sabato, luglio 31, 2010

L'orco Bruno

Cannibalizzato da Sudafrica 2010, il mondo sulla stampa estera somiglia tanto a quello senza mondiale. Non si può che cominciare dal Brasile, choccato non per l’uscita della Seleção di Dunga, prevista in aprile da Placar, ma per quella - disumana – di Bruno, portiere licenziato dal Flamengo. Il Correio da Bahía sbatte il mostro in prima pagina: «A frieza do goleiro». “Il portiere al fresco”, ma anche “la freddezza del portiere”: perché dalla sua gang Bruno ha fatto seviziare e uccidere l’amante, la pornoattrice Eliza Samudio, per un figlio indesiderato. Poi, dato in pasto ai cani il cadavere, sono andati a bere birra in piscina. Arrestati nel Minas Gerais, rischiano l’ergastolo.

Il settimanale cinese Xinmin mette in copertina le lacrime più famose del Mondiale, quelle del nordcoreano Tae-Se Jong, ma la cover-story non è quella del “Rooney d’Asia”, indesiderato dal regime per lo stile di vita “troppo occidentale”. Nato in Giappone da genitori sudcoreani, il centravanti della nazionale è il simbolo delle generazioni asiatiche straniere in patria e fuori. «Per attirare i talenti esteri (“waiguo pengyou”, gli amici stranieri) di cui ha bisogno, la Cina deve riscrivere la legge sull’immigrazione del 1985, ormai obsoleta». Lo farà?

Si parla di calcio (non) giocato, su L’Équipe mag. Arsène Wenger, allenatore francese dell’Arsenal, analizza il fiasco sudafricano dei Blues di Raymond Domenech, appena rimpiazzato da Laurent Blanc. Duro l’alsaziano: «Senza giocatori intelligenti, non puoi vincere».




Più tenero, forse troppo, il patinato magazine danese Sportsfan con un giocatore di Wenger nei Gunners, Nicklas Bendtner, protagonista mancato al mondiale. Un gol nel 2-1 al Camerun per il centravanti, per glamour il Beckham di Danimarca: è fidanzato con Caroline Fleming, baronessa di 13 anni più grande di lui e potenziale ereditiera da 400 milioni di sterline.

A proposito di soldi, con LeBron James ai Miami Heat la NBA non sarà più la stessa. Figuriamoci i Cavaliers e l’intero Ohio: il quotidiano The Plain Dealer non l’ha presa bene, come il patron dei Cavs, Dan Gilbert, che gli ha scritto una lettera pubblica al vetriolo. «Gone», andato. E il sale è nella didascalia: «Sette anni a Cleveland. Niente anelli». Zeru tituli. A South beach “The Chosen One”, il Prescelto, è condannato a vincere (e prima dei Cavs). Ma si divertirà.
Christian Giordano
ch,giord@gmail.com

Candreva il gran saldo dell'estate


Grandi saldi i saldi delle grandi.
Un anno fa, con gli esuberi "galattici" - Sneijder e Robben - Inter e Bayern hanno costruito la stagione del triplete, centrato da Mourinho e sfiorato da van Gaal. La storia potrebbe ripetersi.
Il Real ha forse capito la lezione, ma la sua rosa ha troppi petali. Soprattutto nel mezzo: i due Diarra e Gago. Van der Vaart, per ora, è il vice-Kakà. E potrebbe bastargli. Drenthe al Liverpool, invece, è una bufala come la sua finta pagina su Facebook dove la non-notizia è stata annunciata. Da Anfield, dove Hodgson ha piazzato il gran colpo Joe Cole dal Chelsea, partiranno Mascherano e Kuyt, ma non ai prezzi chiesti all'Inter; e poi il terzino sinistro argentino Insua, per 4.8 milioni alla Fiorentina. Tutto da scrivere invece il futuro di Giovinco, indeciso fra Bari e Parma, dove potrebbe andare Cigarini, per cui il Siviglia ha offerto al Napoli 400 mila euro per il prestito, 7 milioni per il riscatto più bonus di 500 mila euro. Viste le amichevoli, però, Mazzarri non cambi idea.
Nei 25 del Barcellona sono rientrati i prestiti Càceres (dalla Juventus) e Hleb (dallo Stoccarda), ma sono gli unici senza numero: una prova, più che un indizio.
Un indizio, anzi un identikit, lo ha dato Allegri per il "sesto" scentrocampista che gli manca al Milan: un interno dinamico. Lazzari, suo pallino al Cagliari, è il sogno. Poli, 20enne da 15 milioni alla Samp, il più futuribile ma anche il più caro. Improbabili, per motivi diversi, le piste Blasi, per cifra tecnica, e Palombo, capitano e simbolo doriano.
Se Cellino non fa un regalo di compleanno all'amico Galliani, resta Candreva.
Meteora alla Juve e in azzurro, riserva nelle prime uscite dell'Udinese di Guidolin: è lui il grande saldo dell'estate.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, luglio 30, 2010

La Juve Brasil di Delneri


161 giorni dopo la doppietta all'Ajax, anche quella in Europa League, Amauri è tornato.
E' tornato al gol, e al "vero" Amauri: quello che aveva fatto sognare mezza Sicilia e non solo. Quando lo chiamavano il Drogba d'Italia.
Dell'ivoriano, ha la potenza in campo aperto, lo stacco e la generosità, che lo porta a dare tutto. Dappertutto.
Come Diego, che ha voglia di prendersi per mano questa Juve mai stata sua. Delneri non lo vede trequartista, ma seconda punta. Il Cassano della sua Samp, e prima ancora il Doni della sua Atalanta. Il giocatore tutto estro e tecnica dietro la punta nel 4-4-1-1, il campione che al Chievo non ha mai avuto.
Adesso ce l'ha, e la sua Juve, con la voglia di riscatto di Felipe Melo, potrebbe essere presto ancora più "Brasil".
Con una mentalità, però, tutta friulana. Quella del suo condottiero, che ai proclami preferisce i fatti. [img malpensa]
E con quei due là davanti, tutto è possibile. Persino strappargli un sorriso.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Diego & Amauri, buona la prima


Due gol, un palo e la cattiveria delle gare che contano.
Doveva essere la squadra di Diego, e a lungo lo è stata.
Ma a Dublino, è stata, soprattutto, la Juve di Amaurì.
Concentrata, corta e stretta, aggressiva, la squadra, sulle fasce - Motta e Pepe a destra, De Ceglie e Lanzafame poi Martinez a sinistra - è già quella di Delneri. In avanti, invece, è tutta di quei due.
In mezzo, con Sissoko e Marchisio non si passa. Dietro, con Bonucci e Chiellini neanche a parlarne. E così Storari può solo ammirare i tifosi irlandesi, che neanche sullo 0-2 smettono di cantare "que sara sara", aspettando che entri Del Piero.
Quando succede, tutti si alzano in piedi per fotografarlo. Certe occasioni vanno colte al volo.
Tanto, partita e qualificazione, Amauri le aveva già chiuse. Alla sua maniera. Come faceva a Palermo.
Se Diego, come sembra, tornerà quello visto al Santos e al Werder, questa Juve farà strada.
E non soltanto in Europa.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

lunedì, luglio 26, 2010

Raul, un adios galactico


Per lui il Real Madrid si è dimostrato galactico anche nell'addio: a inizio stagione, un anno fa, riempì ogni volta il Bernabéu per Kaka, Cristiano Ronaldo, Benzema e persino Raul Albiol. Stavolta, lo ha fatto per un monumento del club. E proprio nei giorni più difficili per Alfredo Di Stéfano, il simbolo dei simboli per il popolo merengue.
E' così che tutto è cominciato. Quasi sedici anni fa. Era il 29 ottobre 1994.
"Se vuoi vincere fammi giocare".
Jorge Valdano - oggi suo ultimo direttore generale madridista - lo fece esordire nella Liga, il Real perse (3 a 2 a Saragozza), ma trovò una stella, il capitano, la bandiera.
Raul Gonzalez Blanco. Il destino nel nome.
Il primo gol nel Madrid arriva dopo una settimana, il 5 novembre, e 36 minuti: 4-2 nel derby con l'Atlético, la squadra dove è entrato a 13 anni, per cui tifava papà Pedro, e che Raul "tradì" a 15, quando il presidente Jesus Gil chiuse la categoria cadete perché preferiva investire in prodotti finiti. Il Real trovò un lavoro a papà Pedro, e in casa il nuovo Butragueno.
L'uomo dei record: 3 titoli e 66 gol in Champions; 2 Intercontinentali, 228 reti nella Liga, vinta 6 volte e due da "Pichichi", capocannoniere del campionato. E tante altre cose... che non si possono contare.
E' così che dovrebbe essere l'addio a una bandiera. Non come quello di San Siro a Maldini, che riuscì a trattenere le lacrime. Lui no, non ce l'ha fatta. Né davanti al suo mentore, del quale, un giorno, seguirà le orme, né sul prato del "suo" Bernabéu. Che primo o poi lo ritroverà. Potete metterci la firma.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, luglio 25, 2010

Juve, work in progress


Non sarà da questi particolari che si giudica un calciatore, anche se è su rigore che Del Piero ha trovato il primo gol di una preparazione, finalmente, senza infortuni.
Ma è anche da certi particolari che si giudica un grande calciatore.
E per capire che Diego lo sia, basta guardare come tocca il pallone.
Che sia per una rabona, poi goffamente imitata da Pasquato.
O per il lob a Pepe, paracadutato dal gol mancato alla Slovacchia al primo centro (all'esordio) in bianconero. Quello del 2-1 sul Lione. Un bel segnale. Per la prestazione, l'avversaria da Champions e il clima tutt'altro che amichevole.
Il 4-4-2 di Delneri è un cantiere aperto, ma i lavori procedono spediti.
Il capitano, se sta bene, gioca. Diego, a tratti, pare quello di Roma. Deve trovare continuità.
Come gli esterni nel tenere le linee.
Martinez e Lanzafame, come Pepe, devono riadattarsi. L'uruguaiano a Catania giocava alto a destra nel 4-3-3 ed era libero di svariare per cercare il gol, l'assist o il dribbling. Ma soprattutto per andare dentro. Ora deve allargarsi, cercare sì il dribbling ma per andare al cross. Pepe davanti a Motta ha già giocato a Udine, ma nel tridente.
E Lanzafame, a Parma, giocava spesso da seconda punta.
Anche dietro i meccanismi vanno oliati, ma Chiellini - nonostante l'irruenza - è una garanzia, e con Bonucci la manovra potrà partire anche da dietro per surrogare il regista che non c'è.
In mezzo, in attesa della voglia di riscatto di Felipe Melo, la diga Sissoko-Marchisio funziona già: chiude e riapre.
Amauri non è quello di Palermo, ma ha voglia, e si vede. Come Diego. E non è detto che tutti i mali del mercato vengano per nuocere. Il campione che la cambia, la Juve potrebbe averlo in casa.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

sabato, luglio 24, 2010

Il colpo di Mano di Texeira


Troppo rapido il piano B di Ricardo Texeira, per una seconda scelta.
Tanto rapido da far pensare che il Prandelli cercato dal boss della CBF, la federcalcio brasiliana, non fosse Muricy Ramalho, bensì Mano Menezes.
Come l'allenatore del Fluminense, anche il neo-Ct della Selecao era sotto contratto, con il Corinthians.
Ma più che il presidente Roberto Horcades, placabile con 500 mila dollari, a impuntarsi è stato il potente sponsor del Flu, la Unimed, colosso della sanità privata. Una questione di immagine, più che di principio: Muricy non si muoverà sino al 2012.
E allora, neanche 24 ore dopo il no, ecco il colpo di Mano. Evidente asso nella manica di chi ha giocato su due tavoli. Se non quattro, considerando Scolari, che al Chelsea ha fallito ma in patria resta un guru; e forse Leonardo, autocandidatosi dall'Italia, ma ritenuto, in Brasile, troppo inesperto per una panchina che, col Mondiale in casa, subirà pressioni fortissime.
Ma chi è, il Prandelli scelto dall'Abete verdeoro? 48 anni, mago dei giovani come il più esperto Muricy, Menezes "gioca" un calcio organizzato, non ha legami con agenti e incarna la voglia di nuovo necessaria a una Selecao che ha fallito gli ultimi due mondiali. Ripartirà dalla tradizione, da Ganso e Neymar. E Pato.
Il bonus durerà poco, poi lo attaccheranno: se non per il look, il non gioco e la scarsa diplomazia con la stampa - punti deboli di Dunga -, per il mediocre passato da calciatore e la poca esperienza ad alto livello.
Anche se, in due anni, ha preso il Gremio retrocesso e lo ha portato alla finale di Copa Libertadores, la Champions sudamericana, persa col Boca Juniors. E nel 2008 ha centrato un'altra promozione con un altro club storico, il Corinthians. La squadra di Ronaldo, Roberto Carlos e Dentinho, da lui lanciato. E del presidente Lula. Il primo tifoso della scelta troppo poco "seconda" per non essere la prima.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Tu mi Iturbe


Juan Manuel Iturbe e Alvaro Negredo, la nuova Pulce e lo squalo ormai maturo. Missioni non impossibili del Napoli in cerca del nuovo Messi, e del Bologna, a caccia dell'attaccante illuso dal Real Madrid e rinato a Siviglia.
La Pulga originale resta un sogno, ma Bigon può portare a Mazzarri il suo potenziale erede. Come Leo, anche il 17enne trequartista svincolatosi dal Cerro Porteno è un pupillo di Maradona. Il Ct lo ha voluto nella selezione giovanile che la Seleccion usava come sparring partner prima del Mondiale.

Iturbe è nato a Buenos Aires e ha doppio passaporto, paraguaiano e argentino. Con la "Albiroja" Under 20 ha 3 presenze e una nella nazionale maggiore, che la Fifa non conta perché aveva 16 anni.
Col presidente Zapag il ragazzo, e soprattutto i genitori che chiedevano più soldi, si sono lasciati male. Il campionato Iturbe lo ha finito negli Under 17 e senza stipendio. E a fine stagione ha lasciato "El Ciclon". Sarà un caso, ma il soprannome e i colori del club di Asuncion sono gli stessi del San Lorenzo del Almagro da cui il Napoli ha pescato Lavezzi. Un altro segno del destino.
Anche nel destino di Negredo, a 25 anni, potrebbe esserci il rossoblù, quello del Bologna. Cresciuto nel Rayo Vallecano, al Real Madrid Capello lo volle in prima squadra ma solo per la panchina in Copa del rey, trofeo vinto quest'anno col Siviglia. In coppia con Di Vaio sarebbe perfetto. Il sogno sfumato della Roma un anno fa potrebbe diventare realtà al Bologna.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

venerdì, luglio 23, 2010

La Edad de oro dello sport spagnolo


63 successi in dieci anni. Già 8 nel 2010, quasi 9 con il probabile terzo Tour de France di Contador, e siamo solo a luglio.
E' la "Edad de oro", l'età dell'oro, dello sport spagnolo. Sappiamo quando è cominciata, nel 2000, non quando finirà, né cosa l'abbia resa possibile.
Una sola nazione al comando, su ogni campo, strada, pista.
Dalle discipline di squadra a quelle individuali. E persino il titolo NBA con Pau Gasol, uno che, se non giocasse nei Lakers di Bryant, sarebbe stato l'MVP delle ultime Finals.
Non chiamatelo però "miracolo". Se lo è, lo è di programmazione, di idee, di innovazione. E di tanto sport a scuola.
Nadal signore della terra rossa che vince pure due Wimbledon è la punta di un iceberg di accademie private che ha conquistato 4 Davis e convinto la nostra Pennetta, 5 anni fa, a trasferirsi a Barcellona.
Dove vive anche Basile, che quest'anno col Barca ha vinto l'Eurolega. In Spagna si sono trasferiti anche due dei nostri migliori cervelli cestistici, Messina al Real Madrid e Scariolo Ct della nazionale.
Nel calcio, sono arrivati un Europeo e un Mondiale come nel basket, ma anche 4 Champions e tante altre coppe internazionali. E oltre a quella di Del Bosque, c'è una generazione di fenomeni anche nei motori, dove non mancano sponsor né talenti: Lorenzo e Pedrosa in moto, Alonso in Ferrari.
Ma è il ciclismo che dà la forza e i limiti del modello spagnolo: nella lotta al doping, come nei controlli sulla salute degli atleti, il Paese non pare all'altezza delle sue tante stelle. Ecco, se nel prossimo decennio la Spagna saprà vincere anche lì, allora l'Edad de oro" sarà molto di più che una bacheca piena.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, luglio 15, 2010

Dopo Taffarel il diluvio: la solitudine del numero uno italiano


La vera solitudine del numero uno è sempre più quella del numero uno "italiano".
Un numero "uno" sempre più metaforico, visto che sulla maglia di chi sta tra i pali si legge di tutto: dal 12 di Julio César all'85 di Curci.
I numeri però che più rendono l'idea di quanto il ruolo sia cambiato, e la scuola italiana sia in declino, sono altri: 20 e 37. Trentasette stranieri in vent'anni.
Tanti ne sono trascorsi da quando arrivò, al Parma, Taffarel.
Calisto Tanzi lo acquistò anche per vendere più latte in Brasile. Portiere due volte pioniere, Taffarel: straniero e brasiliano. Ai tempi, una contraddizione vivente. Perché, almeno da noi, nel ruolo, Brasile significava ancora Gilmar o al massimo Félix, i guardiani delle Selecao più belle di sempre: campioni del mondo nel '58, nel '62 e nel '70.
Oggi, invece, di Gilmar Rinaldi - riserva di Taffarel e Zetti a USA 94 nel Brasile tetracampeao - ci ricordiamo solo che è il procuratore di Adriano. L'attaccante brasiliano sulla porta della Roma di connazionali ne ha addirittura due: Julio Sergio e Doni, riserva nel cub come al mondiale sudafricano. Quel mondiale che ha convinto il Genoa a scommettere su Eduardo, un portoghese.
Con il polacco Boruc, neofiorentino, un'altra primizia in un calcio dove hanno già debuttato 35 portieri di 21 nazionalità.
Otto anni dopo Taffarel, sono arrivati di Konsel, Lehmann, van der Sar e Frey, che dall'Italia non se ne vuole più andare. E la prossima stagione, tra porta e panchina, saranno almeno una dozzina. Per ora, sono 37 in vent'anni. Una legione straniera guidata da 7 brasiliani e 6 argentini che però non ha mai insidiato la superiorità di Buffon.
Per lui la solitudine del numero uno è, anche, la solitudine del numero "primo".
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Schweini, il sogno infranto della Juve


La pronuncia non è proprio quella di chi ha studiato all'Università di Heidelberg, ma di sicuro, il tedesco - inteso come Bastian Schweinsteiger - Renzo Castagnini l'aveva studiato. Ben prima del mondiale, e molto da vicino.
Per Castagnini, ex responsabile del settore giovanile e degli osservatori della Juventus, è sempre stato un sogno in bianco e nero. E lo scorso inverno, fu a un passo dal realizzarlo.
Bastian, poi, il 15 dicembre ha rinnovato fino al 2012. Un contratto lungo, ma non lunghissimo per un campione che il primo agosto compirà 26 anni. E che Beckenbauer ha "eletto" miglior centrocampista del Mondiale.
"non sono sposato con il Bayern Monaco" ha detto l'ex talento tutta forza e tecnica che fino a un'estate fa non aveva un ruolo. Trequartista o mediano nelle giovanili, in prima squadra era chiuso da Jeremies e Kovac, poi da Ballack, Hargreaves e Frings. Ma sapeva dribblare, e far gol, e allora finì ala.
van Gaal lo ha riportato al centro, e lui lo ha ripagato col Triplete sfiorato.
Con Delneri il ruolo non sarebbe un problema, e neanche con Benìtez se non dovesse arrivare Mascherano.
Quello che conta, per "Schweini", è vincere. Glielo hanno insegnato, insieme al tedesco, sin da bambino: "Sei al Bayern, non puoi perdere".
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

martedì, luglio 13, 2010

Il destino dei Ct


Quasi quasi, se flop deve essere, è meglio annusarlo prima. Per programmare in anticipo.
Come Italia e Francia, sorelle, più che cugine, nel destino di Ct già "dimissionati" a prescindere dal Mondiale.
Prandelli per Lippi e Blanc per Domenech, tutto deciso prima della più fallimentare spedizione della storia azzurra e bleu.
Il Mondiale era il capolinea anche per altri Ct "a termine". Come gli svedesi Eriksson e Lagerback, assunti solo per Sudafrica 2010 e usciti al primo turno con la Costa d'Avorio e la Nigeria, affidata a Eguavoen in attesa che Lagerback ci ripensi.
O come il 72enne Rehhagel, che aveva già annunciato l'intenzione di lasciare la panchina della Grecia dopo 9 anni e l'europeo vinto nel 2004.
Vincere l'Europeo è obbligatorio per Capello, se vorrà giocarsi con l'Inghilterra la chance Brasile 2014. Licenziarlo costava troppo e allora i Maestri - in anticipo sulle due settimane di riflessione - lo hanno confermato all'unanimità, ma un altro flop non sarà tollerato. Costi quel che costi.
Non è (solo) questione di soldi, la conferma di tanti Ct sudamericani. Il boss della federazione Grondona e il popolo vorrebbero restasse, Maradona ha detto che il suo ciclo è finito. Decideranno le figlie, e la presidentessa argentina Kirchner, potente sponsor di Diego.
La panchina della nazionale è un affare di Stato anche in Cile: l'argentino Bielsa, sostenitore dell'ex presidentessa socialista Bachelet, è il maggior oppositore del presidente Piñera, la cui popolarità è in caduta libera.
Al contrario di quelle Tabarez in Uruguay e Martino in Paraguay o, in Europa, di Del Bosque in Spagna, Loew in Germania e van Marwijk in Olanda.
Tutti potrebbero restare, anche per carenza di successori credibili. In Brasile, invece, per il dopo-Dunga ce ne sono troppi: Texeira ha voluto nel comitato organizzatore l'ex Ct del Sudafrica Parreira e Romario. In panchina andrà uno fra Scolari del Palmeiras, Leonardo o Mano Menezes del Corinthians. Che flop potesse essere, la rivista "Placar" lo aveva annusato da aprile. Ma nessuno ha programmato in anticipo.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

lunedì, luglio 12, 2010

Spagna 2014, ancora o mai più


"Ora o mai più", si diceva e scriveva della generazione d'oro.
Adesso che la Spagna del "tiqui-taca" ha vinto Europeo e Mondiale, la domanda è: quanto durerà?
Di sicuro più a lungo del miracolo economico che aveva trainato la decima potenza economica sul podio dell'Unione Europea, e meno della recessione che da quel podio l'ha subito tirata giù con un PIL in caduta verticale e un tasso di disoccupazione del 18%.
Un problema, quello dell'impiego, che non toccherà i campioni - chissà se ancora di Del Bosque - chiamati a confermarsi in Polonia e Ucraina a Euro 2012 e in Brasile due anni dopo.
I 23 di Sudafrica 2010 sono nati tutti fra il '78 di Puyol e Capdevila e l'88 di Busquets, Javi Martinez e Mata. Il ricambio spagnolo ripartirà da loro e dalle certezze che innervano Barcellona e Real Madrid. Del Bosque, o il suo successore, però, dovrà stare attento a non ripetere gli errori del Lippi post-Berlino 2006. Puyol avrà 36 anni, come l'ultimo Cannavaro azzurro.
Il capitano, Casillas, 33, uno in più dei suoi vice, Reina e Victor Valdes.
Ma Iniesta e Torres avranno solo 30 anni, Sergio Ramos e David Silva 28, Piqué, Fabregas e Pedro 27. E all'orizzonte c'è già un '91 che si chiama Sergio Canales, l'ex gioiello del Racing Santander che dal primo luglio veste merengue.
Potrebbe essere lui la stella di Brasile 2014, per far scrivere, della generazione d'oro che ha unito il Paese, "ancora o mai più".
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Brasile 2014, cercasi altra finalista


Mancano ancora quattro anni dal "suo" mondiale, ma le mani sulla Coppa, il Brasile, le ha già messe.
Sono quelle del logo di Brasile 2014, religione laica già ai piedi del Cristo del Corcovado.
Un trofeo che il successore di Dunga - l'autocandidato Leonardo o chi per lui - sa già di dover vincere.
L'evento "Brasile 2014" è già cominciato, la squadra invece è tutta da costruire. Kakà ha già preso tempo. Julio César e Lucio hanno già scollinato la trentina e fra un anno toccherà a Maicon: difficile rivederli.
Il ricambio generazionale, però, in Brasile è tutto tranne che un problema.
Come non lo è in Argentina, con o senza Maradona Ct.
Tra le favorite, la Spagna campione d'Europa e del mondo. Forse non la guiderà Del Bosque, ma la generazione di fenomeni [gol Iniesta] ha ancora tanta strada davanti.
Ne ha tanta anche la Germania, che in Sudafrica ha stupito tutti con la nazionale più giovane, divertente e multietnica nella storia del calcio tedesco. Loew ha lavorato in profondità e i frutti sono lì da cogliere. Basterà farli maturare accanto alla certezza Schweinsteiger, che in Brasile avrà 30 anni.
Più complicato il lavoro di Prandelli. Toccherà a lui, come a Bernardini dopo il disastro del 74, la "rivoluzione dei piedi buoni". Un altro ex viola bravo coi giovani dovrà ricostruire l'Italia partendo dal talento: Balotelli e Cassano subito, con Rossi e Montolivo, rispettivamente il rimpianto e la consolazione dell'ultimo Lippi.
Peggio di noi stanno Francia e Inghilterra: a parte Gourcouff, Nasri e Benzema, per Blanc il rinnovamento sarà duro. Capello dovrà vincere l'Europeo, ma dietro Rooney e il centrocampo d'oro che nessuno ha mai quadrato, ha il vuoto.
Fra le outsider, l'Olanda finalista, il Messico tutto fantasia di Giovani, Vela e Hernandez, più il bel Cile di Bielsa, forse più futuribile, che il miracolo Paraguay del suo discepolo Martino, e l'Uruguay tornato grande.
Grande poteva diventarlo il Ghana, campione del mondo Under 20 un anno fa ai rigori sul Brasile e semifinalista mancato - sempre ai rigori - in Sudafrica. Potrebbe sorprendere, come la Svizzera, campione del mondo Under 17 sulla Nigeria. Ma la vera sorpresa sarebbe non vedere, su quella coppa, le mani del Brasile.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

domenica, luglio 11, 2010

Sneijder a un passo dal sogno


Le lacrime faticano a scendere, restano dentro.
Wesley Sneijder quasi non ci crede.
Non è vero, come gli hanno raccontato per un'intera stagione, che tutto quello che tocca diventa oro. Come la coppa appena riconsegnata da Cannavaro, per esempio.
E con quella, forse, il Pallone d'oro, che fino alle 20.30 aveva quasi in tasca.
E che invece, con Forlàn miglior giocatore del Mondiale e Iniesta match-winner della finale, adesso potrebbe sfuggirgli.
Era l'ultimo pezzetto d'Italia ancora in campo, Sneijder. E infatti, la sua prima reazione è "all'italiana" quando, con van Bommel, va a prendersela con la terna.
La Spagna era campione del mondo, e a lui, l'uomo del "triplete" - pareva impossibile.
Non ha giocato una grande partita, Wesley. Non lo aveva fatto neanche nel primo tempo dei quarti col Brasile, poi qualcosa era scattato. La "sua" luce si era accesa, e aveva illuminato il cammino dell'Olanda. Un'ascesa che pareva inarrestabile e che, invece, si è fermata sul più bello. A un passo dal sogno.
L'Olanda ha pensato più a picchiare che a giocare: un ossimoro storico, per la nazionale alla terza finale mondiale persa su tre. E stavolta senza nemmeno l'alibi di avere contro i padroni di casa.
Sneijder, che mai ha trovato la posizione, è scomparso nelle pieghe di una partita rognosa, cattiva.
L'unica cosa che ha trasformato in oro è un recupero da terra per mandare in porta Robben, che ha sprecato così davanti a Casillas.
La cosa più bella, Wesley, l'ha fatta in difesa, con questa chiusura su Iniesta.
Nemmeno su punizione è riuscito a fare la differenza. Lui che la differenza, nell'Inter, l'ha fatta per un anno.
A consolarlo. [si tiene il petto 225845], ci prova van Marwijk [230323], ci prova Fabregas [230420]. Tutto inutile. Per chi si era abituato a vincere tutto, non è facile ritrovarsi senza niente. Nemmeno le lacrime.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Romário


Venuta da chissà quale regione dell'aria, la tigre appare, piazza la zampata e svanisce. Il portiere, acchiappato nella sua gabbia, non ha neanche il tempo di battere ciglio. Una fiammata, e Romário infila i suoi gol in mezza girata, in rovesciata, al volo, di sguincio, di tacco, di punta o di profilo.
Romário nacque nella miseria, nella favela di Jacarezinho, ma già da bambino si allenava con la firma, per i molti autografi che avrebbe poi firmato nella vita. Conquistò la fama senza pagare il dazio alla menzogna obbligatoria: quest'uomo poverissimo si è sempre concesso il lusso di fare quel che voleva, gaudente della notte, casinaro, ha sempre detto quello che pensava senza pensare a quello che diceva.
Ora ha una collezione di Mercedes-Benz e duecentocinquanta paia di scarpe, ma i suoi migliori amici sono ancora quegli impresentabili campioni dell'arte di arrangiarsi che da bambino gli insegnarono il segreto della zampata.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Pullman per la gloria


Tra il pullman di Monaco 1974 e il pullman di Johannesburg 2010, non ci sono solo 36 anni di distanza.
C'è, anche, tanta storia, e non solo del calcio.
Da Cruijff che bacia la moglie Danny alle effusioni di van Persie, van Bronckhorst e le rispettive compagne, invece, è come se gli anni non fossero passati.
L'Olanda, in fondo, è sempre quella, fedele a se stessa: allegra e spensierata, quasi "trasgressiva". Anche alla vigilia di una finale mondiale. [mch allenam oggi]
La terza della sua storia. Una storia, a parte l'Europeo dell'88, bella e perdente.
Una storia che van Marwijk potrebbe cambiare, contro la Spagna più forte di sempre.
Rispetto la semifinale con l'Uruguay, rientreranno gli squalificati van der Wiel in difesa e de Jong a centrocampo. In avanti, alle spalle di van Persie, i magnifici tre Robben, Sneijder e Kuyt, esterno alto a sinistra davanti al capitano van Bronckhorst, che vivrà l'ultima partita della carriera come una sfida tra amici.
Al Soccer City di Johannesburg, gli arancioni si giocheranno il titolo con la maglia dall'1 all'11.
Una legge del contrappasso, per il calcio che, negli anni 70, abolì posizioni e ruoli fissi.
Non solo questione di numeri, anche in bacheca: quell'Olanda, per entrare nella storia, non ha avuto bisogno di vincere. Questa, invece, non può farne a meno.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, luglio 08, 2010

Il sangue dalle rape


Alain Giresse formò, insieme con Platini, Tigana e Genghini (in realtà il Carré magique era coi primi tre più Fernandez, ndr), la più spettacolare linea di centrocampo del Mondiale 1982 e di tutta la storia del calcio francese. Sullo schermo del televisore, Giresse era così piccolo che sembrava sempre lontanissimo.
L'ungherese Puskas era tarchiato e grassoccio, come pure il tedesco Seeler. Erano giocatori dal fisico fragile l'olandese Cruijff e l'italiano Gianni Rivera. Pelé aveva i piedi piatti come Néstor Rossi, il solido centrocampista argentino. Il brasiliano Rivelino faceva registrare il peggior rendimento nel test di Cooper, ma in campo non c'era chi riuscisse a catturarlo, e il suo connazionale Socrates aveva il corpo di un airone, gambe lunghe e magrissime e piedi piccoli che si stancavano facilmente, ma era un maestro nei colpi di tacco e si prendeva il lusso di trasformare i rigori con il tallone.
Si sbagliano di brutto quelli che credono che le misure fisiche e gli indici di velocità e di forza determinino l'efficacia di un giocatore di calcio, come si sbagliano di brutto coloro che credono che i test di intelligenza abbiano qualcosa a che vedere con il talento o che esiste una qualche relazione tra la misura del pene e il piacere sessuale. I buoni giocatori di calcio possono non essere dei talenti scolpiti da Michelangelo e anche molto meno. Nel calcio, l'abilità è più determinante delle condizioni atletiche, e in molti casi l'abilità consiste nell'arte d trasformare i limiti in virtù.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

mercoledì, luglio 07, 2010

Schweini si piega ma non si spezza


In ginocchio, ma con la schiena dritta.
La Germania è come Bastian Schweinsteiger. Il suo miglior giocatore. Anzi, come ha detto Beckebauer, il milgior giocatore del mondiale. Quelli del Kaiser non sono giudizi, sono sentenze, anche se non sempre dal verdetto indiscutibile.
Sneijder, per esempio, potrebbe opporsi in appello, visto che l'olandese, per dimostrare la sua superiorità in questo torneo, ha ancora una partita. Quella del titolo.
Fin qui decisivo nel club come in nazionale, Sneijder non potrà però confrontarsi con lo "Schweini" stellare che ha dominato, perdendo, la semifinale con la Spagna. Una prestazione-monstre quella dell'ex sciatore convertitosi al calcio per non doversi svegliare presto.
Il suo duello a distanza con Sneijder, come quello fra Inter e Bayern, è durato una stagione ed è culminato nella finale di Champions a Madrid. Non deciderà però il Pallone d'oro, perché la Germania più giovane, divertente e colorata di sempre si è arresa a una Spagna più forte, più tecnica, più completa.
Schweini è stato l'ultimo ad arrendersi, ha lottato per 90' minuti, senza mai smettere di ragionare. Ma non è bastato.
Per la delusione dei tanti suoi connazionali che seguivano in piazza la più multietnica Nationalmannschaft della storia.
Non piange, Bastian, perché un tedesco non piange mai. Al massimo, come il 20enne Kroos, ha gli occhi lucidi [fine partita]. Anche lui, di nuovo suo compagno al Bayern dopo il prestito al Leverkusen, avrà altre occasioni.
Come Bastian, 26 anni il prossimo primo agosto, che proverà a rialzarsi in Brasile.
Perché la "sua" Germania, si è piegata, ma non spezzata.
PER SKY SPORT 24 CHRISTIAN GIORDANO

Gli anni del Peñarol


Nel 1966 si affrontarono due volte i campioni di America, il Peñarol, e di Europa, il Real Madrid. Senza neppure sudare, facendo sfoggio di grande tecnica e dando spettacolo, il Peñarol vinse 2-0 entrambe le partite.
Nel decennio del '60, il Peñarol ereditò lo scettro del Real Madrid che era stata la grande squadra della decade precedente. In quegli anni il Peñarol vinse per due volte la Coppa Intercontinentale e fu per tre volte campione d'America.
Quando la miglior squadra del mondo scendeva in campo, i suoi giocatori amonivano gli aversari: "Avete portato un altro pallone? Perché questo è solo nostro".
La palla aveva l'ingresso vietato alla porta di Mazurkiewicz, a centrocampo obbediva a Tito Gonçalves e davanti si divertiva tra i piedi di Spencer e Joya. Agli ordini di Pepe (Beppe) Sasia sfondava la rete. Ma lei godeva soprattutto quando la cullava Pedro Rocha.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Da Forlán a Forlán, 36 anni dopo


Dall'Uruguay di papà Pablo Forlán (nella foto, col numero 4 contro Johan Cruijff), all'Uruguay di Diego Forlán. 36 anni dopo.
16 giugno 1974: Olanda-Uruguay 2-0, doppietta di Johnny Rep ad Hannover. Là dove tutto è incominciato.
Il Calcio Totale, la Grande Olanda, l'Arancia meccanica che s'inceppò sul più bello. Il 7 luglio.
«Monaco 74 è impressa nella psiche olandese nello stesso modo in cui il 22 novembre 1963 di Dallas ossessiona l'America. A parte la Seconda guerra mondiale, e le inondazioni del 1953, la sconfitta del '74 è stato il più grosso trauma capitato all'Olanda nel XX secolo». Lo ha scritto Johan Timmers, drammaturgo e commediografo olandese.
36 anni dopo, un intero popolo ha l'occasione per rifarsi.
E, forse, proprio contro la Germania, anche se non più "Ovest". Dopo aver battuto l'Uruguay. Il cerchio si chiude.
Dal "padre del futbol" alla madre di tutte le partite. Un'altra finale mondiale, 32 anni dopo Baires 78. E stavolta senza una dittatura, contro cui, per protesta, rifiutarsi di alzare la Coppa.
Quella coppa sfuggita alla generazione di fenomeni del "Generale" Rinus Michels prima, e del "Tiranno" Ernst Happel poi e che il "Normal One" Bert van Marwijk si giocherà con due campioni [img robben e sneijder] e un'Olanda forse mai così solida.
Ma anche con il coraggio che l'ha portato in finale: fuori il mediano de Zeeuw per van der Vaart, un trequartista davanti la difesa. Per non ripetere l'errore commesso dall'Ajax, dove per fargli posto Sneijder giocava esterno. van der Vaart in regia, Robben, Sneijder e Kuyt dietro la punta van Persie. Cinque giocatori d'attacco come nel 74. 36 anni dopo, è tempo di ricucire la ferita.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

lunedì, luglio 05, 2010

"Africa zoom" su cosa?

Questo il commento di Elio Pirari nella sua rubrica "Africa zoom" su La Stampa.

Barboni. Zoomata su un punk che a occhio e croce potrebbe essere Sid Vicious dopo un assolo letale, ma il ralenti rivela che in realtà si tratta di Vicente Del Bosque, il ct della Spagna: «Uno come lui, uno con quel look è condannato a vincere», Christian Giordano, Sky.

Questo il mio pezzo su SS24.

Il complimento migliore? Allenatore-ombra, bravo a gestire i campioni.
Il difetto più grave, nell'era dell'immagine al potere? Non ha il look giusto. Un "eroe" non giovane né bello, che in tv non sorride mai, è condannato a vincere. E non è detto che basti.
Non ha mai goduto di buona stampa, Vicente del Bosque. Eppure conosce il calcio come pochi e al Real Madrid, come in nazionale, ha più dato che preso.
Una tradizione lunga, quella del gestore di stelle, sulla panchina merengue e della Selecciòn.
Il primo fu José Villalonga, che con i blancos vinse le prime due Coppe dei Campioni e con la Spagna l'Europeo del '64. Poi ci furono l'argentino Luis Carniglia e Miguel Munoz, di cui Del Bosque è il vero erede.
Uomo di campo capace di far correre a briglie sciolte i suoi tanti purosangue, con il Real del primo Florentino Pérez, non gli bastarono 7 trofei - tra cui due Champions, due Liga e la Coppa Intercontinentale - per essere confermato: l'omone di Salamanca, 60 anni a dicembre, stava troppo dalla parte dei giocatori e poco, e male, davanti le telecamere.
Nel 2003 Del Bosque lasciò il Real piangendo, dopo 35 anni in cui è stato e ha fatto di tutto: centrocampista, coordinatore delle giovanili, allenatore del Castilla (il Real "B") e della prima squadra. Dopo l'Europeo 2008, ha ereditato da Aragonés i campioni d'Europa per portarli in cima al mondo. Con la prima semifinale mondiale, la sua Spagna è già nella storia. Ma uno come lui, con quel look, è condannato a vincere. E non è detto che basti.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO


Ci penso da un giorno, ma ancora non ho capito cosa ho sbagliato.
cgiord

domenica, luglio 04, 2010

Raúl Gelsenkirchen


Adesso, dopo 16 stagioni in prima squadra, bisognerà cambiargli soprannome.
Dal 15 luglio, data dell'annuncio ufficiale, non sarà più "Raúl Madrid".
Raúl González Blanco, capitano e totem merengue, firmerà per lo Schalke 04.
E' un po' come se Paolo Maldini, dopo il Milan, anziché smettere, fosse andato a giocare nel Marsiglia; o Alessandro Del Piero, quest'anno, si fosse trasferito al Tottenham Hotspur. Anzi molto di più.
Per lui il contrasto è ancora più stridente.
Passerà dalla movida madrilena - anche se poco frequentata da uno tutto casa, chiesa e campo - alle miniere della Ruhr. Visita obbligata per ogni nuovo acquisto Schalke.
Ma perché proprio i blu di Gelsenkirchen?
Perché Raúl ha ancora voglia di calcio vero, di Champions League; e lo Schalke 04, secondo in Bundesliga, non farà i preliminari. Perché in panchina c'è Felix Magath, una garanzia.
E perché l'altra offerta appetibile, per uno come Raul, era quella newyorkese dei Red Bulls.
Il sogno americano, però, può attendere, anche perché la señora Mamen, a dicembre 2009, gli ha dato il quinto erede, la prima femmina: Maria. Per ora gli Stati Uniti restano un futuro remoto.
Quello prossimo sarà alla Aufschalke Arena, uno degli stadi più belli e moderni d'Europa ma certo non il Santiago Bernabéu.
Lì, il ragazzo arrivato a 15 anni dall'Atlético Madrid perché Jesus Gil aveva chiuso il vivaio "colchonero", è diventato leggenda. E lì l'ultima bandiera blanca, un giorno, tornerà a sventolare. Da dirigente.
Per il riprendersi il suo soprannomo, "Raúl Madrid".
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Del Bosque già nella storia


Il complimento migliore? Allenatore-ombra, bravo a gestire i campioni.
Il difetto più grave, nell'era dell'immagine al potere? Non ha il look giusto. Un "eroe" non giovane né bello, che in tv non sorride mai, è condannato a vincere. E non è detto che basti.
Non ha mai goduto di buona stampa, Vicente del Bosque. Eppure conosce il calcio come pochi e al Real Madrid, come in nazionale, ha più dato che preso.
Una tradizione lunga, quella del gestore di stelle, sulla panchina merengue e della Selecciòn.
Il primo fu José Villalonga, che con i blancos vinse le prime due Coppe dei Campioni e con la Spagna l'Europeo del '64. Poi ci furono l'argentino Luis Carniglia e Miguel Munoz, di cui Del Bosque è il vero erede.
Uomo di campo capace di far correre a briglie sciolte i suoi tanti purosangue, con il Real del primo Florentino Pérez, non gli bastarono 7 trofei - tra cui due Champions, due Liga e la Coppa Intercontinentale - per essere confermato: l'omone di Salamanca, 60 anni a dicembre, stava troppo dalla parte dei giocatori e poco, e male, davanti le telecamere.
Nel 2003 Del Bosque lasciò il Real piangendo, dopo 35 anni in cui è stato e ha fatto di tutto: centrocampista, coordinatore delle giovanili, allenatore del Castilla (il Real "B") e della prima squadra. Dopo l'Europeo 2008, ha ereditato da Aragonés i campioni d'Europa per portarli in cima al mondo. Con la prima semifinale mondiale, la sua Spagna è già nella storia. Ma uno come lui, con quel look, è condannato a vincere. E non è detto che basti.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

sabato, luglio 03, 2010

Loew allenatore, Maradona ex campione


Ci sono due immagini, emblematiche, prima e durante il 4-0 della Germania sull'Argentina.
Maradona che bacia uno per uno e carica i suoi giocatori.
L'altra, a partita già chiusa, è Loew appoggiato alla panchina, con le mani in tasca: lui il suo lavoro l'aveva già fatto, e ben prima di scendere in campo. Una differenza che va oltre il carattere, lo stile - in campo e fuori: dalla divisa di rappresentanza scelta dalle rispettive federazioni, alla classe dei comportamenti. In conferenza stampa, sul pullman, nel tunnel e in panchina.
E' lui, Loew, il vero artefice del "miracolo" tedesco. Un miracolo, prima di tutto, di programmazione.
Il trionfo della Germania sull'Argentina non è solo la vittoria di una Squadra contro una collezione di stelle, concentrate soprattutto in attacco e arrivate al mondiale un po' scariche. E', anche, la vittoria dell'organizzazione contro la jam session del talento, l'improvvisazione al potere che non trova spazi neanche sul 4-0. Basta guardare la linea difensiva di Loew all'ultimo minuto, non è solo lo stereotipo della determinazione tipicamente teutonica. E' la gioia di giocare un calcio moderno. Un calcio equo e solidale, prima che multietnico. In una parola, il calcio del futuro. Meglio: del presente.
Quello di Maradona, magari bello ma episodico, è legato al passato. Può fare innamorare con gli acuti dei solisti Messi, Tévez o Di Maria, ma per vincere serve il coro e uno spartito. Il carisma dell'ex campione, da solo, non basta. Serve (anche) un allenatore. Loew lo è, Maradona no.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Federazione di fenomeni

Massimo un extracomunitario per club. La federazione più ridicola, incompetente, arrogante e antistorica al mondo. Perché il mondo viaggia in direzione opposta: globale, multietnica, senza confini, persino - udite udite - meritocratica.
Evviva il popolo dell'orologio a destra, del cravattone slacciato, del nulla eletto a Sistema, dell'ignoranza da vantare, del "grazie Marcello per le emozioni che c'hai dato".

venerdì, luglio 02, 2010

La nuova Olanda

Se cercate il nuovo calcio, non abita qui. Qui abita però la nuova Olanda.
Forse la prima senza polemiche interne. van Persie e Sneijder che litigano per la presunta sostituzione pilotata dall'interista contro la Slovacchia? Una scaramuccia subito rientrata.
Un paradiso rispetto alle faide fra Ajax e Feyenoord degli anni 70, alle fughe premondiale, o agli "spogliatoi" spaccati delle ultime edizioni: da una parte i "coloured" del Suriname, dall'altra i bianchi.
Anche in campo la musica è cambiata.
Non più 4-3-3 e calcio totale, ma globale. Anzi, globalizzato: 4-2-3-1 e gruppo prima di tutto, Mourinho docet.
van Marwijk ha la forza dell'uomo normale, non è un Generale alla Michels, quindi non inventa né impone niente.
Non ha un fenomeno come Cruijff e la sua generazione di fenomeni, ma due campioni unici nel calcio moderno: Robben e Sneijder.
Sono loro che hanno ribaltato il quarto di finale, in mano, per un tempo, al Brasile.
La buona notizia, per l'Olanda - in semifinale dopo 12 anni - è che, se arriverà in finale, non troverà i padroni di casa.
Alla vecchia Olanda, bella e perdente, è successo nel '74 con la Germania Ovest e nel '78 con l'Argentina della dittatura.
Stavolta, con l'aiuto del tabellone, la nuova Olanda - più solida che bella - ha tutto per vincere, non solo per convincere.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it