sabato, gennaio 30, 2010

Kember, l’inferno di Crystal


Centrocampista dall’agonismo feroce, Stephen “Steve” Dennis Kember nasce a Croydon, Londra sud, l’8 dicembre 1948. Apprendista al Crystal Palace dal 1963, due anni dopo, nel giorno del suo 17esimo compleanno, firma il suo primo contratto da professionista.

Alla scuola di Dick Graham, Arthur Rowe e Bert Head, diventa una colonna del Palace a cavallo fra gli anni 60 e 70. Con il portiere John Jackson e il centrale difensivo scozzese John “Big Mac” McCormick è uno dei sempre presenti nella storica prima promozione in Division One del 1968-69; e il suo decisivo gol al Fulham ne farà un idolo dei tifosi. In massima divisione, già nell’ottobre 1970 si guadagna il primo cap nell’Inghilterra Under 23.

Ereditata da John Sewell (passato al Leyton Orient) la fascia di capitano del Palace, nel settembre 1971 approda al Chelsea per 170.000 sterline, cifra-record che permetterà al leggendario Head di ricostruire la squadra per restare in First Division.

A Stamford Bridge, però, Kember non atterra sul velluto: Dave Sexton lo impiega largo sulla destra anziché al centro. Partito Sexton, ritrova con la posizione di centrale la fiducia perduta, ma la retrocessione del Chelsea a fine 1974-75 lo porta, per non scendere di categoria, al Leicester City.

Al club del Filbert Street arriva con quasi 350 presenze in campionato, ma sotto Jock Wallace esce presto di squadra e dopo un paio d’anni, nell’ottobre 1978, cede all’offerta di Terry Venables: 50.000 sterline per riaverlo al Selhurst Park.

Tornato a casa, con la squadra nel frattempo rotolata in terza serie e poi risalita in seconda, fa da chioccia ai giovani talenti con cui vince subito la Division Two.

Nel marzo 1980 attraversa l’Atlantico per un biennale coi Vancouver Whitecaps della NASL. Nell’estate 1981 torna ancora al Crystal Palace, stavolta come allenatore delle giovanili voluto dal neopresidente Ron Noades. Stufo del manager Dario Gradi, arrivato in estate, a novembre Noades gli affida la prima squadra, di nuovo ridiscesa in Second Division e a forte rischio di un altro salto triplo all’indietro in terza serie. Nonostante la salvezza con un turno d’anticipo e la ciliegina del quinto turno in FA Cup, nell’estate 1982 viene rimpiazzato dall’impopolare (eufemismo) Alan Mullery. Esonero ufficialmente mai comunicatogli, dato che «in quel momento ero in vacanza».

A fine anni 80 gestisce un wine bar a Croydon prima di tornare, nel novembre 1986, alla panchina. Quella del Whyteleafe, club dilettantistico della Vauxhall-Opel League portato due volte in fila al terzo turno di FA Cup (1988-89 e nel 1989-90) e alla promozione nella Isthmian League Division One.

Nell’estate del 1993 si dimette (lo rimpiazzerà Paul Hinshelwood, suo ex compagno) per tornare ancora una volta al Palace, come membro dello staff tecnico. Ruolo mantenuto fino all’aprile 2001, quando, con la squadra in lotta per non scendere in terza divisione, il nuovo presidente Simon Jordan, licenziato Alan Smith, gli affida un Palace quasi spacciato: -6 punti dalla quota-salvezza a due giornate dalla fine.

Kember invece compie il miracolo, rivoluziona la squadra e vincendo all’ultimo respiro sul campo dello Stockport County si salva. Impresa che Jordan premia riservandogli nel club un «posto a vita». Non da capo allenatore, ma da assistente di Steve Bruce.

L’ex stopperone del Manchester United dura due mesi, poi indovinate chi traghetta (stavolta con Terry Bullivant) la squadra fino all’arrivo di Trevor Francis? Mai amato dai tifosi nei 14 mesi con le Eagles, l’ex attaccante sampdoriano anni 80 viene esonerato nel febbraio 2003, con Kember – per la quarta volta, record di Steve Coppell eguagliato – al comando, ma finalmente da solo, fino al termine della stagione.

Confermato a tempo pieno, vince le prime tre partite del 2003-04, ma a novembre, con la squadra 20esima, a due punti sopra la zona-retrocessione, viene esonerato dopo il 5-0 esterno contro il neopromosso Wigan Athletic. Il «job for life» era solo un modo di dire.

Osservatore part-time per il Fulham, oggi fa l’istruttore di cricket, calcio e fitness alla Whitgift School di Croydon, fa qualche capatina da spettatore al Selhurst Park e si gode la famiglia. Dei tre figli, tutti hanno giocato. Matthew nel Whyteleafe, Robbie e Paul nel vivaio del Palace e poi in non-League. Papà, però, era un’altra cosa.
CHRISTIAN GIORDANO

STEVE KEMBER
Centrocampista
Croydon, 8-12-1948


LE CIFRE
In campionato:
Club Pres. Reti
Crystal Palace 255 (5) 36
Chelsea 125 (3) 13
Leicester City 115 (2) 6
TOTALE 495 (10) 55

Palmarès:
1 promozione in Division One 1968-69
1 Second Division 1978-79

giovedì, gennaio 28, 2010

Gol di Pelé


Accadde nel 1969. Il Santos giocava contro il Vasco da Gama nello stadio Maracanã. Pelé attraversò il campo a folate, evitando gli avversari nell'aria, senza toccare terra, e quando ormai stava per entrare in porta con il pallone, fu messo a terra.
L'arbitro fischiò il rigore, Pelé non volle tirarlo. Centomila persone lo "obbligarono" gridandone il nome.
Pelé aveva segnato molti gol al Maracanã. Gol prodigiosi come quello del 1961 contro il Fluminense quando aveva dribblato sette giocatori e anche il portiere. Ma questo rigore era differente: la gente sentì che aveva qualcosa di sacro. E per questo il popolo più chiassoso del mondo fece silenzio. Il clamore della folla tacque di colpo come se obbedisse a un ordine: nessuno parlava, nessuno respirava, nessuno era lì. Improvvisamente sulle tribune non c'era più nessuno e in campo nemmeno. Pelé e il portiere Andrada erano soli. In solitudine aspettavano. Pelé fermo vicino al pallone nel punto bianco el rigore. Dodici passi più in là, Andrada, piegato, su se stesso, in agguato tra i pali.
Il portiere arrivò a toccarla, ma Pelé inchiodò il pallone in rete. Era il suo gol numero mille. Nessun altro giocatore aveva fatto mille gol nella storia del calcio professionistico.
Allora la folla tornò a esistere, e saltò come un bambino pazzo di allegria, illuminando la notte.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

mercoledì, gennaio 27, 2010

Mancity, la storia si ripete


Non è stato di parola, Roberto Mancini: non ha potuto.
"Faremo la Storia", aveva dichiarato al Sun alla vigilia del 154esimo derby di Manchester.
Si riferiva alla Storia del City, prossimo ai 34 anni senza trofei - come perfidamente ricordato dai tifosi United, e implicitamente alla sua.
Non potendo riscrivere quella, amarissima, della sua ultima volta a Wembley, da capitano della Sampdoria in finale dell'ultima Coppa Campioni - persa il 20 maggio 1992 contro il Barcellona per questa punizione di Koeman al 112' - il Mancio, all'Imperial Stadium di Londra, sperava di tornarci da allenatore.
Dei Blues di Manchester, appunto.
Per la finale di Carling Cup contro l'Aston Villa, che nel rinnovato Wembley, con l'arco e senza più le due torri, invece tornerà, dieci anni dopo la finale di FA Cup persa col Chelsea di Vialli già allenatore.
Al City, una finale manca dal 1981: sconfitta per 3-2 ai rigori contro il Leeds in FA Cup. Un trofeo, quel trofeo, la Coppa di Lega, addirittura dal 1976: 2-1 al Newcastle. Stasera aveva la grande occasione, se non di riscrivere la storia, almeno di dare un segnale ala prima squadra di Manchester. Quella del grande ex, Carlitos Tévez: tre gol in due partite, l'ultimo - straordinario - di tacco. Come quello, storico, di Mancini in un memorabile Parma-Lazio.
Invece, il prossimo 28 febbraio, a Wembley, la chance di riscrivere la storia l'avranno i Villans di O'Neill.
La storia di Mancio, con Wembley, per ora resta quella, amarissima, di una sera di maggio di 18 anni fa.
PER SKY SPORT, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Oh Happy Day

Subito strombazzato «futuro portiere dell’Inghilterra», Mervyn Day debutta al West Ham United nella piovosa serata del 23 agosto 1973 come rimpiazzo di Bobby Ferguson: 3-3 nel “suo” Upton Park contro l’Ipswich Town. Due partite in prima squadra e l’allenatore Ron Greenwood dichiara che Day sarebbe stato il portiere degli Hammers per dieci anni. Il vecchio Ron si sbagliava, Day lo sarà per sei: 231 partite fra campionato (194) e coppa (37) fra il 1973 e il 1979.

Allievo della Kings Road Primary School, la stessa di Geoff Hurst, altro mito del West Ham, e della King Edward VI Grammar School di Chelmsford, la città dell’Essex dove è nato il 26 giugno 1955, Day è nella rappresentativa delle Essex Schools a ogni livello. Nella selezione nazionale viene chiamato sei volte, ma non gioca mai. Le voci su quel 15enne che farà strada, però, corrono e così vanno a vederlo scout di Ipswich Town, Tottenham Hotspur e West Ham, che a luglio 1971 lo accoglie nel vivaio.

Nel 1975 conquista da portiere più giovane di sempre la FA Cup, 2-0 al Fulham nella finale di Wembley. Il miglior suggello alla stagione da Giovane dell’anno 1975 secondo la Professional Footballers' Association, l’Assocalciatori inglese, nel ruolo a tutt'oggi l'unico a riuscirci.

Nel 1976 perde 4-2 la finale di Coppa delle Coppe in casa dell’Anderlecht, l’Heysel tutto esaurito. Sempre presente nel 1976-77, nelle successive due stagioni si gioca il posto con il richiamato Ferguson. Nel 1977-78 la squadra in zona retrocessione certo non aiuta il titolare, che al minimo errore viene crocifisso dai media.

Subito dopo la firma di Phil Parkes nel febbraio 1979, per 100.000 sterline Day se ne va al Leyton Orient. Negli “O” londinesi rinasce, toglie il posto a John Jackson e in ottobre riceve la chiamata come secondo nell’Inghilterra B proprio al Brisbane Road di Leyton contro la Nuova Zelanda.

Quattro anni dopo lo vuole l’Aston Villa come vice di Nigel Spink, ma già nel febbraio 1985, per 30.000 sterline, Eddie Gray se lo porta al Leeds United.

Il nuovo arrivato è una figura chiave per i bianchi di Billy Bremner, semifinalisti di FA Cup nel 1987. E nell'89-90, annata chiusa vincendo da prima scelta di Howard Wilkinson la Second Division, tocca le 600 presenze nella League. La prima stagione di John Lukic all’Elland Road è l’ultima di Day (5 presenze), già giocatore-allenatore.

Doppio ruolo mantenuto anche al Carlisle United, dove arriva nel luglio 1993, dopo i brevi prestiti al Luton Town (4 presenze) e allo Sheffield United (una). In Cumbria, estremo nord-ovest inglese, nel 1995 vince la Third Division e perde 1-0 al golden gol, a Wembley contro il Birmingham City, la finale dell’Auto Windscreens Shield.

Nel febbraio 1996, dà l’addio al calcio giocato per la panchina a tempo pieno del Carlisle, dove la stagione seguente, dopo 6 partite, viene esonerato dal presidente Michael Knighton che in panchina promuove se stesso. Day allora va a fare l’assistente di Alan Curbishley al Charlton Athletic, avventura che terminerà per entrambi a fine 2005-06. Dal 13 dicembre è di nuovo il vice-Curbishley, ma al West Ham United. Gli Hammers, dati per spacciati, restano in Premier League vincendo 7 delle ultime 9 (Blackburn, Everton, Bolton, Wigan, Arsenal, Middlesbrough e, all’ultimo turno, 1-0 all’Old Trafford contro il Manchester United). Sempre il 13 dicembre ma del 2008, scontento delle cessioni di Anton Ferdinand George McCartney, Curbishley si dimette. E con lui il fido secondo. Oh Happy Day è solo una vecchia canzone.
Christian Giordano
ch.giord@gmail.com

LE CIFRE
In campionato:
Club Presenze
West Ham United 194
Leyton Orient 170
Aston Villa 30
Leeds United 227
Luton Town 194
Sheffield United 1
Carlisle United 16
TOTALE 642

Palmarès nei club:
1 FA Cup 1974-75
1 campionato Second Division 1989-90

martedì, gennaio 26, 2010

Didí


I giornalisti lo elessero miglior creatore di gioco del Mondiale del 1958.
Lui fu l'asse portante della nazionale brasiliana. Fisico asciutto, collo lungo, superba statua di sé, Didí sembrava un idolo africano piantato in mezzo al campo. Lì era signore e padrone. Da lì lanciava le sue frecce avvelenate.
Lui era il maestro del passaggio in profondità, mezzo gol che diventava gol intero tra i piedi di Pelé, Garrincha o Vavá; ma anche lui segnava i suoi gol. Sparando da lontano ingannava il portiere con la foglia morta: colpiva la palla col profilo del piede e leipartiva, girando e girando volava, faceva piroette e cambiava direzione come una foglia morta perduta nel vento, fino a quando non si fermava tra i pali nell'angolo dove il portiere non l'aspettava.
Didí giocava senza fretta. Indicando la palla diceva: "È lei quella che deve correre".
E lui sapeva che lei era viva.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Da Cabinda a Cabañas, il calcio va alla guerra


Prima l'assalto a colpi di mitra al pullman del Togo a due giorni dal via della Coppa d'Africa.
Poi l'agguato a Salvador Cabañas, colpito da una proiettile alla testa nel bagno di un locale di Città del Messico, e ora sedato in attesa di essere rioperato.
Da Cabinda a Citta del Messico, questo gennaio nero come la cronaca che sempre più deve occuparsene dimostra che nel calcio la violenza non ha confini, ma un territorio preferito sì: il Sud America.
L'agguato al centravanti-simbolo del Paraguay prossimo avversario dell'Italia a Sudafrica 2010, è l'ultimo anello di una catena di dolore che da almeno vent'anni affligge l'intero Sud America.
Il l caso più noto, ma solo uno dei più tragici, è quello del Andrés Escobar, il difensore assassinato di fronte la moglie all'uscita da un ristorante di Medellìn il 2 luglio 1994 per l'autogol che eliminò la sua Colombia dal mondiale americano.
Il 12 febbraio 2004, fu ucciso a Cali un altro colombiano, l'attaccante Albeiro Usuriaga, l'autore il gol-qualificazione per Italia 90 e un passato con Jugó en América, Nacional, Millonarios, Atlético Bucaramanga, Chicó e Independiente.
Sempre in quel martoriato paese, anche Luis Fernando Montoya, allenatore dell'Once Caldas, il 22 dicembre 2004 fu preso revolverate, a Caldas, e da allora non può più camminare.
Anche in Argentina, comunque, non scherzano.
A Fernando Cáceres, ex difensore di River Plate e Boca Juniors, compagno di nazionale di Maradona a Usa 94, lo scorso primo novembre a Buenos Aires hanno sparato al volto perché aveva resistito al furto della sua BMW. Costatagli, purtroppo alla lettera, l'occhio destro.
Il 19 novembre 1989, Félix Lorenzo Orte, nazionale ex Banfield, Rosario Central e Racing Avellaneda, è morto davanti a casa, a 33 anni, per un colpo di pistola allo zigomo sinistro. Le cause dell'agguato non sono mai state chiarite.
A Pablo Islas, fratello del Luis ex portiere del San Miguel e della Selección, spararono allo stomaco in una rapina il 19 ottobre 2007.
Adesso Cabañas, che lotta fra la vita e la morte vegliato dai tifosi chiamati a raccolta dal sito ufficiale del Club América. L'ultima di troppe storie (non solo) dell'altro mondo.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

venerdì, gennaio 22, 2010

Weekend da indigestione

FA Cup. Bundesliga. Premier League inglese e scozzese. Liga. Cinque portate da 14 porzioni - pardon, partite - nel menù da spalmare nel weekend di calcio estero su SKY.
Si comincia con la Coppa d'Inghilterra e un amante della buona tavola, Carlo Ancelotti. Sabato, poco dopo l'ora di pranzo, il suo Chelsea affronterà in trasferta il Preston North End. Nei Blues, ancora senza i nazionali impegnati in Coppa d'Africa, è previsto un ampio turnover.
Sempre per il quarto turno del trofeo più antico al mondo, l'Everton riceverà il Birmingham City.
Il White Hart Lane di Londra sarà teatro di Tottenham-Leeds United, la sfida fra le maglie bianche più amate d'Inghilterra.
Arsenal e Manchester City giocheranno domenica in trasferta. Con lo Stoke City, i Gunners, che in settimana, nel recupero di Premier, hanno goleato in rimonta il Bolton; a Scunthorpe, i Blues di Mancini, che ha appena vinto, nella semifinale di andata di Carling Cup, il suo primo derby contro lo United. United che invece, sabato, ospiterà l'Hull City per la 23esima di campionato.
Il sabato è giorno di campionato anche in Germania e in Scozia.
Il big-match della 19esima di Bundesliga è al Weserstadion di Brema per Werder-Bayern Monaco. Al Westfalenstadion di Dortmund, Borussia-Amburgo, quasi un derby fra due delle tifoserie più calde di Germania.
In Scozia, nel 21esimo turno, i Rangers primi in classifica proveranno ad allungare sul Celtic battendo all'Ibrox Park gli Hearts, quinti nella Scottish Premier League.
A far salire la febbre del sabato sera provvederà la Liga. Il Barcellona campione d'inverno con 90' di anticipo va a aValladolid. L'Athletic Bilbao che ha appena battuto il Real Madrid farà visita al Deportivo La Coruna.
Prelibata anche l'abbuffata domenicale. Il Bayer Leverkusen, capolista a sorpresa in Bundes, giocherà a Hoffenheim, matricola-rivelazione di un anno fa.
A Madrid tira aria di derby, anche se fra figli di un dio minore: Getafe-Atlético.
Antipasto per il riscatto del dio maggiore, quello ancora poco galàctico di Pellegrini, che al Bernabéu dovrà matare il Maiorca, la piccola che studia da grande e sogna un posto in Champions.
Se hai la pancia troppo piena, l'ideale per un'indigestione.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

giovedì, gennaio 21, 2010

Colantuono deve ricominciare da tre


Sarà un caso - e forse un caso non è - ma tornato Colantuono, è tornato il Torino. Il "suo" primo Toro, quello all'inizio del girone di andata applicava, puntuale, la regola del tre: tre gol di scarto in trasferta al Grosseto, tre all'Empoli in casa, tre alla Salernitana fuori. Poi qualcosa si è inceppato, è subentrata la sfiducia e a pagare è stato, prima di tutti, Colantuono.
Il presidente Cairo ha capito e lo ha richiamato. Dopo il 4-1 al Grosseto alla prima di ritorno, tutto sembra lontano: l'aggressione ai giocatori e famiglie, le dimissioni di Foschi, i 41 giorni da incubo con Beretta, le difficoltà a piazzare sul mercato gli epurati.
E allora ad Empoli, nell'anticipo della seconda di ritorno, il Toro-bis di Colantuono proverà a ripartire da lì.
Se non dalla regola del tre, di sicuro dalla nuova politica del ds Petrachi: dal mercato, rinforzi in ogni reparto, nessun grande nome ma gente "di categoria", che ha fame e voglia di arrivare. I giovani D'Ambrosio e D'Aiello e l'ex senese Garofalo in difesa, l'esperto Pestrin a centrocampo, il cileno Salgado in attacco.
Vincendo, il Torino aggancerebbe al sesto posto Empoli e, momentanente, il Grosseto, a 33 punti. Sbancare il Castellani, dove la squadra di Campilongo non perde da 17 gare, non sarà facile. Colantuono, però, non ha scelta: per tornare in corsa per la A, il suo Toro deve ricominciare da tre. Punti.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

mercoledì, gennaio 20, 2010

Villans in festa, 10 anni dopo


Una festa così per la finale di Coppa di Lega strappata quasi al tie-break, 6 a 4 al Blackburn? Più che giustificata, se ti chiami Aston Villa e non annusi l'erba di Wembley da dieci anni.
Dalla storica finale di FA Cup del 2000. L'ultima del vecchio Wembley, poi chiuso per sette anni. Quella del derby italiano fra i Villans di Benny Carbone e il Chelsea già allora molto tricolore: con Di Matteo e Zola in campo, Cudicini in panchina accanto a Vialli, ormai solo allenatore e non più player-manager e uno stuolo di "italiani" acquisiti: Desailly, Deschamps, Weah e fra le riserve il futuro senese Flo.
Ecco perché il prossimo 28 febbraio, sarà comunque una festa per i claret and blue di Birmingham. Una festa che più di tutti si è meritato Martin O'Neill, un vincente al di là dei trofei alzati. Dopo le Coppe dei Campioni vinte da giocatore col Nottingham Forest e i trionfi in Scozia alla guida del Celtic, il piccolo condottiero sta vincendo anche la sua sfida più difficile. Riportare il Villa nell'élite del calcio inglese sempre più ristretta alle solite Big Four: Riuscirci senza i petrodollari del City ma con gli spiccioli dell'americano Lerner sarebbe un'impresa da ricordare. Possibilmente, sperano i Villans, con un finale diverso da quello deciso, dieci anni fa, dal nostro Di Matteo.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Il derby del Mancio e dell'Apache


Doveva essere anche il derby di Tévez, il primo duello fra il City di Mancini e lo United di Ferguson. Invece la stracittadina di Manchester numero 153, semifinale di andata di Carling Cup, è stata soprattutto il derby di Carlitos.
L'Apache dall'orgoglio infinito aveva detto che, in caso di gol, non avrebbe esultato. Non ha mantenuto la parola, ma nemmeno ha esagerato come invece aveva fatto il suo compagno Adebayor contro l'Arsenal. Carlitos l'Apache ha scoccato la sua freccia più velenosa a Van der Sar, trafitto solo dagli undici metri.
Poi ha mimato il gesto della paperella. Come a ricordare a qualcuno di memoria corta, che gli altri starnazzano, lui, Carlitos il guerriero, fa gol. Soprattutto da ex, soprattutto nei derby.
Come in quel River-Boca del 2004, semifinale di ritorno di Copa Libertadores al Monumentàl. La casa del River. Tevez segna e poi si fa espellere perché festeggia così per sbeffeggiare i tifosi del River. Le "Gallinas", le galline (o i polli) come i tifosi del Boca chiamano i rivali da quando, nel '66 persero 4-2 la finale della Champions sudamericana dopo essere stati avanti 2-0 sul Peñarol.
Dalla gallina alla papera, stavolta l'Apache aveva nel sangue indio qualcosa di più che la semplice voglia di rivalsa dell'ex. E dal mocassino si è tolto due sassolini. Uno per chi, allo United, non lo ha voluto più. E uno per chi, al City, in lui non ha mai creduto abbastanza.
E allora il derby di Carlitos diventa anche il derby del Mancio. Un derby che per l'Apache si chiude al 78' con la standing ovation del City of Manchester Stadium e l'abbraccio del mago italiano. Che è appena arrivato, ma ha già capito tutto.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

lunedì, gennaio 18, 2010

Giménez, a proposito di Henry


Ne ha fatta di strada da calle Arrospide 1060, la casa dei genitori a Durazno dove torna appena può. Adesso che il gran gol alla Fiorentina lo ha messo sulla cartina d’Europa, Henry Damián Giménez Báez non lo chiameranno più Ufo. Come un altro uruguaiano, Rodríguez, lui sì meteora in rossoblù.
Ventiquattro anni il 23 marzo, Giménez è un prodotto delle giovanili del Félix e debutta in prima squadra nel 2005. L’anno dopo è al Tacuarembó dove lo raggiunge la telefonata di Juan Ramón Carrasco, allenatore del River Plate. Inteso come Atlético di Montevideo, non di Buenos Aires.
Coi biancorossi della capitale è amore quasi a prima vista, 27 gol in 65 in due anni. Nel 2008, il debutto nella “Celeste” del Ct Oscar Washington Tabárez, genio a Cagliari e incompreso al Milan. Da allora 2 presenze senza gol, nelle amichevoli in Germania contro Tiurchia e Norvegia, e quattro convocazioni accanto ai suoi idoli Diego Forlan (Atlético Madrid) e Luis Suárez (Ajax). Il sogno Sudafrica 2010, per “Chico”, forse resterà tale.
In Italia ci arriva in prestito (fino a giugno, per 300 mila euro) grazie alle entrature di Luciano Moggi, più consigliori che consigliere dei Menarini. Contratto in scadenza a giugno 2010, un anno fa l’allenatore del Peñarol, Mario Saralegui, avrebbe fatto carte false per vestirlo di aurinegro, ma i 370.000 dollari del presidente Juan Pedro Damiani non commossero il collega Juan José Tuduri.
In agosto, invece, decisiva la volontà di Gutiérrez, aggredito in Boliivia da un tifoso del Blooming che invase il campo dopo il suo gol nell’andata del primo turno di Copa Sudamericana (l’Europa League dell’America Latina, partita sospesa al 65’, ndr). Voleva l’Europa, anche se non ci sperava più. «Quando il mio agente Delgado mi ha telefonato per dirmi che mi volevano in dall’Italia, addirittura in Serie A, quasi non ci credevo. Ero in ritiro per il ritorno col Blooming, e non riuscivo a crederci».
Papadopulo nemmeno: prima non lo conosceva, poi non lo vedeva. Bravo Colomba a metterlo seconda punta. Nel River, giocava col “9” ma da attaccante esterno. Largo in coppia con Jorge Zambrana nel modulo a due punte o con anche Federico Puppo nel tridente. Non è un goleador puro, ma vede la porta (7 gol nel 2007, 10 nel 2008, 8 nel 2009) e non ha paura di nessuno. Per referenze chiedere a Bombardini. La garra charrúa, quel mix tutto uruguagio di grinta, determinazione e orgoglio, non si insegna. Te la porti dentro dalla nascita. Da calle Arrospide a Casteldebole.
CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

Gol di Rahn


Accadde nel Mondiale del 1954. La favorita Ungheria disputava la finale contro la Germania Ovest. Mancavano sei minuti alla fine della partita che era in pareggio 2-2, quando il robusto attaccante tedesco Helmut Rahn aganciò un rinvio della difesa ungherese proprio al centro della lunetta del'area. Rahn evitò Lantos e sparò di sinistro, un proiettile che entrò vicino al palo destro della porta di Grosics.
Heribert Zimmermann, il più popolare dei radiocronisti tedeschi, gridò quel gol con passione sudamericana: "Tooooooooooooooooooooooooooooooooor!"
Quello era stato il primo Mondiale al quale la Germania aveva potuto partecipare dopo la guerra, e il popolo tedesco sentì che aveva nuovamente diritto a esistere: quel grido di gol si trasformò in un simbolo della resurrezione nazionale. Anni dopo, quel gol storico risuonò nella colonna sonora del film di Fassbinder, Il matrimonio di Maria Braun, che raccontava le disavventure di una donna che non sapeva come farsi strada tra le macerie.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

domenica, gennaio 17, 2010

Volti nuovi, Samp vecchia


Facce nuove e vecchi problemi per Delneri. Storari in porta e Guberti a sinistra al posto di Mannini, in casa contro il Catania, penultimo: l'occasione per il rilancio della Samp. E magari il ritorno al gol di Pazzini, a secco in campionato dal 22 novembre: 2 a 1 sul Chievo a Marassi. L'ultima vittoria blucerchiata.
E infatti nei primi 2' si è rivista la Samp di inizio stagione, l'anti-Inter delle 5 vittorie consecutive. Quella con Cassano e Poli incontenibili e Pazzini infallibile.
Il Catania si è salvato due volte, con le buone su Poli e con le cattive su Pazzini.
Sembrava l'incipit di un copione scontato. Invece, la prima magia stagionale di Llama ha spento la Samp e acceso la squadra guidata in panchina da Marcolin e in tribuna dallo squalificato Mihajlovic.
La Doria spumeggiante dei primi minuti si arenava a ridosso dei sedici metri. E quando ci provava dalla distanza, come su questo destro di Ziegler, Andùjar rispondeva presente.
Il gol poteva arrivare solo su calcio piazzato. E così è stato. Silvestre ha trattenuto Pazzini, Morganti stavolta ha detto sì e l'ex viola ha firmato l'1-1 col suo nono gol nel torneo.
Nella ripresa, per vincere, la Samp le ha provate tutte. Marcolin ha risposto togliendo Mascara - che non ha gradito - per Ledesma, l'ottavo argentino in campo nel Catania.
L'occasione più netta però l'avuta Martinez alla mezz'ora, ma l'uruguaiano è inciampato sul più bello.
Anche la Samp avrebbe potuto segnare, all'ultimo tuffo, con Rossi, dimenticato da tutti sul secondo palo. Invece il suo colpo di testa è finito in curva. La stessa che sabato aveva spronato Cssano e compagni e che al 90' li ha coperti di fischi. Vecchi e nuovi, tutti insieme. Alla ricerca della Doria perduta.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Noble art


Talento e versatilità, oltre al furore gattusiano, hanno fatto di Peter Noble e della sua inconfondibile pelata un idolo trasversale in tutta l’Inghilterra. Ancora oggi ricordato con affetto da chi ha avuto il privilegio di vederlo giocare.

Nato il 19 agosto 1944 a Newcastle-upon-Tyne, si diverte nei dilettanti al Wearside quando il Blackpool lo invita per un provino. Con l’offerta, declinata, sembra perso l’ultimo treno per il professionismo: a vent’anni, lavora come imbianchino e decoratore e gioca part-time per il Consett nella Northern League.

Alla fine, però, le sue doti non passano inosservate e nel novembre 1964 firma per i vicini giganti del Newcastle United. Dura un paio di stagioni, segnate dall'infortunio che oltre a un ginocchio rischia di spezzargli la carriera. Troppo esile, e poi con quel ginocchio, si sussurra ai Magpies. E allora, nel gennaio 1968, dopo sole 25 presenze in bianconero, ecco il Wiltshire.

Ceduto allo Swindon Town per 8.000 sterline, debutta entrando dalla panchina nel 3-0 sul Walsall a inizio febbraio e in meno di un anno si conferma, con l’elegante ala sinistra Don Rogers, un cardine della rinascita del club in Third Division e nel trionfo in League Cup 1969.

La stagione seguente, segna 12 gol in campionato (top scorer dei suoi) e 4 in Coppa di Lega, compreso quello della vittoria nei supplementari nel replay di semifinale contro il Burnley. Impresa eroica perché, come scoprirà cinque anni dopo, compiuta nonostante la clavicola fratturata durante la gara. Robetta in confronto all’epico 3-1 ai supplementari sull’Arsenal in finale. Uno dei più grandi giant killing, ammazzagrandi, nella storia del torneo. Dopo il trofeo arriva anche la promozione coi Robins, secondi dietro il Watford per differenza-reti.

Nel 1970 va in gol per tutto il neonato Torneo Anglo-italiano e in finale, il 28 maggio al San Paolo contro il Napoli, firma una doppietta (splendido il gol di testa) prima di abbandonare la gara al 79’ per le intemperanze di delinquenti locali che dal 63’, con lo Swindon Town già sul 3-0, avevano cominciato a lanciare razzi in campo.

Milgior marcatore del club anche nel 1971-72 (14 gol), bolla ancora in finale dell’Anglo-italiano, persa 3-1 all’Olimpico contro la Roma del Fabio Capello giocatore. Il futuro Ct dell’Inghilterra dirà poi che proprio da quell’esperienza contro lo Swindon Town gli deriveranno un enorme rispetto per il calcio inglese e l'ambizione di allenare, un giorno, quella nazionale.

Nell’estate del 1973, per 40.000 sterline e nonostante il parere dei medici su quel ginocchio scricchiolante «come un sacchetto di patatine», lascia il club del County Ground proprio per il Burnley, dove fa il terzino destro per rimpiazzare l’infortunato Mick Docherty. L’anno dopo, con Martin Dobson passato all'Everton, si dimostra il naturale rimpiazzo di “Sir Dobbo” a centrocampo, ma senza inibire l'istinto per la porta: capocannoniere dei suoi in tre delle successive quattro stagioni. Nel novembre 1974, prima tripletta con i Clarets nel 4-1 al suo vecchio club, il Newcastle United. Nel settembre 1975, sue le reti del Burnley nel 4-4 col Norwich City. Nominato capitano (rigorista lo era già: 28 su 28 in carriera), è lui ad alzare la Anglo-Scottish Cup.

A sorpresa ceduto nel gennaio 1980 al Blackpool, dove continua a far coppia con un altro ex Burnley, Paul Fletcher, fatica a trovare il gol. E dopo la retrocessione in Division Four, con tanto di richiesta di ripescaggio del club penultimo l'anno dopo, si ritira.

Ex idolo claret and blue, è ancora una figura familiare in città per le sue occasionali presenze al Turf Moor o più spesso nell’elegante negozio di articoli sportivi, il Peter Noble Sport Ltd, che la sua famiglia gestisce da vent’anni al Market Hall cittadino. E questo più per la dedizione e il gran cuore più che per i 63 gol in 243 partite nelle 7 stagioni col Burnley.

È per quello, non solo per la pelata e per lo stacco, che nell’East Lancashire resterà per sempre “Uwe”, come Uwe Seeler, il piccolo grande centravanti dell’Amburgo e della nazionale tedesca dell’epoca. Un premio Noble alla carriera più del quiz sulla sua infallibilità dal dischetto apparso nella prima edizione (1985) del gioco da tavolo Trivial Pursuit. E del pranzo ufficiale del 2006 al Turf Moor con cui il Burnley lo ha eletto fra le leggende del club. La leggenda della porta accanto .
CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

LE CIFRE
In campionato:
Club Pres. Reti
Newcastle United 22 (3) 7
Swindon Town 212 (4) 62
Burnley 241 (2) 63
Blackpool 95 (2) 14
TOTALE 570 (11) 146

Palmarès:
1 League Cup 1968-69
1 Torneo Anglo-italiano 1969-70
1 Anglo Scottish Cup 1978-79

sabato, gennaio 16, 2010

Troppo forti gli Elefanti


Aveva promesso un gol, Didier Drogba, ed è stato di parola, anche se a giochi fatti. Troppo forte questaCosta d'Avorio per un Ghana troppo piccolo per essere vero.
Il capitano segna il 3-0 al 93', quando gli Elefanti - in 10 per mezz'ora per l'espulsione di Eboué, che salterà i quarti per questa entrataccia su Opoku - avevano già spento le Black Stars che tenevano in panchina il milanista Adiyiah e la stella Essien, sbarcato da Londra in Angola a 48 ore dal debutto.
E così il girone di ferro, senza il Togo dopo la tragedia di venerdì scorso, diventa una corsa a due fra Ghana e Burkina Faso, che al debutto ha bloccato sullo 0-0 l'Olanda d'Africa.
All'Estádio Chimandela ci sono solo gli arancioni: che dilagano con Gervinho (a sinistra nella foto), Tiene - splendida la punizione simil Maradona contro Tacconi - e Drogba. Il Ghana esiste solo sulle amnesie ivoriane: il palo di Amoah sul disimpegno di Kolo Touré, il dubbio rigore di Bamba su Gyan. Martedì al Burkina Faso basterà il pari. Il Ghana, invece, non potrà più nascondersi.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

venerdì, gennaio 15, 2010

Andrade

L'Europa non aveva mai visto un nero giocare a calcio.
Nell'Olimpiade del 1924, l'uruguagio José Leandro Andrade abbagliò per le sue giocate di classe. Nella linea mediana, questo omaccione dal corpo di gomma spazzava il pallone senza toccare l'avversario e quando si lanciava all'attacco, chinando il corpo, seminava un mare di giocatori. In una delle partite attraversò mezzo campo con il pallone addormentato sulla testa. Il pubblico lo acclamava, la stampa francese lo chiamava "la meraviglia nera".
Quando il torneo terminò, Andrade rimase per un po' ancorato a parigi. Lì divenne un errante bohémien, re dei cabaret. Le scarpe di vernice presero il posto delle calzature sbrindellate che si era portato da Montevideo, e un cappello a cilindro sostituì il suo berrettino consunto. Le cronache dell'epocasalutano l'immagine di quel sovrano delle notti di Pigalle: il passo elastico da ballerino, l'espressione sfacciata, gli occhi socchiusi che osservavano sempre da lontano e uno sguardo assassino; fazzoletti di seta, giacca a righe, guanti bianchi e bastone con impugnatura d'argento.
Andrade morì a Montevideo molti anni più tardi. Gli amici avevano progettato vari festival a suo favore, ma nessuno si realizzò mai. Morì tubercolotico e nella miseria più nera.
Fu nero, sudamericano e povero, il primo idolo internazionale del calcio.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

giovedì, gennaio 14, 2010

Gol di Bobby Charlton


Accadde nel Mondiale del 1962. L'Inghilterra giocava contro la nazionale argentina.
Bobby Charlton condusse la giocata del primo gol inglese fino a quando Flowers restò solo davanti al portiere Roma. Ma il secondo gol fu opera sua, dalla testa ai piedi. Charlton, padrone di tutta la zona sinistra del campo, lasciò la difesa argentina disintegrata come una tarma schiacciata con la mano, e in corsa cambiò piede e con il destro fulminò il portiere in diagonale.
Lui era un sopravvissuto. Quasi tutti i giocatori della sua squadra, il Manchester United, nel 1958 erano rimasti tra i rottami contorti di un aerero in fiamme. Bobby fu lasciato libero dalla morte. Perché questo figlio di un operaio delle miniere potesse continuare a regalare alla gente la elevata nobiltà del suo football.
La palla gli obbediva. Essa correva per il campo seguendone le istruzioni e si infilava tra i pali prima che lui la calciasse.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Obdulio Varela


Ero un ragazzino pazzo per il calcio, e come tutti gli urugagi ero aggrappato alla radio ad ascoltare la finale della Coppa del mondo. Quando la voce di Carlos Solé mi fece arrivare la triste notizia del gol del Brasile, il morale mi finì sotto i tacchi. Allora mi appellai al più potente dei miei amici. Promisi a Dio una quantità di sacrifici se fosse comparso nel Maracanã e avesse dato una svolta alla partita.
Non ho mai ricordato tutte le cose che avevo promesso e per questo non ho potuto mantenerle. La vittoria dell'Uruguay, davanti a una folla come mai si era vista a una partita, era stata un miracolo, ma il miracolo era stato opera di un mortale in carne e ossa chiamato Obdulio Varela. Obdulio aveva raffreddato la partita proprio quando stavamo per essere travolti dalla valanga, e in quel momento si era caricato la squadra intera sulle spalle e con la sola forza del coraggio aveva remato controvento e controcorrente.
Alla fine di quella giornata i giornaliti assediarono l'eroe. Ma lui non gonfiò il petto proclamando che eravamo i migliori e che nessuno avrebbe avuto scampo con l'artiglio charrúa.
"È stato un caso", mormorò Obdulio. scuotendo la testa. E quando tentarono di fotografarlo si girò di spalle.
Passò quella notte bevendo birra, di bar in bar, abbracciato agli sconfitti, ai banconi di Rio de Janeiro. I brasiliani piangevano. Nessuno lo riconobbe. Il gorno seguente fuggì dalla folla che lo aspettava all'aeroporto di Montevideo, dove il suo nome brillava in un enorme cartellone luminoso. In mezzo a quella euforia, riuscì a passare inosservato travestito da Humphrey Bogart, con un cappello calato fin sul naso e un impermeabile con i risvolti sollevati.
Come ricompensa per l'impresa, i dirigenti del calcio uruguagio si assegnarono le medaglie d'oro. Ai giocatori diedero delle medaglie d'argento e un po' di denaro. Il premio che ricevette Obdulio gli bastò appena per comprare una Ford del 1931, che gli venne rubata dopo una settimana.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

mercoledì, gennaio 13, 2010

Barcellona e Real Madrid, così diversi così uguali

Al Camp Nou, nessuno conierà mai slogan tipo “Ibras y Pedroes”. Perché quella degli “Zidanes y Pavones” è un’ideologia marketizzabile solo al Real Madrid. Al Barça, dove il catalanismo è una fede, il principio è ancestrale, ce l’hanno nel dna: assi stranieri sempre, meglio se attaccanti, purché innestabili in un telaio locale.
Non a caso, col Chelsea, nella semifinale di ritorno dell’ultima Champions League vinta, 6/11 del Barcellona (più il subentrato Bojan e senza contare lo squalificato capitan Puyol) provenivano dal vivaio: Víctor Valdés, Piqué, Busquets, Xavi, Iniesta e Messi. L’antistorico tetto del 6+5 auspicato da Cruijff era già realtà.
Alla politica-simbolo degli arcirivali, complice lo storico Triplete, s’è convertito persino Pérez. Per il suo secondo “FlorenTeam” non poteva rinnegare l’estetica e la poetica del primo, il Real dei Galácticos. Semplicemente, lo ha barcellonizzato: la crema del calcio mondiale (Cristiano Ronaldo, Kaká, Benzema) amalgamata con prodotti locali DOP (Raul Albiol, Arbeloa, Xabi Alonso).
La differenza è che quelli il Barça se li alleva alla Masia, fucina di talenti dove i Fabregas che “scappano” sono l’eccezione, mai la regola. E nella quale investe 10 milioni l’anno. Il Real, invece, vuole la pappa pronta. E pazienza se importarla costa enne volte tanto, e lo chef (Capello, Schuster) frigge e salta anche se cucina Liga in serie.
Con Pellegrini siamo a 10 in sei anni (il Barcellona è a due), periodo in cui per oltre 50 giocatori sono stati spesi mille milioni di euro. Il primo Pérez, quinto presidente in tre anni, ne scucì 500, Calderón 300. Di blanco si sono vestiti 7 degli ultimi 11 Palloni d’oro (Zidane, Figo, Owen, Ronaldo, Cannavaro, Kaká e Cristiano Ronaldo), nessuno per meriti acquisiti col Real. «I Palloni d’oro noi li forgiamo, altri li comprano», la frecciata al curaro di Laporta.
Sono lontani, in merengue, gli anni della Quinta del Buitre, la “Coorte dell’Avvoltoio” Butragueño (più Michel, Martín Vázquez, Sanchís e Pardeza) trapiantata dal Castilla e che, prima del dominio barcellonista targato Dream Team, portò 5 Liga consecutive (1986-90). Ma sembrano tornati, in chiave moderna, i tempi di Bernabéu e Saporta. Quando la priorità della “Casa Blanca” era affiancare le superstar alla Puskás e Di Stéfano, scippato al Barcellona, quelle più funzionali alla squadra (Santamaría, Rial, Kopa). Abitudine ripresa per i Galácticos II: i migliori nel ruolo, ma in una rosa più spagnola.
Come avviene, coi giovani catalani, al Camp Nou, ribalta abituata ai grandi attaccanti di appeal internazionale: Kubala, Cruijff, Krankl e Simonsen, Maradona e i britannici Archibald, Hughes e Lineker, Romário, Ronaldo (quello vero), Stoichkov, Henry.
Strategie diverse che col primo Pérez sembravano immolate al soccer-biz e che oggi sanno tanto di convergenze parallele. Con la solita, atavica, differenza: il Cruijffismo. La sottile linea blu-granata tramandata da Johan a Guardiola attraverso van Gaal e Rijkaard, dagli Under 16 alla prima squadra: 4-3-3 e futbol danzato a ritmo di tiqui-taqui. «Lo stile che dà al Barcellona un’identità. E che il Madrid deve ancora trovare». Parola di Zidane.
Christian Giordano

Matthews


Nel 1965, a cinquant'anni, Stanley Matthews provocava ancora gravi casi di allucinazioni nel football inglese. Gli psichiatri non erano più sufficienti per prendersi cura delle vittime, che erano state persone assolutamente normali fino al maledetto giorno in cui erano incappati in questo nonno demonicaco, che faceva impazzire i difensori.
Lo afferravano per la maglia o per i pantaloncini, gli facevano prese da lotta liberao gli tiravano calci degni della cronaca nera, ma non riuscivano mai a tarpargli le ali. Matthews era un'ala, in inglese winger. Matthews fu il winger che volò più alto sopra la terra d'Inghilterra, ai bordi del campo.
Lo sapeva bene la regina Elisabetta, che lo nominò Sir.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

I generali e il calcio


In pieno carnevale per la vittoria al mondiale di Messico 1970, il generale Gastarrazú Medici, dittatore del Brasile, regalò al denaro ai giocatori, posò per i fotografi con il trofeo tra le mani e addirittura si esibì in alcuni colpi di testa davanti agli obiettivi. La marcia composta per la nazionale, Pra frente Brasil, divenne l'inno ufficiale del governo, mentre le immagini di Pelé che volava sull'erba illustravano in televisione gli avvisi che dicevano: "Nessuno più fermerà il Brasile". Quando l'Argentina vinse in casa il Mondiale del 1978, il generale Jorge Rafael Videla utilizzò con identici propositi l'immagine di Mario Alberto Kempes, l'attaccante inarrestabile come un uragano.
Il calcio è la patria, il potere è il calcio: "Io sono la patria", dicevano quelle dittature militari.
Nel frattempo il generale Augusto Pinochet, uomo forte del Cile, si proclamò presidente del Colo Colo, il più popolare club del Paese, e il generale Luis García Meza, che aveva preso il potere in Bolivia, si fece presidente del Wilstermann, club con una tifoseria numerosa e calda.
Il calcio è il popolo, il potere è il calcio: «Io sono il popolo», dicevano quelle dittature militari.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Messi quasi centenario

Cento di questi gol, Leo.
No, non è il compleanno della Pulce. Ma stasera contro il Siviglia, ritorno degli ottavi di Coppa di Spagna - Messi spera di spegnere la candelina che, a 22 anni e mezzo, lo porterà a tre cifre nei gol segnati in maglia blaugrana.
Cento gol in meno di cinque anni, lui che punta pura non è. Ma un fenomeno sì.
E dire che al debutto, contro l'Espanyol il 16 ottobre 2004, Lionel Messi non lo conosceva proprio nessuno.
Ma Leo Messi ci mette poco a farsi conoscere. Il primo gol arriva il primo maggio 2005 contro l'Albacete.
Neanche cinque anni dopo, con la tripletta nel 5 a 0 sul Tenerife - la seconda nella Liga dopo quella al Real Madrid nel 2007 - ha messo le tacche numero 97, 98 e 99. Sommando tutte le competizioni ufficiali, il più credibile erede di Maradona ha firmato 66 reti in campionato, 19 in Champions League, 10 in Copa del Rey, 2 nella Supercoppa spagnola e 2 nel Mondiale per club. L'ultimo, contro l'Estudiantes, lo ha deciso con un "do" di petto.
Con ancora tutta la carriera davanti e appena 186 partite ufficiali col Barça, Messi sta per entrare nell'élite dei 15 cannonieri che hanno segnato 100 o più gol con la maglia del Barcellona: dietro gli inarrivabili César con 235 e Kubala con 196, il prossimo obiettivo sono i 122 centri di Rexach, poi toccherà ai 123 di Kluivert, ai 124 di Martìn e ai 130 di Eto'o e Rivaldo.
E il tempo lavora per Leo.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

martedì, gennaio 12, 2010

Carioca 2010, ok al timeout per caldo


A temperature estreme, estremi rimedi. Nel prossimo campionato Carioca, il torneo dello Stato di Rio de Janeiro che prenderà il via il 16 gennaio, il calcio inaugurerà il "timeout termico". Le temperature medie superiori ai 40 gradi hanno indotto la federazione ad adottare la novità. Da sabato, con i 5 anticipi della prima giornata, intorno al 20esimo minuto del primo e del secondo tempo, il gioco verrà interrotto per 2 minuti.
In questo modo, i giocatori e gli arbitri potranno dissetarsi e recuperare energie. E gli allenatori, magari, potranno approfittarne per apportare qualche correttivo in corsa.
Il gioco verrà interrotto in caso di un fallo o di uscita del pallone dal campo.
Così, almeno, ha spiegato il Collina locale, Jorge Rabello (nella foto): "I giocatori resteranno nell'area tecnica delle rispettive panchine per due minuti e poi rientreranno in campo. L'unica eccezione si avrà se è stato appena fischiato un rigore: prima verrà calciato e poi si farà la pausa. Il cronometro verrà fermato, così non ci sarà ulteriore recupero al termine dei tempi regolamentari".
Secondo Jorge Rabello, presidente della commissione arbitrale dello Stato di Rio, la novità non richiede l'approvazione dell'IFAB, l'organo della Fifa responsabile di eventuali modifiche regolamentari. "Non dobbiamo consultare l'International Board - ha dichiarato - perché non c'è alcuna violazione delle norme". Sarà, ma di sicuro il precedente farà giurisprudenza.
In principio fu USA 94: punto di ebollizione, oltre che di non ritorno, col mondiale giocato a mezzogiorno per compiacere il prime time televisivi, e i relativi munifici sponsor, europei.
Poi venne Pechino 2008, l'evoluzione della specie: la finale olimpica Argentina-Nigeria giocata alle 12, ora locale, e - per la prioma volta nella storia del calcio - interrotta da due time out. Non per gli spot pubblicitari, come magari avrebbe sognato il presidente della FIFA, Sepp Blatter, ma per le due interruzioni decise - al 31' e al 70' - dall'arbitro ungherese Viktor Kassai. Impietosito dal caldo, e autorizzato dalla FIFA e dai medici delle due nazionali, Kassai, applicando il buonsenso, è riuscito là dove - per ora - non è riuscito nemmeno Blatter.
PER SKY SPORT 24,CHRISTIAN GIORDANO

La Top 10 del Wenger-pensiero

«Tutti pensano di avere in casa la moglie più bella»
- Maggio 2002, a Ferguson, secondo cui, da Natale, era stato il suo Manchester United la miglior squadra della Premier League.

«È fuori controllo, avulso dalla realtà e irrispettoso. A volte, col successo, gli stupidi diventano ancora più stupidi anziché più intelligenti»
- Novembre 2005, a José Mourinho che lo aveva definito un “voyeur” (guardone) del calcio.

«Ferguson non mi interessa, di lui non m’importa niente. Non risponderò mai più alle sue provocazioni»
- Gennaio 2005.

«Ferguson è fuori di testa. Ha perso il senso della realtà. Cerca lo scontro, poi chiede a chi è provocato di scusarsi. Stavolta ha passato il limite»
- Gennaio 2005, a Ferguson che lo aveva accusato di conoscere chi dei suoi giocatori aveva tirato pizza e minestra a Sir Alex a fine partita all’Old Trafford nell’ottobre 2004.

«Se tuo figlio è un buon musicista, cosa fai? Lo iscrivi a una buona scuola, non a una mediocre. Perché non dovrebbe essere così nel calcio?»
– Settembre 2009, a Platini e Blatter che avevano accusato di “schiavitù infantile” e “tratta dei minori” i top club a caccia di giovani promesse.

«I nostri falli a volte li vedo anch’io, ma dico di non averli visti per proteggere i miei giocatori e perché non riesco a trovare alcuna spiegazione razionale del perché li abbiano commessi».

«I giovani hanno bisogno di libertà per esprimersi, per crescere. Dovrebbero essere incoraggiati a tentare la giocata senza aver paura di sbagliare».

«È sciocco lavorare duro tutta la settimane e poi sprecare tutto non preparandosi adeguatamente prima della partita».

«Da giovani la cosa più importante non è vincere, ma sviluppare fantasia e talento e una buona fiducia in se stessi».

«In Inghilterra si mangiano troppi dolci e carne e poca verdura».

CHRISTIAN GIORDANO

10 grandi colpi di Wenger all’Arsenal

Thierry Henry – I 10 milioni di sterline versati nell’agosto 1999 alla Juventus fecero scalpore. Preso come rimpiazzo di Nicolas Anelka, Wenger – che centravanti lo aveva allevato al Monaco – ne fece uno dei più temibili attaccanti nella storia della Premier League. E il top scorer ogni epoca dell’Arsenal, che guadagnò pure 6 milioni cedendolo al Barcellona nel 2007.

Patrick Vieira - Per spezzare l’egemonia del Manchester United in Premier League, l’Arsenal doveva trovare una risposta a Roy Keane a metà campo. La risposta era Vieira. Wenger lo chiese al Milan come pre-requisito per andare ad Highbury. A 3,5 milioni di sterline, un affarone.

Nicolas Anelka – Sul piano finanziario, forse il miglior acquisto di Wenger. Preso dal PSG per 500 mila sterline nel 1997, fu ceduto al Real Madrid per 23 milioni due stagioni dopo. Decisivo nello sfilare al Manchester United il titolo del 1998.

Robert Pirès – Dal Metz per 6 milioni di sterline nel 2000, l’ala francese faticò ad adattarsi alla Premier League. Ma già dal secondo anno era un idolo dei tifosi e proprio nel 2002 l’associazione dei giornalisti inglesi di calcio lo nominò Giocatore dell’anno.

Cesc Fàbregas – Arrivato 16enne dalle giovanili del Barcellona nel settembre 2003, il capitano è l’anima della squadra e l’assicurazione sul futuro del club. Tecnica e visione di gioco straordinarie, personalità da leader nato. Oggi, non ha prezzo. O sì?

Emmanuel Petit – Lanciato da Wenger al Monaco, raggiunge il suo mentore ad Highbury nel giugno 1997 per 2,5 milioni di sterline. Trasformato da centrale di difesa a centrocampista difensivo, in coppia con Vieira sarà la colonna dell’Arsenal che vincerà subito il Double. Nel 2000, la sua volontà di andare al Barcellona sarà accontentata per quasi 7 milioni.

Freddie Ljungberg - Catapultato a Londra nord dall’Halmstads per 3 milioni di sterline nel 1998, l’esterno svedese, professionista modello (in tutti i sensi), diventa uno dei beniamini della North Bank, in particolare delle ragazzine. Protagonista assoluto nel 2001-02, l’anno del secondo Double, segnava come un attaccante. Un gioiello il gol nel 2-0 in finale di FA Cup sul Chelsea.

Andrei Arshavin/Robin Van Persie – Firmato dallo Zenit di San Pietroburgo per 15 milioni di sterline, il russo ha sfondato il salary cap interno e spazzato via una legge non scritta di Wenger: niente follie per gli over 25. L’olandese ex Feyenoord, genio ribelle, gli deve la carriera. «Se vuoi arrivare al top, devi cambiare» gli intimò dopo il rosso col Southampton. «Cosa?», la replica dell’ala sinistra reinventata seconda punta. «Non devo dirtelo io, devi capirlo tu».

Marc Overmars – Dopo Bergkamp, ad Highbury un anno prima di Wenger, l’altro olandese volante atterrato dall’Ajax (nel 1997, per 6 milioni di sterline). Ribattezzato “Bip bip” per l’incredibile velocità e poi - forse ingiustamente - “Overbars”, “oltre la traversa”, perché lassù finivano le sue conclusioni. Alle stelle, però, schizzò anche il prezzo al quale, nel 2000, fu ceduto al Barcellona : 25 milioni.

Sol Campbell – Sfilato a parametro zero al Tottenham nel 2001 per colmare il vuoto del dopo-Tony Adams. Con lui al centro della difesa, due Premier League e 3 FA Cup.
CHRISTIAN GIORDANO

Arsèneal e vecchi merletti


«ARSÈNE who?». Il Daily Mirror titola così l’arrivo all’Arsenal di uno sconosciuto francese proveniente dal Giappone. È il 28 settembre 1996, data spartiacque per il club nord-londinese, che mai si era affidato a un allenatore straniero. Da allora ci saranno un Arsenal prima e uno dopo Wenger. Su quella panchina il più longevo e il più vincente: 3 Premier League e 4 FA Cup (con due Double) e 4 Charity/Community Shield. Più la finale di Champions League persa nel 2006 a Parigi contro il Barcellona.
Nato a Strasburgo il 22 ottobre 1949, figli di ristoratori alsaziani, il calcio agonistico lo conosce a 16 anni, nel Duttlenheim, squadretta dell’omonimo paesino dove è cresciuto, vicino il confine tedesco. Ai tempi lo scouting non è una scienza e solo a 18 anni viene notato nei dilettanti da Raymond “Max” Hild, che l’anno dopo se lo porta al Mutzig, terza divisione. Wenger, centrocampista con un futuro da difensore centrale, non è un campione ma può fare carriera.
Alto 1.91 e filiforme, dopo il Mulhouse, ritrova Held al Vaubane e allo Strasburgo, dove debutta nei pro’ a 28 anni quando ancora studia alla locale università Robert Schuman. Accade contro il Monaco. Un segno del destino.
Nel 1974 si era laureato in economia, mentre giocava, quindi, “il Professore”, pensava già al futuro. Nel 1979 lo Strasburgo è campione di Francia, ma il suo contributo è minimo: 3 presenze. Due anni dopo, dal centro federale di Clairefontaine, prende il patentino con la più grande generazione di tecnici francesi: Herbin, Houiller, Jacquet, Lemerre, Michel, Roux, Santini.
Già quell’anno, il 1981, il primo incarico: lo Strasburgo gli affida la squadra giovanile. Nel 1983 fa il secondo al Cannes, ma già la stagione successiva è capo allenatore al Nancy. Nonostante la fresca retrocessione, l’esperienza gli vale, nel 1987, la chiamata al Monaco. Alla prima stagione completa, vince da Allenatore dell’anno il campionato. Sotto la sua gestione, i monegaschi non scendono mai oltre il terzo posto, alzano la Coppa di Francia nel 1991 e, dopo aver eliminato la Roma nei quarti, perdono a Lisbona - il giorno dopo la tragedia di Bastia - la finale di Coppa delle Coppe del 1992 (2-0 dal Werder Brema, arbitro l’italiano D’Elia).
Nel 1994, dopo sette stagioni di successi e la squadra nona in classifica, viene esonerato. Un tradimento mai dimenticato: per lealtà verso il club del Principato, aveva detto no alla nazionale giovanile francese e, soprattutto, a Franz Beckenbauer che lo voleva al Bayern Monaco. Il presidente Jean-Louis Campora gli aveva impedito di incontrare i dirigenti bavaresi e poi lo aveva licenziato.
Sbattuta una porta, gli si apre un portone, e nel modo più inaspettato. Invitato ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, come relatore a una serie di seminari della Fifa sul mondiale di Usa 94, in ottobre conosce un giornalista inglese, Jeremy Walker, che a Hong Kong dirige la rivista ufficiale della federazione asiatica. I due vanno a cena e Wenger, notoriamente astemio, si concede un paio di bicchieri di Chablis. Si lascia un po’ andare e gli fa domande sul Giappone e in particolare su Stuart Baxter, l’inglese che allena il Sanfrecce di Hiroshima, squadra di proprietà della Mazda. Perché tanto interesse? Perché al convegno a Wenger era stata offerta la panchina del Nagoya Grampus Eight, club in cui militava l’ex nazionale inglese Gary Lineker e appartenente a un’altra casa automobilistica, la Toyota.
Ora, per un giocatore il tramonto nel Sol Levante era dorato, e aveva attirato altri grossi nomi come Zico (Kashima Antlers), che si era già ritirato, e Schillaci (Jubilo Iwata). Ma per un 45enne allenatore emergente, campione di Francia e finalista in Coppa delle Coppe, la J-League, nata nel 1993, era ben più che un passo indietro, seppure strapagato. Era un passaporto per l’oblio, la Legione Straniera del pallone. «Credi che andare a Nagoya sia l’ideale per avere offerte da Bayern, Real o Barcellona?» chiese Arsène a Richard Conte, sodale dai tempi di Cannes. La domanda era retorica persino per uno come Wenger. Un cosmopolita aperto a ogni esperienza, ma anche deluso: dai tre suoi ex giocatori implicati nelle scommesse, dal brutto finale di campionato, dalla pugnalata del Monaco, club per cui aveva scovato gemme preziose quali Weah, Petit, Henry, Trezeguet e Thuram. «Doveva voltare pagina », dirà Conte.
Nel gennaio ’95, quattro giorni il terremoto di Kobe, Arsène dirige il suo primo allenamento a Nagoya. Trascinata da Dragan Stojkovic (transfuga dal Marsiglia, retrocesso per l’affaire-Valenciennes), la squadra sale dal terzultimo al secondo posto, vince - con Wenger anche qui Allenatore dell’anno - la Coppa dell’Imperatore e la Supercoppa. Ma soprattutto, in quei 18 mesi, il francese si innamora del Giappone: «Ero arrivato con molti pregiudizi ma là ci sono cose che migliorano la vita e che in Europa abbiamo perduto, come il rispetto per gli altri e per il gruppo, l’educazione, l’entusiasmo per ciò che si fa, la determinazione a dare il meglio e il rispetto per la libertà altrui. Era come fossi a casa mia da sempre. I valori in cui ho sempre creduto, in Giappone sono ancora apprezzati».
Altrove, invece, alcuni reputano ridicolo il suo «credere nel fair play, perché nello sport di alto livello viene associato alla sconfitta». Forse è anche per questo che all'Arsenal – dove arriva su dritta di Houllier al vicepresidente Dein, amico fraterno di Arsène - si vede un Wenger “diverso”. Nel 1998, con gli arrivi di Petit, Overmars e Anelka, centra il primo Double (2-0 in finale di FA Cup al Newcastle). Il secondo arriva nel 2002, battendo al fotofinish Manchester United e Liverpool in campionato. Nello scontro diretto dell’Old Trafford ai Gunners basta un punto, invece Sylvain Wiltord firma al 56’ la vittoria. Storica come quella che, nel 2004, al White Hart Lane con l’odiato Tottenham, regala il titolo agli “Invincibili”: 17 mesi e 49 partite senza sconfitte (36 vinte, 13 pareggiate). È il punto più alto della cavalcata wengeriana. Un’epopea intrisa di un calcio palla a terra paragonabile solo al “tiqui-taqui” del Barcellona vincitutto di Guardiola, e forse - per bellezza e velocità di movimenti e passaggi –persino più celestiale. Ultimo esempio, gli ottavi di Carling Cup col Liverpool. Mèrida, Ramsey, Wilshire: il futuro è adesso.
Squadre, i vari Arsenal di Wenger, che fanno innamorare gli esteti e imbufalire i puristi. Perché l’alsaziano che col sorriso rivendica di difendere la tradizione del calcio inglese, è nei fatti il primo a demolirla. Non tanto schierando per primo una sorta di Inter d’oltremanica - con a referto soli stranieri - quanto minando alle fondamenta l’essenza stessa del football britannico. Un paio di esempi per tutti: quando, in turno marzolino di FA Cup, non riuscì a battere il Chelsea, auspicò l’abolizione del “replay” (la ripetizione, a campo invertito, della gara terminata in parità). Troppe partite, disse.
Memorabile anche la polemica col suo nemico storico, Alex Ferguson, sui calendari, stilati - secondo il francese – «per far rifiatare il Manchester United, e fargli vincere tutto».
Ecco perché qualche nostalgico, nonostante le vittorie e il bel gioco della “nouvelle vague”, sente più suoi i Gunners retrò e molto British di Chapman e Allison, di Whittaker, Mee, Neill, Hapgood e persino il “Boring, boring Arsenal” del re delle bustarelle George Graham. O del “Drinking Arsenal”, dove la cultura del bere era degenerata in patologia. Nessun vero tifoso, però, tornerebbe ai quei tempi.
Col Professore - che fino al 2011 ha preferito al Real Madrid la libertà di insegnare calcio a modo suo - il ricambio generazionale è garantito da una rete di scout inarrivabile. Le vittorie (punto debole caro a Mourinho) arriveranno. Buon compleanno, “Arsène who”.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

La scheda di Arsène Wenger
Nato: Strasburgo (Francia), 22 ottobre 1949
Club da giocatore: Mutzig (1969-73), Mulhouse (1973-75) e Vauban (1975-78) da dilettante; Strasburgo (1978-79) da professionista
Club da allenatore: Strasburgo (giovanili, 1981-1983), Cannes (assistente, 1983-84), Nancy (1984-1987), Monaco (1987-1994), Nagoya Grampus Eight (Giappone, 1994-1996), Arsenal (Inghilterra, 1996-)
Palmarès da giocatore: campionato francese (Strasburgo 1979)
Palmarès da allenatore: campionato francese (Monaco 1988), Coppa di Francia (Monaco 1991), 3 Premier League (Arsenal 1998, 2002, 2004), 3 FA Cup (Arsenal 1998, 2002, 2003), Coppa dell’Imperatore (Grampus Eight 1995), Supercoppa giapponese (Grampus Eight 1996)
Riconoscimenti: 2 volte Allenatore dell’anno (Monaco 1988, Grampus Eight 1995)
(ch.giord)

lunedì, gennaio 11, 2010

Taylor Report all'italiana


Il calcio italiano se lo ripete come un mantra a ogni morto da stadio: il “modello inglese”, il Rapporto Taylor. Se ne parla, e spesso straparla, senza chiedersi che cosa siano, perché in Inghilterra funzionino, se e quanto, ma soprattutto come, siano riproducibili in Italia.

Il Taylor Report è un documento redatto su mandato del governo conservatore di Margareth Thatcher dalla commissione presieduta dal giudice Peter Taylor di Gosforth e incaricata di indagare sulla strage del 15 aprile 1989 all’Hillsborough Stadium di Sheffield: 96 morti e 150 feriti per Liverpool-Nottingham Forest, semifinale di Coppa d’Inghilterra.

Stabilite le cause (sovraffollamento dovuto all’ingresso, complice la negligenza della polizia, di una massa di tifosi del Liverpool privi di biglietto), il Rapporto doveva poi ridisegnare le norme di sicurezza negli stadi inglesi. Nell’agosto 1989 la stesura interim, nel gennaio 1990 quella definitiva. Tra le riforme più importanti, l’obbligo di stadi con soli posti a sedere per i club professionistici di Football League (prima e seconda serie) inglese e scozzese, il divieto di vendita di alcolici negli impianti. In particolare, il Rapporto Taylor prevede:

1) la ristrutturazione degli impianti, con seggiolini in ogni settore, capienza di almeno 20mila posti, telecamere a circuito chiuso, eliminazione delle barriere tra campo e tribune;

2) presa di coscienza dei tifosi dopo il bando del 1985 con cui, in seguito alla tragedia dell’Heysel, l’UEFA escluse i club inglesi dalle competizioni europee;

3) responsabilizzazione delle società riguardo la sorveglianza negli impianti (in Inghilterra, quasi tutti di proprietà) attraverso steward privati, stipendiati dai club e collegati via-radio con la polizia, presente soltanto all’esterno degli impianti;

4) divieto per le società di intrattenere rapporti con i tifosi, fatta eccezione per collaborazioni finalizzate a prevenire possibili incidenti;

5) indagini con agenti infiltrati nelle tifoserie e istituzione della National Football Intelligence Unit (NFIU), squadra speciale di sorveglianza nazionale anti-hooligans costituita da Scotland Yard nel 1989. Per ciascuna delle 92 società professionistiche un agente al seguito dei tifosi incaricato della schedatura dei violenti. L’attuale banca-dati conta circa 7.000 nominativi.

6) sistema Crimistoppers: istituito da privati per segnalare episodi, persone sospette e/o situazioni pericolose, in dieci anni ha portato a circa 200 chiamate giornaliere all’apposito numero verde e a oltre 15mila arresti. Le denunce, come la ricompensa a chi permette la l’eventuale cattura di teppisti, sono anonime e quindi è alto il rischio di delazioni inattendibili.

Tra i reati che fanno scattare il divieto di accesso allo stadio vi sono: cori e atteggiamenti razzisti, ubriachezza, possesso di alcolici, razzi, petardi o fuochi d’artificio.

Sotto l’aspetto normativo, si registrano:
a) lo Sporting Event Act (1985) che vieta gli alcolici negli stadi;

b) il Public Order Act (1986) che indica come reato l’atteggiamento «allarmante», anche non violento, e concede ai magistrati la facoltà di vietare (fino a dieci anni) l’accesso negli stadi e imporre ai “violenti”, in occasione delle partite, l’obbligo di firma nei comandi di polizia;

c) il Football Offences Act (1991) che permette alla polizia di arrestare e fare processare per direttissima i colpevoli di intemperanze anche solo verbali (linguaggio osceno e cori razzisti).
d) il Football Disorder Act (2000), approvato dal governo laburista di Tony Blair, comporta notevoli restrizioni alla libertà individuale e conferisce enormi poteri a Scotland Yard, cui è consentito il sequestro del passaporto anche 5 giorni prima di gare in programma all’estero.

Oltre alla richiesta di punire penalmente il bagarinaggio, il Rapporto raccomandava la diminuzione dei prezzi dei biglietti. Indicazione ignorata se si considera che nel 1991, per assistere alle partite del Chelsea allo Stamford Bridge di Londra, bastavano 5 sterline, mentre ora ne servono minimo 35. Se negli stadi inglesi non esiste più la violenza è anche merito del caro-biglietti, che ha sempre più allontanato dagli impianti del calcio professionistico la working class (la classe operaia). 

A rimpiazzarla è stata così la ben più facoltosa clientela degli skyboxes, i lussuosi palchi-suite riservati a Vip, autorità e aziende, che li usano per rappresentanza. All’Emirates Stadium dell’Arsenal, per esempio, gli abbonamenti costano tra le 800 e le 1800 sterline e i 150 box privati partono dalle 65.000 sterline a stagione.

Prima ancora che alle connivenze fra i club e le frange violente del tifo, la riproducibilità italiana del modello inglese, e in particolare del Rapporto Taylor, si scontra con le peculiarità del sistema Italia. A cominciare dalla reale volontà politica di debellare, anziché circoscrivere, il fenomeno violenza negli stadi. Questo nella implicita convinzione – neanche troppo tacitamente ammessa da forza pubblica e istituzioni – che sia preferibile “incanalare” i violenti alle partite, quindi in luoghi e orari noti, anziché lasciarli scorrazzare per le città.

Poi, la (non) certezza della pena. In Inghilterra i colpevoli di reati “da stadio” vengono giudicati per direttissima il giorno dopo la partita e gli steward possono – come in Germania – operare fermi o imporre test alcolemici. Negli stadi inglesi non ci sono barriere né gabbie, ma basta oltrepassare la riga gialla indicata («Do not trespass this line») e si finisce subito nelle celle già predisposte negli impianti.

Che anche in Italia le cose stiano cambiando lo rivelano i dati dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive. Nel 2008-09, su 1.185 partite di Serie A, B e Lega Pro, rispetto la stagione precedente i feriti (21 civili, 61 agenti) sono diminuiti del 28,2% (-66,1% tra i civili, -41,3% fra le forze dell’ordine); ed è calato dell’83,3% il numero di incontri con impiego di lacrimogeni da parte della forza pubblica. Ma a far discutere sui metodi, oltre ai 60 arresti e i 217 denunciati, sono le 123 gare senza i tifosi ospiti, le 81 limitazioni alla vendita di biglietti e i 4 differimenti delle partite. Numeri che testimoniano la difficoltà nell’applicazione di leggi e decreti. Il vero modello italiano.
CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

domenica, gennaio 10, 2010

Armstrong, Boro scatenato

David “Spike” Armstrong al Middlesbrough detiene un record difficilmente superabile. In sette anni col club del Teeside, 356 presenze consecutive presenze fra campionato e coppe da esterno sinistro di centrocampo. Ovvio l’altro nickname a imperitura memoria: Mr Consistent, il signor Continuità.

Al Boro da quando aveva nove anni, professionista dal Capodanno 1971, debutta in campionato diciassettenne, nel marzo 1972, contro il Queens Park Rangers.

Già titolare in prima squadra, nel marzo successivo, dopo aver saltato la trasferta di Huddersfield Town, comincia la fenomenale striscia che durerà fino al match col Nottingham Forest del settembre 1980, quando, per la prima volta in sette anni e mezzo, il suo nome non sarà a referto.

Nazionale inglese Under 23 e “B”, nel maggio 1980 è nella selezione maggiore che Bobby Robson schiera a Sydney contro l’Australia. Sarà il suo unico “cap” da giocatore del Middlesbrough, gli altri due (contro la Germania Ovest e il Galles) arriveranno con la maglia del Southampton.

Nell’ottobre 1980, appena 25enne, viene omaggiato con un’amichevole testimonial (la Jack Charlton’s Little Gem) contro il Boro 1973-74, quello della promozione. Neanche dodici mesi dopo, e 77 gol in 431 partite, viene ceduto ai Saints per 600.000 sterline. E alla faccia del loro calcio ultradifensivo, nell’81-82, la sua prima stagione al The Dell, segna addirittura 15 gol.

Mancino naturale, visione di gioco da regista laterale, Armstrong sa coprire varie ruoli e l’innato carisma ne fa una ovvia scelta per la fascia di capitano. Ma dopo 262 gettoni, stavolta per una disputa contrattuale, se ne va al Bournemouth, dove chiuderà la carriera ad alto livello.

Oggi vive ancora al sud, e segue il Southampton come commentatore per radio locali. In precedenza aveva lavorato nel ramo commerciale al Waterlooville, incarico avuto grazie alle esperienze come dirigente sportivo nelle Hampshire Schools e al Reading come impiegato nelle pubbliche relazioni del club. In attesa che il Boro si ricordi di lui.
Christian Giordano
ch.giord@gmail.com

LE CIFRE
In campionato:
Club Pres. Reti
Middlesbrough 357 (2) 59
Southampton 222 59
Bournemouth 6 (3) 2
TOTALE 585 (5) 120

In nazionale: 3 -

Palmarès da giocatore:
1 campionato Second Division (Middlesbrough 1973-74)
1 Coppa anglo-scozzese (Middlesbrough 1976)

giovedì, gennaio 07, 2010

Channon, un bomber chiamato cavallo


Nato il 28 novembre 1948 a Orcheston, contea del Wiltshire (Inghilterra), Michael Roger “Mick” Channon è stato uno dei più grandi attaccanti nella storia del Southampton, e non soltanto il più prolifico.

Segna al debutto in campionato contro il Bristol City a 17 anni, nell’aprile 1966, ma la stagione seguente – la prima dei Saints in massima divisione – racimola solo una presenza. Nel 1968-69, ceduto Martin Chivers, diventa titolare e l’anno dopo top scorer del club: è il 1969-70, annata magica che gli porta anche il primo dei suoi 9 caps con l’Inghilterra Under 23. Con la selezione maggiore, invece, chiuderà con 46 presenze e 21 reti fra il 1972 e il 1977.

Capocannoniere del Southampton anche nelle successive sei stagioni, tocca il massimo in carriera con 21 gol nel 1973-74. La stagione seguente ne infila 20 in campionato, comprese le triplette contro Oxford United, Bristol Rovers e quella nel 5-0 sul Derby County in Coppa di Lega. Nel 1975-76 altro ventello in Second Division, compresa la hat-trick nel 4-0 nel quasi derby col Portsmouth. Il Southampton, sesto fra i cadetti, vince la FA Cup battendo 1-0 in finale il Manchester United. Suo lo zampino nel gol segnato nel finale da Bobby Stokes.

Membro-chiave di quei Saints, Channon aveva segnato una tripletta anche nel 4-0 al replay del quinto turno sul West Bromwich Albion. L’ultimo tris in biancorosso arriverà invece la stagione seguente, contro il Blackpool.

Consapevole di aver dato tutto con e per quella maglia, chiede il trasferimento e viene accontentato: nell’estate del 1977, per 300 mila sterline, passa al Manchester City. Club che aveva chiuso la First Division dietro al Liverpool campione e sembrava in crescita, e invece aveva già toccato l’apice. Channon fatica a trovare spazio e così, nel settembre 1979, dopo due deludenti anche se per lui non fallimentari stagioni al Maine Road (la prima con 12 gol, la seconda con 11), accetta la chiamata di Lawrie McMenemy che lo riporta al “The Dell”.

Nell’estate 1982, il secondo e stavolta definitivo al club di una vita, amore ricambiato con 580 partite, fra campionato e coppe, e 215 reti. Tutte o quasi festeggiate con la sua caratteristica esultanza col braccio destro fatto girare a mo’ di mulino di vento.

Brevi parentesi con Newcastle United e Bristol Rovers e poi tre anni al Norwich City, con tanto di Milk Cup vinta coi Canaries nel 1985, prima di tornare sulla South Coast per svernare al Portsmouth e chiudere coi dilettanti del Finn Harps.

Chiuso col pallone, ha sfondato anche come allevatore di cavalli da corsa, la sua grande passione, a West Ilsley, nel Berkshire. La sera del 27 agosto 2008 è rimasto ferito con il figlio nell’incidente stradale nel quale ha perso la vita l’agente e amico Tim Corby. Al momento dell’impatto i Channon e Corby erano in viaggio sull'autostrada M1, all’altezza dello svincolo 24, vicino a Kegworth, nel Leicestershire, tra Leicester e Nottingham. Rientravano dalle aste di Doncaster ed erano diretti alle scuderie dei Channon, a West Isley. Trasportati in elicottero al Queen’s Medical Centre di Nottingham, Mick, all’epoca 59enne, se la caverà con un polmone perforato e fratture a un braccio e alla mandibola, e Jack con lesioni alle costole.

Come allenatore di galoppo, Channon senior ha vinto classiche in Gran Bretagna, in Francia, in Germania e in Irlanda. In Italia ha vinto il Gran Premio Roma, alle Capannelle, con Imperial Dancer nel 2003. Ma al The Dell e dintorni verrà per sempre ricordato per quel braccio a mulinello.
CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

MICK CHANNON
Attaccante
Orcheston, 28-11-1948

LE CIFRE
In campionato:
Club Pres. Reti
Southampton 507 (4) 185
Manchester City 71 (1) 24
Newcastle United 4 1
Bristol Rovers 4 (5) 0
Norwich City 84 (4) 16
Portsmouth 34 6
TOTALE 704 (14) 232

In nazionale: 46 21

Palmarès:
1 FA Cup 1975-76
1 League Cup 1984-85

martedì, gennaio 05, 2010

Costa d'Avorio, se l'Africa esiste


L'Africa? Non esiste. Anzi, ne esistono almeno 4. La pensava così Ryszard Kapuściński, il massimo inviato di guerra del Novecento. Uno che l'Africa la conosceva bene.
C'era andato per la prima volta nel 1957. L'anno della prima Coppa d'Africa.
E certo non poteva sapere che quella prima, sommaria suddivisione avrebbe avuto, negli anni, una declinazione anche calcistica al di là degli immaginifici soprannomi delle nazionali: i Leoni Indomabili del Camerun, gli Elefanti ivoriani, e le tante Aquile: quelle del Mali, le Super della Nigeria o di Cartagine della Tunisia, le Black Stars ghanesi e via fantasticando.
Anche nel calcio di afriche ce ne sono almeno 4.
C'è il calcio spezzettato e molto "europeo" del Maghreb - lezioso e rissoso in Tunisia, solido e organizzato in Egitto;
il calcio atletico e tecnico del Golfo di Guinea, vero e nero: Costa d'Avorio e Ghana, ma anche Togo e Benìn, Nigeria e Camerùn, Ghana;
Il calcio - in disarmo e senza tradizione - del Corno d'Africa;
E infine quello, inestricabile come le sue foreste, dell'Africa del Sud. Che non significa Sud Africa, vincitore in casa nel '96 ma troppo particolare, prima e dopo l'Apartheid, per essere incasellabile.
Un calcio che ad Angola 2010 non ci sarà: un paradosso per chi ospiterà, a giugno, il primo Mondiale africano.
Nei 4 gironi della 27esima Coppa d'Africa, però, si sfideranno le grandi del continente.
Nel Gruppo A, le Palancas Negras (le Antilopi Nere) padrone di casa punteranno sul collettivo e sul carisma del Ct Manuel José per giocarsi uno dei primi due posti con l'Algeria di Ziani, Meghni e Ghezzal e un Mali mai così competitivo: con Diamoutene in difesa, Sissoko, Mamadou Diarra e Keita a centrocampo e in attacco. Il Malawi, 99esimo nel ranking FIFA, pare relegato a comparsa.
Nel Gruppo B, la favorita Costa d'Avorio è all'ultima chiamata: perché questa sarà Coppa d'Africa del fuoriclasse Drogba e, forse, della grande generazione degli Academièns, i campioncini - tutti ormai sulla trentina - sfornati in serie all'ASEC di Abidjan dal mago dei giovani Guillou. Tranne che in porta, con Barry, la squadra dell'esperto Halihodzic ha stelle in ogni reparto; Eboué dell'Arsenal a destra, i fratelli Touré al centro: Kolo nella difesa del Manchester City, Yayà nel centrocampo del Barcellona, dove fa panchina Keita. E in attacco, con Sua Maestà Drogba, Kalou del Chelsea e come rincalzo Arouna Dindane del Portsmouth. Alle spalle dell'Olanda africana - non solo per i colori e l'idiosincrasia ai rigori, che le costarono il titolo 2006 - i suoi temibili vicini: il Ghana dei campioni del mondo Under 20 più Essien, Asamoah e Appiah, ma senza Muntari, infortunato, e Appiah, fuori per scelta tecnica, il Togo di Adebayor e il Burkina Faso come quarto incomodo.
Insomma: come a Germania 2006, a questa Costa d'Avorio - più che Ancelotti, che sognava di allenarla - manca soprattutto lo stellone di Lippi nei sorteggi.
Nel Gruppo C, l'Egitto bicampione uscente contro la Nigeria, gli Scoiattoli del Benin e la cenerentola Mozambico. Il pronostico è una lotta a due fra la squadra del confermato Ct Shehata e le Super Eagles di Obi Mikel e Martins, l'ex interista che con la doppietta del 3-2 in Kenya, firmata partendo dalla panchina, ha sfilato il pass per Sud Africa 2010 alla Tunisia.
Nel Gruppo D, il Camerun di Eto'o - altra candidata al titolo - nonostante le gufate di Mourinho dovrebbe fare corsa a sé contro Gabon, Zambia e Tunisia. Perché il Ct Le Guen, dopo i flop con Rangers e Paris Saint-Germain, non può fallire. E perché il suo 4-4-2 non è solo Eto'o - capocanniere all-time con 16 gol - ma anche Kameni in porta, Makoun e Song (nipote) nel mezzo. L'altro posto dovrebbe essere della Tunisia, che ha fatto harakiri nello spareggio mondiale di Maputo col Mozambico, ma resta una superpotenza in confronto allo Zambia. E al Gabon di Giresse. Il suo giocatore più famoso è l'attaccante Cousin: 3 presenze e zero gol nell'Hull City. Detto tutto.
Tutto ancora da scrivere, invece, il destino delle ammesse ai quarti. Dagli incroci fra i Gruppi A e B da una parte, C e D dall'altra, qualche grande uscirà ben prima della finale del 31 gennaio a Luanda.
Un secondo dramma nazionale, nell'Egitto che in Confederations Cup ha battuto l'Italia ma non andrà ai Mondiali - neppure viene preso in considerazione. L'obiettivo, anche senza gli infortunati Zaki e Abou Trika, l'eroe del 2008, è il tris consecutivo, record del torneo come le Coppe alzate dei Faraoni: ben 6, contro le 4 di Camerun e Ghana. Forse le uniche che potranno insidiare la Costa d'Avorio. Regina anche troppo annunciata di un'Africa che ogni due anni, a gennaio... esiste.

domenica, gennaio 03, 2010

"Non è il suo piede" e altre amenità

Di tutti i propositi per il nuovo anno, uno ci pare una battaglia persa in partenza e quindi più che mai affascinante: battersi per "un'altra telecronaca è possibile". Quando ci andrà segnaleremo qui le cose che più ci dà fastidio ascoltare nelle telecronache sportive. E che recentemente ci hanno dato la patente di "inadeguati", perché, "proprio noi", volevamo farle in modo diverso dagli urlatori/venditori di tappeti di professione. Senza invidia né livore, ma con l'orgoglioso diritto a essere non migliori ma diversi.
c.g.

"Non è il suo piede", Celtic-Rangers del 3 gennao 2010.
Basterebbe in coda l'aggettivo "migliore". Non è difficile. Più o meno come "braccio 'aderente' (e non 'attaccato') al corpo". Si può fare, dai.

sabato, gennaio 02, 2010

Abbuffata da weekend

Se pensavate di dover aspettare fino alla befana, per tornare a masticare calcio, siete in errore. Dopo i cenoni di Natale e fine anno, per il weekend SKY vi offre una grande abbuffata di calcio internazionale.
In Inghilterra torna la FA Cup con gli anticipi del terzo turno, in Spagna la Liga con la 16esima giornata, in Scozia la Premier League con il 20esimo turno e una ciliegina: l'Old Firm di domenica, Celtic-Rangers. 39 anni e un giorno dopo la tragedia di Ibrox del 1971.
A proposito di rivalità, un'altra, antica e sentitissima, mancava in campo dal febbraio 2004. E' quella fra Manchester United e Leeds United, avversarie domenica e unite, nel recente passato, dall'amore smisurato per lo stesso idolo: Erìc Cantona, che in questi giorni di festa sta riempiendo i cinema italiani con "Il mio amico Erìc" di Ken Loach.
Tornano in campo, sabato, anche il Liverpool di Aquilani e il Manchester City di Mancini: con l'ex romanista titolare e il Mancio in panchina, due vittorie su due per Reds e Blues. La squadra di Benìtez gioca a Reading, quella del Mancio a Middlesbrough. Sfide da non sottovalutare ma non proibitive.
Da non perdere, in Spagna, la prima uscita dell'anno del Barcellona pigliatutto: al Camp Nou contro il Villarreal di Rossi. Guardiola non avrà Keita e Touré, già partiti per la Coppa d'Africa; recupera però Iniesta, dall'altra parte in dubbio Ibagaza.
Il Real Madrid giocherà la sera dopo a Pamplona contro l'Osasuna. Nel pomeriggio, in Premier League, Zola si gioca una bella fetta di chance-salvezza contro il lanciatissimo Arsenal di questo periodo. Il guastafeste ideale per mandarti di traverso il panettone.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO