martedì, novembre 30, 2010

Un paseo en la historia, atto II


Un paseo en la historia, una passeggiata nella storia. La seconda. Il 5-0 del '74, adesso, non è più solo. Nel romanzo del Clásico, solo un'altra partita ha significato tanto per il popolo barcelonista. E' il primo Real-Barca di Cruijff giocatore. Non reggono il confronto il 5-0 del "Dream Team" nel 1994 con Cruijff allenatore e il 2-6 del 2009, la "prima" di Guardiola in panchina al Bernabéu.
Perché il 17 febbraio 1974, in notturna e in diretta tv nazionale, per i blaugrana arrivò il successo più spettacolare, significativo e largo di sempre. Fino a ieri. Era la 22esima di Liga, e da lì Barça spiccò il volo verso il titolo inseguito da 14 anni; 14: per Cruijff più che un portafortuna.
In pieno franchismo, da buon capitano Cruijff si era esposto in prima persona chiamando Jordi - come il santo patrono di Barcellona - il figlio nato appena otto giorni prima, il 9 febbraio. Ai tempi, due mesi dopo l'assassinio dell'ammiraglio Luis Carrero Blanco, capo del governo e delfino del Generalíssimo, un gesto non facile.
Sotto il regime, i nomi non castigliani erano proibiti, ma l'olandese si rifiutò di registrare il figlio con il nome di Jorge e così sì attirò le simpatie di tutta la Catalogna. Il campo fece il resto. Il Barça fu campione con 50 punti, 16 più del Madrid.
Ma Pep e Mou sono solo alla 13esima, e se storia si ripete, non è detto che sia una passeggiata.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Xavi & Iniesta, il mantra del tiqui-taca

Xavi & Iniesta. Iniesta & Xavi. Una filastrocca che risuona come il mantra del tiqui-taca: palla a terra di prima o a due tocchi, più che il gioco e l'identità tecnica del Barcellona, l'essenza stessa del guardiolismo.
Sono loro, quei fantastici due, a incarnarla. Piccoli e imprendibili, gli speedygonzales blaugrana: velocità supersonica di piede e di pensiero. Vedono autostrade dove gli altri neanche immaginano sentieri.
Nell'anno della Spagna Mondiale, il Pallone d'oro sarà affar loro. Se dubbi c'erano, li ha spazzati via il Clàsico più a senso unico di sempre. E' durato 18 minuti, per colpa, o merito, dei soliti due. Iniesta e Xavi.
L'unica incertezza riguarda la composizione del podio: Iniesta ha saltato per infortunio la prima metà della scorsa stagione, e chissà come sarebbe finita Barcellona-Inter, in Champions, con in campo don Andrés. Che una volta guarito ha firmato il titolo in Sudafrica, dove hanno dominato Xavi e Sneijder. Ma se il Professore ha sdottorato calcio per tutto l'anno, anemia e infortuni hanno impedito all'olandese di prendersi in mano l'Inter come aveva fatto un anno fa.
Xavi e Iniesta non hanno questo problema. Con loro il Barcellona, oltre a Messi e al gioco, ha due registi che sanno fare tutto, anche la voce grossa. Il possesso palla non è mai sterile, e quando le tre punte (vere) non trovano spazi, ci pensano loro. Che si trovano a memoria, come una filastrocca: Xavi & Iniesta, Iniesta & Xavi. Il mantra del tiqui-taca.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

lunedì, novembre 29, 2010

Un Clásico Speciale

Se il Barcellona è més que un club, el Clásico è màs que un partido. Più che una partita, un duello.
Guardiola e Mourinho, Ghandi (secondo Ibra) e la Canaglia (copyright di Manolo Preciado), destinati a sfidarsi in eterno come i protagonisti de I duellanti, l'opera prima di Ridley Scott.
Sogna di firmare il capolavoro anche José, alla sua opera prima da allenatore blanco al Camp Nou. Dove ritrova da avversario quello che un tempo, da vice-Robson, era il suo regista.
Ma anche a Guardiola il filosofo gli stimoli non mancano. Per cominciare, è il compleanno del club: oggi il Barça spegne 111 candeline. E poi c'è da festeggiare il successo politico dell'ex presidente Laporta, appena eletto al parlamento catalano a capo del suo nuovo partito indipendentista.
Pep e José. Due eroi così forti, così telegenici, così personaggi da oscurare perfino il duello dei duelli, quello che alle 21 tutto il mondo aspetta di vedere in campo.
Al Clásico Marca ha dedicato 30-pagine-30. Un kolossal mondiale da non perdere anche per chi, un grande duello (Nadal contro Federer in finale al Masters) o il mondiale (Alonso) lo ha appena perso.
Nel giorno del compleanno del més que un club, batterlo sarebbe más que un regalo. Un regalo Speciale.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, novembre 28, 2010

Clásico, vigilia irreal

Clásico, ma senza brio. Non sul campo, ma nelle parole. Le sue, posticipando la conferenza stampa, Guardiola ha scelto di pronunciarle dopo Mourinho. Un gesto di insicurezza non da Pep, e non da Barca, che però è recidivo.

Prima della seconda semifinale di Champions con l'Inter, lo scorso aprile, i blaugrana se ne uscirono col doppio tormentone della "Remuntada" negli spot tv e delle T-shirt col "Venderemo cara la pelle" esibite già alla fine del 3-1 di campionato sullo Xerez. Non una genialata.

La lezione non è stata imparata. Eppure il docente è lo stesso. Quello che si è inventato la doppia autoespulsione in 3' pur di non mettere pressione ai suoi nella settimana del 161esimo derby di Spagna. Una settimana mai così tranquilla per un Barcellona-Real, che in passato ha accolto il "pesetero" Figo con banconote, false, e una testa di maiale, vera.

Una tradizione capovolta, perché sarà il primo con Guardiola inseguitore (il Real davanti non succedeva dal 7 maggio 2008, 81 punti contro 64) e perché il profilo è insolitamente basso. Anche per uno come Cristiano Ronaldo, che ha scelto di non provocare l'avversario come spesso fa in campo. "Siamo più forti dell'anno scorso" ha detto CR7, che al Barcellona non ha mai segnato. "Vedo il Madrid in forma e in fiducia e non sarà solo un duello tra Messi e me". E alle critiche per i dribbling con cui irride gli avversari, ha risposto così: "Se a qualcuno non piace quello che faccio... chiuda gli occhi". Con lui ci hanno già provato col laser, anche in un Clásico. Ma non basterà.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

2000 - ATALANTA, PISTOIESE, SNAI e telefonini

È il 20 agosto 2000. A Bergamo si gioca Atalanta-Pistoiese di Coppa Italia. Nella classifica del girone (con Avellino e Ravenna ormai fuori gioco) l’Atalanta ha 6 punti, la Pistoiese 3. Poiché siamo all’ultima partita e poiché si qualifica alla fase successiva solo la prima classificata, la Pistoiese non ha scelta: se vince a Bergamo, raggiunge l’Atalanta a 6 punti e si qualifica per aver vinto lo scontro diretto. Altrimenti a “passare” è l’Atalanta. In breve, l’Atalanta ha a disposizione due risultati, la Pistoiese uno.
Questo il quadro tecnico. Senonché su Atalanta-Pistoiese, fin da sabato 19, e soprattutto nella mattina del 20, alle agenzie SNAI (Sindacato Nazionale Agenzie Ippiche) di diverse zone di Italia arriva una robusta mole di scommesse tutte configurate nel medesimo modo: vittoria dell’Atalanta per il primo tempo (quindi segno 1) e pareggio per il risultato finale (segno X). Questa accoppiata di segni (appunto 1-X) paga 11, ossia punto 1 milione e ne ottengo 10 netti.

La circostanza non sfugge agli addetti SNAI. Un afflusso simile non è normale. Men che meno può trattarsi di fenomeno casuale. Inoltre non è una partita fra giganti del calcio che eccita la passione del gioco. Infine le puntate sono tutte uguali e cioè 1-X. Telefonate, controlli incrociati, riscontri e alla fine l’inevitabile decisione: non si accettano più scommesse sulla gara Atalanta-Pistoiese. Mancano ancora 6-7 ore all’inizio della partita.

Stadio di Bergamo. La partita si trascina sullo 0-0. Il I tempo è praticamente finito, quando, al primo minuto di recupero, segna l’atalantino Zauri. E dunque, a metà partita: Atalanta 1, Pistoiese 0 (quindi segno 1).

Secondo tempo. Il punteggio non cambia fino a 3’ dalla fine, allorquando Bizzarri della Pistoiese pareggia. Nella restante manciata di secondi, la Pistoiese attacca ancora e il portiere orobico Pelizzoli compie un mezzo prodigio per salvare la propria porta. Finale: Atalanta e Pistoiese 1-1 (segno X).

I dirigenti SNAI, a parte l’autocompiacimento per la sospensione delle scommesse, segnalano al CONI l’accaduto. Il contenuto è pesante: abbiamo sospeso il gioco sulla partita Atalanta-Pistoiese per «motivi tecnici», cioè per l’eccessivo e anomalo flusso di puntate sul doppio evento 1-X poi verificatosi sul campo. L’andamento «strano e abbondante» del gioco è stato registrato, fra l’altro, a Bergamo, Alzano Lombardo, Montevarchi, Prato, Bussolengo, Pescara, Grottammare, Bova Marina, Trescore Balneario e Pistoia.

Viste le norme vigenti, la segnalazione dà il via a due inchieste: quella sportiva e quella della magistratura, in particolare delle Procure della Repubblica di Lucca e di Pistoia.

Il 30 ottobre 2000, la giustizia sportiva conclude la propria inchiesta, servendosi anche degli elementi raccolti dalla magistratura ordinaria, visto il comma 3 dell’Art. 2 della Legge 401 del 1989 sulla frode sportiva.

Le conclusioni del Procuratore Federale, avvocato Carlo Porceddu, sono abbastanza dure: rinvio a giudizio per Banchelli, Doni e Siviglia dell’Atalanta, Aglietti, Allegri, Amerini, Bizzarri e Lillo della Pistoiese. Qualche tempo dopo l’avvocato Porceddu aggiungerà alla lista degli accusati anche gli atalantini Zauri e Gallo. L’accusa è di «illecito sportivo» (imputazione che prevede una squalifica minima di 3 anni). Le due società, Atalanta e Pistoiese, sono considerate estranee alla vicenda.

L’accusa ha escluso anche l’ipotesi di «mancato controllo» che, nel “Totonero” del 1986, costò alla Lazio ben 9 punti di penalizzazione. Questo perché, nel caso della Lazio, l’attività illecita dei giocatori si protrasse per un lungo periodo del campionato. Adesso, invece, non si può parlare di «omissioni» stante l’assoluta impossibilità anche solo di intuire che alcuni giocatori stessero architettando fra loro comportamenti poco consoni.

A fine novembre le parti si ritrovano davanti alla Commissione Disciplinare. Alla base dell’accusa c’è una cospicua mole di telefonate intercorse fra i giocatori alla vigilia della partita, fra il 18 e il 20 agosto. Sono tutte telefonate effettuate con i cellulari. Questo traffico telefonico, senza dubbio abnorme e per certi versi sospetto, è documentato, però, solo da tabulati e non da intercettazioni o registrazioni. In questo senso il materiale fornito dalla magistratura ordinaria appare insufficiente per incastrare gli accusati. Ne consegue che l’indagine sportiva deve procedere su convincimenti più che su prove vere e proprie. Facciamo un esempio. Intenso traffico sui telefonini dei giocatori. È vero che non è possibile documentare l’argomento delle conversazioni, ma è anche vero quel che Porceddu contesta all’atalantino Banchelli: «Lei ha parlato con Amerini (giocatore della Pistoiese, «ndr») una volta il 18 agosto, 5 volte il giorno 19, 7 volte il 20. Come mai?». E in effetti, davanti a questi ritmi telefonici da… fidanzati, non è poi così cervellotico pensare al peggio. Tanto più davanti alla fiacca risposta di Banchelli: «Siamo cresciuti e giocavamo insieme nella Fiorentina. Ci sentiamo spesso».

In altri termini, l’accusa ha solo una semplice base, sia pure assai ragionevole. Una logica elementare, del resto, induce a pensare a un accordo fra giocatori che poi parenti e amici hanno tradotto in puntate. Certo non è gara fra “squadroni”, ma è poco significativo. Anzi: una partita così passa più facilmente inosservata. Da ultimo: il ricavo netto della puntata era di 10 volte. In fondo non malvagio. Facciamo l’addizione e ci accorgiamo che l’ipotesi d’una «combine a fine di lucro» non è poi così campata in aria.

Ovviamente opposte sono le opinioni dei giocatori accusati e dei loro agguerriti difensori, in testa il professor Franco Coppi, luminare del diritto, che tutela gli atalantini Banchelli, Doni e Siviglia.

Proprio l’avvocato Coppi, per esempio, esibisce ulteriori tabulati dai quali si evince che, a partire da metà luglio, cioè da un mese prima della partita, i contatti telefonici fra Banchelli (Atalanta) e Lillo (Pistoiese), amici da tempo, avvengono più o meno agli stessi ritmi dei giorni che interessano.

Mentre il giocatore Allegri afferma, per quel che lo riguarda, di scommettere con frequenza sui cavalli, ma non sul calcio, la difesa propone un’altra argomentazione di squisito contenuto tecnico. In sostanza, il numero delle chiamate fra cellulari sarebbe di gran lunga inferiore a quello ritenuto. Infatti una chiamata fra gestori differenti risulterebbe, se non abbiamo capito male, su due tabulati pur essendo una sola. Manca, però, un tecnico o un perito del ramo che possa meglio spiegare sigle, “celle”, codici, messaggi SMS eccetera aiutando a leggere e comprendere meglio i famosi tabulati.

L’avvocato Porceddu contesta ai giocatori diverse telefonate con persone riconosciute dai dipendenti SNAI come abituali scommettitori. Qualcun altro fa notare che le quote sulla partita sarebbero anche scese da 11 a 6, volendo significare che forse non valeva più la pena insistere. Resta fermo, intanto, che per la giustizia sportiva l’illecito si concretizza con il solo «tentativo», a prescindere dalla riuscita del tentativo stesso (ed è un’arma, questa, sempre carica in mano all’accusa).

Insomma, è un dibattito vivace e variegato, concluso il quale la difesa raccomanda il proscioglimento per tutti, laddove l’accusa chiede il minimo – 3 anni di squalifica – per 9 accusati, e il proscioglimento per il pistoiese Lillo, partendo dal convincimento che gli accordi per il definitivo 1-1 furono presi al sabato sera durante una cena alla Taverna Valtellinese, dove si ritrovarono alcuni giocatori dell’Atalanta accompagnati da mogli e fidanzate. In particolare, l’avvocato Porceddu individua in Cristiano Doni dell’Atalanta l’ideatore dell’intero progetto. Solo che, nel bel mezzo della sua requisitoria, l’accusatore Porceddu svela che sta svolgendo indagini su altre 3 partite, due di Serie A (Venezia-Bari e Reggina-Verona) e una di B (Chievo-Atalanta), disputate più o meno 7 mesi prima. Una bella “bomba”, niente da dire.



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La Commissione Disciplinare decide di sorprendere tutti. Per una coincidenza, il suo verdetto arriva il 23 marzo 2001, giusto 21 anni dopo la famosa domenica degli arresti negli stadi (ricordate il 1980?) e il contenuto accoglie in misura assai ridotta le richieste dell’accusa. In breve: 1 anno di squalifica ciascuno (6 mesi per omessa denuncia di un possibile illecito e 6 mesi per violazione del principio di lealtà) per Gallo, Siviglia e Zauri dell’Atalanta e per Aglietti e Allegri della Pistoiese. Solo 6 mesi di squalifica per omessa denuncia a Banchelli della Pistoiese. Prosciolti Doni dell’Atalanta e Amerini, Bizzarri e Lillo della Pistoiese.

Sentenza inattesa. La «Gazzetta dello Sport» la definisce «pirandelliana» a delinearne la poca chiarezza. E infatti la lettura delle motiviazioni dà adito a non poche perplessità. Un brano esemplificativo. Si legge nelle motivazioni: «La Commissione ha riconosciuto l’impossibilità di individuare i calciatori coinvolti nell’illecito sportivo. Sono stati puniti allora i calciatori che, a giudizio del tribunale sportivo, erano sicuramente a conoscenza dell’accordo diretto ad alterare il risultato della gara e che tale conoscenza utilizzarono per consentire scommesse a parenti e amici».

In altri termini, poiché non possiamo individuare tutti i partecipanti alla combine, allora squalifichiamo quelli che ne hanno parlato con terze persone (parenti e amici) e non consideriamo colpevoli quelli che hanno parlato solo fra calciatori. Argomentazione senz’altro un po’ stravagante. In particolare, ne esce del tutto prosciolto l’atalantino Doni, indicato dall’accusa addirittura come il più compromesso. L’organo giudicante, a parte alcune valutazioni forse un po’ affrettate, spiega che, a conti fatti, non esiste la prova di contatti fra Doni e gli autori materiali delle puntate. E quindi Doni ne esce pulito e immacolato.

Quanto alle condanne, la Commissione Disciplinare le commina basandosi sulla lealtà violata e sull’omessa denuncia, ma si contraddice quando scrive che «tra alcuni giocatori delle due società vennero presi accordi volti a condizionare l’esito della partita. Tale convincimento trae origine dalla sussistenza di elementi di carattere indiziario, gravi, univoci e concordanti fra di loro, tali da configurare gli estremi oggettivi dell’illecito sportivo contestato».

Niente male come quadretto. E di fronte a tutta questa roba come mai solo «lealtà e probità violate e omessa denuncia» quando l’accusa aveva invocato l’illecito sportivo? Spiegazione della Commissione: è sicuro che i giocatori i cui parenti e amici scommisero erano al corrente della combine. Non è invece possibile stabilire se gli stessi giocatori parteciparono all’accordo illecito o se, a loro volta, ne vennero a conoscenza e decisero di utilizzare l’informazione per trarne qualche vantaggio economico. Vulgo: non è stato possibile individuare chi ha ideato la macchinazione. Se non è un’arrampicata sugli specchi, poco ci manca. In ogni caso l’appello dell’accusa alla CAF (la “Cassazione” inappellabile) è scontato. E infatti l’avvocato Porceddu chiede addirittura di inasprire le pene comminate.



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Dalla CAF (lo ricordiamo, Commissione d’Appello Federale) arriva un verdetto (inappellabile) totalmente inatteso: tutti assolti. È un “botto” a tutta prima fragoroso, ma in realtà, a ben vedere, frutto della “strana” sentenza di primo grado e del relativo buon gioco degli avvocati in appello.

In particolare, la CAF stabilisce che non si possono condannare giocatori a causa di parenti e amici che scommettono sulle loro partite. A questo va aggiunto l’intervento del professor Franco Coppi. Il legale dimostra facilmente la mancanza di prove o confessioni di alcun collegamento illecito. Dice l’avvocato Coppi: «È come se, entrando in una stanza dove c’è il cartello di divieto di fumare, fossero multati tutti i presenti solo perché nella stanza c’è puzza di fumo, e non perché qualcuno abbia fra le dita la sigaretta accesa. Sarebbe una illegittima presunzione di una violazione». Niente da dire. Inevitabile che tutta la vicenda si sia fermata a questo punto.



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Non ci risulta che ci sia stato (né abbiamo approfondito) un seguito anche davanti alla magistratura ordinaria che – è da supporre – s’è trovata forse nelle stesse condizioni della CAF, cioè senza prove certe e incontrovertibili, indispensabili per aprire un procedimento serio. Basta riflettere.

Tutto è nato dalla denuncia della SNAI di un abnorme afflusso di puntate forse non proprio limpide. Quando però s’è trattato di raccogliere le prove non si è andati al di là di una serie di tabulati i quali, fra l’altro, in apparenza rigogliosi, si sono rivelati in seguito sensibilmente più magri, grazie alle argomentazioni (già ricordate in precedenza) dell’avvocato Coppi. I tabulati, inoltre, comprovano il traffico telefonico, l’effettuazione di una o più chiamate, ma non attestano i contenuti delle conversazioni, ossia di ciò che interessa. Non esiste, come già detto, un’intercettazione né una registrazione. Nulla di nulla. Difficile sostenere un’accusa, in queste condizioni.



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Qualche riflessione conclusiva. L’«illecito», inutile illudersi, sarà sempre in agguato. All’inizio abbiamo rilevato che è nato con l’uomo e con l’uomo morirà. Il giudice Marabotto ha senz’altro ragione quando fa notare che forse, oggi come oggi, il gioco non vale la candela. I protagonisti dovrebbero ricavare da un illecito guadagni maggiori di quelli sanciti dai rispettivi contratti sapendo di correre rischi assai pesanti. Un po’ difficile che succeda.

Questo è vero. Solo che intorno al calcio si aggirano e volteggiano insidie ed espedienti d’ogni sorta. Oltre alle scommesse, del resto, le cronache si sono occupate, per esempio, dei documenti falsificati per consentire il tesseramento di taluni giocatori (“Passaportopoli”), fermo restando il problema tuttora irrisolto, o risolto solo in parte, del doping, autentica piaga. Tutto può essere facilmente ricondotto al più generale concetto di «illecito».

In questo senso, nei decenni il reato si è esteso e differenziato. Non così le norme per contrastarlo, che si sono evolute in misura assai ridotta. Il Codice di Giustizia Sportiva ha ricevuto delle semplici limature, essendo l’impianto preciso e spietato, pur se con naturali limiti nella fase delle indagini.

Quando si è trattato di inserire l’illecito sportivo nel Codice Penale, ci si è sempre scontrati, chissà perché, con un misto di volta in volta di pigrizia, di noncuranza, di sottovalutazione e, forse, anche di un inconscio timore di far male a un pur sempre efficace veicolo pubblicitario com’è il calcio. E sì che l’idea non è sicuramente recente. Sono in pochi, forse nessuno, a sapere che la prima proposta di far diventare reato la frode sportiva fu presentata in Parlamento nell’ottobre del 1958. Non se ne fece nulla. Per arrivare a una legge in piena regola l’attesa è durata 31 anni, fino a dicembre 1989.

Tuttavia, da questo a credere di essere arrivati alla soluzione del problema ne corre parecchio.

La Legge del 13 dicembre 1989 ha due, diciamo così, pregi. Intanto fa diventare reato la frode sportiva. Commettendola si va in galera, al contrario del passato (ricordate le assoluzioni-bomba del 1980 e del 1986 con le relative esclamazioni di stupore?). E uno. Secondo pregio: gli organi della Giustizia Sportiva possono ottenere copia degli atti del procedimento penale. Ed è questo un punto fondamentale.

La Giustizia Sportiva, infatti, è assai sbrigativa. In base alla domanda «cui prodest?», presume la responsabilità. È l’accusato che deve provare di essere innocente. In pratica è l’esatto contrario della legge ordinaria.

Il giudice sportivo, però, nella fase investigativa, si è sempre potuto muovere nel solo, ristretto, ambito sportivo, con poteri assai ridotti e comunque del tutto insufficienti per raggiungere risultati più approfonditi. Adesso, viceversa, non è più così e l’abbiamo già ricordato: è possibile acquisire gli atti del procedimento penale.

Il risultato è evidente: la Giustizia Sportiva, già spietata da prima, adesso ha un’arma in più e quindi, almeno in teoria, l’eventuale reo non avrebbe scampo.

Quanto alla Giustizia Ordinaria, questa non può presumere alcuna colpa. Deve acquisire le prove per mettere in piedi un processo serio e per dimostrare la colpevolezza degli imputati. Nel caso della partita Atalanta-Pistoiese, come abbiamo visto, ci si è fermati ai tabulati delle telefonate, senza alcun altro contenuto probatorio. E siccome nessuno può essere condannato per aver telefonato…

PAOLO CARBONE, Il pallone truccato

1986 – Un’altra grossa frittata

Stavolta sarà impossibile – come abbiamo fatto finora – esporre tutta la vicenda guidati da quell’ordine cronologico che, nella maggior parte dei casi, è sempre il miglior sistema per avere le idee chiare e, quindi, per comprendere appieno lo svolgersi dei fatti.
La spiegazione è semplice. I protagonisti, le semplici comparse, i fatti, gli episodi, le verità e le bugie sono talmente tanti e il loro intreccio è così complicato che se ne potrebbe venire a capo, e con fatica, solo dopo gli anni necessari per leggere qualche quintale di documenti.

Poiché, però, un racconto da qualcosa deve pur cominciare, nel nostro caso il punto di partenza è una schedina del Totocalcio, quella del 12 gennaio 1986, concorso n. 26. All’epoca erano frequenti talune lamentazioni: le colonne vincenti da indovinare – si diceva – sono ormai assai facili, il segno «2» (quello che contribuisce al rialzo delle quote) scarseggia e, quindi, le vincite settimanali sono basse. E infatti proprio in quella stagione (1985-86) il montepremi stava registrando un sensibile calo rispetto ai campionati precedenti.

Al CONI, gestore del gioco, nell’intento di creare nuove difficoltà per i “sistemisti”, avevano avuto l’idea di “mischiare” le tredici partite della schedina, anziché conservare l’elencazione tradizionale, che prevedeva prima le partite di Serie A (che all’epoca erano 8), poi le tre di Serie B e infine le due di Serie C. Ecco, dunque, la schedina del gennaio ’86 poc’anzi ricordata e i relativi esiti:



Fiorentina-Torino 0-0 X

Palermo-Sambenedettese 0-0 X

Udinese-Roma 0-2 2

Pescara-Vicenza 0-0 X

Juventus-Como 0-0 X

Torres-Alessandria 0-0 X

Verona-Avellino 2-0 1

Livorno-Taranto 0-0 X

Lecce-Milan 0-2 2

Perugia-Bologna 2-0 1

Napoli-Pisa 0-1 2

Inter-Atalanta 1-3 2

Bari-Sampdoria 0-0 X



Niente da dire: aveva ragione chi lamentava la scarsa frequenza del segno «2». Stavolta nella colonna vincente ce ne sono ben quattro. In senso strettamente tecnico, non impressionano più di tanto i successi della Roma a Udine e del Milan a Lecce. I “botti” veri e fragorosi, viceversa, risuonano a “San Siro”, dove l’Atalanta (calibro medio-basso) le ha suonate di santa ragione nientemeno che all’Inter, e, soprattutto, al San Paolo di Napoli, dove il Pisa, ossia una pari-grado dell’Atalanta, fa la festa alla squadra di Bagni, Pecci, Giordano e – udite udite – Maradona.

Una sorpresa, inoltre, viene anche da Torino: la Juve capolista s’incarta sullo 0-0 con il Como. Aggiungiamo anche che nella colonna vincente ci sono soltanto un paio di segni «1» (quelli per consuetudine più frequenti), mentre figurano ben 7 segni «X», fra l’altro – curiosamente – corrispondenti ad altrettanti 0-0. Insomma una colonna inusuale e non facile da indovinare.

Prova del nove: la quota è di nuovo miliardaria. Non succedeva da ben 37 mesi e mezzo, oltre 3 anni. Stavolta il “13” porta via £. 1.231.420.545. A ciascun “12” vanno, invece, £. 31.984.950.

Nell’occasione, i “tredici” sono 6. Spicca quello realizzato a Napoli, in una ricevitoria di Piazza Carità (potenza dei nomi!), perché il “13” fa parte di un “sistema” che totalizza anche dodici “12”. Con i dati già ricordati, basta una elementare moltiplicazione per stabilire che la vincita complessiva supera di poco il miliardo e 615 milioni di lire. Un bel colpo, nessun dubbio.

All’indomani della clamorosa vincita, il «Giornale di Napoli», quotidiano del pomeriggio, spara in prima pagina il titolo: «Un clan di Montecalvario ha fatto il colpo?» con tanto di ovvio punto interrogativo. Una rivelazione? Una soffiata? Un avvertimento? Può essere tutto e il contrario di tutto. Per noi, comunque, non è importante indovinare. È importante raccontare. Ci proviamo.



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Cominciamo intanto dal personaggio principale dell’intera vicenda, per lo meno nel senso che tutto, diciamo così, “nasce” sul suo tavolo di lavoro. Questa persona si chiama Giuseppe Marabotto, all’epoca dei fatti (siamo nel 1986) Sostituto Procuratore della Repubblica a Torino.

Il P.M. Marabotto si sta occupando da qualche tempo di personaggi che trafficano e spacciano droga e di un’inchiesta su una organizzazione di “prestasoldi” che operano, con intenti facilmente intuibili, intorno al Casinò di Saint-Vincent (Aosta).

All’improvviso alle orecchie dei poliziotti impegnati a intercettare le conversazioni telefoniche di tutti questi gentiluomini, arrivano a getto continuo conversazioni a dir poco compromettenti su giocatori di calcio, società, dirigenti, partite comprate, vendute, addomesticate o da addomesticare. Insomma, un rigoglioso festival di intrallazzi.

E così da un paio di indagini, diciamo così, di routine viene fuori per caso una “frittata” gigantesca, che richiama in blocco quella di sei anni prima, con l’inevitabile strascico di ripercussioni, urli, strilli, invettive eccetera.

Diversi mesi di indagini, e un cumulo di quasi 300 nastri di registrazioni telefoniche pari a non si sa quante ore di conversazione, delineano un “quadro” nel rispetto del quale il giudice Marabotto firma – scusate se è poco – 12 ordini di cattura nonché una quarantina di comunicazioni giudiziarie. L’oggetto è più che scontato: partite truccate, scommesse clandestine, soldi a vagoni e quanto altro di ameno ciascuno voglia aggiungere.

Teniamo conto che appena sei anni prima era successo un pandemonio concluso con sanzioni sportive di rara pesantezza (sebbene un paio d’anni dopo “amnistiate” stante il successo dell’Italia al Mondiale di Spagna). Adesso la magagna appare non si sa quante volte più estesa e profonda. Naturale la reazione dell’opinione pubblica: il mondo del calcio è ormai perso, irrecuperabile. Il pallone vive il suo momento peggiore .



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I provvedimenti del PM Marabotto sono, per opinione pubblica e stampa, solo un punto di partenza. Domanda ricorrente: chi altro è implicato? E giù insinuazioni, illazioni, titoloni a nove colonne pieni di condizionali e (prudenti) punti interrogativi utili per infiocchettare e proteggere ogni possibile malignità.

Insomma un’atmosfera a dir poco pesante, soprattutto perché qualsiasi cittadino – a qualunque titolo – del mondo del calcio viene guardato, in questa fase, come minimo con sospetto.

Il giro di voci e illazioni non coinvolge assolutamente la Juventus. Lo precisano gli stessi inquirenti: «Nelle quasi trecento bobine di telefonate registrate non si cita mai il nome della società torinese né quello di qualche giocatore o dirigente». Più chiaro di così… Per i titolari della – diciamo così – “banda”, quindi, la Juventus non esisteva neppure.

«Piuttosto – aggiungono gli inquirenti – bisogna precisare che non è detto siano necessariamente coinvolte nella vicenda le società e le persone citate nelle stesse registrazioni». Vulgo: se nei nastri si parla di te, non è detto che tu sia colpevole di qualche cosa. Forse non è il massimo per tranquillizzare, ma è già qualcosa. D’altro canto, fermi restando millantatori e maneggioni, un fatto è sicuro e cioè che non abbiamo a che fare né con esponenti di Oxford, né con laureati a Cambridge.

A Torino conferenza-stampa del PM. Marabotto. Il magistrato spiega che l’inchiesta riguarda due distinti filoni.

Il primo è quello relativo al Totonero vero e proprio, ossia accordi intervenuti fra “tesserati” del calcio e loschi personaggi per alterare, in base alle quote, i risultati di partite di Serie A, B e C e lucrare, così, sulle puntate.

Il secondo è quello volto a ottenere sul campo risultati tali da incidere sulle classifiche e, quindi, sulle promozioni e retrocessioni, in maniera da intascare una percentuale (concordata in precedenza) sui contributi federali percepiti dalle singole società e differenziati a seconda dei campionati di appartenenza. In questa chiave è lecito ipotizzare il concorso di qualche dirigente che ha favorito delle promozioni per partecipare poi alla divisione del bottino.

In tal caso, se le cose dovessero stare così, saremmo davanti al quel “danno altrui” (cioè delle società che non hanno percepito contributi maggiori perché non promosse) previsto dalla legge per perseguire chi commette il reato di truffa.

Sempre a Torino altra conferenza-stampa. La tiene il Capo dell’Ufficio Indagini della Federazione, dottor Corrado De Biase, anche lui magistrato. Dalle sue parole appare chiaro che, per gli “interessati”, tira una brutta aria.

In breve: «Egregi signori – dice De Biasi –, non vi illudete. Noi indaghiamo da mesi. Di prescrizione è inutile parlare. Ci stiamo occupando di partite del campionato passato e di quello in corso. Prima della prossima stagione la pulizia sarà completa». Insomma: «mala tempora currunt»!

Fra le partite più “chiacchierate”, Napoli-Udinese del campionato in corso (è l’1-1 del 24 novembre 1985, 11ª giornata) e Triestina-Lecce del precedente torneo di Serie B: un 1-1 che fece restare in B la Triestina e promosse in A il Lecce (ecco un esempio di contributi federali che cambiano!).

Significativa, in questo senso, la puntualizzazione del giudice Marabotto: «Le faccende sportive non mi riguardano, però credo che le ripercussioni dei fatti sulle classifiche dei diversi campionati siano praticamente inevitabili».

Non ci vuole molto a immaginare quale sia – chiamiamolo così – l’impatto ambientale di tutte queste notizie. Ormai il pubblico non osserva più il calcio, né lo giudica, né vi partecipa emotivamente. Lo dileggia. Ogni minimo errore diventa testimonianza autentica di una combine. Quante volte s’è visto un portiere sbagliare il “tempo” di una uscita dai pali? Infinite. Solo che, in quei giorni, è la “prova provata” di una “vendita” (della partita). E così per l’attaccante di fama che sbaglia tiro in porta o per lo squadrone che incassa un gol dalla squadretta, e via dicendo.

E siccome si fa di ogni erba un fascio, capite bene che, in quel periodo, praticare il calcio non è proprio quel che si dice un “bel vivere”.

Fra gli arrestati Antonio Pigino, già portiere (di scuola torinista) della Sambenedettese e, al momento, preparatore dei portieri della Pro Vercelli, nonché Giovanni Bidese, secondo portiere della stessa Pro Vercelli.

Davanti agli inquirenti Pigino non ci mette molto a confessare, piangendo, ogni cosa. Avrebbe fatto in modo di favorire la promozione della Cavese, squadra nella quale ha giocato alla fine della carriera. Comincia a fare nomi. Sono tanti.

Le “bombe”, come possiamo immaginare, si sprecano. Eccone una: fra gli “implicati” c’è – nientemeno – Italo Allodi, che è stato assistente del Presidente del Napoli, Corrado Ferlaino. I giornali gli dedicano titoli in quantità industriale, il che non meraviglia, essendo Allodi, deceduto nel 1999, uno dei massimi personaggi calcistici.

La fantasia della gente, del resto, compie a somma velocità tragitti diremmo quasi inevitabili. Ci vuol poco a cucinare un minestrone di associazione di idee: Napoli è Napoli, ma vuol dire anche “il” Napoli, e anche “camorra”. Se c’è anche Allodi, buttiamo pure lui nel pentolone gridando evviva. Perché stare a preoccuparsi? Tanto è tutto uno schifo! Sembra di sentirla questa “vox populi”.

Per maggior precisione, diciamo che Allodi ha ricevuto una comunicazione giudiziaria. Non ho mai fatto simili sciocchezze, è il suo semplice commento (in verità assai più colorito).

Spiega Marabotto: «Nelle quasi 300 registrazioni la voce di Allodi non c’è mai. Allodi non compare mai in prima persona. Sono semmai i vari personaggi intercettati che parlano di lui in diverse occasioni nelle loro conversazioni. Per questo gli ho indirizzato la comunicazione giudiziaria».

Torna a galla il ricordo del famoso “13” fatto a Napoli a gennaio e da noi ricordato all’inizio di questo racconto. Sembra sempre più attendibile che a fare centro sia stata un’organizzazione camorristica il cui presunto rappresentante, o boss, o burattinaio, o manovratore (fate voi) pare sia un commerciante. Si chiama Armando Carbone. C’è un ordine di cattura che lo riguarda. L’uomo, però, riesce a fuggire di notte, in pigiama, pochi minuti prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Il tam-tam ha funzionato.

Il PM Marabotto, in ogni caso, non se la prende più di tanto. È fuggito Carbone, non la sua casa, e questa casa è una miniera. Infatti, nella fretta della fuga, l’uomo ha dimenticato quella che sarà poi chiamata “la lista dei 500”.

Si tratta di tre Agende dell’83, dell’84 e dell’85. Manca quella dell’anno in corso (1986), ma gli elementi raccolti bastano e avanzano. Una lista torrenziale di nomi, indirizzi, numeri telefonici e cifre.

Le forze dell’ordine hanno trovato anche diverse fatture compromettenti. Per Marabotto e i suoi collaboratori il “raccolto” è stato in ogni caso buono.

Nello scandalo del Totonero sarebbero implicati anche 6 arbitri. Un organo di informazione puntualizza: «Due arbitri del Nord, uno del Centro e tre del Sud». Spiegazione. Dai nastri che la magistratura sta esaminando sarebbe venuto fuori un movimento di tangenti destinate a certi arbitri per pilotare l’andamento di talune partite.

In particolare, il Presidente del Napoli, Ferlaino, dopo una partita perduta, si lascia andare a un violento sfogo e, in una delle conversazioni registrate dai tutori dell’ordine, si sente uno dei “maneggioni” delle scommesse clandestine dire al sullodato boss Armando Carbone: «Ferlaino se ne deve stare buono e zitto, perché se no Marchese non lo può aiutare!».

Gennarino Marchese (ormai buonanima) è un arbitro del passato, appartenuto alle sezioni di Napoli e Frattamaggiore e, al momento, specchiato collaboratore del “gran Capo” Gussoni. Quanto agli arbitri, qualche giornale fa i nomi di Pezzella, Esposito e Lanese (per i tre del Sud) Bergamo (per quello del Centro), Pieri e Da Pozzo (per i due del Nord). In particolare, e lo aggiungiamo noi, Da Pozzo è della sezione di Monza e non ha mai diretto partite di Serie A.

La reazione del mondo arbitrale è di generale indignazione. In particolare, spalleggiati da Campanati, nuovo designatore, i 6 arbitri nominati in precedenza minacciano querele. Il primo ad attuare questa minaccia è Arcangelo Pezzella. In fatto di querele, comunque, si muovono anche i giocatori del Perugia che sembrano decisi a prendersela con «La Gazzetta dello Sport».

Il quotidiano sportivo milanese, nel frattempo, interpella il Ministro di Grazia e Giustizia, Martinazzoli, il quale ricorda un proprio disegno di legge per punire penalmente (reclusione da 6 mesi a 4 anni e multe da 300.000 a 3 milioni di lire) i responsabili di corruzioni sportive.

Peccato che tale disegno di legge giaccia in Parlamento da quasi un anno. Inoltre la tendenza penalistica del momento è di derubricare e di depenalizzare diversi reati. E quanto alle sanzioni pecuniarie appena ricordate, il loro ammontare, viste le somme che girano, non preoccuperebbe nemmeno i “truccatori” di una partita fra bambini sulla spiaggia.

L’amarezza e la depressione serpeggiano fra gli stessi inquirenti. Lo stesso Marabotto, in una chiacchierata di routine con la stampa, definisce «sempre più desolante» il quadro che le indagini vanno via via disegnando.

Il suo collega Laudi, dell’Ufficio Inchieste della Federcalcio, si dichiara del tutto d’accordo e prevede tempi alquanto lunghi.

Dalla «Gazzetta dello Sport» ne viene fuori un’altra. Nell’inchiesta sarebbe coinvolto anche un allenatore che l’anno prima era in Serie B e ora è in Serie A. Costui, in un’intercettazione telefonica, avrebbe asserito di aver fatto qualche pastetta in B, ma che ora, in Serie A, avrebbe smesso.

Sotto il microscopio degli inquirenti finiscono in due: Aldo Agroppi, l’anno precedente al Perugia (in B) e ora alla Fiorentina (in A) e Renzo Ulivieri, tecnico del Cagliari. Sotto indagine i confronti Cagliari-Perugia (0-0 del 13 gennaio 1985) e Perugia-Cagliari (2-1 del 3 giugno 1985).

Marabotto stabilisce con facilità che in occasione della partita di Perugia sulla panchina umbra non c’era Agroppi (che si era dimesso) ma Piaceri. Quindi, semmai, Agroppi potrebbe essere... “implicato” nello 0-0 dell’andata. Alla fine Agroppi subirà 4 mesi di squalifica e Ulivieri una pena 9 volte superiore.

Dalla latitanza emerge Armando Carbone, il quale si costituisce davanti al PM Marabotto. Pare che il suo avvocato, cogliendo al volo una dichiarazione della moglie di Carbone, sia intenzionato a sostenere davanti ai giudici che il suo assistito è uno “psicolabile”.

Un’autentica saracinesca è, viceversa, l’avvocato Gabriele Zanobini, difensore del direttore generale dell’Udinese, Tito Corsi, coinvolto nello scandalo al punto da essere soprannominato “Titonero”. Ebbene, l’avvocato Zanobini annuncia che il suo assistito, dietro sua disposizione, ha fin qui osservato e continuerà a osservare uno strettissimo “silenzio-stampa”. Per le smentite ci sarà tempo.

Per Corsi finirà con 5 anni di squalifica e la proposta di radiazione.



* * *



A questo punto diamo una svolta al nostro racconto. Quando abbiamo cominciato a occuparci di quanto accaduto nell’86, abbiamo anche premesso, nelle prime righe, la difficoltà di procedere secondo un ordine cronologico, stante il complicato e fitto intreccio dell’intera vicenda, e dell’accavallarsi di personaggi, fatti, episodi, verità, bugie e quant’altro di collegato.

Abbiamo allora pensato di rivolgerci direttamente a colui che fin dall’inizio è stato possibile catalogare come personaggio-chiave, perché più direttamente a contatto con i protagonisti, quindi, più documentato e, se così possiamo dire, titolare degli argomenti migliori per pronunciarsi compiutamente su fatti e personaggi: il P.M. Giuseppe Marabotto. In fondo è colui che vide nascere tutto lo scandalo e, per questo, ne conobbe l’essenza, i risvolti, i protagonisti, conservando intatta la prerogativa di poterne parlare, oggi come ieri, con la migliore cognizione di causa. Ecco perché gli abbiamo affidato, sia pure per sommi capi e per gli aspetti essenziali, la prosecuzione del nostro racconto.



D. – Dottor Marabotto, cominciamo da quello che abbiamo appena detto. Un bel giorno, senza farsi annunciare, si costituisce davanti a lei l’ormai famoso Armando Carbone. E lei chi si trova davanti? Chi era in realtà il Carbone? Un furbastro, un maneggione, un millantatore, una persona pericolosa o innocua, o che altro? Il suo avvocato voleva farlo passare per uno psicolabile. La moglie, dal canto suo, lo definì assai più pesantemente. Qual è la sua opinione?



Marabotto – Guardi: Armando Carbone era uno stupendo, fra virgolette, personaggio che si inquadrava alla perfezione in un certo tipo di calcio. Il giorno che si costituì – ricordo bene questa cosa assai simpatica – mi si presentò davanti interamente vestito di azzurro che è il colore della maglia del Napoli, e questo già faceva capire cosa si poteva ricavare da lui se qualcuno gli avesse chiesto qualcosa sul Napoli. Era un personaggio assolutamente simpatico, forse, alla fine, sopravvalutato, però certamente un personaggio che si era costruito una sua rete e che sicuramente era il punto di riferimento di diversi altri personaggi che a vario titolo sono entrati poi nell’inchiesta. Secondo me, quindi, era un soggetto che sicuramente poteva attuare qualcosa. Bisogna comunque aggiungere che il calcio di allora, del 1986, almeno da quello che ho visto io, era un mondo assolutamente curioso, fatto di persone che parlavano molto, persone che si lasciavano facilmente avvicinare, gli stessi direttori sportivi, almeno secondo me, avevano un’assoluta faciloneria nell’intrattenere rapporti e credo che, almeno sotto questi aspetti, un po’ di cambiamenti siano intervenuti.



D. – Armando Carbone non agiva da solo, ma aveva, se non proprio dei collaboratori in senso stretto, per lo meno degli omologhi, o comunque gente che si trovava sulla sua stessa barca. Ne cito uno: Santo Moriggi, un commerciante di Milano o del milanese. Lei lo ricorda?



Marabotto – No, non lo ricordo. È un nome che in questo momento mi sfugge. D’altro canto dopo tanti anni è un po’ difficile tenere a mente ogni cosa. In ogni caso devo ricordare che tutti questi collegamenti sono stati ricostruiti attraverso le intercettazioni telefoniche. Forse erano tutte persone che si erano conosciute in chissà quali circostanze e poi avevano coltivato nel tempo questi rapporti. Quindi niente di più facile per Carbone diventare punto di riferimento di personaggi di vario tipo. Perché, poi, tutte queste persone si siano riferite a Carbone questo non posso saperlo. In ogni caso, secondo me, su tanti aspetti di tutta la vicenda bisognerebbe fare un minimo di tara, perché poi, quando si parla al telefono e, sempre sul filo, si costruisce un personaggio, il personaggio viene anche costruito su una parte di menzogna. E quindi si può fingere, oppure, per esempio, millantare di conoscere persone mai viste. Ben sappiamo che le parole si prestano a trucchi di ogni tipo.



D. – Nel corso delle indagini venne fuori che gli inquinamenti riguardavano moltissime partite di Serie C, numerose di B e diverse di A. Poiché la Serie C dà meno nell’occhio della Serie A, è lecito pensare a una vera e propria organizzazione oppure il tutto si articolava su basi più labili e alla buona?



Marabotto – Pensare a una organizzazione seria, importante, facente capo al Carbone, direi di no. Ritengo invece che Carbone era piuttosto la punta di un iceberg per quel che poteva riguardare un certo tipo di accordi per “sistemare” alcune partite, stando almeno a quanto emergeva dalle intercettazioni. Poi se tutto fosse, o non fosse, vero al cento per cento questo è difficile dirlo. Diverso, poi, era l’aspetto del Totonero. Il Totonero era una vicenda nella quale Carbone non sembrava entrare, mettiamola in questi termini. Carbone sembrava essere piuttosto un personaggio che si dilettava nel vantare rapporti con direttori sportivi o con altri dirigenti; vedere, per esempio, cosa si poteva fare per aggiustare una partita o cose del genere, però non con riferimenti al Totonero e ai guadagni sulle puntate. Il Totonero è un filone differente. Del resto, dalle prime intercettazioni e dalle prime dichiarazioni del Carbone veniva fuori un aggiustamento delle classifiche, delle promozioni in categoria superiore di talune squadre in luogo di altre e, quindi, di una spartizione dei relativi, e maggiori, contributi federali. In questo senso la posizione di Carbone era interessante.



D. – Oltre che con personaggi diciamo così “esterni”, lei ebbe a che fare anche, e purtroppo, con dirigenti di società di vario livello: presidenti, direttori generali, direttori sportivi e via dicendo. Che ricordo ne ha, in generale?



Marabotto – Devo dire intanto una cosa. Di questi personaggi ne ho conosciuto un numero senz’altro elevato e la prima cosa che ricordo è la mia curiosità dal punto di vista umano. Inoltre, a prescindere dalle circostanze che ci mettevano di fronte, mi succedeva di notare personaggi senza dubbio insoliti. Per esempio, io ho ricavato un ricordo bello, se così si può dire, di Janich. L’ho trovato di una simpatia incredibile quando spiegava o giustificava il risultato di talune partite, che adesso francamente mi sfuggono. Altri, invece, erano persone differenti. Per esempio, Pinzani, il presidente dell’Empoli, era, come dire, un toscano insolito, introverso, un po’ astioso, anche se, per carità, niente da dire: ognuno ha il suo carattere. In ogni caso, mi è sembrato di aver a che fare, in genere, con persone che vivevano in un mondo tutto loro.



D. – A proposito di Pinzani, dalle intercettazioni era venuto fuori che con l’Empoli non c’era niente da fare perché giocava personalmente il presidente. Eppure la giustizia sportiva, che colpisce con estrema rapidità, assolse Pinzani, fra l’altro coinvolto nelle vicende di una sola partita. Come lo spiega?



Marabotto – La spiegazione c’è: aveva un avvocato molto bravo. Davvero eccezionale. Me lo ricordo benissimo. Non ricordo, però, la ragione precisa della sua convocazione. Certo, se l’ho fatto venire da me, evidentemente era citato in alcune telefonate nelle quali si parlava di lui come di uno scommettitore e forse, per questo, poteva rispondere a qualche domanda. Il fatto, piuttosto, è un altro: credo di ricordare, cioè, che la giustizia sportiva non disponeva delle intercettazioni telefoniche e poteva servirsi solo degli interrogatori, con la differenza, però, di partire da presupposti diversi, visto che per i giudici sportivi, per esempio, il semplice “tentativo” equivale all’illecito vero e proprio.



D. – Il presidente dell’Udinese, Mazza, e il direttore generale, Tito Corsi. Entrambi coinvolti nelle vicende delle stesse 6 partite. Mazza assolto. Corsi squalificato per 5 anni, mentre l’Udinese, penalizzata di 9 punti, l’anno dopo finirà in B. Che fine avrebbero fatto Mazza e Corsi davanti alla giustizia ordinaria?



Marabotto – Sarebbe interessante rispondere a una domanda del genere, ma non è possibile perché la giustizia ordinaria si muoveva in presenza di una normativa che solo successivamente è stata modificata. Cioè sarebbe stato interessante, se fosse esistito, all’epoca, il reato di “frode sportiva” che, invece, è stato introdotto solo nel 1989. Con una norma come quella attuale il discorso sarebbe stato senz’altro diverso. Viceversa all’epoca ci si poteva muovere solo in due direzioni. La prima riguardava gli aggiustamenti delle classifiche, quindi il conseguimento in modo illecito di contributi federali e, perciò, poteva valere l’ipotesi di truffa, ai danni evidentemente della Federazione e delle società che non erano state promosse alla categoria superiore. Devo però aggiungere che, per la giustizia ordinaria, questo era un terreno sul quale era difficilissimo muoversi. La seconda direzione, invece, era quella della violazione della modesta normativa statale relativa al gioco d’azzardo e alludo al Totonero.



D. – Il problema restava quello di una carenza legislativa.



Marabotto – Infatti. Avessimo avuto a disposizione una norma sulla frode sportiva ci sarebbe stato davvero da divertirsi. Del resto l’attuale norma sulla frode sportiva è figlia proprio delle norme che riguardano la truffa e di questo tipo di indagine. Laddove nel 1986, in assenza di strumenti legislativi, era impossibile inquadrare penalmente tutti questi comportamenti fraudolenti. E quindi è chiaro che, con queste premesse, la parte principale l’avrebbe fatta la giustizia sportiva, la quale, fra l’altro, ha, o aveva, dei termini di prescrizione non lunghi. Per altro verso, la stessa giustizia sportiva è più rapida di quella ordinaria, solo che spesso la rapidità non è pagante. Per esempio, la giustizia sportiva non poteva disporre di tutto il materiale consentito alla giustizia ordinaria. Vediamo perciò che tutto il quadro era di estrema complessità. Per rispondere alla domanda di prima, dirò che, in quelle condizioni, senza una specifica norma, Mazza e Corsi non avrebbero subìto alcuna condanna dalla giustizia ordinaria.



D. – Spartaco Ghini, presidente del Perugia. Inibito per 5 anni perché accusato di ben 11 illeciti e assolto per uno solo. Delle altre 10 partite, però, il Perugia ne perse 4. Non è uno strano modo di scommettere?



Marabotto – Posso sbagliare, ma, se ricordo bene, Ghini non era uno scommettitore. Ghini in qualche modo era entrato in contatto con Carbone o con qualcuno del suo entourage, diciamo così, per intavolare un discorso a favore del Perugia e della sua classifica, non per scommettere sul Perugia. Gli era stata prospettata la possibilità di ammorbidire un arbitro e cose simili e lui si affidò a questi personaggi. L’esito fu infausto e questo fa capire come non fosse tutto oro quel che si proponeva, ma in buona parte “millantato”. In altre parole, per collegarci a ciò che abbiamo detto poc’anzi, Ghini cercava di ottenere la promozione del Perugia e, quindi, era collocabile in quella parte di inchiesta relativa ai contributi federali da dirottare. Si era affidato a Carbone o a chi per lui prendendo per buono tutto quello che gli veniva detto e che, invece, era vero solo in parte, come dicono le 4 sconfitte da lei rilevate. Mi ricordo anche che, quando si presentò all’interrogatorio, distribuì ai giornalisti una specie di romanzo tascabile che raccontava di un fessacchiotto che si era fatto abbindolare, raro esempio di autoallusione e autoironia.



D. – Fra i diversi personaggi che le sono capitati davanti e che lei ha sentito a vario titolo, ne ricorda qualcuno in particolare?



Marabotto – Non è facile, sia perché sono passati diversi anni, e sia perché ebbi a che fare con una folla di persone e non è possibile tenere a mente tutti. Ricordo comunque Reali. Era un giocatore, difensore del Monza, se non sbaglio alla fine della carriera e disposto a vuotare il sacco, su consiglio, sempre se non sbaglio, di suo padre. Nonostante la sua buona disponibilità alla parola, ricordo che fu un interrogatorio molto difficile, soprattutto perché il giocatore, evidentemente emozionato o sopraffatto dall’ansia, spesso non capiva le domande. In relazione a questo, devo aggiungere che non ebbi una buona impressione generale dei giocatori sotto il profilo culturale. Mi apparivano come grossi bambinoni, forse anche incapaci di rendersi conto di quello che stavano facendo. Oggi, per quel poco che se ne può capire sentendoli parlare in televisione, mi sembrano più “evoluti”, preparati e smaliziati.



D. – Lei un certo giorno ha avuto di fronte Italo Allodi. Che ricordo ne ha e come l’ha valutato?



Marabotto – Ne ricavai una grandissima impressione. Uno splendido personaggio al di là dei presupposti all’origine del nostro incontro. Teniamo conto che la realtà propone due aspetti. Uno riguarda la valutazione del magistrato: hai commesso un reato, non hai commesso un reato. Altro è il discorso personale, umano. La possibilità di parlare con Allodi mi dette modo di capire benissimo perché era un grande manager, perché era di una spanna superiore a tutti: nel suo modo di porgersi, nel parlare di tutte le vicende che avevamo davanti con assoluto distacco, nel parlare con i giornalisti. Insomma, era senza alcun dubbio il signore incontrastato del mondo del calcio. Ripeto: ho capito allora perché Italo Allodi era considerato di livello eccezionale. Era uno di quei personaggi che affascinano, che emanano carisma.



D. – Eppure Italo Allodi fu raggiunto da una comunicazione giudiziaria firmata da lei. È possibile adesso ripercorrere, in breve, il cammino che portò a una simile decisione, fonte – visto il destinatario – di parecchio rumore ?



Marabotto – Non è difficile. Sappiamo benissimo che all’origine di tutta l’inchiesta ci sono non si sa quante decine di ore di intercettazioni telefoniche. In queste telefonate Allodi non compare mai in prima persona. Il suo nome, però, ricorre assai spesso in bocca agli altri. Fin qui nulla di strano o comunque nulla che possa indurre a pensare male del nostro uomo. Se altri parlano di lui, Allodi non ha colpe. Solo che a un certo punto le persone intercettate parlano di una partita, Napoli-Udinese, e di un risultato di parità già concordato. Poiché sul campo in effetti finì in pareggio, io mi trovai nella necessità di sentire Italo Allodi e fui, diciamo pure, costretto ad emettere una informazione di garanzia che qui in Italia ha sempre effetti dirompenti. Oltre tutto io non potevo sentire Allodi come testimone e poi chiedergli se aveva o no partecipato a qualche combine. E così fui – lo ripeto – costretto a collocarlo nella stessa posizione, per esempio, di Corsi, sia pure con le dovute differenze, proprio perché quella fu, per me, una mossa – diciamo così – obbligata. Inutile dire che il nostro fu solo un incontro utile e simpatico e che nessun addebito fu nemmeno adombrato a carico di Allodi, il quale non patì il benché minimo danno neppure dalla giustizia sportiva. Quindi…



D. – A un certo punto vennero fuori i nomi di alcuni arbitri. Eppure nessun arbitro fu mai chiamato in causa né dalla giustizia ordinaria né da quella sportiva. È lecito credere che gli arbitri servissero ai famosi personaggi solo per alzare polvere, millantare e trarre in inganno terzi?



Marabotto – Certamente, è più che possibile, anche se, nello specifico, non mi ricordo di precisi nomi di arbitri. Anzi, credo di ricordare che a un certo punto si parlò di un arbitro che aveva diretto una partita del Perugia, ma me ne sfugge il nome. Nome che sicuramente era venuto fuori da una delle tante telefonate con le quali Carbone millantava con l’interlocutore di turno conoscenze, amicizie eccetera. In ogni caso, sia pure a distanza di anni, mi sento di escludere che un qualche arbitro sia mai stato implicato in vicende come questa. E infatti non ho mai preso alcun provvedimento contro degli arbitri. In caso contrario me lo ricorderei di sicuro. Che poi qua e là qualche nome sia emerso non sorprende più di tanto. Nelle intercettazioni, di nomi se ne sentivano a bizzeffe e poi, come ho già detto, il millantato credito era abituale.



D. – Lei, dottor Marabotto, non ha mai evitato i contatti e gli incontri con i giornalisti e spesso rilasciava dichiarazioni e interviste. Solo che a un certo punto dai suoi racconti era facile dedurre quali sarebbero stati i verdetti della giustizia sportiva. E la cosa non è che fosse precisamente gradita al Capo dell’Ufficio Inchieste della Federazione, il suo collega De Biase. Quali furono e quali evoluzioni ebbero i suoi rapporti con il dottor De Biase?



Marabotto – Dico subito: niente di particolare. Mi spiego. Noi avemmo un rapporto iniziale, relativo, diciamo così, alla raccolta dati. Ossia dovevamo radunare, senza alzare molta polvere, i dati riguardanti le diverse partite in esame e, quindi, ci siamo serviti del suo ufficio. Questo nella fase di avvio della inchiesta. Dopo i nostri rapporti non furono propriamente idilliaci, la metto così. E infatti i rapporti con me li tenne Maurizio Laudi (magistrato anche lui e nell’anno 2000, già da qualche tempo, giudice sportivo della Lega Professionisti, «ndr»). Con Laudi eravamo abbastanza in sintonia. Laudi faceva parte dell’Ufficio Inchieste, all’epoca – ricordiamo che siamo nel 1986 – era alle sue prime esperienze e, sicuramente anche per l’età, gli succedeva di essere alquanto in sintonia con il mio modo di pensare, laddove entrambi – io e lui – eravamo forse un po’ lontani dalla visione delle cose che aveva De Biase. In altri termini, tutta la vicenda ha creato un aggancio fra giustizia sportiva e giustizia ordinaria. In questo caso la giustizia sportiva risultava più importante, più incisiva della giustizia ordinaria, su questo pochi dubbi.



D. – Oltre tutto la Giustizia Sportiva voleva sicuramente fare in fretta, come è sempre avvenuto.



Marabotto – Sicuramente. Oltre tutto, la mia inchiesta, quella, diciamo così, della giustizia ordinaria, stava comunque mettendo in risalto tutta una serie di cose che nel calcio non funzionavano, lasciamo perdere adesso se grandi o piccole. In sostanza, la mia inchiesta lasciava intendere che intorno al mondo del calcio si muovevano diverse cose cui era opportuno mettere mano. In quel periodo ricordo che rimasi turbato da un’intervista rilasciata dal presidente della Federazione, l’avvocato Sordillo, il quale, pur sapendo del lavoro che i magistrati, ordinari e no, stavano svolgendo, si lasciò andare a raccomandazioni sul rigido rispetto dei tempi della prescrizione eccetera. Il che dava una sgradevole sensazione di fretta nel chiudere l’inchiesta senza badare troppo a ciò che di utile poteva venirne.



D. – Le dispiace puntualizzare ?



Marabotto – Ecco: la giustizia sportiva era come presa in una morsa. Da una parte magistrati e avvocati, anche illustri, titolari di un discorso serio, volto a chiarire tutto e a stabilire, se così possiamo dire, anche dei correttivi che eliminassero certe storture. Un discorso, insomma, volto – e uso una parola davvero grossa – a una moralizzazione del calcio. Dall’altra la filosofia e l’atteggiamento di una struttura primaria, quella federale, preoccupata di fare in fretta a salvaguardare l’organizzazione e i campionati, saltando a piè pari tutto quel che l’inchiesta aveva fatto emergere. Del resto, e questo in passato l’ho detto e l’ho scritto, penso che alcune delle sanzioni irrogate siano state più leggere del dovuto. Ricordo vagamente, per esempio, che a un certo punto venne fuori da qualche telefonata che, se si colpivano il Palermo e alcuni giocatori, si sarebbe creato un notevole trambusto. Poi le sanzioni arrivarono lo stesso e pace. Però, e questa è una mia semplice opinione, il quadro generale delle sanzioni adottate fu tale da limitare al massimo lo sconvolgimento dei campionati, con la conseguenza – è sempre una mia opinione – di creare talune sproporzioni. Ecco perché penso che il metro sanzionatorio fu adattato a certe precise finalità.



D. – Perché non fu mai celebrato il processo ordinario?



Marabotto – Diciamo in breve che i reati ipotizzabili, ossia la truffa e il gioco d’azzardo, ricaddero nell’amnistia del 1990, sopraggiunta cioè dopo 4 anni dai fatti in esame. Se poi ci chiediamo come mai sia passato tutto questo tempo, proviamo a mettere in ordine i diversi momenti. La vicenda viene fuori nel 1986. La Giustizia Sportiva, più sbrigativa e più veloce, fa il suo corso. Questo è il primo discorso, tutto bene. Poi c’è il discorso del lavoro mio e del mio ufficio. Intanto abbiamo impiegato una vita nella trascrizione dei nastri. Devo ricordare che erano quasi 300 ore di conversazioni che andavano trascritte in maniera da poter essere lette come testi. E infatti, una volta finito questo lunghissimo lavoro, ci siamo messi a rileggere il tutto in maniera da cominciare a comporre il mosaico. In questo modo siamo arrivati ai primi del 1988. Tutta questa fase mi ha permesso di arrivare all’archiviazione parziale delle vicende riguardanti personaggi palesemente lontani dall’ipotesi, per esempio, di associazione per delinquere. Ricordo, per tutti, proprio Italo Allodi, oltre a diversi altri.



D. – E quindi lei ha potuto scremare un po’ tutta la vicenda.



Marabotto – Infatti. Nel frattempo è entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale per il quale io ho lavorato per ben due anni a Roma. Tornato in sede, con il nuovo codice davanti, ho preparato anche i rinvii a giudizio, ma è sopraggiunta l’amnistia e tutto è svanito. Devo chiarire che l’amnistia era retroattiva. Ossia, con il nuovo codice di procedura penale, si amnistiavano i reati fino a 4 anni indietro e, quindi, veniva coperto anche il 1986 con tutte le sue truffe sportive, Totonero e altro.



D. – Dottor Marabotto, cerchiamo per il possibile di ridurre all’osso questo gigantesco pasticcio. Agli effetti della giustizia ordinaria, la materia prima per arrivare a qualcosa di serio, magari anche a una condanna dei diversi personaggi, c’era o no?



Marabotto – A questa domanda non so rispondere in modo categorico. Secondo me, di materia prima ce n’era d’avanzo in relazione al reato di gioco d’azzardo. Molto più difficile e problematico era, viceversa, in quelle condizioni, sostenere l’esistenza del reato di truffa, anche sulla base della precedente sentenza emessa a Roma nel 1980. Mi spiego. Nel caso, ad esempio, di diversi giocatori d’accordo fra loro, si poteva arrivare con maggiore facilità a ipotizzare la truffa. Nel caso, invece, di un solo giocatore implicato, il discorso si complicava perché il singolo giocatore poteva anche non essere ritenuto determinante, nel senso che la sua singola azione poteva risultare non idonea allo scopo che ci si prefiggeva.



D. – Se abbiamo ben capito, non è poi così automatico adattare una sorta di misfatto sportivo a una norma penale. È così?



Marabotto – Sicuramente, e mi spiego. Un difensore che commette fallo da rigore, o un portiere che lascia passare un pallone, di sicuro compiono azioni idonee a una truffa, ma un attaccante che sbaglia il tiro non è, diciamo così, imputabile con la stessa sicurezza. In altri termini, possiamo dire che la truffa era senz’altro ipotizzabile, sia nel caso del Totonero vero e proprio, sia in quello delle classifiche inquinate, ma è altrettanto vero che questo era, per l’accusa, un cammino impervio e assai difficile. Fra l’altro noi avevamo davanti anche un altro aspetto interessante. Il giocatore X, tesserato per la società Y, accetta quattrini per agevolare la squadra avversaria. Questo giocatore commette o no il reato di truffa ai danni della società nella quale milita e che lo paga per la sua opera? Questo poteva essere un discorso assai interessante perché poteva riguardare da vicino anche le società.



D. – Di tutta questa vicenda vasta, complessa, per tanti versi complicata e difficile, considerata nel suo insieme, cosa può dire oggi, passati diversi anni?



Marabotto – Se mi è consentita una battuta, posso dire che ancora mi aspetto una ricompensa dagli organizzatori del Totonero per la pubblicità che involontariamente ho procurato loro, stante il sicuro aumento del numero dei praticanti e, quindi, del gettito delle scommesse. Del resto, tutta la vicenda era più che adatta a fare da cassa di risonanza proporzionata alla popolarità del calcio. Comunque, al di là delle battute scherzose, devo dire di essere rimasto sorpreso dall’atteggiamento dei tifosi, nel senso – e non so se, sotto questo aspetto, oggi le cose sono cambiate – che il tifoso non era poi così vicino al magistrato che indagava. Dico di più: non che mi dovessi aspettare dal tifoso un discorso aulico, dal sapore olimpico. Però ricordo che il tifoso era addirittura solidale con i propri giocatori e i propri dirigenti implicati nello specifico. Assai indicative in questo senso, per esempio, le manifestazioni della tifoseria avvenute a Roma in favore della Lazio quando arrivò la dura sentenza della CAF, i 9 punti di penalizzazione per la Serie B eccetera. Ecco, io tuttora stento a credere a tanta partecipazione emozionale a favore dell’imputato, anche se, entro certi limiti, taluni analoghi sentimenti sono scontati.



Prima delle battute conclusive con il Dottor Marabotto, facciamo una breve digressione ricordando la sentenza sportiva definitiva, quella della CAF, che poi, a conti fatti, è l’unico responso in calce a tutta la vicenda visto che, come anticipato in precedenza, non si celebrò il processo davanti alla giustizia ordinaria.

Necessariamente vi facciamo grazia di liste ed elenchi. Una visione panoramica ci dice che, nel bene e nel male, cioè fra condanne e assoluzioni, la sentenza riguarda poco meno di 60 persone fisiche e, nel male (perché tutte condannate), 9 società: 2 di Serie A, 5 di Serie B e 2 di Serie C.

Appunto fra le società, precisiamo in breve:

1) l’Udinese, penalizzata di 9 punti per la Serie A successiva (e il “carico” sarà troppo pesante per evitare la retrocessione nel campionato seguente);

2) il Vicenza, condannato a restare in B, dopo aver conquistato sul campo la promozione in Serie A;

3) penalizzazione di 9 punti (in B) per la Lazio, di 5 punti (sempre in B) per il Cagliari e il Palermo e di 4 punti (ancora in B) per la Triestina;

4) penalizzazione di 5 punti in C1 per il Foggia;

5) retrocessione in C2 per la Cavese e per il Perugia, rispettivamente con 5 e con 2 punti di penalizzazione.

Quanto alle persone fisiche, la maggiore sanzione possibile – 5 anni, con o senza la proposta di radiazione – arriva sulla groppa di Corsi, Ghini, Vinazzani, Cerilli, M. Rossi, Lorini e Magherini (quest’ultimo aveva già subìto 3 anni e mezzo per le vicende del 1980, a conferma che “il lupo perde… eccetera).

Giusto ricordare anche 13 condanne a 3 anni (con 2 o 3 maggiorazioni di qualche mese), e non sono davvero poche visto che sommiamo già 20 persone.

A tutto questo si aggiungono una squalifica a 2 anni (Chinellato), e altre 25 sanzioni analoghe comprese da uno a 6 mesi. Infine 7 o 8 assoluzioni, fra le quali quella di Italo Allodi.

Una nostra curiosità. La partita più “chiacchierata”, quella con il maggior numero di coinvolgimenti, fu Palermo-Triestina (0-0) che vide implicate ben 14 persone fra dirigenti e giocatori. Scusate se è poco. Alla fine si contarono 2 assoluzioni, 2 condanne a 4 mesi e 10 a un mese, tutte per omessa denuncia.

Questo si legge sul sipario che chiude l’intera storia. Una scritta indelebile, per sempre nitida a dispetto del tempo. Nessuna considerazione, né riflessione. Furono già troppe quelle di allora. Torniamo dal nostro interlocutore.



D. – Dottor Marabotto, siamo alla fine della nostra chiacchierata. Le chiedo di dimenticare per un momento la sua attività di magistrato. Il semplice cittadino Giuseppe Marabotto ritiene che, oggi come oggi, sia ancora possibile il verificarsi di un fenomeno analogo a quello del 1986?



Marabotto – Guardi. Come si dice? Mai dire mai! In teoria tutto può essere e accadere. Ragionevolmente, però, dovrei escluderlo. Dall’86 a oggi sono cambiate tante cose. È cambiato, soprattutto, l’intero impianto del calcio. Oggi abbiamo davanti un fenomeno economico di rilevante consistenza, gestito con criteri manageriali che già da soli eliminano lo spazio per i trucchi. Il quadro di oggi, a mio modo di vedere, avvalora questa mia convinzione con parecchi spunti. Ne metto in fila alcuni. Intanto il mutamento delle situazioni contrattuali, il considerevole aumento dei guadagni e il radicale cambio della mentalità dei giocatori. Sono solo tre fiori, ma più che sufficienti a formare un bel mazzo. Oggi il giocatore di media levatura e, a maggior ragione, il campione, firmano contratti a dir poco sontuosi, con guadagni la cui entità non consente neppure di pensare all’illecito, specie se rapportato ai rischi che si corrono e specie se si considera che un illecito non proporrebbe in alcun caso condizioni economiche più vantaggiose. Oltre tutto ho già rilevato che negli anni il giocatore è parecchio migliorato come uomo e come professionista. Oggi è impegnato a vendere la propria immagine, a stipulare contratti pubblicitari, girare spot e altro. Perché dovrebbe decidere di “combinare” una partita, rischiando di essere scoperto, rischiando lunghe squalifiche e rischiando di rimetterci parecchio? Sarebbe uno stolto!



D. – Lei quindi esclude che oggi si giochi ancora al Totonero!



Marabotto – No, non lo escludo, ma chi vi ricorre lo fa solo perché è possibile riscuotere le vincite sull’unghia, entro un tempo assai breve, diciamo ore. Teniamo conto che oggi esistono le scommesse ufficiali, con tanto di quote, martingale e quant’altro. Non credo ci siano molte differenze con il Totonero, o con ciò che in teoria ne è rimasto. In ogni caso penso di poter categoricamente escludere che l’ipotetico Totonero di oggi viva, come avveniva nel 1980 o nel 1986, su accordi fraudolenti con giocatori o protagonisti. All’epoca tutta l’organizzazione clandestina aveva caratteristiche, diciamo così, artigianali. I gestori non andavano tanto per il sottile, dovevano farsi conoscere, dilatare le loro dimensioni, collaudare un vero e proprio codice d’onore, prospettare vincite robuste e fare così breccia nelle vaste masse ancorate alla tradizionale “schedina”. E la necessità di aiutare la fortuna passava per gli indispensabili accordi con i protagonisti onde ottenere esiti poco prevedibili. Adesso tutto questo non avrebbe il benché minimo senso.



D. – Fra l’altro sono anche cambiate alcune coordinate del calcio.



Marabotto – Volevo far notare proprio questo. Un efficace freno a fantasie truffaldine è venuto dai 3 punti per vittoria, perché riducendole all’osso ha ritardato di parecchio e, forse, eliminato quasi del tutto le, chiamiamole così, certezze di classifica. Il che vale in A, in B, in C1, in C2, a tutti i livelli. Consideriamo la Serie A. È infarcita di lotte: per lo scudetto, per i posti in Champions League, per quelli in Coppa UEFA, per non retrocedere. Totale: i posti da occupare, o da evitare, finiscono per essere una dozzina. Ora, un campionato a 18 squadre prevede in calendario 306 partite. Con queste premesse, le partite senza alcun peso di classifica si riducono a una percentuale minima. Conseguenza logica: a nessuno conviene prestarsi al “trucco” di una gara, oltre tutto perché – come ricordato – il compenso non sarebbe mai superiore a quello che il giocatore intasca vivendo tranquillo. Vulgo: il calcio, con i suoi attuali assetti, non si presta più all’imbroglio e ai relativi rischi. Aggiungo inoltre che tutto questo vale, più o meno, anche per le serie inferiori. Ricordiamo poi che nessun problema viene a galla senza che se ne abbia prima un minimo sentore.



D. – Il calcio, quindi, è ormai lontano da consimili intrallazzi.
Marabotto – Vede, il tempo ha prodotto cambiamenti tali che personaggi come Carbone oggi sarebbero solo folcloristici. Certo, torno a dire che in teoria tutto è possibile. In teoria è anche possibile trovare il magistrato corrotto, il giornalista corrotto, il funzionario o il professionista corrotti e via dicendo. In pratica, però, penso proprio che il calcio truccato sia ormai solo un capitolo di storia. In più oggi la truffa sportiva è reato penale. E a buon intenditor…

PAOLO CARBONE, Il pallone truccato

1985 - Il PADOVA: un “caso” anche in Serie B

Quattro anni e mezzo possono bastare a tranquillizzare e rasserenare un ambiente? In linea di massima diremmo, ragionevolmente, di sì. Però, a metà giugno del 1985 (i fatti in specie risalgono ad allora), ad appunto 4 anni e mezzo dalla ricordata vicenda del TOTONERO, risuona un bel “botto”. È un solo scoppio, tanto secco quanto improvviso e fastidioso.

Non un ordigno atomico, né un missile. È una semplice bomba a mano che sfascia solo un po’ di vetri nel circondario. Basta e avanza, tuttavia, per ricreare nella gente una sensazione grave e greve: quella del «ci risiamo con le partite truccate», con tutto quel che segue. Veniamo ai fatti.

Siamo in Serie B e, alla fine del campionato, manca solo l’ultima giornata in programma per il 16 giugno. Alla vigilia del turno conclusivo la seconda metà della classifica recita: Monza, Bologna, Cesena e Sambenedettese 35 punti; Arezzo, Campobasso e Catania 34; Cagliari, Varese e Padova 33; Parma 25; Taranto 23.

Ricordiamo che all’epoca la vittoria vale ancora 2 punti. Poiché retrocedono 4 squadre, ne consegue che il Parma e il Taranto sono già spacciati. Lotta terribile, invece, per decidere le altre due squadre che scendono in C-1. Vediamo allora cosa succede all’ultima giornata.

Cade subito la testa del Varese che perde sul campo del Perugia al quale, tuttavia, il successo non basta per salire sull’autobus della Serie A. Il Varese, perciò, resta a 33 punti e retrocede. Il Campobasso, in casa, vince sulla Triestina che ha solo velleità di promozione, mentre la Sambenedettese si salva andando a pareggiare sul terreno del già retrocesso Parma.



Bologna e Cesena non hanno bisogno di “combinare” lo scontro diretto. La classifica suggerisce di... non farsi male. E infatti pareggiano, salgono entrambe a quota 36 e si mettono fuori tiro. Idem per Monza-Lecce: il logico pareggio salva i brianzoli e promuove in A il Lecce. Meglio di così… Caso analogo, anche se con qualche rischio in più, a Pisa per Pisa-Arezzo: segno «X», Pisa in A, e Arezzo salvo a spese del Cagliari che, in casa, non schioda lo 0-0 contro il Catania (che pure ha bisogno almeno di un punto) e segue quindi, per il momento, la stessa sorte del Varese, ossia la retrocessione. Rimane la partita che ci interessa, Taranto-Padova.

A quanto pare, un mese prima, il 13 maggio 1985, il giocatore del Taranto, Giovanni Sgarbossa, raggiunge il suo paese, San Martino di Lupari, provincia di Padova, per votare alle elezioni Amministrative. Nell’occasione viene avvicinato dal vicepresidente del Padova, Zarpellon, il quale si informa: «Se all’ultima giornata ci servissero due punti, ci dareste una mano?». Sgarbossa risponde che ne dovrà parlare con qualche compagno di squadra.

Domenica, 9 giugno, è Sgarbossa a chiamare Zarpellon, evidentemente per sondarne le intenzioni e per sapere se è ancora possibile qualche combine con relativa... “entrata”. Il dirigente prende tempo dicendo di voler attendere il risultato del pomeriggio (il Padova pareggia in casa contro il Perugia).

Senonché il giorno dopo, 10 giugno, viene esonerato Angelo Becchetti, allenatore del Taranto. Ancora tre giorni e il 13 giugno, 4 giocatori del Taranto trovano l’accordo per favorire il Padova. Sono Sgarbossa, Bertazzon, Paese e Chimenti. Ancora non si sa cosa voglia fare Frappàmpina. Della combriccola avrebbe dovuto far parte anche Becchetti che era stato “coinvolto” prima di essere esonerato. Al venerdi, 14 giugno, la comitiva del Padova raggiunge Taranto e il vicepresidente Zarpellon, che nella fattispecie fa da dirigente accompagnatore, trova modo di consegnare a Sgarbossa una prima tranche di 50 milioni, mentre altri 50 milioni saranno consegnati nella settimana successiva.

La domenica, 16 giugno, il Padova vince sul Taranto per 2-1 (reti di Sorbi e Da Re nel I tempo contro quella tarantina di Formoso a 11’ dalla fine). In virtù di questo risultato, il Padova sale a quota 35 punti e, almeno per il momento, si salva. Non c’è però molto tempo per gioire di questo successo. Infatti il giorno successivo, 17 giugno, l’allenatore Becchetti presenta una denuncia di illecito all’Ufficio Inchieste della Federazione. Poi ne chiama al telefono il Capo, il dottor Corrado De Biase, e gli dice di avere appuntamento con Sgarbossa, a Pesaro, per 2 giorni dopo, mercoledì 19 giugno.

De Biase incarica di recarsi all’incontro uno dei suoi uomini, Manin Carabba, un vero esperto di inchieste calcistiche. Questi diventa interprete di una scena da film poliziesco. Assiste infatti al “meeting” fra Becchetti e Sgarbossa nascosto nell’auto dell’allenatore, il quale a sua volta registra l’intera conversazione con il giocatore. Sgarbossa consegna 9 milioni a Becchetti e dice di aver già fatto lo stesso con i colleghi Chimenti, Frappàmpina, Paese e Bertazzon.

Il 19 giugno, giovedì (da notare i ritmi serrati di tutta la vicenda, «ndr») Sgarbossa viene convocato a Coverciano. Si trova davanti alla deposizione del Becchetti e alla registrazione della loro conversazione. In breve: è incastrato. Non bastasse, il buon Manin Carabba li ha visti. Sgarbossa non può che confessare il tutto, con tanto di nomi dei complici e del mandante.

Nei giorni immediatamente successivi, diciamo fra il 22 e il 26 giugno, si registra la confessione del giocatore del Taranto Bertazzon, mentre i suoi colleghi Paese, Chimenti e Frappampina negano di essere coinvolti nell’illecito. Ogni coinvolgimento è negato anche dal presidente e dal vicepresidente del Padova, Pilotto e Zarpellon.

Inevitabile, quindi, il deferimento alla Commissione Disciplinare in data 28 giugno, venerdì.

Una ventina di giorni dopo, il 19 luglio, arriva la pressocché scontata “stangata” della Commissione Disciplinare. Nei particolari:

1) retrocessione del PADOVA in Serie C-1 (con ripescaggio del Cagliari);

2) inibizione di 5 anni per il dirigente del Padova, Angelo Zarpellon;

3) squalifica di 5 anni per i giocatori del Taranto Giovanni Sgarbossa, Vito Chimenti, Fabrizio Paese e Angelo Frappàmpina;

4) squalifica di 30 mesi per il giocatore del Taranto Dino Bertazzon;

5) assoluzione per il Presidente del Padova Ivo Pilotto



Il pranzo è servito, in tutto conforme a quel che ci si poteva aspettare, a cominciare dai sia pure tenui “distinguo” operati dall’organo giudicante.

La sentenza, del resto, dice chiaramente che è stata accertata, al di là di ogni possibile dubbio, la piena responsabilità di Zarpellon, Chimenti, Paese, Frappàmpina, Bertazzon e di Sgarbossa il quale, nel rigoroso rispetto di un copione preordinato, prima del processo sportivo aveva annunciato di volersi rivolgere a un avvocato di fiducia per tutelare la propria onorabilità.

A proposito di avvocati, risultano assai avveduti, in fin dei conti, i difensori di Dino Bertazzon. Avevano capito che per gli imputati non c’era scampo e avevano consigliato al proprio assistito di scegliere la via del pentimento in maniera da sperare in una qualche positiva clemenza. Erano stati in un certo modo ripagati, se è vero che Bertazzon subisce metà della squalifica inflitta agli altri colleghi co-imputati.

Per il resto definiremmo “logiche” sia la retrocessione in C-1 del Padova (per responsabilità oggettiva) sia le squalifiche di 5 anni (la sanzione massima) inflitta ai tesserati dello stesso Padova (Zarpellon) e del Taranto (4 giocatori).

Sorprendente appare l’assoluzione del presidente del Padova, Ivo Pilotto. La sentenza, tuttavia, spiega che gli elementi raccolti non sono bastati a convincere i giudici della responsabilità del dirigente.

Laddove nei guai è finito il Padova come società, ma non per colpa di Pilotto, bensì di Angelo Zarpellon, protagonista – come abbiamo visto – dei colloqui e delle intese con Sgarbossa. Lo stesso Sgarbossa, fra l’altro, dopo avere in precedenza raccontato ogni cosa, durante l’udienza compie un risibile tentativo di retromarcia. Cerca, cioè, di scagionare Zarpellon dicendo di averne fatto il nome per nascondere l’identità della persona con la quale aveva realmente avuto i... “delittuosi” colloqui e finendo per compromettere il tutto definitivamente.

L’ultimo, letale colpo – diciamo così – al piatto della bilancia lo dà il tenace, quanto incomprensibile, atteggiamento di assoluto diniego scelto da Chimenti, Paese e Frappàmpina. Una “negativa” del tutto deleteria che, infatti, alla fine ottiene la massima severità dei giudici, i quali, come riferito, trattano assai meglio Dino Bertazzon (che però aveva ammesso ogni cosa).

Quanto all’allenatore tarantino Becchetti, era nelle aspettative che gli fosse addebitata quanto meno la «ritardata denuncia», oltre tutto per aver ricevuto 9 milioni da Sgarbossa (somma poi consegnata agli inquirenti). La sentenza, comunque, propone una valutazione precisa. In breve: sebbene presentata in ritardo, la denuncia sporta dal Becchetti ha permesso di avviare le indagini e scoprire ogni cosa. Quindi ritardo sì, ma contenuti basilari.

Quello appena raccontato è un “caso” tanto semplice, quanto allarmante. Così com’è solare – se ci passate il termine – la lucida stupidità che impregna i protagonisti.

Forse alla fine del campionato avrò bisogno di 2 punti. Ho la comodità di dover giocare l’ultima partita con chi è già retrocesso. Un po’ di soldi e mi assicuro il bottino. Ai signori del Padova non passa neppure per la testa che magari, chissà, la loro squadra può vincere a Taranto da sola, senza incentivi o intrallazzi. No! Si parte da un presupposto diverso: «Tanto al Taranto i punti non servono».

Tutto il resto viene da sé ed è altrettanto stupido: non è vero, non ho preso soldi, non lo conosco, era un’altra persona, se c’ero dormivo eccetera. Sono gli aspetti miseri e squallidi di una vicenda che, se non fosse per le conseguenze, sarebbe poco più che banale.

L’aspetto serio è un altro. L’abbiamo scritto poc’anzi: caso allarmante, tenuto conto delle clamorose vicende di quasi cinque anni prima. Ci risiamo con le partite truccate, hanno ricominciato, forse non hanno mai smesso, il lupo perde il pelo ma non il vizio e via così. Reazioni “logiche”, naturali.

In effetti non c’è da stare allegri. In fondo stiamo pur sempre parlando del campionato di Serie B e, siccome l’Ufficio Inchieste sta “lavorando” anche sulla Serie C per la partita Siena-Imperia, è logico chiedersi, per esempio, se per caso le cose non siano rimaste come prima con la differenza che si scelgono campionati meno importanti per dare meno nell’occhio.

E ancora: chi può dire che nel campionato di Serie B non siano state “manomesse” altre partite? E la Serie A è ancora “pulita”? In fondo può darsi benissimo che il Padova sia finito male solo perché qualcuno (l’allenatore Becchetti) ha aperto bocca. Non è possibile che un’omertà diffusa copra – o abbia coperto – altre magagne? Dati i precedenti non si può escludere nulla ed è questo che legittima i dubbi, aumenta il disagio generale e accentua questa nuova crisi di credibilità.

In ogni caso, al di là di tutto e della relativa amarezza, sono da ricordare i diversi progetti di legge, a varie firme, per inserire la truffa sportiva fra i reati penali. Appunto: “progetti”, cioè “teorie”, “parole”, “intenzioni” (scegliete pure il vocabolo che vi sembra più adatto). Progetti nati qualche anno prima, sull’onda emotiva della vicenda “Totonero” e lasciati ammuffire in qualche scaffale o cassetto di Montecitorio, nella convinzione, magari, che il mondo del calcio non ci sarebbe ricascato.
Non sarà così, purtroppo. E lo vedremo meno di un anno dopo.

PAOLO CARBONE, Il pallone truccato

1980 - Una parola nuova: TOTONERO

Chi scrive vi riferisce una vicenda vissuta in prima persona, stante il suo mestiere di cronista. Un’esperienza tuttora quanto mai viva e traumatizzante, paragonabile a un impatto violento, improvviso, incredibile.
Anche dopo molti anni, del resto, risultano intatte le sensazioni di ansia, di incredulità e di sbigottimento vissute, sul momento, davanti all’enormità di quel che stava emergendo e alle incognite legate alle più ovvie e naturali domande: dove arriveremo? quando finiranno le scoperte? quante altre persone dovremo contare? cos’altro dovremo ancora sentire?

E poi il trauma peggiore: quello di sapere in anticipo che, a parte non si sa quante squalifiche, erano inevitabili le retrocessioni “a tavolino” in Serie B della Lazio, e, soprattutto, del glorioso Milan che nessuno poteva lontanamente credere fosse direttamente implicato in un simile illecito. Non c’era bisogno di aspettare i verdetti ufficiali. La Giustizia Sportiva non lasciava margini a soluzioni differenti.

Cerchiamo adesso di mettere ordine nelle idee e nei ricordi, in maniera da esporre in modo chiaro tutta la vicenda.



* * *



È il 2 marzo 1980. Nel pomeriggio, a “S. Siro”, l’Inter di Eugenio Bersellini batte per 1-0 il Milan (rete di Oriali a 13 minuti dalla fine). In pratica, aggiudicarsi il derby significava, per l’Inter, vincere lo scudetto, perché, a 8 turni dalla fine, saliva a 8 punti il vantaggio sugli immdiati inseguitori, ossia Juventus, Milan e l’Avellino che, tuttavia, non riuscirà a rispettare fino in fondo il ruolo di “rivelazione”, come, invece, farà l’Ascoli di Costantino Rozzi (alla fine quinto).

Dunque 2 marzo 1980. La valanga si abbatte sulla testa del pubblico e degli appassionati di calcio alla sera, nel corso della «Domenica Sportiva». Nelle redazioni dei giornali si è saputo ogni cosa solo qualche ora prima.

È successo che il giorno precedente, sabato 1° marzo 1980, il signor Massimo Cruciani, assistito dall’avvocato Goffredo Giorgi, ha presentato alla Procura della Repubblica di Roma un esposto-denuncia che è un’autentica “bomba” per il calcio italiano. Si tratta, in pratica, del primo atto, o documento, ufficiale sulla oramai storica e famosa vicenda del CALCIOSCOMMESSE, o se preferite del TOTONERO.

Il documento è di quelli che fanno rizzare i capelli. Il denunciante è, per dirla in breve, uno scommettitore “beffato” dalla condotta fraudolenta di diversi giocatori di Serie A e B.

Richiamiamo qui di seguito il testo, praticamente integrale, della denuncia presentata dal Cruciani alla Procura della Repubblica di Roma, in modo che il lettore possa farsi un’esatta idea di quanto accaduto o, comunque, raccontato.



«Il sottoscritto Cruciani Massimo sottopone all’attenzione della S.V. i fatti sotto elencati che sono necessariamente scarni data l’estrema complessità della vicenda.

Verso la metà del 1979, frequentando il ristorante “LA LAMPARA” di proprietà del sig. A.T. (Alvaro Trinca, “collega” del Cruciani nell’attività di scommettitore, «ndr».) che rifornivo di frutta, ebbi modo di conoscere alcuni giocatori di calcio, fra i quali, in particolare, Giuseppe WILSON, Lionello MANFREDONIA, Bruno GIORDANO, Massimo CACCIATORI. Intervennero gradualmente, con costoro, dei rapporti di amicizia, alimentati dal mio interesse per il calcio e per le scommesse clandestine. I quattro giocatori, in proposito, mi dissero chiaramente che era possibile “truccare” i risultati delle partite, ovviamente scommettendo sul sicuro. Mi precisarono, a titolo d’esempio, che era scontato il risultato della partita (amichevole) PALERMO-LAZIO, giocata, mi pare, nel mese di ottobre 1979, attraverso l’intervento di Guido MAGHERINI, giocatore del PALERMO.

Accettai l’idea e decisi di intraprendere una serie di attività di gioco d’accordo con i suddetti giocatori e gli altri che a volta a volta, come mi si disse, si sarebbero dichiarati disponibili.

Iniziò così, per me, una vera odissea che mi ha praticamente ridotto sul lastrico ed esposto ad una serie preoccupante di intimidazioni e minacce.

Come ho già detto, tutta la vicenda è costellata di tali e tanti episodi dettagliati che, in questa sede, mi limiterò a illustrarne alcuni.

Ad esempio, successivamente alla partita PALERMO-LAZIO accennata, presi contatti con il MAGHERINI per combinare il risultato della partita TARANTO-PALERMO prevista per il 9.12.1979. In proposito il MAGHERINI organizzò il pareggio delle due squadre a patto che io giocassi sul risultato, nel suo interesse, 10.000.000 e altri 10.000.000 consegnassi a ROSSI Renzo ed a QUADRI Giovanni del TARANTO. Contrariamente ai patti, vinse il Palermo. Il MAGHERINI, a quel punto, avrebbe dovuto rifondermi i 10.000.000 giocati per lui e i 10.000.000 consegnati ai giocatori del Taranto, ma si rifiutò. Inoltre, in seguito al mancato rispetto degli accordi, ho perduto, insieme ad altri scommettitori che meglio preciserò in seguito, £ 160.000.000 presso svariati allibratori clandestini.

A seguito delle mie rimostranze, il MAGHERINI mi promise il risultato certo della partita LANEROSSI VICENZA-LECCE. Nella stessa occasione egli combinò, d’accordo con i citati giocatori della LAZIO, il risultato della partita MILAN-LAZIO (entrambe le partite ebbero luogo il 6.1.1980). Per quanto riguarda la partita LANEROSSI VICENZA-LECCE il MAGHERINI mi mise in contatto con Claudio MERLO, giocatore del LECCE, il quale ricevette da me un assegno di £. 30.000.000 assicurando la sconfitta della sua squadra.

Per quanto riguarda l’altra partita MILAN-LAZIO, i giocatori GIORDANO, WILSON, MANFREDONIA e CACCIATORI si accordarono con Enrico ALBERTOSI del MILAN affinché vincesse appunto il Milan. Per quest’ultima partita consegnai tre assegni da 15.000.000 e due da 10.000.000 a GIORDANO, WILSON, MANFREDONIA, VIOLA e GARLASCHELLI, affidandoli materialmente a MANFREDONIA. Ulteriore assegno di 15.000.000 consegnai a CACCIATORI Massimo (Lazio) il quale provvide ad incassarlo intestandolo a certo signor Orazio SCALA. Il MILAN, da parte sua, contribuì alla combine con l’invio di £. 20.000.000 liquidi che mi portò a Roma, nel mio magazzino di via (omissis) il giocatore di tale squadra Giorgio MORINI, due giorni dopo il rispettato esito dell’incontro (N.B. vittoria del Milan per 2-1).

In conseguenza dei citati accordi ed in cambio del loro contributo, WILSON, MANFREDONIA, GIORDANO e CACCIATORI mi chiesero di puntare per loro 20.000.000 sulla sconfitta della LAZIO. La vincita di lire 80.000.000, d’accordo con i quattro, anziché consegnarglieli, avrei dovuto usarli per pagare i giocatori dell’AVELLINO (Cesare CATTANEO, Salvatore DI SOMMA e Stefano PELLEGRINI) i quali avrebbero dovuto perdere contro la LAZIO la settimana successiva.

Io e altri scommettitori, in base agli accordi di cui sopra, abbiamo scommesso per l’“accoppiata” costituita dai due risultati concordati, circa lire 200.000.000: somma perduta per il mancato rispetto dell’impegno assunto dalla squadra leccese la quale ha pareggiato per 1-1.

Tutto quanto sopra costituisce solo un esempio di come si svolgessero i moltissimi episodi di cui è costellata questa storia.

Desidero peraltro precisare che le squadre coinvolte in questa storia sono anche l’AVELLINO, il GENOA, il BOLOGNA, il PERUGIA, il NAPOLI. Ciò nel senso che alcuni dei loro giocatori come PETRINI, SAVOLDI, PARIS, ZINETTI, DOSSENA e COLOMBA del BOLOGNA, AGOSTINELLI e DAMIANI del NAPOLI, Paolo ROSSI, DELLA MARTIRA e CASARSA del PERUGIA, GIRARDI del GENOA ed altri hanno partecipato ad incontri truccati percependo denaro o richiedendo, in cambio dei loro favori, forti puntate nel loro interesse.

Ci ho invece rimesso, insieme ad altri scommettitori, centinaia e centinaia di milioni per scommesse perdute in seguito al mancato rispetto di precisi e retribuiti accordi da parte dei giocatori. Preciso ancora che molti allibratori clandestini, i quali a seguito delle recenti notizie giornalistiche, hanno capito di avermi talora pagato vincite in ordine a risultati precostituiti, hanno preteso, con gravi minacce, la restituzione di circa £. 300.000.000 (da me e da altri scommettitori). Sono ormai completamte rovinato, eppure vivo ancora nel terrore di minacce e rappresaglie.

Confermo di essere a completa disposizione del S.V. riservandomi di depositare la documentazione in mio possesso, ossequi, ecc.



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Abbandoniamo i fogli sul tavolo. Leviamo gli occhialetti da lettura e, a occhi chiusi, massaggiamo la sommità del naso per una riflessione sull’enormità di quello che abbiamo davanti. In quei fogli ce n’è d’avanzo per far succedere il pandemonio che poi succederà.

Alla Procura di Roma si rendono subito conto della gravità della cosa e delle imprevedibili conseguenze. Poiché siamo a sabato, i magistrati si regolano con saggezza e chiudono il documento in cassaforte per permettere il regolare e tranquillo svolgimento delle partite del giorno dopo, senza creare i presupposti per reazioni più o meno scomposte e comunque incontrollabili. Alla domenica, in orario opportuno, ne autorizzano la diffusione tramite le agenzie di stampa.



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2 marzo 1980, domenica sera, siamo alla “Domenica Sportiva” e viene spiattellata ogni cosa fra lo stupore generale. In studio è presente Albertosi, portiere del Milan che nel pomeriggio non ha giocato contro l’Inter. Nell’esposto c’è anche il suo nome, legato a fatti assai gravi. La sua difesa è sentita, disperata, quasi commovente. «Tutte frottole, non è vero niente, tutto inventato» e così via. La sua condanna sportiva sarà una squalifica di 4 anni.

In ogni caso – facile immaginarlo – davanti a un fatto simile, scoppia in Italia una mezza rivoluzione, nella quale sguazzano a meraviglia avvocati, giuristi, persone comuni, testate giornalistiche, moralisti che difendono, moralisti che condannano, moralisti d’accatto e altra varia umanità.



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Giusto rilevare, a questo punto, che, almeno per certi versi e a certi livelli, la vicenda non giunge inaspettata. Da tempo, infatti, giravano “voci” alquanto pesanti e circostanziate sull’esistenza e sulla pratica di scommesse clandestine relative alle partite di calcio. E c’era anche la relativa spiegazione.

Si diceva, cioè, che il Totocalcio ufficiale non procurava più vincite di rilievo e, quindi, non era più un gioco appetibile. Si poteva fare di meglio. Ed era nata, così, un’organizzazione clandestina, parallela, tanto capillare quanto perfetta, priva di orpelli, semplice, efficiente, governata da una sorta di codice d’onore di rara puntualità, lealtà e (se del caso) spietatezza. Fra l’altro era lo scommettitore a decidere quanti soldi spendere, su quante e quali partite puntare, e quale tipo di gioco praticare, se cioè puntare su una partita sola, su due, oppure su tre o più (la famosa “martingala”). Quelle sono le quote delle singole partite e, se indovino, i conti sono facili e il pagamento è immediato, senza formalità.

A putiferio scoppiato, il «te l’avevo detto, io» si spreca, ma lascia il tempo che trova. Da una parte è vero che il fenomeno con tutti i suoi sussurri era stato colpevolmente sottovalutato da chi, invece, avrebbe dovuto, come minimo, preoccuparsi di più. Dall’altra, però, c’è da dire che era praticamente impossibile difendersi, cioè escogitare e praticare in poco tempo un gioco nuovo, capace di contrastare con efficacia l’ormai famoso “Totonero”. E questo sia per l’obbiettiva difficoltà, sia perché lo Stato sarà sempre e in ogni caso assai lento nell’erigere una valida difesa davanti a una qualsivoglia organizzazione clandestina regolata da norme non scritte, ben diverse da leggi e decreti, ma forse (e senza “forse” ) ugualmente efficaci ed efficienti.

Due le “Giustizie” al lavoro. Sono la Giustizia Ordinaria e la Giustizia Sportiva. Le incombenze della Giustizia Ordinaria furono, a suo tempo, illustrate molto bene da un magistrato, Alfonso Lamberti. Proviamo a riassumere.

La denuncia presentata da Cruciani è, a tratti, un po’ confusa, ma contiene senz’altro dettagli e circostanze meritevoli di severo e oculato controllo. Fra l’altro, non si può pensare a una calunnia o a una diffamazione perché nell’esposto il denunciante cita fatti, avvenimenti e persone ben precisi.

Pur senza riportare integralmente le modalità degli illeciti, il fatto storico viene delineato, nella denuncia, con sufficiente chiarezza. Ne vanno solo chiarite le dimensioni in modo da capire l’esatto ruolo svolto dalle singole persone.

Non è neppure pensabile che il denunciante, per salvarsi dalla vendetta degli allibratori, abbia coinvolto persone estranee o innocenti. Infatti, se così fosse, Cruciani incorrerebbe nelle dure conseguenze derivanti dall’avere infangato reputazione e onorabilità dei giocatori e delle rispettive società.

La denuncia, infine, non avrebbe una spiegazione logica se alla base non ci fossero almeno alcune verità storiche che Cruciani ha coraggiosamente esposto all’Autorità Giudiziaria.

Il lavoro della magistratura, dunque, parte da queste premesse.

Vediamo adesso da dove comincia il lavoro della Giustizia Sportiva. In base alla denuncia sporta da Cruciani, i “reati” sportivi sono di due tipi, e cioè:

a) aver solo “promesso” di truccare la partita, senza poi commettere l’illecito e, quindi, beffando scommettitori e allibratori;

b) aver “promesso” di truccare la partita e aver poi effettivamente mantenuto la “promessa”, così partecipando direttamente all’illecito.

A queste due eventualità corrispondono altrettante e differenti sanzioni:

1) se il giocatore, dietro compenso in denaro, ha “promesso” di truccare la gara, anche se sul campo “non mantiene” la promessa e gioca, diciamo così, “sul serio”, commette comunque grave violazione dell’Art. 1 del Regolamento di Disciplina («obbligo di mantenere condotta conforme ai princìpi di lealtà, di probità, e di rettitudine in ogni rapporto di natura agonistica, economica, sociale e morale») e va incontro a una squalifica di almeno un anno.

Se il giocatore ha scommesso sulla vittoria della propria squadra, vìola in ogni caso il citato Art. 1 e subisce una squalifica di almeno 3 mesi.

In questi due casi la società di appartenenza del giocatore non subisce alcuna sanzione.

2) se si dimostra che un giocatore ha scommesso sulla sconfitta della propria squadra, qualunque sia stato il suo comportamento in campo si vedrà contestare il reato di “illecito sportivo” di cui all’Art. 2 del Regolamento di Disciplina. In tal caso subirà la radiazione dai ruoli federali (ossia la squalifica a vita), mentre la società d’appartenenza, in virtù della famosa “responsabilità oggettiva”, subirà la retrocessione all’ultimo posto in classifica del proprio campionato.

È opportuno anche ricordare che, in base all’Art. 13, «il semplice tentativo di commettere un fatto può essere punito con una sanzione che può arrivare a uguagliare quella prevista per il fatto commesso». Ne consegue che non serve a un giocatore cercare di dimostrare di aver “solo tentato” un fatto o a una società dichiarare la propria “estraneità” a un fatto commesso da un tesserato. La responsabilità oggettiva rimane automatica.

Nota bene. Non dimentichiamo che siamo nel 1980 e all’epoca era ancora prevista la squalifica a vita di un giocatore o di un dirigente. Tempo dopo, questa sanzione sarà abolita e farà posto ad una squalifica massima di 5 anni.



Un imprevisto si verifica proprio quando l’opinione pubblica, dopo l’esposto-denuncia di Cruciani, man mano che giungono le varie “rivelazioni”, si rende conto della portata e della pesantezza dei fatti.

Succede, cioè, che la magistratura ordinaria, la quale sta indagando a livello penale, “blocca” l’inchiesta sportiva che era già cominciata.

È un’iniziativa certamente insolita e che, per molti versi, appare gratuita. Ci si chiede, infatti, che significato ha fermare un’inchiesta certamente parallela (perché relativa alla stessa materia e agli stessi fatti), ma del tutto indipendente e diversa, condotta da organi indipendenti e diversi, che rappresentano istituzioni e attività iindipendenti e diversi.

La reazione generale è ovviamente quella di un Paese come l’Italia, dove il sospetto si coltiva con lo stesso amore che i genovesi dedicano, sui propri terrazzini, al basilico per il pesto. Le polemiche ridiventano virulente. Il sospetto più... tenue è che si voglia insabbiare tutto, per togliere spazio alla Giustizia Sportiva, tradizionalmente efficace e veloce. Invece...

Invece succede qualcosa che, in verità, nessuno si aspetta.

21 giorni più tardi – Scorriamo il calendario 1980 fino al 23 marzo, altra domenica di passione. Tre settimane prima, la notizia della denuncia sulle scommesse clandestine era arrivata come un improvviso getto di acqua gelida sulla faccia di tutti. E in un attimo la gente s’era trovata di fronte a questa scoperta sgradevole, inattesa, intrisa di spiacevoli sensazioni.

Stavolta forse è peggio. In tre settimane la magistratura ha indagato, valutato, soppesato e ha poi emesso pesanti provvedimenti: ben 14 ordini di cattura e 23 ordini di comparizione. L’esecuzione degli ordini di cattura avviene, appunto, domenica 23 marzo, al termine delle partite. Solo che nessuno si aspetta che tutto avvenga in quel momento, in quel modo, con quella spettacolarizzazione in effetti, forse, eccessiva e comunque da molti condannata.

Nella nostra, personale e vastissima nastroteca, non mancano alcune decine di annate di «Tutto il calcio» e di «Domenica Sport - 2ª parte» (con commenti e interviste dagli spogliatoi). Fatale e inevitabile aver riascoltato, adesso, tanti anni dopo, i nastri di quel giorno, di quella terribile domenica. Ed è stato automatico rivivere lo sgomento che allora ci paralizzò e paralizzò gli astanti, legato anche allo stillicidio delle notizie di arresti eseguiti in diversi stadi, uno stillicidio che pareva non finisse mai, soprattutto perché nessuno poteva sapere che gli ordini di cattura da eseguire erano ben 14. Un incubo infinito.



«Gli spogliatoi di S. Siro sono bloccati da più di tre quarti d’ora dalla Finanza che non fa entrare assolutamente nessuno Noi abbiamo visto transitare Albertosi accompagnato da un milite della Finanza in divisa e da due personaggi in borghese. Per il resto off-limits per tutti e quindi non posso ovviamente avvicinare i protagonisti. La gente è ancora fuori e aspetta per sapere cosa stia accadendo di preciso.»



Questo il primo (testuale e stenografico) intervento di Ciotti da Milano dove il Torino ha battuto il Milan per 2-0. Poco dopo Claudio Ferretti chiede la linea dall’Olimpico dove ha assistito a Roma-Perugia (4-0 per la Roma). Ferretti (testuale):



«Vi chiedo intanto scusa per il fiatone. Vi parlo dalla postazione dalla quale trasmettiamo di norma la partita e non dalla postazione degli spogliatoi perché le porte degli spogliatoi sono tuttora chiuse. Tutti i colleghi della stampa sono rimasti fuori. Nessuno può entrare. Naturalmente si sono subito diffuse voci che definiremmo preoccupanti, legate alle vicende che in questi giorni stanno sconvolgendo il mondo del calcio. Mi sembra che in questo momento, per correttezza, per discrezione, non si debbano riportare queste voci fino al momento in cui queste voci non diventeranno fatti. Per ora posso solo aggiungere che dalla postazione in cui mi trovo adesso, in alto, sul campo, vedo un taxi e un’auto della Polizia fermi sulla pista, davanti al tunnel degli spogliatoi.»



Con il passare dei minuti arrivano sempre maggiori particolari e si va sempre meglio delineando il triste quadro da tutti temuto. Sono gli effetti della denuncia-choc di 20 giorni prima.



La conferma arriva da Milano, per bocca di Sandro Ciotti:



«Sono riuscito ad entrare negli spogliatoi e posso riferire dei dati di fatto. Il presidente del Milan, Colombo, e i giocatori del Milan Albertosi e Morini sono stati, ecco, non voglio usare altre parole, diciamo sono stati invitati a seguire alcuni militi della Guardia di Finanza ed è chiaro che ora dovranno rispondere a qualche domanda».



È la prima comunicazione con nomi e cognomi. Poco dopo ne arriva un’altra, da Guglielmo Moretti il quale, da studio, legge un dispaccio di agenzia:



«Il giocatore della Lazio, Lionello Manfredonia, è stato arrestato a Pescara, al termine della partita Pescara-Lazio alla quale aveva assistito da semplice spettatore perché squalificato. L’accusa è di truffa. A quanto pare, sarebbero pronti altri 3 ordini di cattura a carico di altrettanti giocatori della Lazio. Anche per loro l’accusa è di truffa.»



Ancora poco tempo ed ecco di nuovo Claudio Ferretti che è potuto entrare negli spogliatoi dell’Olimpico.



«Non posso fare ufficialmente i nomi, ma sembrerebbe che siano stati eseguiti ordini di cattura riguardanti due giocatori del Perugia. Si tratterebbe di Casarsa e Della Martira».



Da Avellino si fa vivo Enzo Foglianese che aveva seguito il pareggio (2-2) fra Avellino e Cagliari, e che, in un primo momento, aveva sottolineato la diffusa tranquillità dell’intero ambiente. Dice Foglianese:



«Qui ad Avellino sembra sia stato arrestato il giocatore irpino Stefano Pellegrini. Dopo un po’ che la squadra era rientrata negli spogliatoi, ci si è chiesti dov’era finito Pellegrini e qualcuno ha precisato di avere visto il giocatore allontanarsi in mezzo a due ufficiali della Guardia di Finanza.»



Più tempo passa e più la lista sembra non finire mai. Da Pescara arriva la notizia dell’arresto, oltre che di Manfredonia, anche di Cacciatori, Wilson e Giordano. A Genova stessa sorte per il portiere del Genoa, Girardi, e a Palermo per Magherini, prelevato nell’intervallo della partita Palermo-Atalanta, alla quale stava assistendo da spettatore perché infortunato.

Inutile negarlo: questo turbine aveva stordito tutti. E ancor più stordirà l’assistere, sul posto o in TV, all’arrivo, la domenica sera, al carcere romano di Regina Coeli, dei giocatori arrestati, in auto, con le manette, fra ufficiali e militi della Finanza, lo sguardo fisso, spesso perso, nel vuoto.

E poi la morbosità nelle sue diverse espressioni, dalle foto scattate cogliendo i due o tre attimi “buoni”, a veloci colloqui con qualche guardia e all’ascolto di quella efficientissima emittente che è “Radio-carcere” per sapere delle inevitabili incombenze carcerarie, dall’immatricolazione all’ingresso nelle celle che devono essere quelle cosiddette “d’isolamento” (uguali alle altre, ma senza televisore) per non avere in alcun modo contatti con l’esterno, per finire all’atmosfera e alle diverse reazioni una volta a contatto con una simile realtà.

Ricordiamo, a questo punto, che tutta la vicenda è stata affidata dalla Procura di Roma ai Sostituti Vincenzo Roselli e Ciro Monsurrò. I due magistrati ci hanno messo una ventina di giorni (dal 2 al 22 marzo 1980) per tirare le loro conclusioni ed emettere questi provvedimenti:



14 ordini di cattura a carico dei seguenti giocatori:



4 della Lazio Cacciatori, Giordano, Manfredonia, Wilson

3 del Perugia Casarsa, Della Martira, Zecchini

2 del Milan Albertosi, Giorgio Morini

1 dell’Avellino Stefano Pellegrini

1 del Genoa Girardi

1 del Lecce Merlo

1 del Palermo Magherini

1 dirigente il Presidente del Milan, Felice Colombo



23 ordini di comparizione a carico dei seguenti giocatori:



6 del Bologna Colomba, Dossena, Paris, Petrini, Savoldi, Zinetti

4 dell’Avellino Cattaneo, Di Somma, Cordova, Claudio Pellegrini

4 del Taranto Massimelli, Petrovic, Quadri, Renzo Rossi

2 della Lazio Garlaschelli, Viola

2 del Napoli Agostinelli, Damiani

2 del Palermo Ammoniaci, Brignani

1 del Perugia Paolo Rossi

oltre a Marino Perani, allenatore del Bologna e Cesare Bartolucci, amico del denunciante Massimo Cruciani.



In tutto, quindi, 37 persone. Dovere di cronaca impone di ricordare che in tutta la storia appare fugacemente anche il nome della Juventus, solo che poi a carico della società bianconera tutto risulterà alquanto labile, inconsistente e poco circostanziato.

In precedenza abbiamo ricordato le premesse della Giustizia Ordinaria e di quella Sportiva. Cerchiamo adesso di spiegare, in breve, come e perché i Sostituti sono arrivati a tali provvedimenti. In proposito ci viene in soccorso ancora una volta il magistrato Alfonso Lamberti.

Va intanto detto che per tutti il punto di partenza è l’imputazione di truffa, la quale si verifica allorquando «una o più persone, con artifici o raggiri, inducendo taluni in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno».

La truffa, così descritta, diventa truffa aggravata se:

a) il fatto è commesso in danno di un Ente Pubblico;

b) quando vi hanno concorso cinque o più persone;

c) quando è stato procurato un danno patrimoniale di rilevante gravità.

Questo è quanto prevede il Codice Penale. Se accostiamo queste norme a quanto riferito nella denuncia del Cruciani, non occorre essere esperti di diritto per accorgersi che gli estremi della truffa aggravata ci sono (o ci sarebbero) tutti. Ed è anche chiaro che i due Sostituti, Roselli e Monsurrò, nei 20 giorni prima ricordati, hanno ricevuto dalle indagini riscontri tali da non avere ulteriori dubbi.

Da aggiungere, poi, che per il reato di truffa aggravata non è “obbligatorio” l’ordine di cattura. Una decisione simile è affidata alla “discrezione” del magistrato. In altri termini, il giudice può lasciare l’imputato a piede libero oppure può deciderne l’arresto. Se si verifica questa seconda ipotesi, il provvedimento che priva l’accusato della libertà personale trova la sua motivazione nelle «qualità morali della persona e nelle circostanze del fatto».

Nel nostro caso, decidendo per gli ordini di cattura, evidentemente i due magistrati hanno considerato necessaria la “custodia preventiva”, vale a dire la carcerazione prima della condanna, per evitare – questa la loro opinione – che gli imputati, rimanendo in libertà, potessero, da soli o in concorso con altri, intralciare il corso della giustizia e ostacolare l’accertamento della verità (vulgo: inquinare le prove).

A tutta prima potrebbe anche sembrare che i magistrati abbiano usato due pesi e due misure. Per tutte le 37 persone l’imputazione è “truffa aggravata”, ma il provvedimento di arresto (carcerazione preventiva) è stato adottato solo per 14 soggetti, mentre per gli altri 23 è stato disposto solo un “ordine di comparizione”. Come mai ? La spiegazione è semplice.

L’ordine di cattura trova la sua motivazione nei ruoli più specifici e più gravi o cruciali svolti dagli arrestati. Invece il semplice ordine di comparizione indica o che gli imputati hanno svolto compiti e ruoli secondari, ovvero che hanno tenuto un comportamento di leale collaborazione. In altri termini, a queste persone non si possono ricondurre i punti-chiave dell’indagine.

Non è difficile, a questo punto, delineare prospettive e programmi. I due Pubblici Ministeri, Roselli e Monsurrò, hanno davanti un bel “tour de force”, visto e considerato che:

- devono interrogare tutti gli arrestati;

- devono poi procedere a confronti diretti fra loro mettendo in preventivo più che probabili contrasti;

- devono anche mettere gli arrestati a confronto con Cruciani e con Trinca (il quale non ha presentato la denuncia, ma ormai si sa che c’è dentro fino al collo, proprio come Cruciani);

- devono infine interrogare tutte le persone che gli avvocati chiameranno in causa al fine di scagionare i propri assistiti.

Può anche accadere che, dopo gli interrogatori, gli imputati arrestati chiedano ai due P.M. di formalizzare l’istruttoria, cioè di passare tutti gli atti al Giudice Istruttore.

Un’ipotesi del genere appare assai probabile perché la legge prescrive tale procedura quando le indagini si presentano lunghe e complesse, proprio come quelle relative al caso delle scommesse clandestine.

Tutto questo significa che si prevedono tempi ragionevolmente lunghi e, per gli arrestati, si prospetta la prassi costante della libertà provvisoria, fermo restando che, quando il P.M. ha emesso l’ordine di cattura, difficilmente lo revoca dopo pochi giorni perché il grave provvedimento trae origine, come abbiamo rilevato, dalla gravità giuridica e morale del reato commesso. Oltre tutto, nell’ordine di cattura si legge testualmente che “sono emersi sufficienti indizi di colpevolezza”, senza che – beninteso – questo significhi “piena responsabilità”, considerato che un giudizio del genere spetta solo al Tribunale.

I magistrati fanno fronte al loro “tour de force” con tempi tutto sommato brevi, se è vero, com’è vero, che gli “illustri arrestati” rimangono in carcere per 10 giorni, periodo lungo o corto secondo i punti di vista.

L’uomo della strada magari segue con una certa difficoltà il lavoro dei magistrati, ma sa che sicuramente la Giustizia Sportiva colpirà duro. La quale Giustizia Sportiva, nel frattempo, autorizzata dalla magistratura, ha ripreso il suo lavoro. Il primo provvedimento è automatico: la sospensione cautelare degli interessati. Ormai sembra praticamente sicura la retrocessione di Lazio, Milan, Avellino e Perugia e fosche previsioni si fanno sulle squalifiche che pioveranno sui giocatori implicati.

Difficile, a questo punto, e forse anche inutile, riferire passo passo i fatti, i particolari, le testimonianze, le ammissioni e le ritrattazioni che arricchivano quotidianamente tutta la storia, alimentando stupore e disappunto, la rabbia di alcuni, l’umorismo e il gusto della battuta di altri, i più o meno boriosi atteggiamenti di superiorità di finti superuomini, che si erano gratuitamente autocollocati sul baricentro di un triangolo fatto di superiorità, menefreghismo e commiserazione, convinti di poter guardare il mondo dall’alto in basso.

Giusto comunque non dimenticare che, quanto a velocità, fra Giustizia Ordinaria e Giustizia Sportiva non c’è match: vince a mani basse la seconda, fatta di poche norme, sintetiche e spietate, di presupposti che è inutile discutere e di una velocità addirittura proverbiale. Voliamo allora alle conclusioni.



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La Giustizia Sportiva ha due gradi: quello della Commissione Disciplinare e quello, definitivo e inappellabile, della Commissione d’Appello Federale (C.A.F.), da tutti chiamata la “Cassazione del Calcio” proprio per il carattere definitivo dei suoi deliberati.

Il responso della Commissione Disciplinare arriva verso la metà di giugno del 1980. Quello della C.A.F. sopraggiunge una quarantina di giorni dopo, verso la fine di luglio. Ed è questo secondo giudizio che citiamo, sia perché è quello definitivo, sia perché conferma nella maggior parte le decisioni già prese nel giudizio di primo grado, sia pure con alcune variazioni che tuttavia non cambiano la sostanza dei provvedimenti.

Vediamo allora le sanzioni sportive definitive.



In Serie A:



LAZIO e MILAN retrocessione in Serie B

AVELLINO, BOLOGNA e PERUGIA penalizzazione di 5 punti da scontare nel successivo campionato di Serie A



COLOMBO (Presidente Milan) inibizione definitiva (squalifica a vita)

PELLEGRINI Stefano (Avellino) squalifica al 27.03.1986 (6 anni)

CACCIATORI (Lazio) e DELLA MARTIRA (Perugia) squalifica al 27.03.1985 (5 anni)

ALBERTOSI (Milan) squalifica al 27.03.1984 (4 anni)

PETRINI e SAVOLDI (Bologna) squalifica al 06.11.1983 (3 anni e 6 mesi)

GIORDANO e MANFREDONIA (Lazio) squalifica al 27.09.1983 (3 anni e 6 mesi)

WILSON (Lazio) e ZECCHINI (Perugia) squalifica al 27.03.1983 (3 anni)

ROSSI Paolo (Perugia) squalifica al 29.04.1982 (2 anni)

CORDOVA (Avellino) squalifica al 06.07.1981 (1 anno e 2 mesi)

MORINI Giorgio (Milan) squalifica al 31.03.1981 (1 anno)

CHIODI (Milan) squalifica al 31.10.1980 (6 mesi)

NEGRISOLO (Pescara) squalifica al 30.11.1980 (5 mesi)

MONTESI (Lazio) squalifica al 30.09.1980 (4 mesi)

DAMIANI (Napoli) squalifica al 31.08.1980 (3 mesi)

COLOMBA (Bologna) squalifica al 06.08.1980 (3 mesi)



In Serie B:



PALERMO e TARANTO penalizzazione di 5 punti da scontare nel successivo campionato di Serie B

MAGHERINI (Palermo) squalifica al 27.09.1983 (3 anni e 6 mesi)

MASSIMELLI (Taranto) squalifica al 06.05.1983 (3 anni)

MERLO (Lecce) squalifica al 27.03.1981 (1 anno)





A titolo di cronaca, ricordiamo che la C.A.F. ha raddoppiato le condanne inflitte dalla Disciplinare a Giordano e a Manfredonia (da 21 a 42 mesi). Albertosi e Cacciatori erano stati squalifica a vita e sono invece passati a una squalifica a tempo, in ogni caso ugualmente gravissima e conclusiva delle loro carriere.

Per Paolo Rossi, infine, pena ridotta di un anno. La squalifica terminerà alla vigilia del Mondiale ’82, che poi andrà come andrà con annessa felicità di tutti.

Il verdetto definitivo arriva quando mezza Italia è in ferie. In montagna e sulle spiagge non si parla d’altro. Al di là di ogni altra considerazione, comunque, è evidente che, in prospettiva, il costo di tutto questo “scherzo” sarà assai pesante in termini puramente tecnici e in termini di credibilità. Sarà magari impossibile arrivare a una quantificazione precisa, ma non c’è dubbio che il calcio è stato abbandonato da tanti appassionati “tiepidi” (l’appassionato “sanguigno”, bene o male, finisce con l’adattarsi).

Come se non bastasse, deve ancora celebrarsi il processo ordinario e staremo a vedere cosa verrà fuori dal Tribunale.



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La Giustizia Ordinaria – Ci trasferiamo nel mese di dicembre 1980, dieci mesi dopo la presentazione della denuncia sporta da Cruciani. Tempi abbastanza veloci, tenuto conto di tutto.

Il P.M. Ciro Monsurrò, al termine della requisitoria, presenta le sue richieste. Il totale dice di oltre 42 anni di carcere. Le richieste più pesanti (2 anni e 6 mesi) riguardano Cruciani, Trinca e Magherini, mentre 2 anni Monsurrò chiede per Stefano Pellegrini e Merlo. Le richieste di assoluzione sono una decina, quasi sempre per insufficienza di prove.

La sentenza arriva nell’imminenza del Natale. È del tutto inaspettata. La riportiamo integralmente, evitando di trascrivere il lungo elenco di nomi che, è bene precisarlo, comprende tutte le persone coinvolte, nessuna esclusa, che, a questo punto, diamo per conosciute:



Il Tribunale di Roma, Presidente BATTAGLINI, Giudici a latere VIGLIETTA e SERIACO, nell’udienza del 22 dicembre 1980 ha pronunciato la seguente sentenza:

- Visti gli Artt. 483 e 488 C.P.P. dichiara Cruciani Massimo responsabile del reato ascrittogli al capo m) della rubrica e lo condanna alla pena di £. 300.000 di multa e al pagamento delle spese processuali;

- visto l’Art. 479 C.P.P. assolve Magherini Guido dall’imputazione di cui al capo d) per insufficienza di prove e Merlo Claudio dalla stessa imputazione per non aver commesso il fatto;

- visto l’Art. 479 C.P.P. assolve (segue un elenco di 38 nomi, «ndr») dai reati loro rispettivamente ascritti perché «il fatto non sussiste».



In tutta Italia, non solo a Roma o nell’aula del Foro Italico, la sorpresa è un boato spaventoso. Erano in tanti a temere, o ad augurarsi, condanne assai dure per gli “eroi della domenica” e invece... tutti a casa.

Non basta. Tutti, indistintamente, i “non addetti ai lavori”, la gente comune, l’uomo della strada cadono in un colossale equivoco dovuto all’enunciazione della formula assolutoria.

Spieghiamo. Per la gente l’espressione «perché il fatto non sussiste» equivale alla frase «(assolti) perché non hanno fatto niente». E naturalmente scoppia un altro putiferio perché si stenta a credere che la magistratura possa chiudere gli occhi davanti a una così diffusa compravendita di partite.

Ci vuole del bello e del buono per far capire a gran parte dell’opinione pubblica che le cose stanno in tutt’altro modo. Siamo, cioè, davanti a un’impeccabile espressione di gergo giuridico che magistrati e avvocati conoscono benissimo. In questa espressione, la parola “fatto” equivale a “fatto o comportamento penalmente rilevante”. Ne consegue che la formula dell’assoluzione (come già detto: impeccabile) equivale all’espressione «assolti perché i fatti da loro commessi non sono previsti come reati dal codice penale».

Quindi non è che gli interessati non hanno fatto niente. Al contrario, hanno sicuramente fatto qualcosa. Solo che questo “qualcosa” non ha alcun rilievo agli effetti del Codice Penale e non è riconducibile ad alcuna ipotesi delittuosa.

La spiegazione è semplice. Nell’anno di grazia 1980 non esiste il reato di frode e truffa sportiva. Questa lacuna è stata colmata solo in epoca successiva. In quel momento, però, si poteva ragionare solo in una maniera.

Traduciamo il tutto in un linguaggio terra-terra. Tre giudici presieduti da Battaglini. Posizione del signor Magherini. Sì, certo, ha intascato quattrini, ha assicurato la sconfitta, o il pareggio, della sua squadra, ha anche detto di essere d’accordo con alcuni giocatori avversari. Tutto questo è sicuro, sacrosanto, più che provato eccetera. Benissimo. Domanda: dove sta scritto che tutto questo è reato? Qual è la norma specifica che si deve applicare, con la relativa pena? Risposta: la norma non c’è. E quindi non è neppure pensabile che una persona sia condannata in base a una norma che non esiste (oltre tutto, quale sarebbe la pena?).

In altri termini, se – nel 1980 – con artifici e raggiri, induco una persona in errore e la convinco ad acquistare come d’oro un orologio che invece è una patacca e me lo faccio anche pagare, traendo dunque un profitto e, perciò, danneggiando la controparte, è truffa bella e buona. Ma se, al posto dell’orologio, vendo, o compro, una partita di calcio, non mi succede niente. Nell’anno 2000, invece, qualche guaio mi arriverebbe sulla testa di sicuro.

Tutta la vicenda, dunque, si consegna agli archivi. La traccia, diciamo così, visibile, è quella lasciata, su annuari e almanacchi, dalle squalifiche che la Giustizia Sportiva ha elargito a piene mani (anche se, poi, scontate solo in parte e vedremo perché).

La traccia impalpabile è quella, intrisa di amarezza, lasciata dalla sentenza del Tribunale. Esattamente nove mesi prima (il 23 marzo) il calcio aveva dovuto aprire le porte dei propri stadi a ufficiali e militi della Guardia di Finanza che si erano presentati «in nome della legge». La quale legge, dopo aver esibito la parte triste di sé, nove mesi più in là (il 22 dicembre) aveva scoperto, e sancito in una sentenza, di non avere... titoli per intervenire.

Non a caso gli stessi magistrati avevano sottolineato la grave lacuna dei codici attribuendone la colpa al potere politico, cioè a un legislatore fino ad allora inerte e solo dopo diversi anni capace di varare una normativa ad hoc sulla truffa sportiva. Insomma, i protagonisti intesi come “cives”, semplici cittadini, avevano dovuto subire trattamenti pesanti e un processo finto perché del tutto privo di presupposti per una pena. Invece, come “atleti”, cioè cittadini del mondo dello Sport, avevano pagato un conto pesante. Da tale raffronto la Giustizia Ordinaria usciva con le ossa rotte, laddove il mondo dello Sport in genere, e quello del calcio in particolare, recuperavano una buona fetta di credibilità.

Della vicenda restavano – e sono rimasti – i ricordi sgradevoli, gli arresti, i blitz, le manette e, soprattutto, diversi giocatori condannati alla... tribuna.

La svolta arriverà in seguito. Impensabile nell’immediato, ma storicamente acquisita. All’incirca un anno e mezzo dopo, l’11 luglio 1982, gli azzurri vinceranno a Madrid il titolo mondiale, guidati da Paolo Rossi, uno degli squalificati più illustri e famosi che, quasi in obbedienza a una regìa della storia, aveva terminato di scontare la sua pena un mese prima di partire per la Spagna. Enzo Bearzot lo aveva inserito nella lista dei 22 per il Mondiale, e “Pablito” lo aveva ripagato nella maniera migliore, segnando 6 reti che non servirono solo per arrivare al terzo titolo mondiale e dare così altro lustro al calcio italiano, ma che furono senza dubbio di assoluto beneficio per i colleghi ancora appiedati dalle squalifiche.

Al contrario della Legge, il Calcio aveva sì condannato, ma era stato anche capace di risorgere: intanto con una vittoria storica, e poi con il recupero dei rei, le squalifiche dei quali furono cancellate o abbreviate.

PAOLO CARBONE, Il pallone truccato