti e amici hanno tradotto in puntate. Certo non è gara fra “squadroni”, ma è poco significativo. Anzi: una partita così passa più facilmente inosservata. Da ultimo: il ricavo netto della puntata era di 10 volte. In fondo non malvagio. Facciamo l’addizione e ci accorgiamo che l’ipotesi d’una «combine a fine di lucro» non è poi così campata in aria.

Ovviamente opposte sono le opinioni dei giocatori accusati e dei loro agguerriti difensori, in testa il professor Franco Coppi, luminare del diritto, che tutela gli atalantini Banchelli, Doni e Siviglia.

Proprio l’avvocato Coppi, per esempio, esibisce ulteriori tabulati dai quali si evince che, a partire da metà luglio, cioè da un mese prima della partita, i contatti telefonici fra Banchelli (Atalanta) e Lillo (Pistoiese), amici da tempo, avvengono più o meno agli stessi ritmi dei giorni che interessano.

Mentre il giocatore Allegri afferma, per quel che lo riguarda, di scommettere con frequenza sui cavalli, ma non sul calcio, la difesa propone un’altra argomentazione di squisito contenuto tecnico. In sostanza, il numero delle chiamate fra cellulari sarebbe di gran lunga inferiore a quello ritenuto. Infatti una chiamata fra gestori differenti risulterebbe, se non abbiamo capito male, su due tabulati pur essendo una sola. Manca, però, un tecnico o un perito del ramo che possa meglio spiegare sigle, “celle”, codici, messaggi SMS eccetera aiutando a leggere e comprendere meglio i famosi tabulati.

L’avvocato Porceddu contesta ai giocatori diverse telefonate con persone riconosciute dai dipendenti SNAI come abituali scommettitori. Qualcun altro fa notare che le quote sulla partita sarebbero anche scese da 11 a 6, volendo significare che forse non valeva più la pena insistere. Resta fermo, intanto, che per la giustizia sportiva l’illecito si concretizza con il solo «tentativo», a prescindere dalla riuscita del tentativo stesso (ed è un’arma, questa, sempre carica in mano all’accusa).

Insomma, è un dibattito vivace e variegato, concluso il quale la difesa raccomanda il proscioglimento per tutti, laddove l’accusa chiede il minimo – 3 anni di squalifica – per 9 accusati, e il proscioglimento per il pistoiese Lillo, partendo dal convincimento che gli accordi per il definitivo 1-1 furono presi al sabato sera durante una cena alla Taverna Valtellinese, dove si ritrovarono alcuni giocatori dell’Atalanta accompagnati da mogli e fidanzate. In particolare, l’avvocato Porceddu individua in Cristiano Doni dell’Atalanta l’ideatore dell’intero progetto. Solo che, nel bel mezzo della sua requisitoria, l’accusatore Porceddu svela che sta svolgendo indagini su altre 3 partite, due di Serie A (Venezia-Bari e Reggina-Verona) e una di B (Chievo-Atalanta), disputate più o meno 7 mesi prima. Una bella “bomba”, niente da dire.



* * *



La Commissione Disciplinare decide di sorprendere tutti. Per una coincidenza, il suo verdetto arriva il 23 marzo 2001, giusto 21 anni dopo la famosa domenica degli arresti negli stadi (ricordate il 1980?) e il contenuto accoglie in misura assai ridotta le richieste dell’accusa. In breve: 1 anno di squalifica ciascuno (6 mesi per omessa denuncia di un possibile illecito e 6 mesi per violazione del principio di lealtà) per Gallo, Siviglia e Zauri dell’Atalanta e per Aglietti e Allegri della Pistoiese. Solo 6 mesi di squalifica per omessa denuncia a Banchelli della Pistoiese. Prosciolti Doni dell’Atalanta e Amerini, Bizzarri e Lillo della Pistoiese.

Sentenza inattesa. La «Gazzetta dello Sport» la definisce «pirandelliana» a delinearne la poca chiarezza. E infatti la lettura delle motiviazioni dà adito a non poche perplessità. Un brano esemplificativo. Si legge nelle motivazioni: «La Commissione ha riconosciuto l’impossibilità di individuare i calciatori coinvolti nell’illecito sportivo. Sono stati puniti allora i calciatori che, a giudizio del tribunale sportivo, erano sicuramente a conoscenza dell’accordo diretto ad alterare il risultato della gara e che tale conoscenza utilizzarono per consentire scommesse a parenti e amici».

In altri termini, poiché non possiamo individuare tutti i partecipanti alla combine, allora squalifichiamo quelli che ne hanno parlato con terze persone (parenti e amici) e non consideriamo colpevoli quelli che hanno parlato solo fra calciatori. Argomentazione senz’altro un po’ stravagante. In particolare, ne esce del tutto prosciolto l’atalantino Doni, indicato dall’accusa addirittura come il più compromesso. L’organo giudicante, a parte alcune valutazioni forse un po’ affrettate, spiega che, a conti fatti, non esiste la prova di contatti fra Doni e gli autori materiali delle puntate. E quindi Doni ne esce pulito e immacolato.

Quanto alle condanne, la Commissione Disciplinare le commina basandosi sulla lealtà violata e sull’omessa denuncia, ma si contraddice quando scrive che «tra alcuni giocatori delle due società vennero presi accordi volti a condizionare l’esito della partita. Tale convincimento trae origine dalla sussistenza di elementi di carattere indiziario, gravi, univoci e concordanti fra di loro, tali da configurare gli estremi oggettivi dell’illecito sportivo contestato».

Niente male come quadretto. E di fronte a tutta questa roba come mai solo «lealtà e probità violate e omessa denuncia» quando l’accusa aveva invocato l’illecito sportivo? Spiegazione della Commissione: è sicuro che i giocatori i cui parenti e amici scommisero erano al corrente della combine. Non è invece possibile stabilire se gli stessi giocatori parteciparono all’accordo illecito o se, a loro volta, ne vennero a conoscenza e decisero di utilizzare l’informazione per trarne qualche vantaggio economico. Vulgo: non è stato possibile individuare chi ha ideato la macchinazione. Se non è un’arrampicata sugli specchi, poco ci manca. In ogni caso l’appello dell’accusa alla CAF (la “Cassazione” inappellabile) è scontato. E infatti l’avvocato Porceddu chiede addirittura di inasprire le pene comminate.



* * *



Dalla CAF (lo ricordiamo, Commissione d’Appello Federale) arriva un verdetto (inappellabile) totalmente inatteso: tutti assolti. È un “botto” a tutta prima fragoroso, ma in realtà, a ben vedere, frutto della “strana” sentenza di primo grado e del relativo buon gioco degli avvocati in appello.

In particolare, la CAF stabilisce che non si possono condannare giocatori a causa di parenti e amici che scommettono sulle loro partite. A questo va aggiunto l’intervento del professor Franco Coppi. Il legale dimostra facilmente la mancanza di prove o confessioni di alcun collegamento illecito. Dice l’avvocato Coppi: «È come se, entrando in una stanza dove c’è il cartello di divieto di fumare, fossero multati tutti i presenti solo perché nella stanza c’è puzza di fumo, e non perché qualcuno abbia fra le dita la sigaretta accesa. Sarebbe una illegittima presunzione di una violazione». Niente da dire. Inevitabile che tutta la vicenda si sia fermata a questo punto.



* * *



Non ci risulta che ci sia stato (né abbiamo approfondito) un seguito anche davanti alla magistratura ordinaria che – è da supporre – s’è trovata forse nelle stesse condizioni della CAF, cioè senza prove certe e incontrovertibili, indispensabili per aprire un procedimento serio. Basta riflettere.

Tutto è nato dalla denuncia della SNAI di un abnorme afflusso di puntate forse non proprio limpide. Quando però s’è trattato di raccogliere le prove non si è andati al di là di una serie di tabulati i quali, fra l’altro, in apparenza rigogliosi, si sono rivelati in seguito sensibilmente più magri, grazie alle argomentazioni (già ricordate in precedenza) dell’avvocato Coppi. I tabulati, inoltre, comprovano il traffico telefonico, l’effettuazione di una o più chiamate, ma non attestano i contenuti delle conversazioni, ossia di ciò che interessa. Non esiste, come già detto, un’intercettazione né una registrazione. Nulla di nulla. Difficile sostenere un’accusa, in queste condizioni.



* * *



Qualche riflessione conclusiva. L’«illecito», inutile illudersi, sarà sempre in agguato. All’inizio abbiamo rilevato che è nato con l’uomo e con l’uomo morirà. Il giudice Marabotto ha senz’altro ragione quando fa notare che forse, oggi come oggi, il gioco non vale la candela. I protagonisti dovrebbero ricavare da un illecito guadagni maggiori di quelli sanciti dai rispettivi contratti sapendo di correre rischi assai pesanti. Un po’ difficile che succeda.

Questo è vero. Solo che intorno al calcio si aggirano e volteggiano insidie ed espedienti d’ogni sorta. Oltre alle scommesse, del resto, le cronache si sono occupate, per esempio, dei documenti falsificati per consentire il tesseramento di taluni giocatori (“Passaportopoli”), fermo restando il problema tuttora irrisolto, o risolto solo in parte, del doping, autentica piaga. Tutto può essere facilmente ricondotto al più generale concetto di «illecito».

In questo senso, nei decenni il reato si è esteso e differenziato. Non così le norme per contrastarlo, che si sono evolute in misura assai ridotta. Il Codice di Giustizia Sportiva ha ricevuto delle semplici limature, essendo l’impianto preciso e spietato, pur se con naturali limiti nella fase delle indagini.

Quando si è trattato di inserire l’illecito sportivo nel Codice Penale, ci si è sempre scontrati, chissà perché, con un misto di volta in volta di pigrizia, di noncuranza, di sottovalutazione e, forse, anche di un inconscio timore di far male a un pur sempre efficace veicolo pubblicitario com’è il calcio. E sì che l’idea non è sicuramente recente. Sono in pochi, forse nessuno, a sapere che la prima proposta di far diventare reato la frode sportiva fu presentata in Parlamento nell’ottobre del 1958. Non se ne fece nulla. Per arrivare a una legge in piena regola l’attesa è durata 31 anni, fino a dicembre 1989.

Tuttavia, da questo a credere di essere arrivati alla soluzione del problema ne corre parecchio.

La Legge del 13 dicembre 1989 ha due, diciamo così, pregi. Intanto fa diventare reato la frode sportiva. Commettendola si va in galera, al contrario del passato (ricordate le assoluzioni-bomba del 1980 e del 1986 con le relative esclamazioni di stupore?). E uno. Secondo pregio: gli organi della Giustizia Sportiva possono ottenere copia degli atti del procedimento penale. Ed è questo un punto fondamentale.

La Giustizia Sportiva, infatti, è assai sbrigativa. In base alla domanda «cui prodest?», presume la responsabilità. È l’accusato che deve provare di essere innocente. In pratica è l’esatto contrario della legge ordinaria.

Il giudice sportivo, però, nella fase investigativa, si è sempre potuto muovere nel solo, ristretto, ambito sportivo, con poteri assai ridotti e comunque del tutto insufficienti per raggiungere risultati più approfonditi. Adesso, viceversa, non è più così e l’abbiamo già ricordato: è possibile acquisire gli atti del procedimento penale.

Il risultato è evidente: la Giustizia Sportiva, già spietata da prima, adesso ha un’arma in più e quindi, almeno in teoria, l’eventuale reo non avrebbe scampo.

Quanto alla Giustizia Ordinaria, questa non può presumere alcuna colpa. Deve acquisire le prove per mettere in piedi un processo serio e per dimostrare la colpevolezza degli imputati. Nel caso della partita Atalanta-Pistoiese, come abbiamo visto, ci si è fermati ai tabulati delle telefonate, senza alcun altro contenuto probatorio. E siccome nessuno può essere condannato per aver telefonato…

PAOLO CARBONE, Il pallone truccato

1 commento:

  1. INCREDIBILE...CHISSà cosa succederà anche questa volta, forse pagherà solo qualcuno

    RispondiElimina