sabato, settembre 25, 2010

Troppo sesso siamo inglesi

«Who’s going to be next?», chi sarà il prossimo? Anno di disgrazia 2010. Dopo gli scandali sessuali che hanno travolto mezza nazionale inglese, con “the next Wayne Rooney” (o Ashley Cole, John Terry, Peter Crouch) non s’intende più il campione del futuro, ma il futuro campione abbattuto dal mestiere più antico del mondo. O dal semplice adulterio.
Il pokerissimo con Aimee Walton (2007), le modelle Sonia Wild (2009) e Alexandra Taylor (2004), la segretaria Vicki Gough e la dipendente del governo federale USA Ann Corbitt (2009) per Cole. Vanessa Perroncel (2005), allora moglie dell’ex compagno al Chelsea e amico Wayne Bridge per Terry, al quarto autogol stagionale dopo Shalimar Wimble, la 17enne Jenny Barker nella Bentley da 100 mila sterline, l’amplesso in bagno al nightclub con Lianne Johnson in stampelle perché lei si era rotta una gamba. Monica Mint, nome d’arte della 19enne prostituta da 800 sterline a prestazione, per Crouch. La nave-scuola Patricia Tierney (2002), poi il “threesome” con Jenny Thompson e Helen Wood per Rooney (2009). Tutti sposati o fidanzati, e traditori.
Povero, Fabio Capello. Quando, a dicembre 2007, ereditò da Steve McClaren, “lo scemo con l’ombrello”, le macerie dell’Inghilterra non qualificata a Euro2008, sapeva di essersi messo in un casino, ma non così fuor di metafora. Perché, ai suoi tempi, la Escort era solo una vecchia berlinetta della Ford, non l’ennesima rilettura ad personam sdoganata a Palazzo Grazioli. E perché è al “Casino 235” che Rooney ha incontrato “Juicy Jenny”.
Invece, letto a posteriori, il flop inglese a Sudafrica 2010 è forse figlio illegittimo non del no alle camere iperbariche (ritenute dopanti) sedotte e abbandonate da “Mr. Fab”, ma dei troppi sì nelle camere d’albergo. Anche se a cinque stelle.
Ma perché atleti (quasi sempre) belli, ricchi e famosi cercano sesso a pagamento con chi non aspetta altro che vendere la storia ai tabloid? Perché, in Inghilterra, c’è così tanta fame per il torbido legato alla sfera sessuale dei calciatori? Perché nei giornali d’oltremanica, in terza pagina (che da noi, per tradizione, era quella culturale), campeggia una modella in topless? E perché nel Regno Unito – che tre quotidiani sportivi (The Sportsman, The Sporting Chronicle, The Sporting Life) li aveva già attorno al 1880, ma non oggi – fiorisce tanto la “kiss-and-tell industry”, la fabbrica del gossip a luci rosse?
Domande a cui ha provato a rispondere Adrian Clarke, un passato da ala sinistra nell’Arsenal pre-Wenger e un presente da giornalista multimediale. Quale miglior interlocutore di un ex calciatore di alto livello che ha fatto il salto della barricata.
«Quella della ragazza in topless a Pagina 3 – spiega Clarke – è una tradizione dei tabloid britannici dal 1969. Il primo a proporla fu (manco a dirlo, ndr) il Sun e da allora è una consuetudine popolare. Perché? E chi lo sa? Rupert Murdoch, il proprietario, di certo ha incentivato questa tradizione per attirare lettori di sesso maschile, e anche oggi la “Page 3” è considerata spiritosa, divertente. Pochissimi la considerano pornografica o anche solo inopportuna, fa parte della nostra cultura. Io stesso, che quelle foto ormai neanche le noto più, devo ammettere che se non ci fossero più sarebbe triste».
“Triste” come sapere che Wayne Rooney ha tradito la moglie, Coleen McLoughlin, sette volte in quattro mesi, quando lei era incinta del loro primogenito Kai, nato il 2 novembre 2009. “Roo”, poi, è recidivo: a 16 anni, quando era all’Everton, l’aveva fatto a Liverpool, in una casa da appuntamenti, con una squillo 48enne e già nonna. Lui stava già con Coleen, la fidanzatina dalle medie, che lo perdonò. Stavolta sarà più dura e non solo per le ferree condizioni da lei impostegli nella loro magione da 3,5 milioni di sterline a Prestbury, nel Cheshire, nel famoso “chiarimento” per cui Ferguson lo ha risparmiato contro l’Everton: basta uscite con gli amici, letti separati, se ci ricaschi addio.
«Da ex calciatore – continua Clarke – è facile per me capire perché tradiscono così spesso. A me non succedeva, non ero un campione, ma questi grandi giocatori, con il club, la nazionale o con amici, sono sempre via da casa e circondati da donne stupende che gli si gettano ai piedi. Si trovano davanti al genere di tentazioni che solo attori e rockstar possono provare. Questo non significa che il loro sia un comportamento giusto, ma avendo visto da vicino quello che capita a quei ragazzi capisco perché alcuni cadono in trappola».
Specie se combinata ad arte. In una notte una giornalista del Daily Star, fingendosi escort, ne ha abbordati quattro (due di Premier e due di Championship) e neanche di prima fascia. In sei ore, le hanno proposto di seguirli in camera El-Hadji Diouf (Blackburn), Jimmy Bullard e Matt Duke (Hull City) e Michael Tonge (Stoke City).
«I calciatori sono anche troppo viziati – ammette Clarke – Tutti dicono loro di sì ogni momento e così cominciano a sentirsi intoccabili. Questo, erroneamente, dà loro la sensazione che possono sempre farla franca, in tutto. Invece non possono».
Qualcuno sì. Terry è stato perdonato dalla moglie, Toni Poole, durante un weekend di riappacificazione a Dubai. Ashley Cole c’era riuscito ma c’è ricascato. Chissà se Coleen perdonerà “Roo”.
Secondo Clarke, «quello delle WAGs è un altro aspetto del problema. Vogliono restare col loro uomo per i soldi e tutto il resto, e continuano a soffrire in una relazione che non funziona solo per mantenere quello stile di vita. Ho il sospetto che certi giocatori sentano di aver dato alle loro compagne tanta ricchezza da farle quasi rinunciare al diritto di pretendere la fedeltà.
Tradire non è mai intelligente, ma farlo con delle prostitute è pazzesco. È un rischio che i giocatori corrono da troppo tempo e ora vengono smascherati. È stupido, da parte loro. Se quelle donne accettano di fare sesso a pagamento, come si fa a credere che non siano disposte a vendere anche la loro storia. Non tutti i calciatori si comportano male o sono infedeli, ma troppi rischiano relazioni e reputazione per il brivido di fare qualcosa di rischioso. Devono farsi più furbi e rendersi conto che non sempre possono cavarsela».
C’è però qualcosa che non torna. Come mai sono sempre gli stessi tabloid ad avere le esclusive? Come fa il News of the World a beccare Sven-Göran Eriksson che da Ct inglese tratta con un finto sceicco; Mazhar Majeed che per la nazionale pakistana di cricket intasca 150 mila sterline per vendere la partita con l’Inghilterra; Crouch che tradisce a Madrid la bellissima conduttrice Abbey Clancy alla quale è legato da 13 mesi; Rooney che paga 1200 sterline la notte brava a tre e 200 il portiere per comprargli, di notte, un pacchetto di Marlboro?
Sarà un caso, ma è il tabloid che nel 2003 era diretto da quell’Andy Coulson poi capo ufficio stampa dei Conservatori e oggi direttore della Comunicazione del Premier britannico David Cameron. Lo stesso oggetto dello scandalo intercettazioni illegali che nel 2007 ha portato in carcere il giornalista Clive Goodman e l’investigatore privato Glenn Mulcaire. E non per caso, con il New York Post e il Wall Street Journal, al centro della guerra economica fra Murdoch e il New York Times della famiglia Sulzberger.
Non c’entrano invece le lotte di potere con Micah Richards che nel 2007 con il telefonino si riprese con un amico in un video porno con una fan adolescente; con Mickaël Essien che ha tradito cinquanta volte Veralie Dela Ackumey, poi implorata in lacrime di perdonarlo; con gli ormai “britishizzati” Cristiano Ronaldo (da leggenda il suo weekend romano con amico e due squillo, o le cinque hooker nell’idromassaggio della sua villona a Manchester); con i messicani Carlos Vela (Arsenal) e Efrain Juarez (Celtic), squalificati per sei mesi dopo il party erotico da 2.000 euro, e 15 fra prostitute e un noto travestito, per festeggiare l’1-0 sulla Colombia nell’amichevole del 7 settembre a Città del Messico.
È il sesso sfrenato il “nuovo” male del calcio britannico. E dire che nel 1878 il consiglio direttivo del Lancashire & Yorkshire Railway, una compagnia ferroviaria, nelle scuole pubbliche aveva promosso il football «come alternativa muscolare ai tanti mali della società vittoriana, dall’alcolismo alla masturbazione». Almeno per il secondo ha funzionato. Pure troppo. Troppo sesso, siamo inglesi.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

Mai dire Mainz

Meno una. Ancora una vittoria e il Mainz dei miracoli eguaglierà il record del Bayern 95-96 e del Kaiserslautern nel 2001-02: 7 vittorie nelle prime sette giornate di Bundesliga.
Intanto, alla Allianz Arena di Monaco, contro il Bayern, è arrivata la sesta, la più bella, la più pesante.
Perché ottenuta da "grande" e alla grande, da capolista vera, e contro i campioni in carica. La squadra che l'anno scorso ha sfiroato il triplete ma che il Mainz aveva già battuto, alla terza giornata. Era la prima sconfitta del van Gaal bavarese. Questa, invece, è già la seconda dopo il 2-0 di Kaiserslautern.
E forse è anche più preoccupante, perché il Bayern è sempre stato sotto nel gioco e, dopo un quarto d'ora, anche nel punteggio.
Dopo il vantaggio, per rimettere i campioni in partita, a un minuto dall'intervallo, c'è voluto un harakiri del centrale Svensson, per lo sconforto del capitano Noveski, l'anima di questo Mainz.
Un Mainz che non vuol saperne di scrivere la parola fine a una favola che, forse, è appena cominciata.
A scriverla, stavolta, è Ádám Szalai, il 23enne attaccante della nazionale ungherese che il Real Madrid un anno fa ha prelevato dallo Stoccarda per poi parcheggiarlo al Castilla, la società-satellite dei merengue.
Non durerà, devono aver pensato Mourinho e il Real. Lo dicono, da sei partite, anche i ragazzini terribili di Thomas Tuchel. Ma mai come quest'anno, mai dire Mainz.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Tévez vede Blues

Lui. Sempre lui. Fortissimamente lui: Carlitos Tévez.
Quando vede Blues, Blue Chelsea, l'Apache si scatena. Dissotterra l'ascia e scende sul sentiero di guerra.
L'anno scorso l'ha fatto due volte, doppio scalpo, all'andata e al ritorno, contro la squadra del double campionato-coppa d'Inghilterra: 2-1 al City of Manchester aperto dal gol dell'argentino, addirittura 4-2 allo Stamford Bridge nel gran rifiuto di Wayne Bridge a John Terry, con doppietta del pupillo di Maradona, che in lui rivede il se stesso del barrio.
E grazie a lui stavolta, contro una squadra senza altre punte di ruolo, Mancini agguanta Ancelotti: 8 vittorie a testa e 3 pari per gli ex compagni diventati amici in nazionale.
Fra loro l'ascia di guerra non c'è mai stato bisogno di seppellirla. Ma se Tévez continua a usarla così, devastante nel tre contro tre in campo aperto, per poi chiudere col destro con un colpo di biliardo in buca d'angolo, una tregua Carletto dovrà chiederla. Perché l'Apache non si ferma: 25 gol nelle ultime 28 partite da titolare. E 4 nelle ultime tre contro il Chelsea. Per dirla alla George Gershwin, rapsodia in Blues.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, settembre 24, 2010

Il Septemberfest del Mainz

Troppo facile dire Davide a casa Golia.
Il Mainz che alla Allianz Arena sfida il Bayern lo fa da capolista a punteggio pieno, senza complessi e senza alibi.
E anche senza alberghi, visto che a Monaco c'è l'Oktoberfest e in città non ce n'è più uno libero. Neanche per la squadra rivelazione, che infatti è arrivata in Baviera il giorno stesso della partita.
Ma la partita, comunque vada, sarà una festa.
Per le nozze del presidente del Mainz, Harald Strutz, che sposerà anche in chiesa la sua Christine.
E per il compleanno di Karl-Heinz Rummenigge, simbolo più che presidente del Bayern, il club a cui ha dedicato 47 dei suoi freschi 55 anni. Abbastanza per sapere che l'avversario non va sottovalutato. Il Mainz ha 7 punti in più dei vicecampioni d'europa, oltre alla forza e all'entusiasmo della gioventù: guardare, per credere, il 2-0 costruito a Brema contro il Werder dai ragazzini terribili Holtby, Risse, Schurrle: 59 anni in tre.
Numeri che contano più delle le statistiche, comunque curiose: raccontano che il Mainz a Monaco col Bayern ha perso 4 volte su 4. Ma anche che il Mainz è stata la prima squadra a battere il Bayern di van Gaal, il 22 agosto 2009.
Raccontano che i bavaresi in casa non perdono in Bundesliga da 5 turni, ma anche che vengono da due zero a zero consecutivi. E raccontano che il Bayern nel 1995-96 e il Kaiserslautern nel 2001-02 hanno stabilito il record tedesco di vittorie iniziali in campionato: 7 successi nelle prime sette giornate. Il Mainz è arrivato a quota 5. Per la piccola Magonza, sede del Carnevale più famoso di Germania, minacciare quel record proprio nei giorni dell'Oktoberfest avrebbe un gusto davvero speciale.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, settembre 19, 2010

Nitti, lo 007 di Mazzarri


Il suo nome è Nitti, Claudio Nitti. E' lui l'ultimo agente segreto in missione speciale del calcio italiano.
Una spy-story di lunga tradizione, e interpreti per definizione tutt'altro che eccellenti.
Allenatori in seconda o ai primi passi, soprattutto uomini di fiducia.
Come è Nitti per Mazzarri, sin dai tempi di Bologna.
E' lui che, sotto copertura, deve studiare gli avversari, seguirne gli allenamenti, carpire anche il più piccolo segreto.
Il problema, però, è farlo in incognito.
Nitti, secondo il Secolo Decimonono, c'è riuscito anche stavolta.
A Bogliasco, nessuno è riuscito a beccarlo, neanche in fotografia.
"Sarebbe una sorpresa se non ci fosse", sussurravano i fedelissimi del "Mugnaini".
Lì, si narra ancora della sua attrezzatura da leggenda. Niente Aston Martin o Bentley Continental, le fuoriserie di Bond.
Lui si muove in jeep, e nel bagagliaio nasconde una scala, e sciarpe di tutte le squadre.
Gli servono per superare i muri: di cinta e di omertà.
Si traveste da tifoso per portare a termine la sua missione. Missione quasi sempre compiuta.
Come quella volta che ad Appiano affittò un cavallo al vicino maneggio per spiare l'Inter. Che infatti, da Mourinho in poi, si è attrezzata con le ruspe e alberi più alti delle recinzioni.
A Bologna, invece, l'anno scorso gli andò male. Come tutti i giornalisti locali, per un allenamento a porte chiuse si era munito di binocolo, ma Di Vaio lo riconobbe e gli gridò la formazione che Colomba non aveva deciso.
Sempre a Casteldebole, anche Ulivieri - che di Mazzarri è stato il maestro - beccò un infiltrato del Vicenza, ma la prese a ridere. Il Ct Maradona invece al mondiale ha preteso i teloni. Ma non è servito. Come gli uccellini a Mihajlovic: è vero, Reja ha lasciato fuori Zarate, ma a Firenze la sua ex Lazio ha vinto lo stesso.
Così impara, Sinisa, a non affidarsi a un vero Bond, James Bond.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

sabato, settembre 18, 2010

Man U vs Liverpool, derby d'Inghilterra


Nello stemma dello United c'è una nave, anche se a Manchester il mare non c'è.
C'è invece a Liverpool. E questo spiega tanto, e forse tutto.
"Manchester made and Liverpool trade". Ottocento, piena rivoluzione industriale.
Manchester produceva, Liverpool commerciava.
Simbiosi perfetta fino a quando le tariffe portuali non s'impennano.
Manchester allora si scava un canale e si dota di uno scalo. Ecco la nave nello stemma dello United, e a Liverpool migliaia di discoccupati ai docks.
Ancora oggi, quando la Kop canta ai suoi Reds "You'll Never Walk Alone", non camminerete mai soli, da Old Trafford - 40 km scarsi da Anfield - rispondono "You'll never get a job", non troverete mai lavoro.
«Questa è la partita che sento di più» ripete almeno due volte l'anno Steven Gerrard, IL tifoso Scouser se ne esiste uno.
Dall'altra parte, il simbolo del tradimento: Wayne Rooney, liverpudlian solo di cittadinanza e dalla nascita tifoso Everton, il club che lo ha lanciato: "Fin da bambino mi è stato insegnare a odiare il Liverpool, è inutile che adesso finga il distacco del professionista. Lo odio come il primo giorno".
«Nel calcio britannico non c'è niente di paragonabile», dice un gallese doc come Ryan Giggs. Perché il derby d'Inghilterra, è l'unico rosso che scousers e mancunian vedono con gli stessi occhi.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Biso non si tocca


Vendetta tremenda vendetta.
O "Mezzogiorno (e mezzo) di fuoco".
Non è un duetto tra Gilda e Rigoletto né un remake, anche se l'atmosfera da western, al San Nicola, ci sta tutta.
E' Bari-Cagliari, letta dalla panchina.
Giampiero Ventura contro Pierpaolo Bisoli, per la serie: non ci siamo mai amati.
Roba di 13 anni fa, anzi 14. 22 dicembre 1996, Fiorentina-Cagliari, vita da mediani.
Schwartz, lo svedese in viola, si scontra così con "Biso": addio tibia e perone.
Dopo il crac di Udine di due anni prima, per lui la seconda gamba che salta per la causa rossoblù. Roba che neanche Gigi Riva, che le gambe ce le lasciò anche lui due volte, ma in nazionale.
Bisoli torna col Cagliari in B, con in panchina Ventura che col Lecce ha appena fatto il doppio salto dalla C.
Il capitano anziché la fascia trova la panchina.
"Biso non si tocca" si legge in viale san Vincenzo e su altri muro della città.
Il presidente tentenna, mette il veto su Muzzi ma non sul mediano, che infatti andrà all'Empoli.
"Lasciarlo andare fu una scelta di testa, non di cuore" ha detto Cellino lo scorso luglio, alla presentazione del suo nuovo allenatore.
Uno che come tutta Cagliari, Ventura, non potrà mai dimenticarlo.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, settembre 16, 2010

Il Catenaccio si fa ma non si dice


Catenaccio. I ventenni di oggi potrebbero non averne mai sentito parlare. E se è successo, era una parolaccia. Perché quando sono nati, fra gli anni 80 e 90, era già diventato un tabù, un nemico, il male assoluto per i seguaci di Sacchi. L'ayatollah di Fusignano.
Eppure, unito al contropiede, il catenaccio ha vinto tanto e a lungo. La Grecia a Euro 2004, e senza andare lontano, l'Inter di Mourinho, in trincea a Barcellona in Champions. Sono gli ultimi esempi - camuffati più o meno ad arte - di un modulo inventato negli anni 30 dall'austriaco Rappan. Che lo chiamò verrou, in francese "chiavistello", che non è la stessa cosa ma quasi.
Con il Servette prima e nella nazionale Svizzera poi, Rappan adeguò il Metodo di Pozzo e corresse il Sistema di Chapman mettendo un terzino alle spalle del centromediano. Nascevano così la difesa a 4 - rigorosamente a uomo - e il "libero", termine coniato dal genio di Gianni Brera, che di quel modulo divenne il sommo cantore.
Rocco, il suo prediletto, vi costruì attorno la Triestina e il Padova dei miracoli. L'Uruguay vinse il Mondiale del '50. L'Inter di Foni due scudetti, quella di Herrera tutto in Italia, in Europa, nel mondo.
Trapattoni giocava con due punte, più un 10 classico, un tornante e un terzino fluidificante, ma vincere chiudendosi non bastava più. Bisognava giocare a zona, in linea, senza libero. Baresi al Milan lo era, e si staccava, e la squadra difendeva alta, corta e stretta. Da allora, il Catenaccio - anche se con fuorigioco e falli sistematici - è peccato: si fa ma non si dice.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

http://video.sky.it/videoportale/index.shtml?videoID=610187181001

Roma capocchia


La Roma non piace più. Nemmeno al Capitano. Che alla fine della "sua" partita - all'83' - non ringrazia l'allenatore, né per la sostituzione né per le scelte.
"Non abbiamo giocato a pallone, abbiamo rispolverato il catenaccio", Totti confida la sua amarezza. Poi la sentenza: "Così non si vince mai".
E allora, come si vince? Questa Roma sembra non saperlo più.
Di questi tempi, un anno fa, dopo due sconfitte consecutive, Spalletti lasciò la nave perché non affondasse.
Con Ranieri l'anno scorso si viaggiava a ritmo scudetto, quest'anno a ritmo retrocessione. Sconfitta in Supercoppa. Un punto col Cesena, 0 a Cagliari, 0 alla prima europea.
Appena due settimane fa il clima era diverso. Il cambio di modulo per Borriello, il rientro a bordo di Burdisso, la fiducia a Ménez e Mèxes confermata pure da Blanc. La società ancora in acque agitate, ma con la tempesta ormai alle spalle e un porto in vista. Da vincere, per vincere, restava solo la scommessa Adriano. Invece, il vento è girato.
La presidente Sensi a Monaco, più "per stare vicino ai ragazzi" che per il ritorno in Champions, era già un segnale.
Ma l'allarme vero è stato il secondo tempo di resa al Bayern, "con dieci uomini dietro la palla", e la Roma che - non solo secondo Totti - non ha più giocato.
3 ko in 4 uscite ufficiali sono troppi per una squadra che Montali, ottimizzatore ottimista, vede grande, anzi grandissima. Nonostante le assenze.
Il punto, però, è il gioco. Spettacolare e sin troppo dispendioso nel 4-2-3-1 di Spalletti, scomparso nel 4-4-2 di Ranieri. Ménez in panchina è uno spreco, Brighi esterno un azzardo. Totti fermo un lusso, e fuori un rischio.
Chissà se Ranieri s'è pentito. Totti non gliel'ha detto. Ma gliel'ha fatto capire.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, settembre 15, 2010

Il Twente non cammina da solo


"You'll Never Walk Alone". Non camminerete mai soli, figuriamoci nella, prima, storica, notte di Champions.
A Enschede si scrive la storia, e col coro mutuato da Liverpool e Celtic si copre persino la musichetta che nessuno osava sognare. Ma gli anni del "Boring Twente", il Twente noioso come l'Asenal prima di Wenger, sono lontani.
Questi sono gli anni di Joop Munsterman, l'Urbano Cairo d'Olanda, ma con una differenza: il "suo" Twente è un progetto vincente. L'imprenditore-editore lo smonta e rimonta ogni anno.
Compra e rivende, lancia o rilancia allenatori e intanto riempie casse e bacheca. E in sei stagioni, lo ha salvato dalla bancarotta e portato in Champions.
Con Steve McClaren, lo "scemo con l'ombrello" che non qualificò l'Inghilterra a Euro 2008, ha vinto Eredivisie e supercoppa nazionale. Con la Coppa d'Olanda, gli unici trofei del club in 45 anni di storia.
Gli stessi che l'Inter ci ha messo a rivincerla, quella coppa. L'Inter di Mourinho. E non ancora di Benitez, che ha salutato il Kop per poter camminare da solo e invece si è ritrovato in casa un fantasma sin troppo presente. [IMG MOU champions]
Il 4-2-3-1 è rimasto, il sacro fuoco no. Basta guardare in faccia Julio Cesar che prende gol sul suo palo, o Lucio che Il non tiene l'uomo sull'autogol di Milito. Un Milito ignoto, un anno fa.
Il resto però è tutto Twente. Il 4-3-3 olandese col belga Preud'Homme sa più di 4-1-4-1: Brama a uomo su Sneijder, le stelline Ruiz e de Jong a inventare e colpo dell'estate, il gigante Janko, a creare spazi là davanti. E' costato 5 milioni e mezzo, come Mariga. Il talento matto di Janssen invece non ha prezzo. Con un'altra testa avrebbe fatto carriera altrove, e forse camminato da solo. Al Twente, non gli succederà. C'è da scrivere la Storia.
PER SKY SPROT 24, CHRISTIAN GIORDANO

martedì, settembre 14, 2010

Raul & Pippo, dove eravamo rimasti

Ci eravamo lasciati così: 68 gol nelle coppe europee per Filippo Inzaghi, 67 per Raùl Gonzàlez Blanco.
Una poltrona per due, quella del miglior marcatore continentale, che il milanista e lo spagnolo - 70 gol a testa come Gerd Muller, fermo a 69 in Europa e a 70 nel mondo, come Raul e Inzaghi, che la poltrona occupata dall'ex Bayern se la contenderanno fino a fine carriera.
Una carriera che per Superpippo, chiuso dai fantastici quattro Pato, Ibrahimovic, Robinho e Ronaldinho, a 37 anni continua dalla panchina.
Raùl, per non fare la stessa fine, a 33 ha detto addio (o forse arrivederci) al Real di cui è stato simbolo per 16 stagioni. Prima che a farlo fosse Mourinho, ha scelto lui: lo Schalke 04, dove in coppia con Huntelaar - un altro sacrificato per Ibra - continuerà la corsa al trono di re Gerd.
Una corsa cominciata il 18 ottobre 1995, 6-1 dei merengues sul Ferencvaros in Champions, riserva di caccia preferita anche di Inzaghi, che in Europa, però, ha cominciato a segnare in Coppa delle Coppe, 4-0 con il Parma all'Halmstad il 2 novembre 1995. Il primo gol in Champions arriverà due anni dopo, il 17 settembre 1997, Juventus-Feyenoord 5-1.
Nonostante l'esultanza - "alla Inzaghi" nulla di paragonabile alla magia di Atene 2007. Doppietta nella rivincita con il Liverpool e seconda Champions col Milan. Muller col Bayern e Raùl col Real ne hanno vinte 3, ma se per arrivare a 4 lo spagnolo ha scelto lo Schalke 04, ha sbagliato i conti. E stavolta i gol non c'entrano.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO