mercoledì, marzo 31, 2010

lunedì, marzo 29, 2010

Serie A, le immagini al potere


Il triplice rimpianto del Milan ha la faccia di Galliani su questa occasione sprecata da Abate.
Su 9 punti fondamentali che avrebbero regalato al Milan il primato solitario, Leonardo ne ha fatti due: sempre a San Siro, sempre per 1-1, contro il passato e il presente di Reja: Napoli e Lazio.
Lazio che ora vede più vicina la salvezza, di certo meglio di come possa guardarla il suo allenatore, cui il napoletano Foggia ha rotto gli occhiali.
Adesso dovrà ripagarglieli, e quale migliore occasione della prossima trasferta di campionato.
Tanto di cappello a Reja se dovesse riuscire nell'impresa che appena un mese fa pareva impossibile.
Tanto di cappellino, invece, a Miccoli, triplettista che sta lanciando il Palermo verso la Champions, quella sì un'impresa, al di là dei sogni-scudetto estivi di Zenga.
Sogni che ora più che mai possono essere cullati dalla Roma, incapace di perdere tempo anche quando vorrebbe. Come Vucinic che sul 2-1 contro l'Inter vorrebbe attardarsi a salutare Morganti ma proprio non può: l'arbitro ha capito tutto e lo invita a uscire.
Ha più fortuna Cristiano Zanetti con Gava, ma al 6' della ripresa - sull'1-1 - nessuno dei viola aveva voglia di perdere tempo. La Fiorentina insegue la zona Champions. Come la Sampdoria del nervosissimo Pazzini che scalcia (Astori) e scalpita (nel tunnel).
E come la Juventus di Felipe Melo (nella foto), che dopo il gol si scusa così coi tifosi e scatena la reazione di Buffon, fino a poco prima impegnato al telefono. Perché se una telefonata ti allunga la vita, dopo un tiro così, se come si finisce qui sotto com'è capitato a Quagliarella, magari anche la carriera.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, marzo 28, 2010

Thomas, il vento che accarezzava l’erba


Se c’è un posto dove adorano le ali, quello è il Loftus Road. Lì impazziscono a vedere uno che s’invola sull’out, ne scarta un paio e la mette in mezzo a tutta velocità. E Dave Thomas ne è stato uno degli idoli più amati. A corredo del mito, calzettoni alla cacaiola e totale idiosincrasia ai parastinchi. Per dirla alla Ken Loach, fra gli ultimi baluardi del socialmente utile, il suo modo di giocare era come il vento che accarezza l’erba.

Nato il 5 ottobre 1950 a Kirkby-in-Ashfield, contea del Nottinghamshire, comincia nel Burnley nell’estate del 1966. A neanche sedici anni, gli pronosticano già un futuro nell’Inghilterra. E ancor prima di firmare col club del Turf Moor, in quello stadio ci aveva già giocato con la nazionale giovanile.

Aggregato alle riserve, all’ultima giornata, per l’infortunio di Ralph Coates, gli danno la maglia numero 11 e il 13 maggio 1967 debutta in casa contro l’Everton. A sedici anni e 220 giorni è il più giovane esordiente in First Division nella storia del club e il secondo di sempre, 46 giorni più vecchio del leggendario Tommy Lawton, che giocò la sua prima partita in Second Division negli anni Trenta.

La prova del fuoco non gli vale un posto fra i grandi l’anno seguente, chiuso alzando la FA Youth Cup da mezzala, con Steve Kindon ala sinistra.

Ceduto Willie Morgan al Manchester United, Thomas diventa titolare in prima squadra nel 1968-69. Con lui, in quell’autunno, arrivano anche Kindon e otto vittorie consecutive.

A ottobre, dopo averlo ammirato nel 5-1 del Burnley sul suo Leeds United, Don Revie si fa prendere dall’entusiasmo: quel ragazzino è la migliore promessa del Regno Unito e forse d’Europa. Esagera, ma dopo la nazionale giovanile, Thomas conquista il primo cap nell’Under 23 sei mesi prima del ventesimo compleanno.

Col Burnley retrocesso dalla massima divisione nel 1971, Dave sembra aver perso lo smalto. Le voci che lo vogliono in contrasto col manager Jimmy Adamson trovano conferma nell’ottobre 1972, quando viene ceduto al Queens Park Rangers per 165.000 sterline, cifra-record per un club di Second Division.

Al primo tentativo si vendica della sua ex squadra e ripaga la fiducia dei Londoners trascinandoli (col secondo posto) alla promozione in First Division nel 1973, proprio contro il Burnley.

Il rendimento in biancoblù gli vale, il 30 ottobre 1974, la prima delle sue otto presenze (tutte da titolare) nell’Inghilterra dei grandi. Lo chiama, indovinate chi, Don Revie: quello degli elogi esagerati. Ripagato, al primo pallone, con l'assist per Mick Channon nel 3-0 sulla Cecoslovacchia.

Nello storico campionato 1975-76 salta solo una partita nei Rangers, secondi dietro il Liverpool per un punto nella miglior stagione per lui e per il club. La squadra, imperniata sui suoi cross, sulle magie di Stan Bowles e sui gol di Gerry Francis, resta in testa per gran parte del torneo, ma cede all’ultima giornata.

Come ogni apice, è l’inizio della fine. Nel 1977 l’arrivo di Leighton James lo costringe a giocare da interno, dove non può rendere come all’ala. E così, dopo un altro anno a Londra e 29 gol in 182 gare coi ’Gers, torna a nord-ovest, sulla sponda blu di Liverpool, per portare l’Everton al terzo posto nella Division One 1977-78. Con lui a rifornirlo dalla fascia, Bob Latchford segna 30 gol.

Nel 1979 è al Wolverhampton ma non funziona e così nell’estate ’81 attraversa l’Atlantico per giocare nella NASL con i Vancouver Whitecaps. Dopo la breve parentesi al Middlesbrough, vince col Portsmouth la Third Division.

Prova anche ad allenare le giovanili, prima nello stesso club della south coast poi al Brentford, ma non fa per lui. Lasciato il calcio dopo quasi 20 anni e 450 presenze in campionato, insegna educazione fisica alla Bishop Luffa School di Chichester, nel Sussex occidentale. 
 
Ora vive lì in pensione e come giardiniere cura prati all’inglese. Per il vento abituato ad accarezzarla, il finale più bello: il profumo dell’erba anche quando non puoi più volare.
Christian Giordano

Dave Thomas, ala
Kirkby-in-Ashfield, 5-10-1950

In campionato:
Club Gare Gol
Burnley (1966-1972) 153 (4) 19
Queens Park Rangers (1972-1977) 181 28
Everton (1977-78) 7 14
Wolverhampton (1979-80) 10 0
Vancouver Whitecaps (1984-86) 16 2
Middlesbrough (1984-86) 13 1
Portsmouth (1985-1987) 24 (6) 0

Totale: 468 (11) 54

In nazionale: 8 0

Palmarès:
1 Third Division 1982-83

sabato, marzo 27, 2010

Hero or Villans


Mago o flop, "Hero or Villain". Anzi: Villans. In due settimane, il Chelsea - e Ancelotti - si giocano la stagione contro la squadra di O'Neill.
Carletto deve vincere per inseguire il Manchester United, che due ore dopo, a Bolton, tenterà l'allungo in testa alla classifica. Lo United è a +1 sul Chelsea e a +2 sull'Arsenal. E il logorio da Coppe è un alibi che non regge: Man U e Gunners hanno la Champions dietro l'angolo, i Blues - il 10 aprile al Villa Park - la semifinale di FA Cup. Vista la concorrenza, Tottenham e Portsmouth, per Ancelotti le chance di vincere un trofeo già al primo anno a Londra sono più che concrete.
Più difficile la corsa al titolo in Premier.
Dopo il pareggio contro il Blackburn, la squadra ha goleato 5-0 a Portsmouth nel turno infrasettimanale. Allo Stamford però arriva un Villa imbattuto in campionato nel 2010 e a caccia di punti-Champions.
Sfida nella sfida, il migliore attacco - i 75 gol del Chelsea - contro la miglior difesa (con quella dello United): appena 25 le reti subite dai Villans. E proprio la difesa fu la chiave del successo di O'Neill all'andata.
Ancelotti a centrocampo recupera Ballack, ma in difesa perde Ivanovic e, per un mese, Ricardo Carvalho. Nell'undici di Ferguson invece tornerà titolare Giggs, in vantaggio su Nani, che ha rinnovato fino al 2014 e giocherà dall'inizio in Champions, martedì a Monaco contro il Bayern. Come Park e Scholes, entrambi a riposo al Reebok Stadium. Dove Ferguson magari non si giocherà la stagione, ma un a bella fetta di titolo sì.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

domenica, marzo 21, 2010

Gerry di Dublino

Irlandese di Cabra, il sobborgo a due km a nord-ovest del centro di Dublino, dov’è nato il 30 aprile 1954, Gerard Anthony Daly col calcio comincia a Drumcondra, nella celebre fucina Stella Maris. Il suo primo club vero è il Bohemians, nel quale segnerà anche in Coppa UEFA, a Colonia, nel settembre 1972.

Nell’aprile 1973, per 12.500 sterline, lascia i Gypsies per il Manchester United, che in Irlanda storicamente attinge spesso e bene. Un mese sotto Tommy Docherty e arriva la prima delle sue 48 presenze (tutte da titolare, con 13 gol) in nazionale. Ma ai Red Devils, però, saranno più dolori che gioie.

Centrocampista completo ma leggerino, patisce un adattamento più lungo del previsto. Diciamo un annetto, visto che il posto fisso sarà una chimera fino al marzo 1974.

Presenza marginale nella squadra retrocessa nel 1973-74, diventa, in coppia con l’ala Gordon Hill, l’asse portante di quella che domina in Second Division la stagione seguente. E dello United battuto a Wembley dal Southampton nella finale di FA Cup del 1976 (suoi i gol contro Oxford, Leicester e Wolves).

Rigorista quasi infallibile (16 segnati su 17, compresi i 4 in 3 match consecutivi nel 1974-75), realizza 142 gol fra campionato e coppe prima dello scontro col manager, che gli preferiva Jimmy Greenhoff, e il consequenziale addio all’Old Trafford.

Nel marzo 1977, ne approfitta Colin Murphy che se lo porta al Derby County per 175.000 sterline, record all-time per un calciatore irlandese.

Due mesi dopo, lo United torna a Wembley: 2-1 sul Liverpool, e FA Cup 1977 ai Red Devils ma non a chi più la meritava.

Anche al club del Baseball Ground l’impatto di Daly è immediato. E non solo dagli undici metri (memorabile il penalty trasformato nel 1977 contro il Man City, col dischetto ridisegnato durante la partita).

Con le doti che lo hanno reso famoso – disciplina, spirito guerriero, ma anche pulizia nel passaggio e potenza del tiro – trascina i Rams a metà classifica. Ma a settembre, sei mesi dopo aver messo nero su bianco, Gerry ritrova Tommy Docherty, licenziato dallo United a luglio per la storia extraconiugale, divenuta pubblica, con una fisioterapista del Man U, Laurie Brown. Ironia della sorte, al Man U per rimpiazzare Docherty era stato scelto Dave Sexton, che già lo aveva sostituito al Chelsea. Se il mondo è piccolo, nel calcio di più.

Daly chiede subito il trasferimento. Richiesta poi rientrata, ma i due avranno sempre un rapporto non facile. Nell’agosto 1980, dopo 31 gol in 112 partite di campionato, Gerry viene accontentato dal successore di Docherty, Colin Addison, che per 300.000 sterline lo cede al Coventry, rivale diretto in First Division.

Agli Sky Blues, ai tempi ancora all’Highfield Road, Daly resta quattro anni, poi va in prestito in seconda divisione, al Leicester City, che conquista subito la promozione alla First Division nel 1983-84.

In agosto passa al Birmingham City per appena 10.000 sterline, cifra stabilita dal tribunale per dirimere la controversia legale fra le società. E così, un decennio dopo aver vinto la Second Division col Manchester United, si ripete centrando la promozione anche col club del St. Andrew’s.

Allo Shrewsbury Town, dopo 14 anni di nazionale, colleziona il suo 48esimo e ultimo cap con l’Irlanda, poi chiude con due stagioni allo Stoke City (1986-1988) e una al Doncaster Rovers (1988-89). Non contento di una carriera trascorsa in otto club di Football League (per un totale di 88 gol in 472 gare), Gerry si era concesso anche un anno, dal maggio 1978 al maggio 1979, con i New England Tea Men della NASL, la prima lega professionistica nordamericana. Riconoscimenti individuali: Top 11 nella prima stagione, menzione d’onore nella seconda.

All’inizio della stagione 1990-91, è giocatore-allenatore del Telford United, club di Vauxhall Conference che lo esonera nell’ottobre 1993. Da allora, a piegare il sogno di una panchina sono stati i gravi problemi alla schiena. Chissà perché, alla gente abituata a tenerla dritta, fa sempre un po’ più male.
Christian Giordano
ch.giord@gmail.com

Gerry Daly
Centrocampista
Dublino (Irlanda), 25-11-1953

In campionato:
Club Presenze Gol

Manchester United (1973-1977) 107 (4) 23
Derby County (1976-1980) 111 (1) 31
Coventry City (1980-1984) 82 (2) 19
Leicester City (1982-83) 17 1
Birmingham City (1984-86) 31 (1) 1
Shrewsbury Town (1985-1987) 55 8
Stoke City (1986-1988) 17 (5) 1
Doncaster Rovers (1988-89) 37 (2) 4

Totale: 457 (15) 88

In nazionale: 48 13

Palmarès da giocatore:
1 Second Division 1974-75

Tra Niño e Roo vince Park


Nel giorno di Primavera, all'Old Trafford va in scena la classicissima del calcio inglese: Manchester United-Liverpool, edizione numero 179.
Neanche il tempo di ascoltare la sigla e Fernando Torres fa subito capire di essere tornato lui: El Niño, l'uragano che dopo 5' minuti apre col tacco l'azione che poi va a chiudere così. Settimana magica per lo spagnolo: 5 reti in otto giorni. Doppietta nel 4-1 al Portsmouth in campionato, doppietta decisiva al Lille decisiva per i quarti di Europa League e gol numero 16 in questa Premier, il 18esimo in una stagione dimezzata dagli infortuni.
La sfida a Rooney come miglior centravanti al mondo, specie quando conta, è ri-lanciata.
Ma "super Wayne", quest'anno, non si batte neanche provocandolo. Webb punisce questo fallo di Mascherano in area su Valencia. Torres cancella coi tacchetti il dischetto per innervosire Rooney, che si fa parare il tiro da Reina e poi lo punisce sulla respinta: 33esimo centro stagionale, per il già scritto Pallone d'oro 2010.
Capace di fare la differenza anche in una giornata non brillantissima sottoporta.
Al 60' è lui a innescare Fletcher per il cross su cui si tuffa, con coraggio, Park. E mentre Carragher e Rooney si allacciano, il giocatore più sottovalutato nella storia dello United regala a Ferguson il successo su Benitez inseguito da tre confronti diretti.
Che sarebbero diventati quattro se all'89esimo, Torres prima e Benayoun poi, non avessero sprecato così la palla del pareggio. Un errore non da "Niño" che decide la Classicissima e avvicina il Man U al titolo numero 19, il quarto consecutivo. Impresa mai riuscita a nessuno. Ma con un Rooney così, tutt'altro che impossibile.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Le magie del "santone" Babacar


Khouma El Babacar ha un futuro, e forse già un presente, da numero uno. "Baba", come lo chiamano i compagni per i quali non è più solo una mascotte, a 17 anni e tre giorni di traguardi storici ne ha già tagliati due.
È il primo prodotto che il vivaio regala alla prima squadra della Fiorentina nell'era-Della Valle.
E ha già segnato il primo gol in Serie A, l'ultimo nel 3-0 contro il Genoa. Un evento così atteso da essere annunciato persino con qualche frazione di anticipo sulla realtà.
A 17 anni, al primo gol in A, ti aspetteresti almeno una timida esultanza. Invece no. Mentre i compagni lo prendono simpaticamente in giro, lo coccolano, quasi non esulta, come ci ha abituato - per altri motivi - Mario Balotelli.
Quel Balotelli che Corvino aveva già in mano ma che si lasciò volutamente scappare: c'era di mezzo un appartamento, e il nuovo ds non se la sentì di forzare la mano per un talento purissimo, ma ancora bambino.
Quest'altro bambino, invece, più che a Balotelli, è la risposta viola a Santon: scudetto con gli Allievi, fugace passaggio da fenomeno in Primavera e subito in prima squadra.
A Napoli, appena entrato, ha cambiato la partita mandando in gol Gilardino e Jovetic.
"Ha prospettive illimitate", ha detto di lui Prandelli, uno che di solito non si sbilancia.
Centravanti nato, il ragazzo che tutti scambiavano per Papa Waigo, ma solo per i lineamenti, è una scoperta di Franco Rondanini. L'agente che lo ha portato da Thes, in Senegal, alla sua Accademia a Fuerteventura, nelle Canarie.
Il Genoa, non convinto dell'età, lo scartò, a Corvino bastarono due gol in 10' in una partitella organizzata apposta, per blindarlo fino al 2013.
E senza appartamento: Babacar vive al "Villino", la foresteria a 100 metri dal Franchi che ospitò De Sisti, Merlo e Chiarugi. Mangia al ristorante di fronte allo stadio e su Facebook ha già oltre 6000 fan. E presto taglierà un altro, meritato, traguardo: il suo primo contratto da professionista.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

sabato, marzo 20, 2010

Man U-Liverpool, la Classicissima che non c'è più


Manchester United-Liverpool: c'era una volta "la" classicissima del calcio inglese.
C'era una volta, perché, di fatto, quest'anno non c'è mai stata. Un paradosso per il peggior Liverpool dell'era-Benitez che proprio all'andata, ad Anfield, visse uno dei rari momenti da ricordare in una stagione, fin qui, da dimenticare.
Vinse 2-0, con gol di Torres - appena rientrato dall'ennesimo infortunio - e raddoppio di Ngog nel recupero.
Un successo illusorio, perché questo Liverpool non è mai stato un competitor di United e Chelsea. Anche se ferguson recita bene la parte: "Il Liverpool è ancora in corsa, a inizio stagione tutti lo davano tra le favorite. L'anno scorso ha fatto una grande campionato, lottando per il titolo fino alla fine. ma non è facile ripetersi".
No, ripetersi non è mai facile. Ma fallire subito in Champions, in Premier e FA Cup non era preventivabile. Al di là degli infortuni di Gerrard, Torres e Aquilani. L'investimento da 20 milioni che solo questa settimana, contro il Portsmouth, ha fruttato il primo gol italiano sotto la Kop in campionato. Anche Dossena ci era riuscito, ma in Champions, contro il Real Madrid. mentre in Premier League, il terzino ora al Napoli aveva segnato solo al Manchester United all'Old Trafford.
Il Teatro dei Sogni dove il Liverpool, in corsa per il quarto posto che vale la Champions, sarà solo arbitro nella corsa a due fra Ferguson e Ancelotti.
Sir Alex recupera Giggs, fermo sette settimane per la frattura al braccio.
Per Benitez c'è il dubbio Aquilani, che ha saltato per un virus intestinale il retour-match di Europa League col Lille. Già l'Europa League. Con un posto in Champions e la classicissima, l'unico obiettivo rimasto a una squadra che, quest'anno, non c'è mai stata.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

martedì, marzo 16, 2010

Mou e la Battaglia di Stamford Bridge


José Mourinho, allo Stamford Bridge, si sente a casa.
Per gli inglesi che non tifano Chelsea, "Stamford Bridge" è invece sinonimo di Battaglia. "La" Battaglia di Stamford Bridge, appunto, resa celebre dal dipinto (nella foto) del norvegese Peter Nicolai Arbo.
Sul ponte del fiume Stamford che dava il nome al villaggio dell'Inghilterra orientale, è considerata l'atto conclusivo dell'epoca vichinga in terra inglese.
Re Harold II batté re Harald. Era il 25 settembre 1066.
Un millennio dopo, decennio più, decennio meno, un altro condottiero dovrà battere il principe Carletto per liberare l'Inter da complessi europei lunghi 45 anni. Tanti ne sono passati da quando l'Inter del Mago Herrera vinse la sua seconda e ultima Coppa dei Campioni.
Nessuno più del "nuovo Herrera" conosce la formula magica per non perdere allo Stamford Bridge, pardon: la sua casa.
Con il Chelsea, qui Mou è rimasto imbattuto in campionato e in Champions ha perso solo una volta: il 22 febbraio 2006, 2-1 per il Barcellona. Autogol di Thiago Motta e di Terry, gol vincente di Samuel Eto'o. E Chelsea in 10 sin dal 37' per l'espulsione di Del Horno, ridicolizzato da Messi.
Thiago Motta ed Eto'o, oggi, il sergente Mou li ha dalla propria parte. Come gli altri 4 nerazzurri che qui hanno già giocato, e perso: Lucio col Bayern e Quaresma (due volte) col Porto in Champions, Muntari col Portsmouth in Premier.
Anche Mourinho, stavolta, può permettersi di perdere, ma solo segnando almeno due gol.
Proprio oggi torna in trincea, cioè in panchina. E non vede l'ora di combattere la sua battaglia di Stamford Bridge.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Esordio (mio) su WS, ed è subito gol (suo)




http://www.worldsoccer.com/newsletter/article.php?id=295852

World Soccer: You were born and raised in Rome, and then spent 10 years with Roma. How hard was it to leave your home-town club and sign for Liverpool?
Alberto Aquilani: It was – and it is – very difficult for a Roman, a romanista, such as me, to leave the city and say goodbye to Roma. Rome is in my heart and it will be there forever. I go back home whenever I can. I grew up there, it is where all my friends and my family live, and where my roots are. But it was a conscious decision on my part to sign for Liverpool and, though I still miss Rome, I am so glad of my experience in England so far. I would not change anything – except the results the team have experienced on the field and the long months I endured on the sidelines as I worked to regain my fitness.

Were you worried about moving to England?
To be truthful, before I arrived I had a terrible fear of the English press because everyone I spoke to warned me they could be very dangerous. But I have experienced no problems with them yet, so perhaps it was just an exaggeration.

You are over 6ft tall, yet your nickname is “The Little Prince”. Can you explain this?
The name has nothing to do with my height. As a child, my football idol was Giuseppe Giannini, a superstar no10 and captain of Roma. I had his poster on my bedroom wall and loved his style of play. He was so smart and skillful; beautiful to watch and brilliant with a dead ball. He never gave away possession. They called him Il Principe [the prince] and when I played at the Roma academy, people said I resembled him and so began the story of Il Piccolo Principe or Principino [the little prince].

How did you feel when you saw Liverpool fans unfurling banners at Anfield, proclaiming “Il Principino – A Hero has Arrived”?
It filled me with incredible pride. I was already accustomed to the Roma supporters saluting me with their own songs and banners, but for the Liverpool fans to do the same, even though I had not proved myself in the Premier League, was amazing. It is now my job to repay their support and love. Giallorossi fans are extraordinary and unique, the best in Italy for sure. There are no more passionate fans in the country. But from what I have seen in England, Liverpool supporters come from the same mould. They have a great reputation in the world of football and I now know exactly why.

An ankle injury decimated the start of your Anfield career. How frustrating was it not being able to figure at the start of the season?
It was one of the hardest, darkest times of my career. Injury is a nightmare for any player, but to be unable to play just after I had joined a new club was terrible. The time seemed to go so slowly as I tried to get fit. Every match I was forced to miss was agony. But I am now trying not to dwell on what has happened and focus purely on the future. I am finally fit now and desperate to show the club, my team-mates and the fans exactly what I can do.

Critics have called you injury prone. How do you react to such allegations?
I cannot agree with these people at all. Injury is a part of life for all footballers, but I do not believe I have a greater predisposition to injury than anyone else. The problems I have had have been caused by desire to do well for Roma last season and now Liverpool – and perhaps returning too soon and hurting myself again. Both times the team needed me and I was desperate to make a contribution. But I would do the same again if I felt I could help achieve a good result.

Both Arsenal and Chelsea reportedly tried to sign you at the age of 16. Why did you reject their advances?
It is true, there was talk of interest from both clubs, but I am not sure how serious the rumours were. However, at that time my only focus was to sign a professional contract with Roma and I did not want to abandon that dream. Perhaps it was my destiny to come to England to play for Liverpool and not Chelsea or Arsenal.

The media have described you as the player signed to replace Xabi Alonso. Does that increase the pressure on you to succeed at Anfield?
Not at all. I am Aquilani not Alonso. I am a different person and have a different style of play. Of course I know what an influential player he was for Liverpool, but I do not think of following in his footsteps, only of making my own path. It is obvious to me and anyone who knows anything about the game that we are two different kinds of player and I hope soon I will show the Liverpool fans what I can achieve here.

The World Cup is looming on the horizon. How would you assess your chances of making the Italy squad for South Africa?
It is obvious that I must play regular games for Liverpool between now and the end of the season if I am to have a chance of making the 23. After that, we shall see. The good news is the Premier League is so strong, perhaps the most important in the world, so if I can do well here it will prove my form is good. It is the dream of every player to perform at the World Cup and I am no different.

But nothing will happen for me unless I begin to shine for Liverpool and, for now, that is my only focus. The club has been very patient with me and I feel that I owe them for that.

CHRISTIAN GIORDANO

domenica, marzo 14, 2010

Little è bello


Già al debutto nell’Inghilterra (il settimo più breve di sempre), si intuisce come sarà la carriera di Brian Little, nell’Aston Villa e in nazionale: fulminante e troppo corta.

Il 21 maggio 1975, a Wembley contro il Galles nel tradizionale Home Championship fra selezioni britanniche, rileva a 10’ dalla fine Mick Channon e all’86’ mette lo zampino nel secondo gol di David Johnson, quello del definitivo 2-2. A fine partita, il Ct Don Revie gli corre incontro e lo solleva abbracciandolo. «In nazionale, il miglior esordio della storia», dirà Revie, che coerentemente non lo chiamerà più. E come lui il successore Ron Greenwood.

Il 30 ottobre 1971, contro il Balckburn, altro debutto dalla panchina: nell’Aston Villa. Alla prima da titolare, nell’aprile 1972, segna un gol nel 5-1 sul Torquay United.

Un predestinato? Sì, se tre indizi fanno una prova: nella stessa stagione, non ancora 18enne, vince da protagonista la FA Youth Cup, la Coppa d’Inghilterra giovanile: 5-2 al Liverpool nella doppia finale.

A quel trofeo, nella bacheca dei Villans, da grande aggiungerà il campionato di Third Division 1971-72 e due League Cup: 1-0 di Ray Graydon sul Norwich City a Wembley nel 1975, 3-2 all’Everton nel 1977 all’Old Trafford di Manchester con gol decisivo, il secondo personale, a fine recupero del secondo replay dopo lo 0-0 di Wembley e l’1-1 nella prima ripetizione all’Hillsbrough di Sheffield.

Col club dove era entrato da apprendista nel 1970, due anni dopo aver fallito il provino nella selezione della sua contea e con i Villans nella loro unica discesa in Third Division, chiude da capocannoniere la Second Division 1974-75 con 20 gol, compresa la tripletta nel 5-0 sull’Oldham Athletic. Attaccante completo e versatile, forma un tandem perfetto con Andy Gray. Ma la sorte non gli sorride.

Nel 1979 il clamoroso trasferimento da 610.000 sterline all’altra squadra cittadina, il Birmingham City, salta alle visite mediche. A soli 26 anni, gli ultimi undici vissuti in claret and blue, guai cronici alle ginocchia lo costringono al ritiro.

Dopo 82 gol in 301 presenze (60 in 247 in campionato), resta al Villa Park con un incarico nel dipartimento promozioni e intanto allena le giovanili. Esonerato Tony Barton, nell’estate 1984 il contratto di Little non viene rinnovato. Accetta così il Wolverhampton, dove da preparatore si ritrova traghettatore nel post Sammy Chapman, esonerato nel 1986 dopo la retrocessione dalla terza alla quarta serie. La prima dei Wolves, che per di più affogano nei debiti.

Promosso capo allenatore ad interim per le dimissioni di Chapman, Little viene rimpiazzato il 7 ottobre da Graham Turner, licenziato il 14 settembre dal Villa, e allora raggiunge al Middlesbrough l’ex compagno Bruce Rioch. Altro club sull’orlo del fallimento, il Boro con due promozioni filate sale in First Division che lascerà nel 1988-89.

Little, fuggito in tempo, a febbraio, retrocede comunque, ma sulla panchina del Darlington in Fourth Division, ultimo gradino della Football League. I Quakers però risalgono subito vincendo in due anni la Vauxhall Conference 1989-90 e la Fourth Division 1990-91.

La sfida successiva, a giugno, è al Leicester City, reduce, sotto Gordon Lee, dalla prima salvezza in Third Division. Con Little, i Foxes conquistano tre promozioni consecutive. L’ultima, nel 1994 a Wembley, battendo il Derby County, rivale delle East Midlands. Chiuso il ciclo-Little, fine del miracolo: il Leicester chiude ultimo con appena sei vittorie.

Mentre il “suo” Villa, dove è tornato per ricostruire la squadra, seconda con Ron Atkinson nella neonata Premier League appena 18 mesi prima, si salva all’ultima giornata pareggiando 1-1 col già retrocesso Norwich City. E due anni dopo rivince la Coppa di Lega, trofeo già alzato da Atkinson nel 1994.

Little si dimette nel febbraio 1998, lo stesso farà allo Stoke City l’anno dopo e all’Hull City in Division Three nel febbraio 2002. Al West Bromwich Albion, invece, lo rimpiazzano con Greg Megson a marzo 2000 dopo che a gennaio gli avevano ceduto Enzo Maresca alla Juventus per 4 milioni di sterline. A ottobre 2003 è al Tranmere Rovers in Division Two, a novembre 2007 sostituisce Brian Carey al Wrexham, che scivola in Conference. Il 28 agosto 2009 firma col Gainsborough Trinity in Conference North.

Piccolo è bello, insomma. Il cuore però è rimasto al Villa Park: «Ci tornerei anche domani. E sai cos’è la prima cosa che farei se mi ritrovassi senza squadra? Mi comprerei un abbonamento del Villa». Vabbè, allora dillo.
Christian Giordano
ch.giord@gmail.com

Brian Little
Attaccante
Newcastle upon Tyne, 25-11-1953

In campionato:
Club Presenze Gol
Aston Villa (1970-1980) 242 (5) 60

In nazionale (1975): 1 0

Palmarès da giocatore:
1 Third Division 1971-72
2 League Cup 1974-75, 1976-77

Club da allenatore:
Wolverhampton Wanderers (1986)
Darlington (1989-1991)
Leicester City (1991-1994)
Aston Villa (1994-1998)
Stoke City (1998-99)
West Bromwich Albion (1999-2000)
Hull City (2000-2002)
Tranmere Rovers (2003-2006)
Wrexham (2007-2008)
Gainsborough Trinity (2009-)

Palmarès da allenatore:
Darlington:
1 Vauxhall Conference: 1989–90
1 Fourth Division: 1990–91

Leicester City:
1 promozione dalla Division One: 1993–94

Aston Villa:
1 League Cup: 1995–96

La Passione di Pellegrini


Dalla remontada col Siviglia al Fracaso col Lione, la settimana di passione del Real Madrid si chiude nella bolgia di Valladolid.
E il Barcellona, che in Champions deve ancora chiudere la pratica quarti, in campionato adesso ha paura.
Proprio come l'Inter. Ma con una differenza.
In Spagna, ora che "el Madrid" ha centrato la sexta, la sesta eliminazione agli ottavi consecutiva, le capolista giocano di domenica.
Al Camp Nou arriva il Valencia, terza forza di un campionato che quest'anno è sempre stato a due.
Ma dopo il brutto 2-2 di Almería e la quinta espulsione in carriera, Guardiola deve ritrovare antiche certezze.
Il Real Madrid deve mettersi alle spalle i casi Kaká-Pellegrini e Higuaín-Cristiano Ronaldo, accusato dal Pipita di passare il pallone solo all'amicone Kaká.
Che secondo Dani Alves, suo compagno nel Brasile, avrebbe sbagliato squadra: doveva andare al Barça e non al Real Madrid.
Real che a Valladolid troverà un'atmosfera infuocata dalla situazione in classifica della squadra di Sánchez e dalle dichiarazioni del capitano Alberto Marcos, ex merengue che prima ha attaccato i troppi compagni senza cuore e poi ha ritrattato, dicendo che le sue parole sono state male interpretate.
Allo Zorrilla, dove non vince da sei anni, il Real rischia quindi di perdere una partita che non può sbagliare. Dopo il doppio Fracaso con l'Alcorcón in Copa del rey e con il Lione in Champions, per Pellegrini la Liga è l'unico obiettivo. E potrebbe non bastare. Per Guardiola, come per Mourinho, invece, la settimana di passione è solo all'inizio.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

venerdì, marzo 12, 2010

Il Fracaso? Lo pagherà Pellegrini


Dopo il Fracaso, le scuse. Di Casillas ai tifosi. E di Kaká a Pellegrini, colpevole, secondo la moglie Caroline e il portavoce del giocatore Diogo Kotscho, di quella sostituzione da "codardo".
Post subito scomparso da Twitter, ma a frittata ormai fatta.
Altro che la Décima da alzare sabato 22 maggio al Bernabéu. Al Bernabéu, è arrivata la Sexta, la sesta eliminazione consecutiva del grande Real Madrid agli ottavi della Coppa che la storia vuole più sua.
Il floppone, stavolta costato 254 milioni di euro, ha reso Pellegrini entrenador sempre più dead man walking sulla panchina che i bookmaker inglesi vedono già occupata da Mourinho: l'esonero di Pellegrini è quotato a 1.58, l'arrivo di Mou - presunta bufala un'estate fa, ma buona per un milione in più strappato a Moratti - è data a 2,38: il Times ha già scommesso, anche se non guadagnerà poi molto. Sicuramente guadagnerebbe più Mourinho che però a Pérez non piace particolarmente. È un vincente, ma non ha lo "stile" Real, troppe polemiche e soprattutto "tolleranza zeru" alle ingerenze presidenziali. Handicap non da poco per uno come Florentino a cui piace intervenire, commentare, consigliare e chiedere. Il suo vero sogno in relatà, per ora impossibile, è Rooney. Più concrete le piste Fabregas e Silva, bocciati da Valdano la scorsa estate. Cesc perché erroneamente ritenuto troppo simile a Kaká, l'esterno valenciano perché inferiore a Ribéry.
Per la panchina, falliti i contatti di un anno fa Benitez e Ancelotti, c'è da credere poco alla pista Wenger. Il francese all'Arsenal fa quel che vuole dal 1996 e a Londra pure: a Madrid e al Madrid (con Florentino, Valdano e Pardeza) non avrebbe la stessa libertà. Che per lui vale più dei milioni.
Più credibile l'ipotesi Michel, il suo Getafe gioca bene, ma i risultati non arrivano. Pellegrini, uomo di Valdano mai piaciuto a Pérez, doveva saltare dopo il ko con l'Alcorcón in Copa del rey. Invece finirà la stagione. Poi, forse, toccherà a lui. Per diventare il Guardiola blanco.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Quando Berlusconi fa il Cossiga

Chi avrebbe mai detto che Silvio Berlusconi, proprio lui, avrebbe spento la tv? Lo ha fatto dopo il raddoppio di Rooney, pur di non assistere alla disfatta del suo Milan a Manchester.
"L'altro giorno un milanista mi dice: 'Io piango. E lei piange?' Sì, io piango e io ci metto anche il grano". Quando Silvio Berlusconi esterna, di solito al Milan succedono rivoluzioni. E di solito non sono silenziose.
Con Leonardo, prima di Bari-Milan, il presidente aveva picconato: "Abbiamo una squadra di campioni, se solo la facessero giocare bene".
Le repliche, di Leonardo in conferenza, e della squadra al San Nicola, non si erano fatte attendere: "Basta una parola del presidente e me ne vado"
Così aveva parlato il giovane generale dalla schiena dritta. E la truppa, vincendo a Bari e a Firenze, lo aveva spalleggiato coi fatti, arrampicandosi a -4 dall'Inter.
Galliani, ancora una volta, aveva mediato. Come alla chiusura del mercato di gennaio, quando era stato lui il picconato: "L'acquisto di Mancini? - si chiedeva il patron - Non l'ho capito proprio e l'ho detto anche a Galliani, è fermo da due anni ed è un altro trequartista, quando a noi serve uno che finalizzi il gioco".
Il presidente avrebbe preferito un finalizzatore. E forse non aveva torto, a giudicare dai Borriello e Huntelaar visti all'Old Trafford, dai dolori del giovane Pato e dalla vecchiaia da panchinaro di Inzaghi.
La picconata più grossa, però, consegnata a degli italiani in vacanza nel febbraio 2009 a Sharm El Sheik, aveva per obiettivo Ancelotti, accusato di aver "fatto perdere lo scudetto al Milan sbagliando troppo spesso la tattica".
Poi, in estate, ci fu l'uscita su Pirlo, che costava troppo.
Il Milan invece sacrificò Kakà. E l'unica politica dei giovani fu quella del "guardiolismo" in panchina, una politica ispirata proprio da Berlusconi. Leonardo è bravo e telegenico, eppure il presidente mercoledì ha spento la tv.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

martedì, marzo 09, 2010

Arsenal-Porto, tutto in una notte


Fabregas e van Persie, sogni proibiti della Juventus. Ma anche Djourou e Gibbs in difesa e Ramsey sulla trequarti: Wenger ha fuori mezza squadra, ma all'emergenza - come a farsi male da solo - il suo Arsenal ha fatto l'abitudine.
All'Emirates Stadium, quindi, le speranze di ribaltare il 2-1 dell'andata non mancano. La squadra sta bene, anche se sabato, nel 3-1 casalingo di Premier sul Burnley, ha perso ancora Fabregas, fermato da una ricaduta dello stiramento agli adduttori subito a dicembre. Uno come lui, 17 gol in stagione, non si sostituisce facilmente. Ci proverà, al centro, Nasri, mentre in avanti, accanto ad Arshavin, potrebbe non esserci Bendtner, criticato per i troppi gol mangiati. L'alternativa è Eduardo. In dubbio anche il modulo: 4-2-3-1 con Rosicky esterno alto a destra dall'inizio. Oppure 4-4-1-1 con tanta forza nel mezzo con Song e Diaby e spinta sulle fasce: Sagna-Eboué a destra, Clichy-Denilson a sinistra. In porta torna Almunia, e visto il Fabianski dell'andata anche questa è una buona notizia.
Non lo è, invece, la stagione del Porto, cui ormai è rimasta solo la Champions. Col 2-2 in casa contro il modesto Olhanense, Jesualdo Ferreira ha detto addio al campionato e forse alla panchina. A meno che non vinca la Champions. In Superliga intanto è terzo a 11 punti dal Benfica e a 3 dal Braga, che ad oggi si prenderebbe l'altro posto nella Coppa più importante.
Senza l'ex Palermo Farias, infortunato, per qualificarsi Ferreira punterà tutto sul tridente con Hulk, Falcao e Varela favoriti su Cristian Rodriguez. Perché per il Porto, no Champions, no party: non tutti gli anni ci sono un Cyssokho o un Lisandro Lopez da cedere per rimpinguare le casse.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

lunedì, marzo 08, 2010

Terry is back


John Terry, il capitano, è tornato. E la fascia, mostrata con tutta la rabbia possibile, è lì a dimostrarlo.
Quella fascia che Capello gli ha tolto in nazionale, ma che Ancelotti mai ha messo in dubbio.
Più che il gol è quello il simbolo che JT ha ritrovato se stesso, il "vero" Terry, implacabile in difesa come in attacco.
E una settimana dopo il gran rifiuto di Bridge prima di Chelsea-Manchester City in campionato, lo grida alla sua maniera, chiudendo così l'ultima semifinale di FA Cup, allo Stamford Bridge contro lo Stoke City, indigesto nel turno precedente proprio a Mancini.
Con i Blues avanti 1-0 dal 35' grazie al dodicesimo gol stagionale di Lampard, al 67' Terry fa il solito elastico in area e poi brucia tutti infilando di testa il gol che chiude la partita, manda Ancelotti a Wembley per la prima volta da allenatore del Chelsea e soprattutto esce dal tunnel dei 5... Terrybili errori commessi nelle ultime 4 partite. Quelle successive al allo scandalo-Perroncel: andando a ritroso, su Tévez del Manchester City, su Milito contro l'Inter in Champions, su Foley contro i Wolves e i due regali a Saha contro l'Everton.
Ma se Ancelotti non può che sorridere, Mourinho non può che essere preoccupato. Anche perché il Chelsea che trita a marce basse lo Stoke - squadra fisica basata sulle rimesse laterali di Delap - è in grande crescita: oltre al solito Drogba a tutto campo, e ai veri Lampard e Terry, Carletto ritrova anche il miglior Alex e un buon Anelka e perfino un Hilario che para. In difesa a sinistra, è tornato su buoni livelli Paulo Ferreira. Ma Mou stia tranquillo: in lista Champions non c'è. Il pericolo vero è che è tornato lui. Il suo ex Capitano.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, marzo 07, 2010

God Save McQueen


Per tanti ragazzini cresciuti fra gli anni 50 e 60 nell’Ayrshire, Scozia, era il pallone a riempire la giornata. Gordon McQueen (Kilbirnie, 26 giugno 1952) non faceva eccezione: «La mia scuola calcio era la strada, il cortile dietro casa, il campetto al parco. Si giocava ogni giorno ed è vergognoso che non sia più così».

A scuola, Gordon segue le orme del padre Tom, portiere professionista di Hibernian, Berwick Rangers, East Fife e Accrington Stanley. Poi, a 16 anni, si sposta all’ala sinistra prima di sistemarsi definitivamente al centro della difesa. Statura e gioco aereo ne fanno un marcatore insuperabile, che però passa inosservato nei provini con Liverpool e Glasgow Rangers. 

Dal Largs Thistle arriva al St Mirren a 18 anni, nel 1970. Ma al club di Love Street resta solo due stagioni. Nel settembre 1972 il Leeds United, per allevare un successore di Jack Charlton, lo porta all’Elland Road per 30.000 sterline.

Da buon prospetto in campo solo sei volte il primo anno, ma non nella finale di FA Cup perché Don Revie gli preferisce Paul Madeley, più esperto e poliedrico, evolve nel perfetto partner difensivo di Norman Hunter nella squadra, imbattuta per 29 partite, che porta nello Yorkshire il titolo 1973-74.

A fine stagione ecco la prima delle sue 30 presenze (con 5 reti) nella Scozia, battuta 2-1 a Bruxelles dal Belgio. Il primo gol in nazionale arriva contro la Romania nel 1975. Il più famoso, naturalmente staccando di testa su corner, nel 2-1 sull’Inghilterra a Wembley. Il raddoppio lo firma Kenny Dalglish e la gioia degli Scots per la vittoria in terra inglese li porta ad esagerare: al triplice fischio invadono il campo, sradicano via zolle e rompono una traversa.

Nella Coppa dei Campioni 1974-75 il Leeds arriva alla finale di Parigi, ma al Parco dei Principi – senza lo squalificato McQueen, autore di tre gol nel torneo ed espulso in semifinale col Barcellona – perde 2-0 col Bayern Monaco.

Il Leeds più forte di sempre è, per Gordon, una scuola di vita prima che di calcio: «Lì ho vissuto i miei anni più formativi. Ero un ragazzino e aprendo la porta dello spogliatoio trovavo Jack Charlton, il capitano dell’Irlanda Johnny Giles e quello della Scozia, Billy Bremner».

Nel febbraio 1978 per averlo il Manchester United spende 495.000 sterline, nuovo record britannico. Un mese prima, il manager dello United, Dave Sexton, aveva preso Joe Jordan, grande amico ed ex compagno di McQueen al Leeds. Storica la frase pronunciata da McQueen al momento di firmare: «Il 99% dei giocatori vorrebbero giocare per il Manchester United e il restante 1% sono dei bugiardi».

Vero, come è vero che i tifosi non dimenticano. «Lasciato il club, Joe e io siamo rimasti a vivere a Leeds per sei mesi, ma non potevamo girare per strada o entrare in un pub senza che venissimo insultati o peggio».

Quando Rio Ferdinand fece lo stesso salto della barricata, nel 2002, all’Elland Road nelle gare successive venne esposto uno striscione aggiornato col suo nome alla lista di “traditori” comprendente Éric Cantona, Joe Jordan e, appunto, Gordon McQueen. Nel 2004 ad Alan Smith toccò invece la scritta “Judas”, Giuda.

Undici giorni dopo aver messo nero su bianco, McQueen debutta ad Anfield, il teatro più difficile per chi indossa la maglia dei Red Devils. A Wembley, invece, giocherà tre finali, anzi quattro: sconfitta 3-2 contro l’Arsenal nella FA Cup 1979 (suo il gol all’86) e 2-1 contro il Liverpool nella League Cup (allora Milk Cup) 1983, più quella pareggiata 2-2 e poi vinta 4-0 al replay contro il Brighton and Hove Albion nella FA Cup 1983.

Al Mondiale del 1978 arriva da titolare, ma in Argentina non gioca mai perché è infortunato. L’ultima in nazionale la disputerà nell’81. Lo United invece lo lascia nel 1985, dopo aver perso il posto in favore di Paul McGrath ed essere stato escluso dagli undici che in finale di FA Cup battono 1-0 l’Everton. Epilogo da spettatore di una carriera all'Old Trafford quasi identica a quella vissuta all'Elland Road: 184 presenze e 20 gol per il Man U, 171 e 19 col Leeds United.

Il ritiro, a 33 anni, è figlio degli infortuni. Uno di questi, ad Anfield a inizio 1984, lo tiene fuori per il resto della stagione.

Nell’agosto 1985 gli affida la panchina il Seiko di Hong Kong, ma dopo un anno è a letto in quarantena con una rara combinazione di febbre tifoidea e setticemia (batteri nel sangue). Una volta guarito, torna in Scozia come manager dell’Airdrieonians, ma nel maggio 1989 si dimette perché la maggioranza dei giocatori rifiuta, a quelle condizioni contrattuali, l’impegno a tempo pieno.

McQueen, che intanto gestiva una cartoleria a Paisley, torna al suo vecchio club, il St Mirren. Quando l’amico ed ex compagno Bryan Robson diventa manager del Middlesbrough, lo segue per allenare le riserve. Via Robson, se ne va anche lui.

Il 29 aprile 2008 torna come assistente scout, accanto a David Mills, una leggenda del club. Per Gordon, che ancora vive da quelle parti, a Hutton Rudby nel North Yorkshire, è una scelta di cuore: come il figlio e la figlia, ha sempre tifato Boro.

Oggi, all’incarico di osservatore part-time affianca la carriera di opinionista per MUTV, il canale tematico del Manchester United, e analyst dei Red Devils in Champions League per Sky Sports, emittente che fra i giornalisti sportivi ha il figlio Hayley. Gli infortuni hanno lasciato spazio agli acciacchi, ma vuoi mettere fra spogliatoi e camerino. God Save McQueen.
Christian Giordano

Gordon McQueen
Difensore centrale
Kilbirnie (Scozia), 26-6-1952

In campionato:
Club Presenze Gol
Leeds United 140 15
Manchester United 184 20
Totale 324 35

Palmarès:
1 campionato 1973-74
1 FA Cup 1982-83

In nazionale (1974-1981): 30 5

sabato, marzo 06, 2010

Il Clásico non mente


"Tutti dicono che la Liga si deciderà al Bernabéu il 10 aprile. Ma è una bugia".
Pep Guardiola (nella foto) mente sapendo di mentire. Quel Real Madrid-Barcellona sarà comunque decisivo. Intanto i merengue, che oggi compiono 108 anni, inseguono a due punti. E sperano che la doppia sfida con le andaluse, Almería fuori per Guardiola, Siviglia in casa per Pellegrini, riduca se non annulli le distanze con un mese di anticipo.
Sulla carta, però, il compito meno arduo ce l'ha l'opaco Barcellona di questi tempi. Anche se per il Pep non sarà facile battere Juan Manuel Lillo, l'amico-maestro che a 29 anni nel Salamanca fu il più giovane allenatore a debuttare nella Liga.
Nel Barca, che nelle ultime 6 fra campionato e Champions ha vinto solo una volta con più di un gol di scarto, ancora panchina per Henry, accusato di pensare troppo al mondiale. Nell'Almería, occhio agli esterni Piatti e Crusat.
Esterni speciali anche per Pellegrini, che nel mezzo conferma il "doble pivote": Lassana Diarra (più incontrista) e Xabi (più regista). Più larghi, e più avanzati, Kaká e Granero dietro Cristiano Ronaldo e lo strepitoso Higuaín, match-winner di Maradona mercoledì a Monaco contro la Germania. In difesa, a sinistra andrà Arbeloa che dopo aver annullato Ribéry in nazionale proverà a ripetersi su Jesús Navas, che all'andata fece impazzire Marcelo. Per il Madrid, come scrive Marca, è la prima finale del Bernabéu. Quella del 22 maggio in Champions, passa per il retour-match di mercoledì col Lione.
Nel Siviglia, quarto nella Liga e già con un piede nei quarti di Champions, non ci sarà Luis Fabiano, andato a curarsi in Brasile. Di punta nel 4-4-2 di Jiménez, giocheranno quindi Kanouté e l'"ex" Negredo. Che avrà voglia di giocare uno scherzetto. Allora sì che il "Clàsico" del 10 aprile sarebbe una bugia.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

venerdì, marzo 05, 2010

Un tranquillo weekend di paura Champions


Leonardo, Mourinho, Prandelli: mettetevi comodi davanti la tv e prendete appunti.
Per preparare il primo esame dentro-fuori di Champions, il ritorno degli ottavi, potrete studiare nel weekend di calcio estero su SKY.
Abbordabili turni di campionato per Bayern e Manchester United, prossime avversarie di Fiorentina e Milan; quarti di FA Cup per il Chelsea di Ancelotti che allo Stamford Bridge, prima dell'Inter il 16 marzo, domenica dovrà battere lo Stoke City, già fatale al Manchester City di Mancini nel turno precedente.
Domenica la Coppa d'Inghilterra offrirà anche Reading-Aston Villa. La squadra di O'Neill, battuta in finale di Coppa di Lega dal Manchester United, ha la chance di tornare a Wembley, per le semifinali del torneo più antico e affascinante al mondo.
Le altre semifinaliste usciranno dalle sfide del sabato: Portsmouth-Birmingham City e il derby londinese Fulham-Tottenham.
In programma anche tre partite di Premier: Arsenal-Burnley, il West Ham di Zola contro il Bolton e Wolverhampton-Manchester Utd. Al Molineux, dove il Chelsea ha vinto soffrendo, trasferta insidiosa per Ferguson, a -1 da Ancelotti e forse senza Rooney, spremuto da Capello in nazionale contro l'Egitto.
In campionato gioca anche in Scozia, Germania e Spagna.
I Rangers - primi a +10 sul Celtic battuto una settimana fa nell'Old Firm - dovrebbero passeggiare con il St. Mirren, terzultimo.
Il Bayern Monaco capolista in Bundesliga farà a Colonia, contro il grande "ex" Podolski, le prove generali anti-Fiorentina.
Capitolo Liga: il Barcellona capolista in trasferta ad Almerìa, il Real Madrid, festeggerà il compleanno numero 108 anni contro il Siviglia al Bernabéu dove mercoeldì, in Champions c'è da ribaltare lo 0-1 dell'andata col Lione. La finale del 22 maggio a Madrid, al Bernabéu, per i Galàcticos, è un'occasione irripetibile.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Dzeko, l'ultima tentazione Juve


Sogno di mezza estate del Milan lo scorso anno.
Poi, a gennaio, obiettivo di mezza Europa, su tutte Chelsea, Manchester United, Arsenal e Inter.
Ora missione - chissà se impossibile - della Juventus.
Si chiama Edin Dzeko. Segni particolari: fa gol, e costa tanto: 40 milioni la clausola rescissoria del contratto rinnovato, in agosto, fino al 2013. Per 30-35 si può chiudere, magari - nel caso della Juventus - sacrificando Amauri e Trezeguet.
Ma che cos'ha di speciale questo attaccante bosniaco che il 17 marzo compirà 24 anni?
Intanto il fisico: 1.93 x 84 chili non velocissimo ma di piedi educati. Non la classica torre, bensì una punta che segna in tutti i modi, e sa fare anche il lavoro sporco.
Ne sa qualcosa Grafite, tornato dopo 5 anni nella Selecao da capocannoniere della Bundesliga 2009. Quella dello storico primo Meisterschale del Wolfsburg, piccolo club che la Volkswagen ha reso grande.
L'anno scorso, Dzeko e Grafite hanno segnato 56 gol. Quest'anno sono già a metà: 16 Dzeko, 12 il brasiliano. Anche se la stagione è nata male, come testimonia la rissa del 24 agosto con Ziani (a destra nella foto), appena arrivato dal Marsiglia.
Il Milan, suo primo amore da ragazzino, resta in pole position per il futuro. Non tanto per la cotta estiva che lo ha portato allo scontro con la dirigenza, quanto per la volontà del giocatore e i buoni rapporti tra Galliani e Dieter Hoeness, il direttore sportivo tedesco presentatosi a cena a Milano il 6 gennaio.
Cresciuto come centrocampista nello Željeznicar di Sarajevo, la sua città, Dzeko si è fatto conoscere nel Teplice, club della Repubblica Ceca da cui Magath, per 4 milioni, lo portò al Wolfsburg.
Da lì, con l'arrivo del rifinitore Misimovic, suo compagno anche nella Bosnia-Herzegovina, l'esplosione in Germania e in nazionale: 14 gol in 23 partite.
Peccato non vederlo in Sudafrica, sogno infranto sui legni colpiti nello spareggio col Portogallo. Ma Milan, Juve e Inter possono pensare positivo: con un gran mondiale, Dzeko sarebbe potuto restare un altro sogno di mezza estate.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

giovedì, marzo 04, 2010

Guttmann, la vita è Béla

Se è vero che le cose d’oltreoceano sbarcano in Europa una decina d’anni dopo, al Benfica possono rassegnarsi: la Champions League non sarà cosa loro ancora per molte stagioni. 

Nel 1918 a Boston scattò, implacabile, “The Curse of the Bambino”, la Maledizione che Herman Ruth lanciò ai Red Sox, franchigia locale del baseball professionistico, quando il boss Harry H. Frazee lo cedette ai New York Yankees. Senza di me non vincerete più le World Series, disse "The Babe", e per 86 anni le Calzette Rosse non conquisteranno più il titolo, sfumato per 4 volte su 4 in Gara7 e in circostanze rocambolesche.

Nel 1962 analogo anatema lo lanciò ai rossi di Lisbona l’allenatore che li aveva appena portati alla seconda Coppa dei Campioni consecutiva. Senza di me non la rivincerete più, disse. E infatti le Aquile hanno perso 5 finali su 5: due a Wembley, 1-2 dal Milan nel 1963 e 1-4 contro il Manchester United nel 1968; 0-1 a San Siro con l’Inter nel 1965; 6-5 ai rigori a Stoccarda con il PSV Eindhoven nel 1988 e ancora contro il Milan, 0-1 a Vienna nel 1990. 

Figlio di istruttori di danza ebrei ungheresi, Béla Guttmann nasce a Budapest il 13 marzo 1900. A 20 anni è in prima squadra nel glorioso MTK Budapest (l’attuale MTK Hungária), club di proprietà di facoltosi grossisti ebrei nel quale si rivela centromediano di ottima classe, tecnica sopraffina e un’eleganza sì innata ma affinata da un diploma, preso a 16 anni, di ballerino classico. L’altra sua grande passione, assieme al pallone, che però non gli impedisce di conseguire una laurea all’università di Budapest in scienze economiche. 

Il tecnico Marton Bukovi lo promuove titolare quando Ferenc Nyul passa agli ebrei rumeni dell’Hagibor Cluj. L’MTK vince 2 campionati e, a cavallo tra i due successi, e lui debutta in nazionale. Il 5 giugno 1921 Kiss Gyula lo schiera nell’amichevole vinta 3-0 con la Germania e Guttmann lo ripaga segnando, al 29’, il gol del 2-0). Sembra l’abbrivo di una lunga storia d’amore e invece si esaurisce in 4 appena uscite: Béla torna in campo con la selezione magiara il 18 maggio 1924 a Zurigo nella sconfitta (4-2) contro la Svizzera. Le altre presenze le colleziona nella rappresentativa olimpica che a Parigi ’24 supera il turno preliminare (5-0 alla Polonia) prima di uscire, a sorpresa, contro l’Egitto (0-3).

Guttmann è un giocatore affermato ma in patria il calcio, ormai un fenomeno popolare (al suo esordio nell’Ungheria, c’erano 30 mila spettatori), è visto come lo sport della borghesia ebrea decadente. Due squadre, il piccolo Tòrekves (dove era entrato a 17 anni) e il grande MTK, ne sono fra le espressioni più riconoscibili. Inoltre, circolano le prime avvisaglie dell’antisemitismo del regime di Miklos Horthy. Quando Guttmann viene cercato dal relativamente opulento campionato professionistico austriaco, il copione è scontato: Béla passa all’Hakoah di Vienna, club-simbolo dell’ebraismo applicato al pallone ben più di quelli attuali, e piuttosto “scoloriti”, Maccabi Tel Aviv e Hapoel Haifa in Israele, l’Ajax in Olanda e, perlomeno un tempo, il Tottenham Hotspur in Inghilterra. 

Come tutti i “simboli”, specie quelli sportivi, essi diventano e restano tali se mietono successi e l’Hakoah li ottiene grazie a giocatori quali Jozsef Eisenhoffer, Sándor Fabian, Richard Fried, Max Gold, Max Grunwald, Jozsef Grunfeld, , Alois Hess, Moritz Hausler, “Fuss” Heinrich, Norbert Katz, Alexander Nemes-Neufeld, Egon Pollak, Max Scheuer, Alfred Schoenfeld, Erno Schwarz, Joseph Stross, Jacob Wagner e Max Wortmann.

Gli autoproclamatsi “Imbattibili ebrei” viaggiano e vincono molto: in Palestina, Romania, Polonia, Lettonia, Lituania e Inghilterra, dove nel 1923, allenati dallo scozzese Billy Hunter, ex di Bolton e Millwall, avevano battuto 5-0 il West Ham (sconfitto 0-2 proprio dal Bolton nell’ultimo atto della Coppa d’Inghilterra, la celebre Finale del cavallo bianco), un successo che destò sensazione, prima ancora che per il punteggio, perché a livello di club era la prima sconfitta a domicilio dei “maestri” inglesi. E che il sodalizio viennese fosse un simbolo extrasportivo lo testimonia quanto scritto, in occasione della trasferta berlinese, da una pubblicazione specializzata: l’Hakoah «aveva contribuito a distruggere la favoletta dell’inferiorità fisica degli ebrei».

Il 17 aprile 1926 al porto di New York attracca il Berengaria, piroscafo di linea (così nominato in omaggio alla regina d’Inghilterra, figlia del re di Navarra Sancio VI e moglie di Riccardo “Cuor di Leone”). A bordo, ci sono squadra e dirigenti dell’Hakoah, invitata per una tournée americana con cui raccogliere fondi per la causa sionista. Davanti ai 46.000 del Polo Ground (record battuto solo dai Cosmos nel ’77), i viennesi perdono 0-3 contro una selezione della American Soccer League. Poco dopo, Guttmann e altri dell’Hakoah firmano per i New York Giants della ASL. Dopo due stagioni (83 gare e due gol), Béla lascia i Giants per entrare negli Hakoah All-Stars, selezione formata da ex giocatori della casa madre emigrati negli Stati Uniti. Nel 1929, in 20.000 stipano il Dexter Park di Brooklyn per la finale della Open Cup tra i newyorkesi dell’Hakoah e il Madison Kennel di St. Louis, battuto 3-0. Dopo la tournée in Sud America del ’30, lascia le “stelle” dell’Hakoah per un breve passaggio nel New York Soccer Club prima di tornare all’ovile nella primavera del 1931. L’anno successivo, dopo 176 partite nella ormai prossima al fallimento ASL, rientra in Austria. Nel ’33 si ritira e comincia una seconda carriera che ne farà uno dei tecnici più preparati, vincenti e innovativi di sempre.

L’avventura in panchina inizia all’Hakoah e, con una buona parola del Ct austriaco Hugo Meisl, prosegue in Olanda, firmando per tre mesi col Twente Enschede. Béla ottiene un grosso premio in caso di conquista del titolo, e quando la squadra – partita per salvarsi – sembra a un passo dal vincere il campionato, accadono sconfitte misteriose, pare indotte dallla dirigenza preoccupata della bancarotta. L’anno dopo è all’Újpest Dozsa di Budapest, che porta subito al titolo nazionale. Miracolosamente scampato all’Olocausto (che gli uccise il fratello maggiore), vive «con l’aiuto di Dio» e nel biennio 1947-48 cura la parte atletica al Kispest, club dell’omonimo quartiere della capitale, dalle cui ceneri nasceranno la grande Honvéd e quindi la grande Ungheria di Gusztáv Sebes in panchina e del fuoriclasse Ferenc Puskás in campo. Dal padre del Colonnello, Guttmann eredita la guida tecnica della squadra ma, a differenza del predecessore, non ha figli (alla lettera) né figliastri. In tal senso, un aneddoto la dice lunga sul tecnico e sull’uomo. Nell’intervallo di una partita, Guttmann sta per sostituire un difensore ma Puskás junior fa cenno al compagno di restare in campo. Il tecnico non fa una piega, lascia la panchina e sale in tribuna, dove si accende un sigaro e legge una rivista di corse dei cavalli. A fine gara scende negli spogliatoi e si dimette, fedele al suo motto: «Kuscht der Star, kuscht die Mannschaft», liberamente traducibile con “controlla la stella e il gruppo seguirà”. Avevo perso il rispetto da parte della squadra, dirà congedandosi prima di tornarsene a casa in tram.

Quel rispetto, figlio di un carisma e di una signorilità naturali, lo ritrova in Italia, dove rinnova la tradizione aperta dagli ebrei ungheresi Ging, Feldmann, Hirzer (uno dei più forti stranieri visti alla Juventus prima dell’avvento del girone unico), Arpád Veisz e allena dal ’49 al ’56: Padova, Triestina, Milan, Lanerossi Vicenza (28 partite). Con i patavini si salva (decimo posto) ma la squadra, che per esigenze di bilancio ha rimpiazzato la punta inglese Charles Adcock con l’argentino José Osvaldo Curti e schiera in porta la matricola jugosolava Zvanko Monsider, va in crisi nel finale. Il 26 aprile ’50 perde 4-0 a Torino contro la Juventus e Guttmann si dimette. Lo sostituirà il rientrante Pietro Serantoni, che l’anno prima ha lasciato la panchina per motivi di salute. 

Nei due tornei successivi è alla Triestina come successore di Nereo Rocco, ma al 15° posto del primo anno seguono solo 11 giornate del secondo, perché lo sostituisce Mario Perazzolo. Dopo 9 giornate del campionato 1953-54, dall’11 novembre, è al Milan, dove subentra all’esonerato Arrigo Morselli (che faceva coppia con il DT Antonio Busini). 

La squadra non ha più Gren, Burini e Annovazzi e i volti nuovi Sørensen, Bergamaschi, Piccinini e Moro non bastano ad andare oltre il terzo posto, a 7 punti dall’Inter (campione con 51) e a 6 dalla Juventus. Il Milan ’54-55, il primo del neopresidente Andrea Rizzoli, figlio dell’editore Angelo, vince lo scudetto ma lo fa senza Guttmann che, si pensa ma non si dice, litiga con il grande acquisto Juan Alberto Schiaffino (dal Penarol) e forse altre star. Trascinata da Nordahl promosso capitano e dai nuovi arrivi Cesare Maldini (avuto a Trieste) e Eduardo Ricagni, oriundo argentino, la squadra parte a razzo (9 vittorie e un pareggio in 10 giornate). 

La squadra è prima quando due sconfitte all’inizio del girone di ritorno, complice la squalifica di Schiaffino, costano la panchina a Béla, rimpiazzato dall’ex allenatore in seconda Héctor (Ettore) Puricelli. Il clamoroso esonero avrà una risibile spiegazione nell’esasperata rigidezza tattica del tecnico, cui tocca la fine fatta l’anno prima da Alfredo Foni sull’altra sponda dei Navigli. 

Nel ’55 avviene una tragedia dalle ripercussioni imprevedibili. In macchina con il connazionale Istvan (Deszo) Solti, sorta di gm-ombra assunto e subito licenziato dall’Inter di Moratti padre, ha un incidente automobilistico nel quale perdono la vita due bambini. Nel ’57, per sfuggire al processo e alla probabile prigione, sale sul primo aereo per il Brasile. In due settimane si accasa al São Paulo del 35enne Zizinho, che trascina i suoi al titolo paulista (3-1 al Corinthians nella finale del 9 dicembre). Nei biancorossoneri gioca anche José Carlos Bauer, ex centromediano della Seleção ai Mondiali del ’50 e del ’54. Nella primavera del ’60, da tecnico del Ferroviario al ritorno da una tournée nel Mozambico, sarà lui a segnalare a Guttmann, nel frattempo approdato sulla panchina del Benfica, un promettente 18enne locale di nome Eusébio. Altro che voci sentite dal parrucchiere, come vuole la leggenda.

La prima stagione portoghese di Béla è però al Porto, che nel 1958-59 perde (1-0) proprio con i rivali storici la finale della coppa nazionale. Il 25 agosto firma per le Aquile, che gli danno carta bianca. Licenzia 20 giocatori e chiede solo due acquisti: Germano in difesa e José Augusto all’ala. Poi promuove in prima squadra i giovani Neto e Cruz.

Con i rossi vince tutto ciò che si può vincere in patria, e conquista per due volte il massimo trofeo continentale. La prima, senza la Pantera nera. Si narra che fu Guttmann ad architettarne il “rapimento”, facendo prelevare Eusébio all’aeroporto di Lisbona per bruciare sul tempo gli emissari dello Sporting. Il mozambicano (costato 20.000 dollari) fu spedito in un villaggio di pescatori nell’arcipelago dell’Algarve e convinto a firmare. Per il Benfica. 

Lo squadrone che, con Costa Pereira in porta, Mario Coluna in regia e Jose Aguas in attacco, aveva sorpreso 3-2 a Berna il Barcellona di Kubala, Kocsis, Suárez e Czibor, con l’aggiunta di Eusébio e dell’ala sinistra Mario Simoes si ripete (5-3) ad Amsterdam con il Real Madrid di Santamaria, Di Stéfano, Puskás e Gento. Guttmann, ancora una volta fa centro, adattando il modulo agli uomini che aveva a disposizione; e regalando spettacolo tanto da far dire a Nicolò Carosio, durante la telecronaca: «Questo sì che è calcio, non come in Italia, dove ci sono punte, mezze punte e puntine da disegno». Quell’anno, per motivi di salute (che continuavano dall’infarto patito nella finale col Barcellona) Maurício Vieira de Brito lascia la presidenza. Il successore, António Carlos Cabral Fezas Vital, dura un anno ma fa in tempo a far danni tirando sul bonus da corrispondere all’ungherese. Oltre ai 400 contos l’anno di stipendio più i 150 per la conquista del campionato e i 50 per la coppa nazionale, tra l’ilarità dei dirigenti gliene erano stati promessi 300 (100 in più di quanto richiesto) per la vittoria in Coppa dei Campioni. Tira e molla e alla fine la Coppa gli frutta 4000 dollari in meno del campionato. Per l’ungherese, che già si era legata al dito la pessima organizzazione della trasferta Intercontinentale del ’61 contro il Peñarol (1-0 in casa, 0-5 fuori), da lì alla Maledizione il passo è breve. 

Lunghissima, invece, è la trasvolata necessaria per raggiungere il suo nuovo approdo, in Uruguay, proprio ai gialloneri di Montevideo, con i quali in due stagioni vince il campionato. Poi arrivano la consulenza alla nazionale austriaca, gli svizzeri del Servette, i greci del Panathinaikos, le minestre riscaldate di Benfica e Porto e una stagione da Dt all’Austria Vienna. A 74 anni, il “buen retiro” nell’appartamento sulla Walfischgasse, vicino al teatro. Fino alla fine, arrivata il 28 agosto 1981 nella capitale austriaca, la vera casa di un cittadino del mondo che ha vissuto come in un romanzo e che di fisso, Maledizione a parte, ha avuto solo un pensiero: insegnare calcio. Il “suo” calcio, un sapido mix tra scuola danubiana, ritmi nordeuropei e furbizia latina.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo


Dai Balcani alle Ande
La favola del 4-2-4
Nel Milan del quinto scudetto (1954-55) Béla Guttmann applica un 4-2-4 ancora embrionale che muta fisionomia tattica rispetto quello, ricalcato sul WM inglese, campione d’Italia nel 1950-51 sotto un altro giramondo ungherese, Lajos Czeizler. Il trio svedese Gre-No-Li perde Gren, al suo posto Schiaffino, Liedholm arretra in mediana per Annovazzi e Sørensen, erede di Burini, va a far legna. La diagonale Liedholm-Schiaffino, sostenuta dai rientri di Ricagni, rifornisce in attacco Nordahl e Frignani, successore di Renoso. Davanti a Buffon (zio della bandiera juventina Gianluigi), i terzini Silvestri e Zagatti, sostituto di Bonomi, e gli eredi della coppia centrale Tognon-De Grandi: il tecnico Cesare Maldini e il duttile Bergamaschi. 

L’esperimento riesce meglio al São Paulo campione paulista nel 1957 (nella foto) e soprattutto nel Benfica campione d’Europa 1962. Guttmann trova un Tricolor in difficoltà e allora protegge il portiere Poy e la retroguardia (De Sordi e Mauro esterni; Sarará, Vitor e Riberto centrali) schierando un secondo marcatore accanto al centrale; in avanti carta bianca a Maurinho, Amauri, Gino, Zizinho e Canhoteiro. Per la prima volta una squadra brasiliana gioca con 4 difensori “veri”, 3 centrocampisti e 3 attaccanti. È l’alba del 4-2-4 “elastico” con cui il Brasile di Vicente Feola vincerà il mondiale di Svezia 58, con la finta ala sinistra Mário Zagallo pronto a rientrare in aiuto alla mediana. 

Al Benfica, Béla corregge con sano realismo europeo l’impostazione “brasiliana” di Otto Glória. La presenza, accanto al centravanti José Águas (padre d’arte di Rui) di un secondo uomo-gol quale Eusébio lo convince a insistere sui frequenti ripiegamenti delle ali. A destra José Augusto diventa un centrocampista aggiunto, a sinistra António Simões, con le volate sulla fascia e i cross dal fondo, è il principale rifinitore. Le chiavi del gioco le ha Mário Coluna, con Germano regista difensivo e i mediani, Domiciano Cavém e Fernando Cruz, a protezione dei terzini Mário João e Ângelo e del grande portiere Alberto da Costa Pereira. 

Il calcio arioso e collettivo di Guttmann è semplice: «O pasa-repassa-chuta são indispensáveis para chegar ao golo. Marca e desmarca. Se a bola não é nossa, marca. Se a bola é nossa, desmarca. Este é o principio fundamental do futebol!». Passare e ri-passare è indispensabile per arrivare al gol. Marcare e smarcarsi. Se la palla non è nostra, marca. Se lo è, smarcati. Il principio fondamentale del calcio è tutto qui. 
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo


LA SCHEDA
Nato: 13 marzo 1900, Budapest (Ungheria); deceduto a Vienna (Austria) il 28 agosto 1981 
Ruolo: centromediano Club da giocatore: MTK Budapest, Hakoah Vienna (Austria), New York Giants (USA, American Soccer League, 1926-28), Brooklyn Wanderers (USA, Eastern League, 1928-29), New York Soccer Club (USA, ASL, 1929-30), Hakoah All-Stars (USA, ASL, 1931-32), FC Vienna (Austria), Twente Enschede (Olanda, 1933-34), Chinezul Tmisoara (Romania), Újpest Dosza, Kispest-Honvéd
Palmarès da giocatore: 2 Campionati ungheresi (1920-21, 1921-22), 1 Campionato austriaco (1924-25), 1 Open Cup (1929) 
Esordio in Nazionale: Budapest, 5 giugno 1921, Ungheria-Germania 3-0 
Presenze (reti) in Nazionale: 4 (1) 
Club da allenatore: Twente Enschede (1937-38), Újpest Dosza (1938-39), Dinamo Bucarest (1945), Vasas Budapest (1945), Cikanul (Romania), Kispest-Honvéd (1946-48), Padova (1948-49), Triestina (1950-51), Boca Juniors (Argentina, 1952), Quilmes (Argentina, 1953), Milan (1953-55), Lanerossi Vicenza (1955-56), selezione di esuli ungheresi in Brasile e Venezuela (1956), São Paulo (Brasile, 1957), Porto (Portogallo, 1958-59; 1973-74), Benfica (Portogallo, 1959-62; 1965-66), Aarhus (Danimarca), Peñarol (Uruguay, 1962-64), Servette (Svizzera, 1966-67), Panathinaikos (Grecia, 1967-68) 
Palmarès da allenatore: 1 Coppa dell’Europa centrale (1939), 2 Campionati ungheresi (1939, 1947), 1 Campionato italiano (1955), 1 Campionato paulista (1957), 2 Campionati portoghesi (1960, 1961), 2 Coppe dei Campioni (1961, 1962), 1 Coppa del Portogallo (1962), 1 Campionato uruguayano (1964) In nazionale da supervisore: Ungheria (1949-51), Portogallo (1962)
Club da Dt: Austria Vienna (1973-74)

Michels, rivoluzione Generale


«Il calcio è guerra» disse durante il Mondiale del ’74 che lo consegnò alla storia. Dichiarazione non sorprendente per il “Generale”, come era chiamato per il look (capelli corti, sguardo fiero, mascella capelliana), i modi autoritari (che nascondevano un’indole anche goliardica e guscona) e l’amore per la disciplina, il grande teorizzatore della prima (e unica?) rivoluzione del pallone. Quella del Calcio Totale.
Marinus (Rinus) Jacobus Hendricus Michels, figlio di Piet e di Wil van Brederode, nasce il 9 febbraio 1928 ad Amsterdam, a due passi dall’Olympisch Stadion. Curiosamente, il destino che 19 anni dopo, ma a duecento metri dal De Meer (lo stadio dell’Ajax), toccherà al suo futuro pupillo Johan Cruijff.
Il vicinato tifa per il Blauw Wit (biancoblù), ma non il padre, innamorato dei biancorossi di Amsterdam-est. Rinus ha cinque anni la prima volta che il papà lo porta a vedere una partita degli ajacidi. Nel 1940, all’inizio dell’occupazione tedesca, il ragazzo entra nelle giovanili determinato ad emulare le gesta del suo mito, l’attaccante Piet van Reenen, titolare di un tiro dirompente che i numeri sembrano confermare: 272 reti in 237 gare.
Prolifico centravanti, poco tecnico ma forte di testa, coraggioso e potente, Michels debutta in prima squadra addirittura con una cinquina, il 9 giugno 1946 nell’8-3 all’ADO Den Haag (L’Aja). Di gol, nelle 12 stagioni con il club, ne segnerà 120 in 257 partite: 94 in 171 gare con gli “amateur” fino al 1954, 27 in 89 da professionista (l’ultima nell’1-0 casalingo al NOAD il 16 marzo 1958). Come l’idolo di gioventù (2 presenze), non ne realizza neanche uno nelle 5 apparizioni con la nazionale, nella quale esordisce l’8 giugno 1950, Svezia-Olanda 4-1. Con lui in campo, gli “oranje” subiscono rovesci clamorosi: altro 4-1 in trasferta in Finlandia, 4-0 in Belgio, 6-1 di nuovo in Svezia, 3-1 in Svizzera e addio all’arancione. Va meglio in biancorosso: vince 2 campionati a distanza di dieci anni (quello del’47 nella sua prima stagione) e per due volte è il miglior marcatore della squadra (16 centri in 26 partite nel 1949-50, 15 su 19 nel 1951-52). A soli 30 anni però, persistenti problemi alla schiena lo costringono al ritiro.
Nel 1964-65 l’Ajax è a tre punti dalla zona-retrocessione quando il tecnico inglese Vic Buckingham si dimette. Il 22 gennaio, il consiglio direttivo affida la squadra all’ex centravanti che al momento insegna educazione fisica (Rinus si era diplomato dopo aver assolto agli obblighi di leva) ai bambini sordomuti. Non è il primo olandese a sedersi su quella panchina, ma è il primo a farlo da quando in Olanda il calcio è diventato professionistico; una decisione in controtendenza con la tradizione, risalente alla fondazione (1900), che ha visto l’incarico assegnato spesso a tecnici stranieri, specie inglesi o austriaci. Michels, leader naturale già da giocatore, si era formato col verbo tattico dell’inglese Jack Reynolds, che aveva introdotto il modulo ancora oggi noto come “sistema-Ajax” e avviato, instaurando un rigido regime di allenamento, il processo di professionalizzazione.
Nella nuova veste Michels entrerà dritto nella storia perché rivoluzionerà il modo di concepire il calcio, in campo e fuori. La critica lo considera il padre fondatore del Calcio Totale. In realtà lui per primo non ci ha mai creduto e non solo perché le basi di quel gioco così innovativo e spettacolare le aveva gettate il suo maestro: «Non ho mai capito cosa sia. È un’invenzione dei giornalisti, e mai si sono degnati di spiegarmela». La sua avventura in panchina era cominciata e proseguita nei dilettanti, nel 1960 allo JOS, piccola formazione di Amsterdam est, e nel ’64 ad Amsterdam sud, nell’AFC. Nello stesso anno, era approdato all’Ajax, ma alla formazione riserve. Quando gli viene affidata la prima squadra, il club ha solo un obiettivo: salvarsi. L’ala Sjaak Swart, una delle poche stelle, ricorda: «Nella sua prima partita [due giorni dopo l’insediamento, ndr], battemmo in casa l’MVV Maastricht per 9-3 e io segnai cinque gol. Finalmente, avevamo una squadra». Vero, ma un po’ ingeneroso nei confronti di Buckingham che, subentrato al connazionale Jack Rowley, aveva ereditato una squadra indebolita dalle cessioni; e perché era stato lui a svezzare e a far esordire, a 17 anni e mezzo, la futura arma vincente di Michels: Cruijff.
Delle ultime sette partite con Buckingham, l’Ajax ne aveva vinte quattro e pareggiata una, segnando ventun gol e concedendone tredici (9 dei quali nella débâcle esterna del 29 novembre contro il Feyenoord). Nelle dodici con Michels, arrivano tre vittorie e cinque pareggi, per un totale di sedici reti contro tredici. La squadra chiude a 26 punti, al 13° e terzultimo posto (ex aequo con il GVAV Groningen), il primo utile per la salvezza ma il peggior piazzamento del club dall’avvento del professionismo (1954-55) in Olanda.
La stagione successiva vince la Eredivisie. Nella Coppa dei Campioni 1966-67, l’Europa del pallone si accorge del vento nuovo che presto la investirà. Il 7 dicembre con il 5-1 al Liverpool di Bill Shankly nella storica “The Fog Game”, la Partita della nebbia, nasce il Calcio Totale. L’etichetta era dovuta al senso di “totalità” (di gioco, di tempi e di spazi) provocato da undici indemoniati che difendevano già nell’area avversaria e attaccavano dalla propria; con terzini che si trasformavano in ali e attaccanti che, andando a pressare sulla terza linea, diventavano i primi difensori. Il tutto con interscambi e sovrapposizioni, fuorigioco “alto” e squadra corta, lunghi fraseggi orizzontali e improvvise verticalizzazioni. Ma nei quarti, l’Ajax sottovaluta il Dukla (1-1) e a Praga va fuori per un rigore e per l’autogol, poco prima dello scadere, di capitan Frits Soetekouw su un calcio d’angolo. La Sfinge, uno dei tanti soprannomi affibbiati a Michels per l’impenetrabilità dell’espressione, è furiosa. Per salire l’ultimo gradino occorre cambiare ancora.
Dopo due anni di gestione pretende, oltre ai durissimi allenamenti (anche 4 sessioni giornaliere coordinate con il fisioterapista Salo Muller) già in atto, quegli stipendi garantiti che trasformano i giocatori in professionisti; uno stanzino per i massaggi; e un ufficetto dove i calciatori possano parlargli privatamente anziché davanti a tutti come nello spogliatoio. In campo, contrariamente a quel che si pensa sulla filosofia storicamente offensiva che sta dietro al gioco dell’Ajax, Michels costruisce la sua opera d’arte partendo dalla difesa. Recluta l’esperto libero Velibor Vasovic, durissimo (soprattutto mentalmente) capitano del Partizan Belgrado e della nazionale jugoslava, che aveva visto andare in gol l’11 maggio ’66 a Bruxelles, nella finale di Coppa dei Campioni persa (1-2) contro il Real Madrid. Riesce a contattarlo attraverso la moglie, jugoslava, di un olandese di nome Andres Blankert e in ottobre lo piazza nel cuore della retroguardia. «Michels è stato l’architetto di quel calcio» dice oggi l’avvocato Vasovic, «ma una grossa mano gliel’ho data io». Con Vasovic nei panni che Don Revie aveva cucito addosso a Bobby Collins al Leeds United, e il gigante Burry Hulshoff (al posto di Soutekouw, mai più impiegato dopo il blackout col Dukla) come stopper, la difesa per quattro anni e mezzo sarà impenetrabile o quasi. E quando Michels rimpiazza il mancino Klaas Nuninga, i centrocampisti Bennie Muller e Tonny Pronk, e il terzino sinistro Theo Van Duivenbode con califfi quali Gerrie Mühren, Johan Neeskens, Arie Haan e Ruud Krol, fa tombola perché quei campioni gli garantiscono al contempo linfa per gli avanti e copertura difensiva. Nel frattempo, in porta Heinz Stuy ha rilevato l’anziano Gert Bals e all’inizio del ’67, la squadra che tremare il mondo farà è già realtà: primo “double” campionato-Coppa d’Olanda e record di gol in una stagione: 122. L’ultimo passo sarà il ritocco al modulo, dal 4-2-4 al 4-3-3, ancora oggi la matrice ajacide, ma bisegnerà aspettare l’aprile del ’70, quando l’Ajax pareggerà 3-3 col Feyenoord, vincitore mancato nonostante il dominio a centrocampo.
A Madrid ’69 l’Ajax è la prima olandese in finale di Coppa dei Campioni, ma va a lezione di contropiede (4-1) dal Milan di Rocco e dei marpioni Sormani (un gol e gesto dell’ombrello), Prati (triplettista innescato da un Rivera in serata di grazia); Cruijff sbaglia partita e sullo 0-0 l’Ajax colpisce un palo, ma la storia non si fa con i “se”.
L’anno dopo, esce in semifinale contro l’Arsenal di Bertie Mee (3-0 ad Highbury, 1-1 all’Olympisch), e così è il Feyenoord il primo a portare in Olanda il trofeo. Michels & C. si rifanno nel ’71, battendo a Wembley il Panathinaikos di Puskas. Gli ajacidi faranno poi bis e ter, ma con un nuovo, più permissivo direttore d’orchestra: il rumeno Stefan Kovacs.
Dopo 393 partite (nelle quali la squadra ha segnato 1099 gol) Michels va a caccia di stimoli e palanche al Barcellona, dove le cose andranno bene ma non benissimo. Almeno fino all’agosto ’73 quando lo raggiunge (per la cifra-record di un milione di dollari) Cruijff. Dopo 14 anni di attesa, il numero 14 più famoso al mondo (che in blaugrana, per il divieto della federcalcio spagnola, ripiegherà sul “9”) regala ai nuovi tifosi e all’antico mentore la Liga e, nel ’78, la Coppa di Spagna. Nell’estate del ’74 c’è il mondiale, cui Michels e l’Olanda rischiano di non partecipare. Alla fine il Barcellona cede e così, con sole tre partite di preparazione, il ceco Frantisek Fadrhonc, rimasto come “Bondscoach” (capoallenatore), fa da assistente al “Supervisor” Michels, al quale consegna la squadra che lui ha portato alla qualificazione (acciuffata per differenza-reti, 24-2 contro 12-0, sul Belgio, contro cui ha pareggiato due volte 0-0). Incassate le rinunce per infortunio di Hulshoff e Mansveld in difesa e di Gerrie Muhren per motivi familiari (il figlioletto malato), Michels confermò con lo stesso undici in tutte le partite, eccetto la gara contro la Svezia nel primo turno quando inserì il “nemico” Keizer in luogo di Rensenbrink. Fu l’unico 0-0 di una cavalcata cominciata col 2-0 all’Uruguay e proseguita con il 4-1 alla Bulgaria, il 4-0 all’Argentina, il 2-0 alla Germania Est e al Brasile, prima dello storico 1-2 in finale con la Germania Ovest di Maier, Beckenbauer, Overath, Breitner e Muller. Gli ultimi due segnarono, dopo il rigore di Neeskens al 2’, le reti del successo, che Michels vendicherà 14 anni dopo, a domicilio, battendo i tedeschi nella semifinale del vittorioso Euro ’88 (2-1 ai sovietici in finale).
Nel mezzo, le poche luci e molte ombre alla NASL con i Los Angeles Aztecs (anche qui raggiunto da Cruijff, nel ’79) e nella Bundesliga con il Colonia (una Coppa di Germania Ovest nell’83). Il successo agli Europei gli vale un’altra chance teutonica, con il Bayer Leverkusen, prima del ritorno alla Koninklijke Nederlandse Voetbalbond (la federcalcio olandese). Per Italia 90 è lui l’uomo chiave della commissione che a Zeist, quartier generale della KNVB, nomina Ct Leo Beenhakker, nemico storico dell’altro candidato Cruijff, assegnandosi il ruolo di consigliere-supervisore. A Svezia ’92, guida gli “oranje” alla semifinale, persa (6-7) ai rigori con la Danimarca, arrivata cenerentola e partita principessa. L’ultima immagine è quella con il volto scavato e sofferente di un 77enne malato da tempo (diversi gli attacchi cardiaci, uno durante la semifinale fra Olanda e Brasile a Francia 98), lontana da quella del condottiero dagli occhi azzurri così penetranti. Il 18 febbraio 2005, in una clinica di Aalst, in Belgio, aveva subìto un intervento a una valvola cardiaca, secondo i medici «tecnicamente riuscito». Invece, la notte del 3 marzo, come comunicato dal presidente della KNVB Henk Kesler, erano sorte «acute complicazioni» che ne avevano comportato il ricovero nell’unità di terapia intensiva coronarica. Alle 5, quel malandato cuore diceva “no, grazie” al nuovo pacemaker. Tanto era inutile: la vita, le guerre e le rivoluzioni passano, l’eredità del Generale no.
CHRISTIAN GIORDANO (ha collaborato Alec Cordolcini)

Arma Totale
Di rivoluzioni, nel calcio, se ne sono viste poche. Una, vera, però c’è stata: quella del Calcio Totale. Esagerazioni dei media a parte, qualcosa di Nuovo, nella prima metà degli Anni 70, si respirava. Sul prato verde e nei ritiri. In anni di primo non prenderle e di puritanesimo spinto, il modo di giocare e di vivere dell’OlandAjax fu una duplice boccata di aria fresca, un inno al libero amore per il gioco e per l’altro sesso. Capelli lunghi e squadra corta, senza ruoli fissi in campo e fuori. Dalle retrovie salivano “mostri” quali Suurbier e Krol sulle fasce e Hulshoff nel mezzo, in mediana giostravano atleti polivalenti come Haan (bravo anche da libero) e Neeskens e in attacco operava il trio delle meraviglie: Rep e Keizer (vice-Rensenbrink in Germania) esterni e Cruijff, come Neeskens, dappertutto, da un’area all’altra: la mente e il braccio. In nazionale, a cotanta torta si aggiungevano le due ciliegine del Feyenoord: il grezzo maratoneta Jansen e l’interno sinistro van Hanegem (al posto di Gerrie Mühren), lento ma formidabile nel costruire e nel concludere, specie dalla distanza. «Arancia meccanica» era chiamata quella macchina quasi perfetta, in ossequio alla celeberrima pellicola di Stanley Kubrik del 1971, l’anno della prima Coppa Campioni ajacide. Peccato si sia inceppata sul più bello, all’Olympiastadion di Monaco, il 7 luglio 1974. Le cicale olandesi, abituate a volare sulle ali di cera della fantasia, se le bruciano sul fuoco della concretezza teutonica. Beckenbauer & C., campioni veri, alzano la Coppa con merito, ma per la leggenda serve altra musica. Quella della Beat Generation del pallone.
Sua l’unica Olanda vincente
Davanti al freddo pararigori van Breukelen (in patria detto “Ijsman”, l’uomo di ghiaccio, per contrapporlo all’estroso Menzo) quattro difensori in linea: due centrali mobili come Koeman e Rijkaard, pronti a sganciarsi (certo più dei laterali van Aerle e van Tiggelen, non esattamente Suurbier e Krol); due mediani a copertura: il possente Wouters e il 37enne uomo d’ordine Arnhold Mühren (fratello minore del più tecnico Gerrie); due tornanti, il fine dicitore Vanenburg a destra e il gregario Erwin Koeman finta ala mancina; Van Basten punta centrale (inizialmente riserva di Johnny Bosman) e Gullit libero di spaziare sull’intero fronte d’attacco, per sfruttarne l’abilità nel gioco aereo e lo strapotere atletico. Questa la formula magica di Michels, imperniata su un movimento continuo e il solito eclettismo a cui si devono i frequenti interscambi di ruolo e di posizioni. Marchio di fabbrica e manico sono quelli del ’74, la classe (fatta eccezione per i tre “tulipani” rossoneri e al più “Rambo” Koeman) proprio no.
CHRISTIAN GIORDANO

LA SCHEDA
Data e luogo di nascita: 9 febbraio 1928, Amsterdam (Olanda); deceduto a Aalst (Belgio) il 3 marzo 2005 Ruolo: centravanti Club da giocatore: Ajax (1946-58) Presenze (reti) con l’Ajax: 269 (121) Palmarès da giocatore: 2 Campionati olandesi (1947, 1957) Esordio in Nazionale: Solna, 8 giugno 1950, Svezia-Olanda 4-1 Presenze (reti) in Nazionale: 5 (0) Club da allenatore: JOS Amsterdam (1960-64), AFC Amsterdam (dilettanti, 1964-65); Ajax (22 gennaio 1965-71; 1975-76), Barcellona (1971-75; 1976-78), Los Angeles Aztecs (USA, NASL, 1979-80), Colonia (Germania Ovest, 1980-84), Bayer Leverkusen (Germania Ovest, 1988-89) Palmarès da allenatore: 4 Campionati olandesi (1966, 1967, 1968, 1970), 3 Coppe d’Olanda (1967, 1970, 1971), 1 Coppa dei Campioni (1971), 1 Campionato spagnolo (1974), 1 Coppa di Spagna (1978), 1 Coppa di Germania Ovest (1983) Club da Dt: Ajax (1975-76) In nazionale da Ct: Olanda (27 marzo - 7 luglio 1974; 1986-88; 1990-92); 30 vittorie, 14 pareggi e 10 sconfitte Palmarès da Ct: 1 Campionato Europeo (1988) In nazionale da Dt: Olanda (1984-86; 1990-92)