domenica, ottobre 31, 2010

Giudicate voi

Yashin

Lev Yashin chiudeva la porta senza lasciare neppure un piccolo spiraglio. Questo gigante dalle lunghe braccia di ragno, sempre vestito di nero, aveva uno stile spoglio, una eleganza nuda che disdegnava la spettacolarità dei gesti eccessivi. Era solito parare tiri fulminanti alzando solo una mano, tenaglia che afferrava e triturava qualsiasi proiettile, mentre il corpo restava immobile come una roccia. E senza muoversi, poteva anche deviare il pallone solo lanciano gli uno sguardo. Si ritirò dal calcio molte volte, sempre inseguito dalle acclamazioni di gratitudine, e varie volte tornò. Un altro come lui non c’era. In più di un quarto di secolo, il portiere russo parò più di cento rigori e salvò chissà quanti gol già fatti. Quando gli chiesero quale fosse il suo segreto, rispose che la formula consisteva nel fumare una sigaretta per calmarsi i nervi e buttare giù un bicchiere di roba forte per tonificarsi i muscoli.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

sabato, ottobre 30, 2010

Platini

Nemmeno Michel Platini aveva un fisico da atleta. Nel 1972 il medico del Metz informò che Platini soffriva di una insufficienza cardiaca e che la sua capacità respiratoria era debole. Il referto fu sufficiente perché il Metz rifiutasse questo aspirante giocatore, sebbene il medico non avesse visto che Platini aveva anche le caviglie rigide che lo esponevano con facilità alle fratture, e una certa tendenza a ingrassare dovuta alla sua passione per la pasta. A ogni modo, dieci anni dopo, poco prima del Mondiale di Spagna, il difettoso si vendicò: la sua squadra, il Saint-Étienne, travolse il Metz per 9-2.
Platini fu la sintesi del miglior calcio francese: riuniva la capacità offensiva di Just Fontaine, che nel Mondiale del 1958 aveva segnato 13 gol, record mai superato, e la mobilità e l'astuzia di Raymond Kopa. Platini non soltanto offriva, in ogni gara, un recital di gol da illusionista, di quelli che non possono essere veri, ma incantava il pubblico con la sua capacità di organizzare il gioco di tutta la squadra. Sotto la sua direzione, la nazionale francese esibiva un calcio armonioso, ben costruito e da godersi passo dopo passo, man mano che l'azione si sviluppava: tutto il contrario delle grandi ammucchiate a centrocampo, attacco in massa e che Dio ce la mandi buona.
Nelle semifinali del Mondiale del 1982 la Francia fu sconfitta dalla Germania Ovest ai rigori. Quello fu un duello tra Platini e Rummenigge, che entrò in campo anche se infortunato e decise la partita. Poi, in finale, la Germania Oves cadde 3-1 davanti all'Italia. Né Platini né Rummenigge, due giocatori che hanno fatto la storia del calcio, riuscirono mai a togliersi lo sfizio di vincere un mondiale.   
ESUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio 
Fantastico, visionario, originalissimo. Fenomenale come il soggetto raccontato. Un libro straordinario, come fuori dell’ordinario sono gli articoli fra scienza e calcio che Modeo scrive da vent’anni sul Corriere della Sera e The Guardian. Cultura di vastità imbarazzante (per il lettore), il vero alieno – nel desolante panorama della stampa specializzata italiana – è l’autore, che omaggia Mourinho con un trattato interdisciplinare di rara efficacia. Perché «chi sa solo di calcio non sa niente di calcio». Dalle sorprendenti analogie con Houdini e Béla Guttmann alla superata quanto sterile discussione sul Mou più grande come allenatore o comunicatore. Dimenticabile la presentazione di Arrigo Sacchi, specie se comparata alla postfazione di Irvine Welsh. In appendice, vademecum essenziale, bibliografia ragionata e palmarès. No-contest, il libro (forse non solo sportivo) dell’anno. Hors catégorie.
CHRISTIAN GIORDANO

Sandro Modeo
L’ALIENO MOURINHO
ISBN, 186 pagine, 13,50 euro
GIUDIZIO: *****

Ibra-Chiellini, la notte dei guerrieri

Guerrieri, venite fuori a giocare. Dopo una stagione di pausa, Chiellini & Ibrahimovic tornano a sfidarsi. Uno contro l'altro, praticamente nemici. Come ai bei tempi, cominciati quattro anni fa. 4 novembre 2007, la Juve era appena tornata in A dopo Calciopoli e aveva una gran voglia di dimostrare di essere ancora... la Juve. E Chiellini, quel litigio in ritiro, prima di quel campionato di B che Ibra mai avrebbe giocato, no0n lo aveva dimenticato. Finì 1 a 1, gol di Cruz e Camoranesi. Ma il vero match, cominciò al 90esimo.
Due pesi massimi, Ibra e il Chiello, che non si amano, ma, dopo tante battaglie, hanno imparato a rispettarsi.
Due combattenti divisi dal ruolo, e soprattutto dai colori. Che, come quattro anni fa, ritrovano lo stesso arbitro: Rocchi.
All'angolo stavolta rossonero, il campione in carica Ibra: sempre primo, sul campo, negli ultimi sei campionati fra Ajax, Juventus, Inter e Barcellona.
All'angolo, come sempre bianconero, il "Chiello", gladiatore per definizione che persino il suo "nemico" storico rispetta.
Lo ha fatto sempre soffrire, ricambiato, perché è quello che più gli somiglia.
Giocarci contro, però, è tutta un'altra cosa. In 4 confronti, una vittoria per parte e due pari. Chiellini al Milan e all'Inter, ha già segnato, ma Ibra non c'era. Ibra, invece, a Chiellini, e alla Juve, non ha mai segnato. E l'ultima volta, come la prima, è finita 1-1. Adesso serve un vincitore. Guerrieri, è ora di andare fuori a giocare.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, ottobre 29, 2010

Tutti pazzi per Pep

Dalla Milano nerazzurra un'estate fa, a Manchester (sponda United) per il futuro: tutti lo vogliono, nessuno lo prende.
Per ora. Perché Guardiola ha firmato per un anno, e Rosell non è Laporta.
Mettiamoci i modi, eleganti, e le conferenze stampa multilingue, et voilà, il dopo-Ferguson potrebbe essere lui. Che peraltro è anche il candidato ideale per il dopo-Benitez. Rafa ha due anni di contratto e non è in discussione, ma la visita di Messi a Milano, l'amicizia dell'argentino con Davide Lippi e il cordiale botta e risposta con Moratti che sogna Leo all'Inter sono più indizi che coincidenze.
Gli stessi gusti di Moratti li ha Ferguson, che infatti stravede anche per Mourinho. Uno che non ha mai nascosto la propria voglia di tornare in Premier. E che se dovesse centrare l'accoppiata Champions-Liga col Real, avrebbe una corsia preferenziale per la successione di Sir Alex.
Questo però è fantafuturo. Il presente, reale, è un superweekend ("su SKY" lo metterei nel lancio: certo) ancora più importante, in Premier e nella Liga, perché precede le supersfide di Champions, Tottenham-Inter e Milan-Real Madrid.
Proprio il Tottenham, ma all'Old Trafford, sarà l'avversario del Manchester United per la 10a di campionato, mentre la capolista Chelsea giocherà a Blackburn e il City andrà a Wolverhampton. Mancini non avrà Tévez, fermato da una contusione subita nel KO contro l'Arsenal, ma potrebbe ritrovare dall'inizio Balotelli in coppia con lo scontento Adebayor.
Turno facile sulla carta per il super Arsenal dei sette gol (a zero) in quattro giorni fra Man City e Newcastle: all'Emirates arriva il West Ham.
Solito duello a distanza nel sabato di Liga: il Barcellona ritroverà il Siviglia, già battuto in Supercoppa di Spagna, due ore dopo che il Real ad Alicante avrà provato a non fare la fine fatta del Barca al Camp Nou contro l'Hercules alla seconda giornata. Era settembre. E il cielo sopra Guardiola era ancora solo blaugrana.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, ottobre 28, 2010

"Taffy" James, l’odore del pallone

Pochi hanno giocato nel Burnley in due periodi, pochissimi in tre, solo uno in quattro: Leighton James, dal 14 agosto 2003 sacrosanto hall-of-famer dei Clarets.

Gallese di Loughor (Casllwchwr nell’idioma locale, 16 febbraio 1953), vicino Swansea, a scuola eccelle nel rugby e nel calcio. Figlio di un operaio dell’acciaio, debutta a 17 anni da ala sinistra in Burnley-Nottingham Forest il 21 novembre 1970. In prima squadra non è titolare in quella disastrosa stagione, chiusa col penultimo posto in First Division e la retrocessione, ma nel ruolo conquista la semifinale in FA Youth Cup, la Coppa d’Inghilterra giovanile.

Al primo anno in Division Two, le sue prestazioni allertano gli osservatori della nazionale. Coi Dragoni, il 27 ottobre 1971 contro la Cecoslovacchia a Praga, esordisce da più giovane gallese nella storia del Burnley. E come Willie Irvine prima di lui, vanta un cap da titolare nel Galles prima ancora di aver debuttato nel club.

“Taffy”, idolo del Turf Moor, dal 1971 al 1983 sommerà oltre 400 presenze per i Claret and Blue, l’ultima a 36 anni, e 10 gol in 54 caps con i rossi gallesi .

Quella al debutto col Burnley è la prima vittoria casalinga in dieci giornate di un'annata conclusa con l’addio alla First Division dopo 24 anni. Di quel disgraziato campionato, però, James gioca solo 4 partite.

Con la retrocessione per lui c’è spazio in prima squadra. A cominciare dalla trasferta londinese col Fulham, al Craven Cottage, dove subentra all’ala sinistra Steve Kindon, infortunato. Con la doppietta del 2-0 firma virtualmente la cessione di Kindon ai Wolves a fine campionato.

In quello successivo, a 20 anni, James - sempre presente, e in doppia cifra nei gol, tra cui quello decisivo a Sheffield contro il Wednesday (nella foto) - è il trascinatore nella cavalcata per la promozione in massima divisione nel 1972-73.

Il pinkfloydiano lato oscuro della luna è l'arroganza che più o meno universalmente gli viene riconosciuta. Giocando in notturna senza lenti a contatto, sbagliava gol fatti; e a chi glielo faceva notare lui dava la colpa ai riflettori: «Non mi servono le lenti, del pallone io sento l’odore».

Due eccellenti stagioni in massima divisione, poi, all’inizio del 1975-76, oltre al fiuto sembra aver perso lo smalto. In realtà fa lo sciopero bianco perché il Burnley vuole cederlo per far cassa. Infatti, per 310.000 sterline passa agli ordini di Dave Mackay al Derby County campione d'Inghilterra.

I tifosi del Burnley ne avevano visti di giocatori partire, ma mai avrebbero mai pensato di rivederlo, tre anni dopo. Stavolta in coppia con Steve Kindon.

Il QPR, che nel 1977 lo aveva pagato 180.000 sterline più il cartellino di Don Masson, lo lascia andare in tempo per fargli alzare, con la squadra di Harry Potts, l’Anglo-Scottish Cup: 4-1 all’Oldham Athletic in finale. I 165.000 pounds sborsati per riaverlo, cifra-record per i Clarets, paiono ben spesi.

James però non è più lui e non può evitare, nel 1980, la prima discesa in Third Division del Burnley. Onta che Leighton laverà passando all’ambizioso Swansea City, il més que un club in salsa gallese per il quale tifava da ragazzo.

Tempo un anno e il suo gol a Preston vale la promozione – da capocannoniere – in First Division, otto stagioni dopo quella col Burnley del 1973. Poi chiude da protagonista nelle tre Welsh Cup consecutive (1981, 1982, 1983) degli Swans.

Una parentesi al Sunderland, da svincolato nel gennaio 1984, poi scende in 4th Division col Bury di Martin Dobson e gli Shakers salgono in Division Three. Altro ritorno in Galles, ma del sud come allenatore-giocatore al Newport prima di raccogliere, nell’estate 1986, il disperato SOS di Brian Miller per il terzo passaggio al Burnley. Il penultimo.

È la stagione da incubo della partita con l’Orient, e anche se il James dei bei dì è un ricordo, basta per la salvezza. Raggiuntala, la dirigenza non lo risparmia nel repulisti.

Rimasto senza squadra, accetta il ruolo di allenatore delle giovanili. Invece, colpo di scena: lasciato libero a fine stagione, si ritrova a giocare, al centro della difesa, come rimpiazzo di capitan Ray Deakin, infortunato.

In due annate 45 presenze, compreso il cameo da subentrato nella finale dello Sherpa Van Trophy (torneo riservato ai 48 club di Football League One e Two), persa 2-0 a Wembley nel 1988 contro il Wolverhampton.

Al termine della stagione 1988-89, al club torna come manager Frank Casper e James ha già il foglio di via come Youth Team Coach. La sua storia d’amore in quattro atti (e due sport: gran battitore nel cricket) col Burnley è al capolinea. Non quella col pallone.

Allena il Bradford City poi in non-League: Gainsborough Trinity, Morecambe, Llanelli, il Garden Village campione nella Second Division gallese nel 2002, e ancora Llanelli, retrocesso nel 2003.

Apprezzato opinionista di Real Radio (per referenze chiedere a Robbie Savage), nel marzo 2008 viene sospeso per due settimane, e poi scaricato, dalla BBC per gli inopportuni commenti in un suo articolo per il South Wales Evening Post: Taffy si augurava la sconfitta del Cardiff City contro il Barnsley nella semifinale di FA Cup. Commenti poi diventati una canzone, Leighton James Don't Like Us (A Leighton James non piacciamo), incisa da un musicista di Cardiff, Leigh Bailey.

Non era il primo problemino per quello che dal dicembre 2009 è il manager dell’Aberaman Athletic, prima divisione gallese. Nel giugno 2007, gli era stata ritirata la patente per tasso alcolemico una volta e mezzo il massimo consentito. Lontano dal campo, col profumo dell’erba se ne va anche l’odore del pallone. Quello dell'alcool no.
Christian Giordano
ch.giord@gmail.com

Leighton James
Ala sinistra
Loughor, Glamorgan (Galles), 16-2-1953

In campionato:
Club Gare Gol
Burnley (1970 - 1975) 331 (5) 66
Derby County (1975-1977) 67 (1) 15
Queens Park Rangers (1977-78) 27 (1) 4
Burnley (1978-1980) 76 (19) 9
Swansea City (1980-1983) 88 (10) 27
Sunderland (1983-84) 50 (2) 4
Bury (1984-85) 46 5
Newport County (1985-86) 28 2
Burnley (1986-1989) 75 (4) 2

Totale: 788 (42) 134

In nazionale (1971-1983): 54 10

Palmarès da giocatore:
1 Second Division (1972-73)
1 Anglo-Scottish Cup (1978-79)
3 Welsh Cup (1981, 1982, 1983)

COSA FA OGGI: E' un lollipop man, l'uomo lecca-lecca. Così in Gran Bretagna chiamano (lollipop lady per le signore) chi ha l'incarico di regolare il traffico in prossimità delle scuole e di aiutare i bambini ad attraversare la strada. Il nome deriva dalla paletta a forma di lecca lecca (lollipop in inglese). Nel 2007 lo Swansea Council lo ha nominato Rookie Lollipop Man of the Year, matricola dell'anno. 

LO SAPEVATE CHE... James è stato anche un eccellente giocatore di cricket. Ha giocato nella Lancashire League con il Lowerhouse e, ovvio, il Burnley.

Gol di Puskás

Accadde nel 1961. Il Real Madrid affrontava sul suo campo l'Atlético Madrid.
Appena iniziata la partita, Ferenc Puskás segnò un gol-bis, come aveva fatto Zizinho nel Mondiale del 1950. L'attaccante ungherese del Real Madrid batté una punizione dal limite dell'area e il pallone s'infilò in rete. Ma l'arbitro si avvicinò a Puskás che festeggiava con le braccia al cielo: "Mi dispiace", si scusò, "ma non avevo fischiato".
E Puskas tirò di nuovo. Sparò di sinistro, come prima, e la palla fece esattamente lo stesso percorso: passò come palla di cannone sulle stesse teste degli stessi giocatori della barriera e andò a depositarsi, come il gol annullato, nell'angolo sinistro della porta di Madinabeytia, che si tuffò esattamente come prima e non riuscì, come prima, neppure a toccarla.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Maradona

 
Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto. L'analisi rivelò la presenza di efedrina e Maradona concluse in malo modo il suo Mondiale del 1994. L'efedrina, che non è considerata una droga stimolante nello sport professionistico degli Stati Uniti e di molti altri Paesi, è proibita nelle manifestazioni internazionali.
Ci fu stupore, scandalo. I tuoni della condanna morale assordarono il mondo intero, ma bene o male si fecero sentire alcune voci di appoggio all'idolo caduto. E non solo nella sua adolorata e attonita Argentina, ma anche in posti lontani come il Bangladesh, dove una manifestazione numerosa gridò nelle strade contestando la FIFA ed esigendo il ritorno dell'espulso. In fin dei conti giudicarlo era facile, ed era facile condannarlo, ma non risultava altrettanto facile dimenticare che Maradona continuava a commettere, da molti anni, il peccato di essere il migliore, il delito di denunciare a viva voce le cose che il potere ordina di tacere e il crimine di giocare alla mancina, che secondo il Piccolo Larousse illustrato significa "con la sinistra" e significa pure "al contrario di come si deve fare".
Diego Armando Maradona non aveva mai usato stimolanti alla vigilia delle partite per moltiplicare le risorse del suo corpo. E' vero che era stato prigioniero della cocaina, ma si drogava nelle feste tristi, per dimenticare o essere dimenticato, quando già era assediato dalla gloria e non poteva vivere senza quella fama che non lo lasciava vivere. Giocava meglio di chiunque altro malgrado la cocaina, non grazie a essa.
Era schiacciato dal peso del suo stesso personaggio. Aveva problemi alla colonna vertebrale dal lontano giorno in cui la folla aveva gridato il suo nome per la prima volta. Maradona portava un carico chiamato Maradona, che gli faceva scricchiolare la schiena. Il corpo come metafora: gli dolevano le gambe, non poteva dormire senza pastiglie. Non aveva impiegato molto a rendersi conto che era insopportabile la responsabilità di dover lavorare da Dio negli stadi, ma sin dal principio capì che era impossibile smettere di farlo. "Ho bisogno che abbiano bisogno di me", confessò quando già da molti anni portava sulla testa l'aureola, sottomesso alla tirannia del rendimento sovrumano, imbottito di cortisone, analgesici e ovazioni, incalzato dalle esigenze dei suoi dvoti e dall'odio di coloro che offendeva.
Il piacere di abbattere gli idoli è direttamente proporzionale alla necessità di averli. In Spagna, quando Goicoechea lo picchiò alle spalle e senza pallone e lo lasciò fuori dei campi di gioco per diversi mesi, non mancarono fanatici che decretarono il trionfo per il colpevole di questo "omicidio" premeditato, e in tutto il mondo c'era gente in abbondanza disposta a festeggiare la caduta dell'arrogante sudaca (*), un intruso nell'Olimpo, il nuovo ricco, quello che era scappato dalla fame e si concedeva il lusso dell'insolenza e delle smargiassate.
Poi, a Napoli, Maradona fu Santa Maradonna e San Gennaro divenne San Gennarmando. Nelle strade si vendevano immagini della divinità in pantaloncini corti, illuminata dalla corona della Vergine o avvolta nel sacro manto del santo che sang. uina ogni sei mesi. E allo stesso modo si vendevano casse da morto per i club del nord dell'Italia e bottigliette con le lacrime di Silvio Berlusconi. I bambini e i cani sfoggiavano parrucche di Maradona. C'era un pallone sotto i piedi della statua di Dante e il Tritone della fontana vestiva la maglietta azzurra del Napoli. Da oltre mezzo secolo, la squadra della città non vinceva un campionato, città condannata alle furie del Vesuvio e alla sconfitta eterna sui campi di calcio. E grazie a Maradona il sud oscuro era riuscito, infine, a umiliare il luminoso nord che lo disprezzava. Coppa dopo coppa, negli stadi ed europei, il Napoli vinceva, e ogni gol era una profanazione dell'ordine costituito e una rivincita sulla storia. A Milano odiavano il colpevole di questo affronto commesso dai poveri che non stavano più al loro posto, lo chiamavano il prosciutto con i riccioli. E non solo a Milano: nel Mondiale del 1990 la maggior parte del pubblico castigava Maradona con furiose selve di fischi ogni volta che toccava il pallone, e la sconfitta argentina davanti alla Germania Ovest fu celebrata come una vittoria italiana.
Quando Maradona disse che voleva andarsene da Napoli, ci furono alcuni che gli gettarono contro la finestra pupazzetti di cera trafitti da spilloni. Prigioniero della città che lo adorava e della camorra, lui stava già giocando contro il suo cuore, in contropiede; e allora esplose in tutta la sua irruenza lo scandalo della cocaina. Maradona divenne immediatamente Maracoca, un delinquente che si era fatto passare per eroe.
Più tardi, a Buenos Aires, la televisione trasmise il secondo regolamento di conti: arresto dal vivo e in diretta, come se fosse una partita per il divertimento di coloro che si gustarono lo spettacolo del re nudo portato via dalla polizia.
"E' un malato", dissero. Dissero: "E' finito". Il Messia invocato per redimere la maledizione storica degli italiani del sud era stato perfino il vendicatore della sconfitta argentina nella guerra delle Malvinadians, grazie a un gol rubato e a un altro gol favoloso che lasciò gli inglesi a girare come trottole per anni. Ma all'ora della caduta, el Pibe de oro (il Bambino d'oro) non fu altro che un commediante cocainomane e puttaniere. Maradona aveva tradito i bambini e disonorato lo sport. Lo diedero per morto.
Ma il cadavere si sollevò con un balzo. Espiata la condanna della cocaina, Maradona fu il pompiere della nazionale argentina che stava bruciando le sue ultime possibilità di arrivare al Mondiale del 1994. Grazie a Maradona ci arrivò. E nel Mondiale Maradona tornava a essere, come ai vecchi tempi, il migliore, quando esplose lo scandalo dell'efedrina.
La macchina del potere gliel'aveva giurata. Lui gliene cantava di tutti i colori e questo aveva il suo prezzo; il prezzo si incassa in contanti e senza sconti. E lo stesso Maradona regalò loro la giustificazione, per la sua tendenza suicida a servirsi su un piatto d'argento in faccia ai suoi nemici e per quella irresponsabilità infantile che lo spinge a precipitarsi in tutte le trappole che si aprono sul suo cammino.
Gli stessi giornalisti che lo assediano con i microfoni gli rimproverano la sua arroganza e i suoi scoppi d'ira, e lo accusano di parlare troppo. Non che non abbiano qualche ragione, ma in realtà non è questo che non riescono a perdonargli: in realtà a loro non piace quello che lui a volte dice. Questo piccoletto con la lingua lunga e il sangue caldo ha l'abitudine di lanciare frecciate verso l'alto. Nel 1986 e nel 1994, in Messico e negli Stati Uniti, denunciò l'onnipotente dittatura della televisione che obbligava i giocatori a spaccarsi la schiena a mezzogiorno, abbrustolendosi al sole. E in mille altre occasioni, in tutto l'arco della sua accidentata carriera, Maradona ha detto cose che hanno sollevato un vespaio. Non è stato l'unico giocatore disobbediente, ma è stata la sua voce quella che ha dato risonanza universale alle domande più insopportabili. Perché non valgono nel calcio le orme universali di diritto del lavoro? Se è normale che qualsiasi artista conosca gli utili che il suo show produce,perché i giocatori non possono conoscere i conti segreti della opulenta multinazionale del football? Havelange tace, in altre faccende affacendato, e Joseph Blatter, burocrate della FIFA che non ha mai tirato calci a un pallone ma gira in una limousine di otto metri con autista nero, si limita a commentare: "L'ultima stella argentina è stato Di Stéfano".
Quando Maradona fu, infine, espulso dal Mondiale del 1994, i campi di calcio persero il loro ribelle più clamoroso. E persero pure un giocatore fantastico. Maradona è incontrollabile quando parla, ma molto di più quando gioca: non c'è chi possa prevedere le diavolerie di questo inventore di sorprese, che non si ripete mai e gode nello sconcertare i computer. Non è un giocatore veloce, torello corto di gambe, ma porta il pallone cucito sul piede (sinistro) e ha occhi su tutto il corpo. Le sue arti di equilibrista infiammano gli stadi. Può riolvere una partita sparando un tiro fulminante con le spalle alla porta o servendo un passaggio impossibile, da lontano, quando è circondato da mille gambe "nemiche"; e non c'è chi possa fermarlo quando si lancia dribblando gli avversari.
Nel calcio frigido di fine secolo, che esige di vincere e proibisce di godere, quest'uomo è uno dei pochi a dimostrare che la fantasia può anche essere efficace.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

(*) Epiteto spregiativo usato in Spagna verso i latinoamericani.

L'anno buono di Arsenèal

Per gli ammiratori, un maestro di calcio, un genio della panchina, un mago nello scovare, e forgiare, giovani talenti da rivendere.

Per i critici, un incantatore di tifosi, giornalisti, addetti ai lavori.
Da quando c'è Wenger, estate 1996, nel bene e nel male l'Arsenal "è" lui: per il suo calcio palla a terra in velocità, il suo rompere la tradizione del calcio inglese fingendo di preservarla. Sua la prima squadra a schierare in campo, in Premier, undici stranieri.
Mourinho gli imputa di non vincere, e infatti non gli succede dal 2005, quando mise in bacheca l'ultima di 4 FA Cup.
Con Ferguson si attacca un giorno sì e l'altro pure. Per i calendari, per gli arbitri, insomma per le regole.
Ma dietro a tanto livore, si celano, anche, un profondo rispetto e tanta invidia.
Solo il Barcellona gioca un calcio altrettanto bello e più redditizio. In campo aperto, invece, come lui nessuno mai.
E adesso, la generazione di fenomeni è diventata anche concreta. Fabregas e Song in mezzo, il genio di Nasri, Arshavin e Wilshere sulla trequarti, la varietà di soluzioni in attacco: Walcott in contropiede, Chamakh nel gioco aereo, la forza dirompente di Bendtner anche dalla panchina: 2 gol in tre giorni fra Man City e Newcastle.
Manca come al solito un portiere all'altezza, ma chissà che questo non sia l'anno buono.
In Premier è seconda, a -5 dal Chelsea. In nove giornate ha perso solo due volte, e nell'ultimo turno, schiantando a domicilio il City, ha dimostrato di avere anche la maturità per vincere gli scontri diretti.
In tre partite di Champions, è a punteggio pieno, con 14 gol fatti e due subiti.
Negli ottavi di Carling Cup, 4-0 al Newcastle.
La settima goleada di una stagione, forse, finalmente vincente.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Coutinho & Pato, gemelli diversi

Gemelli diversi, Alexandre e Philippinho, capelli a parte.
Arrivati a Milano poco più che adolescenti, con una carriera e un fisico ancora da costruire.
Ci sta riuscendo riuscito, nonostante gli infortuni, Pato; alla quarta stagione di Milan, è più alto e più robusto: 8 centimetri e 8 chili in più rispetto al Papero preso 17enne dall'Internacional di Porto Alegre. Lo stesso cammino percorso, ma dal Vasco da Gama, dall'altra grande speranza bianca del calcio brasiliano, Coutinho.
Un altro talento naturale che deve vivere in palestra per mettere su massa senza in perdere in agilità.
La statura, invece, per lui, come per Pato, in Brasile non è mai stata un problema.
Il nuovo Ct, Mano Menezes, li ha chiamati sin dal primo stage e gli sta costruendo attorno la Selecao che nel 2014 avrà solo una missione: vincere il Mondiale in casa.
Si somigliano, i due, ma non in campo e forse neanche nella vita privata.
Secondo la Gazzetta e la Stampa, è un "single felice" Pato, che contro la Juve, un "avversario speciale", festeggerà le 100 presenze in rossonero.
Per il Corriere dello Sport, tutto famiglia e fidanzata Coutinho, che contro la Samp ha giocato la sua miglior partita in nerazzurro. E in un ruolo, esterno a sinistra, tutto nuovo per uno che studia da Sneijder.
Percorso opposto, invece, per Pato, che Allegri vorrebbe più al centro dell'area che sulla fascia.
21 anni Pato, 18 anni Coutinho. Due giovani già maturi, pronti da subito a scrivere la storia.
Perché per Inter e Milan il futuro è adesso.
SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, ottobre 27, 2010

Guardiola per il dopo-Fergie

"No tendrás cojones de hacerlo",
Non avete, chiamiamoli così, gli attributi per farlo.
E' la frase-cult, diventata poi il titolo di una sua biografia, con cui Guardiola sfidò l'allora presidente Laporta ad affidargli la panchina del Barcellona. La prima squadra del Barcellona, visto che Pep aveva appena guidato il Barcellona B ai playoff di Tercera Divisiòn, la quarta divisione spagnola.
Com'è andata a finire lo sappiamo.
Come sappiamo che a Ferguson non mancano certo gli attributi.
Ma cosa c'entra Sir Alex con Guardiola? Moltissimo, secondo il Mundo Deportivo, visto che proprio in lui, Pep, Sir Alex, il santone che da 24 anni comanda lo United, avrebbe individuato il suo erede.
Altro che Lippi o Mourinho, condottieri ai quali Ferguson ha sempre guardato per rivedere se stesso.
Il suo successore potrebbe essere il suo opposto. Un poliglotta colto ed elegante al posto di un figlio dei docks di Glasgow che parla solo scozzese. Uno che non sarà un re del mercato, ma non ha bisogno di phonate, e scarpette tirate al sopracciglio, per tenere lo spogliatoio.
Uno, insomma, che più diverso non si può,
Ma con la stessa passione per il calcio, pari carisma e gli attributi di uno come lui.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

martedì, ottobre 26, 2010

Milito e Messi, sogni d'oro Moratti

Forse, senza dirlo a nessuno, Diego Milito il suo presidente l'ha preso in parola.
E per tre mesi, Mondiale compreso, è andato in ferie per smaltire le scorie di una stagione indimenticabile ma infinita.
Finita, con il Triplete vinto da protagonista, sembrava invece l'era del "Milito ignoto" a livello internazionale, dove però continua quella del Milito ignorato.
Ignorato nella lista dei 23 candidati al Pallone d'oro, il premio di "France Football" che da quest'anno coincide con il Fifa World Player. Un'esclusione incredibile anche per Moratti.
Dal dispiacere per un Pallone d'oro mancato al sogno neanche tanto nascosto di portare in nerazzurro il Pallone d'oro in carica, che spera di cedere il trofeo a un suo compagno al Barcellona, Iniesta o Xavi. Sin qui, tutti hanno scherzato. Ma lo scherzo, si sa, è bello se dura poco.
Di tempo, davanti, ne ha tanto anche Messi, che ha solo 23 anni e ha appena conosciuto Milano. Nei prossimi due anni, oltre al blaugrana, vestirà un noto marchio milanese. E chissà che, nel tempo, Davide Lippi non lo convinca a indossare il nerazzurro.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Spagna, la moltitudine dei numeri uno

Altro che solitudine, quella della Spagna è la moltitudine dei numeri primi. Meglio: dei numeri uno. Tutti spagnoli, in quasi tutti gli sport.
Nel tennis, Nadal. Nel motori, Alonso con la Ferrari in Formula Uno; il campione del mondo Jorge Lorenzo e Daniel Pedrosa nella MotroGP.
Nel basket, Gasol ancora campione NBA con i Los Angeles Lakers, l'Eurolega del Barcellona, l'argento olimpico e i titoli mondiale 2006 ed europeo 2009 della nazionale.
Una nazionale Campione prima d'Europa e poi del mondo anche nel calcio.
E adesso, il vento a forza 7 (sui 23 della lista) che soffia sul Pallone d'oro, il primo accorpato al Fifa World Player.
Un premio fatto apposta per far discutere. E che dà la sensazione, sbagliata ma inevitabile, che ormai basti essere spagnolo per godere di qualche credito in più. Emblematica, in questo senso, la presenza fra i candidati di Xabi Alonso, utile ma non insostituibile nel Real Madrid come nella Selecciòn.
Uno squadrone che col trionfo in Sudafrica ha già ipotecato il podio. Iniesta - autore del gol in finale - favorito su Xavi, con Casillas terzo incomodo davanti a Villa, co-capocannoniere del mondiale, Puyol decisivo contro al Germania in semifinale, Fabregas e, appunto, Xabi Alonso.
Nella moltitudine della "Edad de oro" spagnola, la solitudine di un NON numero uno.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

lunedì, ottobre 25, 2010

Cruijff

La nazionale olandese era chiamata Arancia meccanica, ma nulla aveva di meccanico quell'opera dell'immaginazione che sconcertava tutti con il suo modificarsi incessante. Come la Máquina del River Plate, anch'essa calunniata dal nome, quel fuoco arancione andava e veniva, spinto da un vento sapiente che lo lanciava e lo frenava: tutti attaccavano e tutti difendevano, dispiegandosi e ripiegandosi vertiginosamente a ventaglio, e l'avversario perdeva le tracce davanti a una squadra nella quale ognuno era undici.
Un giornalista brasiliano la chiamò "il caos organizzato". L'Olanda era musica, e quello che dirigeva la melodia di tanti suoni simultanei evitando stecche e stonature, ea Johan Cruijff. Direttore d'orchestra e musicista di fila, Cruijff lavorava più di tutti.
Questo elettrico magrolino era entrato nelle file dell'Ajax quando era ancora un bambino: mentre sua madre lavorava nella taverna del club, lui raccoglieva i palloni che finivano fuori, lucidava le scarpe dei giocatori, collocava le bandierine agli angoli del campo e faceva tutto quello che gli chiedevano e niente di quello che gli ordinavano. Voleva giocare ma non glielo permettevano a causa del suo fisico troppo debole e del suo carattere troppo forte. Quando glielo permisero, non smise più. Ancora ragazzo debuttò nella nazionale olandese, giocò stupendamente, segnò un gol e fece svenire l'arbitro con un cazzotto.
Poi continuò a essere una testa calda, un lavoratore geniale. Nel giro di due decenni, fra Olanda e Spagna, vinse ventidue trofei. Si ritirò a trentasette anni, dopo aver appena realizzato il suo ultimo gol, portato a spalle da una folla che dallo stadio lo accompagnò fino a casa.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Gol di Maradona

Accadde nel 1973. A Buenos Aires, si misuravano le formazioni dei ragazzi dell'Argentinos Juniors e del River Plate.
Il numero 10 dell'Argentinos ricevette il pallone dal suo portiere, scartò il centravanti del River e iniziò la sua corsa. Vari giocatori gli si fecero incontro. A uno fece passare il pallone di lato, all'altro tra le gambe, l'altro ancora lo ingannò di tacco. Poi, senza fermarsi, lasciò paralizzati i terzini e il portiere caduto a terra e camminò con il pallone ai piedi fin dentro la porta avversaria. In mezzo al campo erano rimasti sette ragazzini fritti e quattro che non riuscivano a chiudere la bocca.
Quella squadra di ragazzini, le Cebollitas (cipolline), era imbattuta da cento partite e aveva già richiamato l'attenzione dei giornalisti. Uno dei giocatori, el Veneno (il Veleno), che aveva tredici anni, dichiarò: "Noi giochiamo per divertirci. Non giocheremo mai per i soldi. Quando comincia a esserci di mezzo il denaro, tutti si ammazzano per poter essere delle stelle e allora arrivano l'invidia e l'egoismo".
Parlò abbracciato al giocatore più amato da tutti, che era il più allegro e il più piccoletto: Diego Armando Maradona, che aveva dodici anni e aveva appena segnato quel gol incredibile. Quando era in piena spinta Maradona aveva l'abitudine di cacciare fuori la lingua. Tutti i suoi gol eano stati fatti con la lingua fuori. Di notte dormiva abbracciato alla palla e di giorno con "lei" faceva prodigi. Viveva in una casa povera di un quartiere povero, Villa Fiorito, e voleva diventare un perito industriale.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Da sinistra nella foto, Diego Armando Maradona e il capitano Daniel "Polvorita" Delgado

domenica, ottobre 24, 2010

Messi v CR7, re senza trono

Nel giorno del 70esimo compleanno di "O'rei", il re del calcio di ieri, i due sovrani di oggi si contendono a suon di gol il trono su cui a dicembre, in tutta probabilità, siederà invece un Professore: Iniesta o Xavi.
Potenza del mondiale, perché se il Pallone d'oro premiasse la stagione in corso anziché l'anno solare, di premi ce ne vorrebbero due: perché ogni volta che Messi chiama, Cristiano Ronaldo risponde. Se serve anche due volte.
E se la Spagna moderna, quella della generazione mille euro, per non perdere le vecchie, sane abitudini organizza il primo mondiale della Siesta, con un premio, appunto, di 1000 euro, quei due non possono partecipare: perché non dormono mai.
Quattro gol in 4 giorni per Messi, doppietta in Champions al Copenhagen; doppietta in campionato al povero Saragozza, straultimo, con papà Jorge e il fratello Rodrigo lontani, in visita all'amico Luca Mancini, dg del Cesena.

Quattro gol in 55' per Cristiano Ronaldo, che una quaterna non l'aveva mai segnata, l'argentino sì: nel 4-1 del Camp Nou all'Arsenal lo scorso 6 aprile, ritorno dei quarti di Champions.
L'ultima Liga, la Pulce l'ha vinta da "Pichichi" (capocannoniere) con 34 gol in 35 gare, praticamente uno a partita. Quest'anno ne ha già segnati 5 in 6 giornate di campionato e 4 in 3 partite di Champions. E in carriera, a soli 23 anni, è già a 139 in 225 partite.
E "CR7", che di anni ne ha 25, non gli è da meno. In neanche un anno e mezzo di Real, ha più gol che presenze: 47 in 46 uscite in merengue, 39 in 37 di Liga. In totale, 170 gol in 369 partite.
Altro che Siesta. Quei due devono scrivere la storia, e il tempo è denaro.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO



sabato, ottobre 23, 2010

Marakana senza allegria

Si chiama Marakana, con la k, ma dal quasi omonimo del País do Carnaval non ha mutuato l'allegria.
Non può esserci, l'allegria, in una Belgrado blindata da 5.000 agenti in assetto antisommossa, con unità cinofile, polizia a cavallo o in mimetica, per una partita. Che però "solo" una partita non è mai stata.
Né poteva esserlo in questo complicato ottobre belgradese: il Gay Pride, la visita di Hillary Clinton e, soprattutto, la notte di guerriglia a "Marassi".
34 le persone arrestate per possesso di petardi, 30.000 la capienza ridotta per motivi di sicurezza a fronte di 50.000 biglietti richiesti.
In settimana, la UEFA ha ricevuto una delegazione della federcalcio serba, che in Portogallo ha inviato 8 agenti speciali al seguito dei tifosi del Partizan impegnato in Champions contro lo Sporting Braga.
Intanto, a Belgrado, mentre il sindaco Djilas invitava i cittadini a "restare a casa e a non parcheggiare in zona", le autorità non sono state a guardare. Alla vigilia del 139esimo "derby eterno", per inasprire i provvedimenti contro la violenza degli hooligans, il parlamento ha approvato con procedura d'urgenza una serie di emendamenti al Codice Penale.
Il Partizan non voleva giocare, e le gomme dell'auto tagliate all'allenatore Stanojevic sembravano dargli ragione.
Invece, per una volta fra "Cigani" (zingari) della Stella Rossa e "grobari" (becchini) del Partizan - se le sono "date" solo con cori, striscioni più o meno lugubri e fischi. Tantissimi quelli per Stojkovic, il portiere del Partizan cresciuto nella Stella Rossa che a Genova si era rifugiato nello spogliatoio azzurro.
A fine partita, vinta per 1-0 con gol di Almani Moreira al 6', è andato anche lui sotto la curva.
Un gesto "normale" per convincere la Disciplinare Uefa, che si pronuncerà il 29, che i teppisti di Marassi erano una frangia isolata, senza appoggi politici ed economici. Una "favola" che al Marakana difficilmente avrà un lieto fine.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, ottobre 22, 2010

Il 10 dopo Pelé

Dieci. Nel calcio, il numero perfetto. Settanta, sette volte dieci.
Tanti auguri, "O' rei". Il calciatore perfetto.
Se oggi abbiamo Messi, l'evoluzione della specie, lo dobbiamo a lui: Edson Arantes do Nascimento.
Il più grande di sempre?
Pelé, per chi lo ha visto giocare.
Maradona per chi Pelé lo ha visto solo in qualche granuloso filmato, magari in bianco e nero
Già, o bianco o nero: Maradona o Pelé.
Da qui non si scappa: il sogno, il mito, la poesia del Dieci moderno comincia ma non finisce con loro. Ma è stato Pelé il primo a ridefinire il ruolo. Un non-ruolo, perché il dieci è soprattutto estro, fantasia, irrazionalità. Libertà di inventare calcio.
Prima di lui il 10 era il genio irregolare di Meazza e Sivori, la classe pura di Valentino Mazzola e Di Stefano, la lucida follia di Schiaffino e Rivera, la potenza di Puskàs e i ricami di Kubala, monumento a cui il Barcellona ha dedicato la statua davanti al Camp Nou.
Poi c'è stato lui, Pelé. Un fisico compatto nato, e costruito, per il calcio. Il pacchetto completo: tecnica, atletismo, forza , velocità e resistenza, visione di gioco, ambidestro perfetto. Un talento infinito, inifinito come il suo "hang time": un tempo di sospensione da Jordan ante litteram, ma su un prato verde.
Dopo di lui, negli anni settanta, Cruijff - che giocava col 14 ma pensava da dieci - e Zico, l'idolo di Baggio; negli ottanta Maradona e Platini e Matthäus, un carrarmato che lasciò l'amato "8" solo perché fu Trapattoni a imporglielo.
Negli anni 90 la crisi del ruolo ha fatto degenerare in seconda punta o nove e mezzo come Platini definì Baggio. Il trequartista/rifinitore ed ecco allora Mancini, un acerbo Ancelotti che a Parma rifiuta Baggio e Zola, Boban e Savicevic piegati al 4-4-2. E mentre all'estero spopola il genio ribelle di Hagi e Michael Laudrup, Rivaldo e Ronaldinho, quello "vero", da noi resistono solo Del Piero, Totti e Zidane: "un elefante coi piedi da ballerina", secondo Valdano. E' l'evoluzione della specie.
Fino a Sneijder, Messi e Pastore, l'ultima stella e l'astro nascente.
Ma il Sessantotto che ha rivoluzionato il ruolo, il Woodstock capace di portare il Dieci sulla luna [img ingestate] è stato lui, Pelé.
La battuta più bella e insieme cattiva gliel'ha riservata quel perfido izquierdo di Rivelino. Un giorno, in ritiro con la Selecao, gli fa: "Di', la verità: ti sarebbe piaciuto essere mancino, eh?". Come a dire, nessuno è perfetto, neanche uno che in carriera ha segnato 1000 gol. Ma se c'è qualcuno che c'è andato vicino, quello sei tu.
Buon compleanno, "O rei". E settanta volte grazie. Sette volte... Dieci. Il calciatore perfetto.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, ottobre 21, 2010

Gli anni d'oro del grande Raúl


Doveva succedere, prima o poi, ed è successo.
Raúl González Blanco ha messo la freccia: con la doppietta all'Hapoel Tel Aviv ha superato Gerd Muller e Filippo Inzaghi: 72 gol nelle competizioni internazionali, 69 (come il tedesco) nelle coppe europee e 68 in Champions League. Il suo territorio di caccia preferito.
Lo stesso di Filippo Inzaghi, che per batterlo ha scelto di restare al Milan anche se chiuso da Ibra, Pato, Ronaldinho e Robinho.
Raul, invece, pur di giocare con continuità in Champions, ha anticipato le scelte di Mourinho, che per lui e Guti aveva pronta, al massimo, una scrivania.
E così ha lasciato la Real casa per mettersi l'elmetto e la tuta blu dei minatori di Gelsenkirchen. L'inizio è stato un po' così, ma da quando è arrivato Huntelaar, là davanti tante cose sono cambiate.
E tante, almeno per la fase a gironi, cambieranno. In primavera, il suo Schalke difficilmente farà strada in Champions. Ma lui intanto avrà allungato nella sua personale partita con Inzaghi. Anche per mancanza di concorrenza. Contro gli israeliani, il 33enne Raúl ha giocato tutta la partita. Pippo, contro il Real, solo 12 minuti. Pochi per sperare in un controsorpasso. Ma ancora abbastanza, a 37 anni, e con una carriera come la sua, per non mollare.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Bale spaziale

Benvenuti nel Gareth Bale fan club. Con la tripletta in fotocopia all'Inter anche l'Italia ha scoperto il nuovo Giggs.
Gallese, timido e riservato, come il monumento dello United è un perfetto anti-WAGs.
Rispetto al primo Giggs è meno ala, ma ha un sinistro se possibile ancora più letale. Ryan amava più il cross, Gareth vede meglio la porta. In campo aperto non lo tengono nemmeno dei "mostri" come Maicon e Zanetti, ecco perché Redknapp lo schiera "alto" davanti a Assou-Ekotto.
E in quanto a precocità, il laterale del Tottenham è secondo solo all'amico Theo Walcott, cresciuto con lui al Southampton: il 17 aprile 2006 - a 16 anni e 275 giorni - è il secondo più giovane titolare nella storia dei Saints.
In nazionale invece come lui nessuno: a 16 anni e 315 giorni, nel 2-1 su Trinidad & Tobago, ha battuto di tre mesi il record di Lewin Nyatanga e appena entrato ha firmato gli assist per la doppietta di Robert Earnshaw.
Nipote d'arte - suo zio Chris Pike ha giocato nel Cardiff City - sulla South Coast ci arriva proprio da Cardiff, dov'è nato il 16 luglio 1989, dopo la bruciante trafila nella Academy di Bath.
A scuola, pratica anche rugby, hockey e corsa sulle lunghe distanze. E il prof di educazione fisica Gwyn Morris vara per lui regole speciali: Bale può giocare solo a un tocco e mai col sinistro.
Il Milan, da tempi non sospetti, voleva farne il nuovo Maldini. Ben prima di Mourinho, che lo scelse per il suo fantacalcio inglese, l'Inter mollò la presa appena finita la Gareth Bale Curse, la maledizione del primo anno: 20 partite senza vittorie con lui titolare fra il 2007 e il 2008. Agli Spurs è costato 10 milioni di sterline.
Da ieri, non ha prezzo. Ma non lo avrebbe avuto comunque: troppo britannico per attraversare la Manica. Almeno per ora, il nuovo Gareth Bale fan club Italia dovrà rassegnarsi a guardarlo in tv.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, ottobre 20, 2010

Stelle e stellone di Champions

Non solo stelle nella notte di Champions. E chi le stelle ha dovuto lasciarle in tribuna, come il Bayern privo di Robben, van Bommel e Ribéry, non poteva che affidarsi allo stellone.
van Gaal rischia grosso contro il Cluj in vantaggio a Monaco. Irriconoscibile la finalista di 5 mesi fa, tanto sfilacciata quanto fortunata: rimonta e soprasso arrivano con due autogol, di Cadù - che aveva firmato l'1-0 - e Panìn. Ma l'immagine-simbolo del "fattore C" bavarese è il gol di Gomez, tornato - almeno nel tabellino - il Supermario di Stoccarda: 5 gol nelle ultime tre partite, uno in nazionale al Kazakhistan, tre in Bundesliga all'Hannover e uno al Cluj. Che spreca con De Zerbi e Piccolo ma trova con Culio, a 4' dalla fine, un gol pesantissimo che manda la Roma all'ultimo posto.
E' pesante, ma fa bene al Milan, anche quello di Birsa all'Ajax, che ha battuto 2-1 l'Auxerre con le perle di De Zeeuw e Suarez. E il perché uno così sia ancora in Eredivisie è uno dei misteri insondabili del mercato. Mercato che presto scoprirà Lima e Matheus, che hanno dato al Braga i suoi primi punti-Champions.
E che potrebbe riscoprire Eduardo, tornato "a casa" all'Emirates Stadium, e al gol con lo Shakhtar già sotto 5-0.
Memorabili, nella seratona dell'Arsenal, la rabona di Song su paperissima di Pyatov e il primo gol in Champions di Wilshere, un '92 già in gol in Carling Cup due anni fa e l'anno scorso in Premier. Premier o Champions non fa differenza per il Chelsea, che ha vinto a Mosca con l'ex CSKA Zhirkov e il "solito" Anelka. Ancelotti è primo a punteggio pieno nel girone del Marsiglia, che se ha battuto lo Zilina, non lo deve alle sue stelle, ma allo stellone di Deschamps.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

martedì, ottobre 19, 2010

Doss the Boss

Andrea Dossena, alla fine, ce l'ha fatta a ritrovare l'Europa.
Succederà al San Paolo, contro quel Liverpool che è stato "suo", sì, ma mai fino in fondo.
Perché Dossena ha lasciato il calcio italiano, ma l'Italia no.
Cresciuto nel Fanfulla (campionato dilettanti), esploso nell'Udinese, per un ragazzino di Lodi giocare nei Reds era un sogno. Invece è successo.
A chiamarlo, al telefono, fu Benitez in persona. Lo cercavano Juventus e Milan, grandi in cerca di eredi in un ruolo - terzino sinistro - che dopo Cabrini e Maldini brucerebbe chiunque.
Era l'estate 2008. Dossena, per la fascia sinistra, era lui la grande speranza azzurra, ma appena trovata l'Italia (di Donadoni), l'Italia se lo lasciò sfuggire.
Con Rafa parlava inglese, a Dossena piaceva perché non urlava mai e perché l'inglese lo studiava a casa, due volte la settimana.
Con la moglie Debora abitava in centro, ma a Liverpool e al Liverpool - dove l'unico 8 che conta è quello del suo amico Gerrard - si è sempre sentito di passaggio. Nonostante i due gol (in 4 giorni) che hanno fatto di "Doss The Boss" un idolo della Kop: al Real ad Anfield e a Old Trafford contro nientemeno il Manchester United. E per colpa degli infortuni, della concorrenza di Fabio Aurelio, Insùa e Riera, e della nostalgia.
De Laurentiis per 4 milioni, la metà di quanto speso dal Liverpool, ha regalato a Mazzarri, e non a Donadoni, il primo esterno sinistro della sua gestione. E dopo sei mesi difficili, per il vecchio infortunio e una forma che non arrivava mai, ha avuto ragione. Il ragazzo di Lodi alla fine ce l'ha fatta: e il suo sogno, adesso, è vestire anche un altro azzurro. Un po' più scuro.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

lunedì, ottobre 18, 2010

Reja, elogio del Normal One

Elogio di un allenatore "normale", quindi eccezionale.
In un mondo di fenomeni, Edy Reja da Gorizia, classe '45, fa notizia perché non si sente Speciale. Neanche adesso che è lassù, da solo, in testa alla classifica.
Da tre giornate.
Alla Lazio non capitava dal 1999-2000. Dalla sesta alla nona, prima di essere agganciata dalla Juventus. Era la Lazio di Eriksson, quella dell'ultimo scudetto.
Poi non ci sono riuscite nemmeno la prima Lazio con Mancini capoallenatore e la prima di Zarate. "Quel" Zarate che Reja, come un padre severo e paziente - normale, insomma - ha dovuto aspettare per sei mesi.
Se Zarate e la Lazio giocheranno così, però, Reja a stare lassù e ai complimenti dovrà fare l'abitudine.
A 65 anni, sarebbe una bella soddisfazione. Dal Molinella al Cagliari, 20 panchine in trent'anni fra B e C, e poche apparizioni in A, spesso finite male. Anche a Napoli, portato dalla C1 alla Coppa Uefa, per poi fare posto a un (ex) emergente.
Allenatore di categoria, l'etichetta: educazione e sorrisi non sono da Speciale.
Pareva fuori dal giro, Reja. Pronto per la pensione come Capello, che ha un anno di meno e 15 trofei in più. Invece, per 150 mila euro Lotito lo ha liberato dall'Hajduk e per 300 mila, in una piazza bollente come Roma, ne ha fatto il suo "Normal One". Uno per cui è speciale non essere eccezionale.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

sabato, ottobre 16, 2010

Real e Milan allo specchio

Martedì sera, al Bernabéu, più che dal Real Madrid il Milan dovrà guardarsi da se stesso.
Non tanto perché Ibrahimovic sta a Pato come Cristiano Ronaldo a Higuaín.
Ma perché, al di là dei numeri, 4-3-1-2 per Allegri, 4-2-3-1 per Mourinho, il progetto tattico di rossoneri e merengue ruota attorno a loro: Cristiano Ronaldo e Ibra.

A "La Rosaleda", fino al 3-0 si è giocato a una porta, quella del brasiliano Galatto. Ma è stato il Malaga del "Profe" Jesualdo Ferreira a sfiorare prima il gol: con Quincy sulla destra della difesa merengue, dove Arbeloa ha fatto rimpiangere l'infortunato Sergio Ramos, che salterà anche il Milan.
Proprio i terzini sono uno dei punti deboli dell'orchestra di solisti che suona, non sempre a tempo, per Mou.
Marcelo è tecnico ma leggero, e se attaccato va in difficoltà. Come i due centrali, Pepe e Carvalho, se presi in velocità. Casillas, invece, è ancora quello del mondiale, coi piedi come sulle palle alte.
In mediana, abortito per gli infortuni di Gago e Lass Diarra il criticatissimo "triplo pivote", con Xabi Alonso e Khedira le linee di passaggio sono scontate, ma guai a lasciarli tirare da fuori.
Il possesso-palla a difesa schierata è troppo statico, ma quando Di Maria, Ozil e Cristiano Ronaldo - accendono il turbo,dalla trequarti in su tutto può succedere. A patto di avere un semaforo sulla sinistra.
Tanto, là davanti ci pensa Higuain in versione-Trezeguet: nullo nella manovra, letale negli ultimi sedici metri.
Trovato l'undici titolare, Mou guarda già tutti dall'alto. Almeno fino a lunedì, quando il Villarreal proverà il sorpasso vincendo ad Alicante contro l'Hercules di Trezeguet.
Il non ancora "suo" Real sarà davanti alla tv, e la sera dopo dovrà guardarsi allo specchio.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO



Liverpool, yankees come home

"LIVERPOOL FC - BUILT BY SHANKS, BROKE BY YANKS", recita uno striscione.
Liverpool Football Club: costruito da Shanks, il grande Bill Shankly, e spezzato dagli Yanks, gli Yankees.
Facciamo piegato, non spezzato, "dagli americani, che proprio ieri sono andati via" cantava Minghi in una malinconica canzone.
Malinconica come questo Liverpool, mai caduto così in basso - in classifica e nel bilancio - da quando, vent'anni fa, vinse il suo ultimo campionato.
Una maledizione, quella del titolo, che i Reds sperano non sia lunga come quella dei Red Sox, i loro nuovi proprietari dopo un interminabile Freaky Friday, un venerdì così pazzo che sembrava non finire mai.
Tecnicamente, dopo la sciagurata gestione da parte della coppia Tom Hicks-George Gillett Jr, la nuova proprietaria del Liverpool è la New England Sports Ventures. La società cui appartengono i Red Sox, la franchigia che, per investimenti, nella Major League di Baseball è seconda solo ai New York Yankees.
Già, gli Yankees. Ancora loro. Quelli che nel 1919, portando via proprio ai Red Sox il leggendario Babe Ruth, scatenarono "The Curse of the Bambino", la maledizione di "The Babe": 86 anni senza vincere le World Series.
I nuovi yankees, solo per sbarcare sulla sponda rossa del Mersey, hanno già versato 300 milioni di sterline, 476 milioni di dollari, 343 milioni di euro. Ma adesso dovranno vincere. Perché il mito costruito da Shanks magari si piega, ma di sicuro non si spezza.
PER SKY SPORT 24 CHRISTIAN GIORDANO