Stavolta sarà impossibile – come abbiamo fatto finora – esporre tutta la vicenda guidati da quell’ordine cronologico che, nella maggior parte dei casi, è sempre il miglior sistema per avere le idee chiare e, quindi, per comprendere appieno lo svolgersi dei fatti.
La spiegazione è semplice. I protagonisti, le semplici comparse, i fatti, gli episodi, le verità e le bugie sono talmente tanti e il loro intreccio è così complicato che se ne potrebbe venire a capo, e con fatica, solo dopo gli anni necessari per leggere qualche quintale di documenti.
Poiché, però, un racconto da qualcosa deve pur cominciare, nel nostro caso il punto di partenza è una schedina del Totocalcio, quella del 12 gennaio 1986, concorso n. 26. All’epoca erano frequenti talune lamentazioni: le colonne vincenti da indovinare – si diceva – sono ormai assai facili, il segno «2» (quello che contribuisce al rialzo delle quote) scarseggia e, quindi, le vincite settimanali sono basse. E infatti proprio in quella stagione (1985-86) il montepremi stava registrando un sensibile calo rispetto ai campionati precedenti.
Al CONI, gestore del gioco, nell’intento di creare nuove difficoltà per i “sistemisti”, avevano avuto l’idea di “mischiare” le tredici partite della schedina, anziché conservare l’elencazione tradizionale, che prevedeva prima le partite di Serie A (che all’epoca erano 8), poi le tre di Serie B e infine le due di Serie C. Ecco, dunque, la schedina del gennaio ’86 poc’anzi ricordata e i relativi esiti:
Fiorentina-Torino 0-0 X
Palermo-Sambenedettese 0-0 X
Udinese-Roma 0-2 2
Pescara-Vicenza 0-0 X
Juventus-Como 0-0 X
Torres-Alessandria 0-0 X
Verona-Avellino 2-0 1
Livorno-Taranto 0-0 X
Lecce-Milan 0-2 2
Perugia-Bologna 2-0 1
Napoli-Pisa 0-1 2
Inter-Atalanta 1-3 2
Bari-Sampdoria 0-0 X
Niente da dire: aveva ragione chi lamentava la scarsa frequenza del segno «2». Stavolta nella colonna vincente ce ne sono ben quattro. In senso strettamente tecnico, non impressionano più di tanto i successi della Roma a Udine e del Milan a Lecce. I “botti” veri e fragorosi, viceversa, risuonano a “San Siro”, dove l’Atalanta (calibro medio-basso) le ha suonate di santa ragione nientemeno che all’Inter, e, soprattutto, al San Paolo di Napoli, dove il Pisa, ossia una pari-grado dell’Atalanta, fa la festa alla squadra di Bagni, Pecci, Giordano e – udite udite – Maradona.
Una sorpresa, inoltre, viene anche da Torino: la Juve capolista s’incarta sullo 0-0 con il Como. Aggiungiamo anche che nella colonna vincente ci sono soltanto un paio di segni «1» (quelli per consuetudine più frequenti), mentre figurano ben 7 segni «X», fra l’altro – curiosamente – corrispondenti ad altrettanti 0-0. Insomma una colonna inusuale e non facile da indovinare.
Prova del nove: la quota è di nuovo miliardaria. Non succedeva da ben 37 mesi e mezzo, oltre 3 anni. Stavolta il “13” porta via £. 1.231.420.545. A ciascun “12” vanno, invece, £. 31.984.950.
Nell’occasione, i “tredici” sono 6. Spicca quello realizzato a Napoli, in una ricevitoria di Piazza Carità (potenza dei nomi!), perché il “13” fa parte di un “sistema” che totalizza anche dodici “12”. Con i dati già ricordati, basta una elementare moltiplicazione per stabilire che la vincita complessiva supera di poco il miliardo e 615 milioni di lire. Un bel colpo, nessun dubbio.
All’indomani della clamorosa vincita, il «Giornale di Napoli», quotidiano del pomeriggio, spara in prima pagina il titolo: «Un clan di Montecalvario ha fatto il colpo?» con tanto di ovvio punto interrogativo. Una rivelazione? Una soffiata? Un avvertimento? Può essere tutto e il contrario di tutto. Per noi, comunque, non è importante indovinare. È importante raccontare. Ci proviamo.
* * *
Cominciamo intanto dal personaggio principale dell’intera vicenda, per lo meno nel senso che tutto, diciamo così, “nasce” sul suo tavolo di lavoro. Questa persona si chiama Giuseppe Marabotto, all’epoca dei fatti (siamo nel 1986) Sostituto Procuratore della Repubblica a Torino.
Il P.M. Marabotto si sta occupando da qualche tempo di personaggi che trafficano e spacciano droga e di un’inchiesta su una organizzazione di “prestasoldi” che operano, con intenti facilmente intuibili, intorno al Casinò di Saint-Vincent (Aosta).
All’improvviso alle orecchie dei poliziotti impegnati a intercettare le conversazioni telefoniche di tutti questi gentiluomini, arrivano a getto continuo conversazioni a dir poco compromettenti su giocatori di calcio, società, dirigenti, partite comprate, vendute, addomesticate o da addomesticare. Insomma, un rigoglioso festival di intrallazzi.
E così da un paio di indagini, diciamo così, di routine viene fuori per caso una “frittata” gigantesca, che richiama in blocco quella di sei anni prima, con l’inevitabile strascico di ripercussioni, urli, strilli, invettive eccetera.
Diversi mesi di indagini, e un cumulo di quasi 300 nastri di registrazioni telefoniche pari a non si sa quante ore di conversazione, delineano un “quadro” nel rispetto del quale il giudice Marabotto firma – scusate se è poco – 12 ordini di cattura nonché una quarantina di comunicazioni giudiziarie. L’oggetto è più che scontato: partite truccate, scommesse clandestine, soldi a vagoni e quanto altro di ameno ciascuno voglia aggiungere.
Teniamo conto che appena sei anni prima era successo un pandemonio concluso con sanzioni sportive di rara pesantezza (sebbene un paio d’anni dopo “amnistiate” stante il successo dell’Italia al Mondiale di Spagna). Adesso la magagna appare non si sa quante volte più estesa e profonda. Naturale la reazione dell’opinione pubblica: il mondo del calcio è ormai perso, irrecuperabile. Il pallone vive il suo momento peggiore .
* * *
I provvedimenti del PM Marabotto sono, per opinione pubblica e stampa, solo un punto di partenza. Domanda ricorrente: chi altro è implicato? E giù insinuazioni, illazioni, titoloni a nove colonne pieni di condizionali e (prudenti) punti interrogativi utili per infiocchettare e proteggere ogni possibile malignità.
Insomma un’atmosfera a dir poco pesante, soprattutto perché qualsiasi cittadino – a qualunque titolo – del mondo del calcio viene guardato, in questa fase, come minimo con sospetto.
Il giro di voci e illazioni non coinvolge assolutamente la Juventus. Lo precisano gli stessi inquirenti: «Nelle quasi trecento bobine di telefonate registrate non si cita mai il nome della società torinese né quello di qualche giocatore o dirigente». Più chiaro di così… Per i titolari della – diciamo così – “banda”, quindi, la Juventus non esisteva neppure.
«Piuttosto – aggiungono gli inquirenti – bisogna precisare che non è detto siano necessariamente coinvolte nella vicenda le società e le persone citate nelle stesse registrazioni». Vulgo: se nei nastri si parla di te, non è detto che tu sia colpevole di qualche cosa. Forse non è il massimo per tranquillizzare, ma è già qualcosa. D’altro canto, fermi restando millantatori e maneggioni, un fatto è sicuro e cioè che non abbiamo a che fare né con esponenti di Oxford, né con laureati a Cambridge.
A Torino conferenza-stampa del PM. Marabotto. Il magistrato spiega che l’inchiesta riguarda due distinti filoni.
Il primo è quello relativo al Totonero vero e proprio, ossia accordi intervenuti fra “tesserati” del calcio e loschi personaggi per alterare, in base alle quote, i risultati di partite di Serie A, B e C e lucrare, così, sulle puntate.
Il secondo è quello volto a ottenere sul campo risultati tali da incidere sulle classifiche e, quindi, sulle promozioni e retrocessioni, in maniera da intascare una percentuale (concordata in precedenza) sui contributi federali percepiti dalle singole società e differenziati a seconda dei campionati di appartenenza. In questa chiave è lecito ipotizzare il concorso di qualche dirigente che ha favorito delle promozioni per partecipare poi alla divisione del bottino.
In tal caso, se le cose dovessero stare così, saremmo davanti al quel “danno altrui” (cioè delle società che non hanno percepito contributi maggiori perché non promosse) previsto dalla legge per perseguire chi commette il reato di truffa.
Sempre a Torino altra conferenza-stampa. La tiene il Capo dell’Ufficio Indagini della Federazione, dottor Corrado De Biase, anche lui magistrato. Dalle sue parole appare chiaro che, per gli “interessati”, tira una brutta aria.
In breve: «Egregi signori – dice De Biasi –, non vi illudete. Noi indaghiamo da mesi. Di prescrizione è inutile parlare. Ci stiamo occupando di partite del campionato passato e di quello in corso. Prima della prossima stagione la pulizia sarà completa». Insomma: «mala tempora currunt»!
Fra le partite più “chiacchierate”, Napoli-Udinese del campionato in corso (è l’1-1 del 24 novembre 1985, 11ª giornata) e Triestina-Lecce del precedente torneo di Serie B: un 1-1 che fece restare in B la Triestina e promosse in A il Lecce (ecco un esempio di contributi federali che cambiano!).
Significativa, in questo senso, la puntualizzazione del giudice Marabotto: «Le faccende sportive non mi riguardano, però credo che le ripercussioni dei fatti sulle classifiche dei diversi campionati siano praticamente inevitabili».
Non ci vuole molto a immaginare quale sia – chiamiamolo così – l’impatto ambientale di tutte queste notizie. Ormai il pubblico non osserva più il calcio, né lo giudica, né vi partecipa emotivamente. Lo dileggia. Ogni minimo errore diventa testimonianza autentica di una combine. Quante volte s’è visto un portiere sbagliare il “tempo” di una uscita dai pali? Infinite. Solo che, in quei giorni, è la “prova provata” di una “vendita” (della partita). E così per l’attaccante di fama che sbaglia tiro in porta o per lo squadrone che incassa un gol dalla squadretta, e via dicendo.
E siccome si fa di ogni erba un fascio, capite bene che, in quel periodo, praticare il calcio non è proprio quel che si dice un “bel vivere”.
Fra gli arrestati Antonio Pigino, già portiere (di scuola torinista) della Sambenedettese e, al momento, preparatore dei portieri della Pro Vercelli, nonché Giovanni Bidese, secondo portiere della stessa Pro Vercelli.
Davanti agli inquirenti Pigino non ci mette molto a confessare, piangendo, ogni cosa. Avrebbe fatto in modo di favorire la promozione della Cavese, squadra nella quale ha giocato alla fine della carriera. Comincia a fare nomi. Sono tanti.
Le “bombe”, come possiamo immaginare, si sprecano. Eccone una: fra gli “implicati” c’è – nientemeno – Italo Allodi, che è stato assistente del Presidente del Napoli, Corrado Ferlaino. I giornali gli dedicano titoli in quantità industriale, il che non meraviglia, essendo Allodi, deceduto nel 1999, uno dei massimi personaggi calcistici.
La fantasia della gente, del resto, compie a somma velocità tragitti diremmo quasi inevitabili. Ci vuol poco a cucinare un minestrone di associazione di idee: Napoli è Napoli, ma vuol dire anche “il” Napoli, e anche “camorra”. Se c’è anche Allodi, buttiamo pure lui nel pentolone gridando evviva. Perché stare a preoccuparsi? Tanto è tutto uno schifo! Sembra di sentirla questa “vox populi”.
Per maggior precisione, diciamo che Allodi ha ricevuto una comunicazione giudiziaria. Non ho mai fatto simili sciocchezze, è il suo semplice commento (in verità assai più colorito).
Spiega Marabotto: «Nelle quasi 300 registrazioni la voce di Allodi non c’è mai. Allodi non compare mai in prima persona. Sono semmai i vari personaggi intercettati che parlano di lui in diverse occasioni nelle loro conversazioni. Per questo gli ho indirizzato la comunicazione giudiziaria».
Torna a galla il ricordo del famoso “13” fatto a Napoli a gennaio e da noi ricordato all’inizio di questo racconto. Sembra sempre più attendibile che a fare centro sia stata un’organizzazione camorristica il cui presunto rappresentante, o boss, o burattinaio, o manovratore (fate voi) pare sia un commerciante. Si chiama Armando Carbone. C’è un ordine di cattura che lo riguarda. L’uomo, però, riesce a fuggire di notte, in pigiama, pochi minuti prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Il tam-tam ha funzionato.
Il PM Marabotto, in ogni caso, non se la prende più di tanto. È fuggito Carbone, non la sua casa, e questa casa è una miniera. Infatti, nella fretta della fuga, l’uomo ha dimenticato quella che sarà poi chiamata “la lista dei 500”.
Si tratta di tre Agende dell’83, dell’84 e dell’85. Manca quella dell’anno in corso (1986), ma gli elementi raccolti bastano e avanzano. Una lista torrenziale di nomi, indirizzi, numeri telefonici e cifre.
Le forze dell’ordine hanno trovato anche diverse fatture compromettenti. Per Marabotto e i suoi collaboratori il “raccolto” è stato in ogni caso buono.
Nello scandalo del Totonero sarebbero implicati anche 6 arbitri. Un organo di informazione puntualizza: «Due arbitri del Nord, uno del Centro e tre del Sud». Spiegazione. Dai nastri che la magistratura sta esaminando sarebbe venuto fuori un movimento di tangenti destinate a certi arbitri per pilotare l’andamento di talune partite.
In particolare, il Presidente del Napoli, Ferlaino, dopo una partita perduta, si lascia andare a un violento sfogo e, in una delle conversazioni registrate dai tutori dell’ordine, si sente uno dei “maneggioni” delle scommesse clandestine dire al sullodato boss Armando Carbone: «Ferlaino se ne deve stare buono e zitto, perché se no Marchese non lo può aiutare!».
Gennarino Marchese (ormai buonanima) è un arbitro del passato, appartenuto alle sezioni di Napoli e Frattamaggiore e, al momento, specchiato collaboratore del “gran Capo” Gussoni. Quanto agli arbitri, qualche giornale fa i nomi di Pezzella, Esposito e Lanese (per i tre del Sud) Bergamo (per quello del Centro), Pieri e Da Pozzo (per i due del Nord). In particolare, e lo aggiungiamo noi, Da Pozzo è della sezione di Monza e non ha mai diretto partite di Serie A.
La reazione del mondo arbitrale è di generale indignazione. In particolare, spalleggiati da Campanati, nuovo designatore, i 6 arbitri nominati in precedenza minacciano querele. Il primo ad attuare questa minaccia è Arcangelo Pezzella. In fatto di querele, comunque, si muovono anche i giocatori del Perugia che sembrano decisi a prendersela con «La Gazzetta dello Sport».
Il quotidiano sportivo milanese, nel frattempo, interpella il Ministro di Grazia e Giustizia, Martinazzoli, il quale ricorda un proprio disegno di legge per punire penalmente (reclusione da 6 mesi a 4 anni e multe da 300.000 a 3 milioni di lire) i responsabili di corruzioni sportive.
Peccato che tale disegno di legge giaccia in Parlamento da quasi un anno. Inoltre la tendenza penalistica del momento è di derubricare e di depenalizzare diversi reati. E quanto alle sanzioni pecuniarie appena ricordate, il loro ammontare, viste le somme che girano, non preoccuperebbe nemmeno i “truccatori” di una partita fra bambini sulla spiaggia.
L’amarezza e la depressione serpeggiano fra gli stessi inquirenti. Lo stesso Marabotto, in una chiacchierata di routine con la stampa, definisce «sempre più desolante» il quadro che le indagini vanno via via disegnando.
Il suo collega Laudi, dell’Ufficio Inchieste della Federcalcio, si dichiara del tutto d’accordo e prevede tempi alquanto lunghi.
Dalla «Gazzetta dello Sport» ne viene fuori un’altra. Nell’inchiesta sarebbe coinvolto anche un allenatore che l’anno prima era in Serie B e ora è in Serie A. Costui, in un’intercettazione telefonica, avrebbe asserito di aver fatto qualche pastetta in B, ma che ora, in Serie A, avrebbe smesso.
Sotto il microscopio degli inquirenti finiscono in due: Aldo Agroppi, l’anno precedente al Perugia (in B) e ora alla Fiorentina (in A) e Renzo Ulivieri, tecnico del Cagliari. Sotto indagine i confronti Cagliari-Perugia (0-0 del 13 gennaio 1985) e Perugia-Cagliari (2-1 del 3 giugno 1985).
Marabotto stabilisce con facilità che in occasione della partita di Perugia sulla panchina umbra non c’era Agroppi (che si era dimesso) ma Piaceri. Quindi, semmai, Agroppi potrebbe essere... “implicato” nello 0-0 dell’andata. Alla fine Agroppi subirà 4 mesi di squalifica e Ulivieri una pena 9 volte superiore.
Dalla latitanza emerge Armando Carbone, il quale si costituisce davanti al PM Marabotto. Pare che il suo avvocato, cogliendo al volo una dichiarazione della moglie di Carbone, sia intenzionato a sostenere davanti ai giudici che il suo assistito è uno “psicolabile”.
Un’autentica saracinesca è, viceversa, l’avvocato Gabriele Zanobini, difensore del direttore generale dell’Udinese, Tito Corsi, coinvolto nello scandalo al punto da essere soprannominato “Titonero”. Ebbene, l’avvocato Zanobini annuncia che il suo assistito, dietro sua disposizione, ha fin qui osservato e continuerà a osservare uno strettissimo “silenzio-stampa”. Per le smentite ci sarà tempo.
Per Corsi finirà con 5 anni di squalifica e la proposta di radiazione.
* * *
A questo punto diamo una svolta al nostro racconto. Quando abbiamo cominciato a occuparci di quanto accaduto nell’86, abbiamo anche premesso, nelle prime righe, la difficoltà di procedere secondo un ordine cronologico, stante il complicato e fitto intreccio dell’intera vicenda, e dell’accavallarsi di personaggi, fatti, episodi, verità, bugie e quant’altro di collegato.
Abbiamo allora pensato di rivolgerci direttamente a colui che fin dall’inizio è stato possibile catalogare come personaggio-chiave, perché più direttamente a contatto con i protagonisti, quindi, più documentato e, se così possiamo dire, titolare degli argomenti migliori per pronunciarsi compiutamente su fatti e personaggi: il P.M. Giuseppe Marabotto. In fondo è colui che vide nascere tutto lo scandalo e, per questo, ne conobbe l’essenza, i risvolti, i protagonisti, conservando intatta la prerogativa di poterne parlare, oggi come ieri, con la migliore cognizione di causa. Ecco perché gli abbiamo affidato, sia pure per sommi capi e per gli aspetti essenziali, la prosecuzione del nostro racconto.
D. – Dottor Marabotto, cominciamo da quello che abbiamo appena detto. Un bel giorno, senza farsi annunciare, si costituisce davanti a lei l’ormai famoso Armando Carbone. E lei chi si trova davanti? Chi era in realtà il Carbone? Un furbastro, un maneggione, un millantatore, una persona pericolosa o innocua, o che altro? Il suo avvocato voleva farlo passare per uno psicolabile. La moglie, dal canto suo, lo definì assai più pesantemente. Qual è la sua opinione?
Marabotto – Guardi: Armando Carbone era uno stupendo, fra virgolette, personaggio che si inquadrava alla perfezione in un certo tipo di calcio. Il giorno che si costituì – ricordo bene questa cosa assai simpatica – mi si presentò davanti interamente vestito di azzurro che è il colore della maglia del Napoli, e questo già faceva capire cosa si poteva ricavare da lui se qualcuno gli avesse chiesto qualcosa sul Napoli. Era un personaggio assolutamente simpatico, forse, alla fine, sopravvalutato, però certamente un personaggio che si era costruito una sua rete e che sicuramente era il punto di riferimento di diversi altri personaggi che a vario titolo sono entrati poi nell’inchiesta. Secondo me, quindi, era un soggetto che sicuramente poteva attuare qualcosa. Bisogna comunque aggiungere che il calcio di allora, del 1986, almeno da quello che ho visto io, era un mondo assolutamente curioso, fatto di persone che parlavano molto, persone che si lasciavano facilmente avvicinare, gli stessi direttori sportivi, almeno secondo me, avevano un’assoluta faciloneria nell’intrattenere rapporti e credo che, almeno sotto questi aspetti, un po’ di cambiamenti siano intervenuti.
D. – Armando Carbone non agiva da solo, ma aveva, se non proprio dei collaboratori in senso stretto, per lo meno degli omologhi, o comunque gente che si trovava sulla sua stessa barca. Ne cito uno: Santo Moriggi, un commerciante di Milano o del milanese. Lei lo ricorda?
Marabotto – No, non lo ricordo. È un nome che in questo momento mi sfugge. D’altro canto dopo tanti anni è un po’ difficile tenere a mente ogni cosa. In ogni caso devo ricordare che tutti questi collegamenti sono stati ricostruiti attraverso le intercettazioni telefoniche. Forse erano tutte persone che si erano conosciute in chissà quali circostanze e poi avevano coltivato nel tempo questi rapporti. Quindi niente di più facile per Carbone diventare punto di riferimento di personaggi di vario tipo. Perché, poi, tutte queste persone si siano riferite a Carbone questo non posso saperlo. In ogni caso, secondo me, su tanti aspetti di tutta la vicenda bisognerebbe fare un minimo di tara, perché poi, quando si parla al telefono e, sempre sul filo, si costruisce un personaggio, il personaggio viene anche costruito su una parte di menzogna. E quindi si può fingere, oppure, per esempio, millantare di conoscere persone mai viste. Ben sappiamo che le parole si prestano a trucchi di ogni tipo.
D. – Nel corso delle indagini venne fuori che gli inquinamenti riguardavano moltissime partite di Serie C, numerose di B e diverse di A. Poiché la Serie C dà meno nell’occhio della Serie A, è lecito pensare a una vera e propria organizzazione oppure il tutto si articolava su basi più labili e alla buona?
Marabotto – Pensare a una organizzazione seria, importante, facente capo al Carbone, direi di no. Ritengo invece che Carbone era piuttosto la punta di un iceberg per quel che poteva riguardare un certo tipo di accordi per “sistemare” alcune partite, stando almeno a quanto emergeva dalle intercettazioni. Poi se tutto fosse, o non fosse, vero al cento per cento questo è difficile dirlo. Diverso, poi, era l’aspetto del Totonero. Il Totonero era una vicenda nella quale Carbone non sembrava entrare, mettiamola in questi termini. Carbone sembrava essere piuttosto un personaggio che si dilettava nel vantare rapporti con direttori sportivi o con altri dirigenti; vedere, per esempio, cosa si poteva fare per aggiustare una partita o cose del genere, però non con riferimenti al Totonero e ai guadagni sulle puntate. Il Totonero è un filone differente. Del resto, dalle prime intercettazioni e dalle prime dichiarazioni del Carbone veniva fuori un aggiustamento delle classifiche, delle promozioni in categoria superiore di talune squadre in luogo di altre e, quindi, di una spartizione dei relativi, e maggiori, contributi federali. In questo senso la posizione di Carbone era interessante.
D. – Oltre che con personaggi diciamo così “esterni”, lei ebbe a che fare anche, e purtroppo, con dirigenti di società di vario livello: presidenti, direttori generali, direttori sportivi e via dicendo. Che ricordo ne ha, in generale?
Marabotto – Devo dire intanto una cosa. Di questi personaggi ne ho conosciuto un numero senz’altro elevato e la prima cosa che ricordo è la mia curiosità dal punto di vista umano. Inoltre, a prescindere dalle circostanze che ci mettevano di fronte, mi succedeva di notare personaggi senza dubbio insoliti. Per esempio, io ho ricavato un ricordo bello, se così si può dire, di Janich. L’ho trovato di una simpatia incredibile quando spiegava o giustificava il risultato di talune partite, che adesso francamente mi sfuggono. Altri, invece, erano persone differenti. Per esempio, Pinzani, il presidente dell’Empoli, era, come dire, un toscano insolito, introverso, un po’ astioso, anche se, per carità, niente da dire: ognuno ha il suo carattere. In ogni caso, mi è sembrato di aver a che fare, in genere, con persone che vivevano in un mondo tutto loro.
D. – A proposito di Pinzani, dalle intercettazioni era venuto fuori che con l’Empoli non c’era niente da fare perché giocava personalmente il presidente. Eppure la giustizia sportiva, che colpisce con estrema rapidità, assolse Pinzani, fra l’altro coinvolto nelle vicende di una sola partita. Come lo spiega?
Marabotto – La spiegazione c’è: aveva un avvocato molto bravo. Davvero eccezionale. Me lo ricordo benissimo. Non ricordo, però, la ragione precisa della sua convocazione. Certo, se l’ho fatto venire da me, evidentemente era citato in alcune telefonate nelle quali si parlava di lui come di uno scommettitore e forse, per questo, poteva rispondere a qualche domanda. Il fatto, piuttosto, è un altro: credo di ricordare, cioè, che la giustizia sportiva non disponeva delle intercettazioni telefoniche e poteva servirsi solo degli interrogatori, con la differenza, però, di partire da presupposti diversi, visto che per i giudici sportivi, per esempio, il semplice “tentativo” equivale all’illecito vero e proprio.
D. – Il presidente dell’Udinese, Mazza, e il direttore generale, Tito Corsi. Entrambi coinvolti nelle vicende delle stesse 6 partite. Mazza assolto. Corsi squalificato per 5 anni, mentre l’Udinese, penalizzata di 9 punti, l’anno dopo finirà in B. Che fine avrebbero fatto Mazza e Corsi davanti alla giustizia ordinaria?
Marabotto – Sarebbe interessante rispondere a una domanda del genere, ma non è possibile perché la giustizia ordinaria si muoveva in presenza di una normativa che solo successivamente è stata modificata. Cioè sarebbe stato interessante, se fosse esistito, all’epoca, il reato di “frode sportiva” che, invece, è stato introdotto solo nel 1989. Con una norma come quella attuale il discorso sarebbe stato senz’altro diverso. Viceversa all’epoca ci si poteva muovere solo in due direzioni. La prima riguardava gli aggiustamenti delle classifiche, quindi il conseguimento in modo illecito di contributi federali e, perciò, poteva valere l’ipotesi di truffa, ai danni evidentemente della Federazione e delle società che non erano state promosse alla categoria superiore. Devo però aggiungere che, per la giustizia ordinaria, questo era un terreno sul quale era difficilissimo muoversi. La seconda direzione, invece, era quella della violazione della modesta normativa statale relativa al gioco d’azzardo e alludo al Totonero.
D. – Il problema restava quello di una carenza legislativa.
Marabotto – Infatti. Avessimo avuto a disposizione una norma sulla frode sportiva ci sarebbe stato davvero da divertirsi. Del resto l’attuale norma sulla frode sportiva è figlia proprio delle norme che riguardano la truffa e di questo tipo di indagine. Laddove nel 1986, in assenza di strumenti legislativi, era impossibile inquadrare penalmente tutti questi comportamenti fraudolenti. E quindi è chiaro che, con queste premesse, la parte principale l’avrebbe fatta la giustizia sportiva, la quale, fra l’altro, ha, o aveva, dei termini di prescrizione non lunghi. Per altro verso, la stessa giustizia sportiva è più rapida di quella ordinaria, solo che spesso la rapidità non è pagante. Per esempio, la giustizia sportiva non poteva disporre di tutto il materiale consentito alla giustizia ordinaria. Vediamo perciò che tutto il quadro era di estrema complessità. Per rispondere alla domanda di prima, dirò che, in quelle condizioni, senza una specifica norma, Mazza e Corsi non avrebbero subìto alcuna condanna dalla giustizia ordinaria.
D. – Spartaco Ghini, presidente del Perugia. Inibito per 5 anni perché accusato di ben 11 illeciti e assolto per uno solo. Delle altre 10 partite, però, il Perugia ne perse 4. Non è uno strano modo di scommettere?
Marabotto – Posso sbagliare, ma, se ricordo bene, Ghini non era uno scommettitore. Ghini in qualche modo era entrato in contatto con Carbone o con qualcuno del suo entourage, diciamo così, per intavolare un discorso a favore del Perugia e della sua classifica, non per scommettere sul Perugia. Gli era stata prospettata la possibilità di ammorbidire un arbitro e cose simili e lui si affidò a questi personaggi. L’esito fu infausto e questo fa capire come non fosse tutto oro quel che si proponeva, ma in buona parte “millantato”. In altre parole, per collegarci a ciò che abbiamo detto poc’anzi, Ghini cercava di ottenere la promozione del Perugia e, quindi, era collocabile in quella parte di inchiesta relativa ai contributi federali da dirottare. Si era affidato a Carbone o a chi per lui prendendo per buono tutto quello che gli veniva detto e che, invece, era vero solo in parte, come dicono le 4 sconfitte da lei rilevate. Mi ricordo anche che, quando si presentò all’interrogatorio, distribuì ai giornalisti una specie di romanzo tascabile che raccontava di un fessacchiotto che si era fatto abbindolare, raro esempio di autoallusione e autoironia.
D. – Fra i diversi personaggi che le sono capitati davanti e che lei ha sentito a vario titolo, ne ricorda qualcuno in particolare?
Marabotto – Non è facile, sia perché sono passati diversi anni, e sia perché ebbi a che fare con una folla di persone e non è possibile tenere a mente tutti. Ricordo comunque Reali. Era un giocatore, difensore del Monza, se non sbaglio alla fine della carriera e disposto a vuotare il sacco, su consiglio, sempre se non sbaglio, di suo padre. Nonostante la sua buona disponibilità alla parola, ricordo che fu un interrogatorio molto difficile, soprattutto perché il giocatore, evidentemente emozionato o sopraffatto dall’ansia, spesso non capiva le domande. In relazione a questo, devo aggiungere che non ebbi una buona impressione generale dei giocatori sotto il profilo culturale. Mi apparivano come grossi bambinoni, forse anche incapaci di rendersi conto di quello che stavano facendo. Oggi, per quel poco che se ne può capire sentendoli parlare in televisione, mi sembrano più “evoluti”, preparati e smaliziati.
D. – Lei un certo giorno ha avuto di fronte Italo Allodi. Che ricordo ne ha e come l’ha valutato?
Marabotto – Ne ricavai una grandissima impressione. Uno splendido personaggio al di là dei presupposti all’origine del nostro incontro. Teniamo conto che la realtà propone due aspetti. Uno riguarda la valutazione del magistrato: hai commesso un reato, non hai commesso un reato. Altro è il discorso personale, umano. La possibilità di parlare con Allodi mi dette modo di capire benissimo perché era un grande manager, perché era di una spanna superiore a tutti: nel suo modo di porgersi, nel parlare di tutte le vicende che avevamo davanti con assoluto distacco, nel parlare con i giornalisti. Insomma, era senza alcun dubbio il signore incontrastato del mondo del calcio. Ripeto: ho capito allora perché Italo Allodi era considerato di livello eccezionale. Era uno di quei personaggi che affascinano, che emanano carisma.
D. – Eppure Italo Allodi fu raggiunto da una comunicazione giudiziaria firmata da lei. È possibile adesso ripercorrere, in breve, il cammino che portò a una simile decisione, fonte – visto il destinatario – di parecchio rumore ?
Marabotto – Non è difficile. Sappiamo benissimo che all’origine di tutta l’inchiesta ci sono non si sa quante decine di ore di intercettazioni telefoniche. In queste telefonate Allodi non compare mai in prima persona. Il suo nome, però, ricorre assai spesso in bocca agli altri. Fin qui nulla di strano o comunque nulla che possa indurre a pensare male del nostro uomo. Se altri parlano di lui, Allodi non ha colpe. Solo che a un certo punto le persone intercettate parlano di una partita, Napoli-Udinese, e di un risultato di parità già concordato. Poiché sul campo in effetti finì in pareggio, io mi trovai nella necessità di sentire Italo Allodi e fui, diciamo pure, costretto ad emettere una informazione di garanzia che qui in Italia ha sempre effetti dirompenti. Oltre tutto io non potevo sentire Allodi come testimone e poi chiedergli se aveva o no partecipato a qualche combine. E così fui – lo ripeto – costretto a collocarlo nella stessa posizione, per esempio, di Corsi, sia pure con le dovute differenze, proprio perché quella fu, per me, una mossa – diciamo così – obbligata. Inutile dire che il nostro fu solo un incontro utile e simpatico e che nessun addebito fu nemmeno adombrato a carico di Allodi, il quale non patì il benché minimo danno neppure dalla giustizia sportiva. Quindi…
D. – A un certo punto vennero fuori i nomi di alcuni arbitri. Eppure nessun arbitro fu mai chiamato in causa né dalla giustizia ordinaria né da quella sportiva. È lecito credere che gli arbitri servissero ai famosi personaggi solo per alzare polvere, millantare e trarre in inganno terzi?
Marabotto – Certamente, è più che possibile, anche se, nello specifico, non mi ricordo di precisi nomi di arbitri. Anzi, credo di ricordare che a un certo punto si parlò di un arbitro che aveva diretto una partita del Perugia, ma me ne sfugge il nome. Nome che sicuramente era venuto fuori da una delle tante telefonate con le quali Carbone millantava con l’interlocutore di turno conoscenze, amicizie eccetera. In ogni caso, sia pure a distanza di anni, mi sento di escludere che un qualche arbitro sia mai stato implicato in vicende come questa. E infatti non ho mai preso alcun provvedimento contro degli arbitri. In caso contrario me lo ricorderei di sicuro. Che poi qua e là qualche nome sia emerso non sorprende più di tanto. Nelle intercettazioni, di nomi se ne sentivano a bizzeffe e poi, come ho già detto, il millantato credito era abituale.
D. – Lei, dottor Marabotto, non ha mai evitato i contatti e gli incontri con i giornalisti e spesso rilasciava dichiarazioni e interviste. Solo che a un certo punto dai suoi racconti era facile dedurre quali sarebbero stati i verdetti della giustizia sportiva. E la cosa non è che fosse precisamente gradita al Capo dell’Ufficio Inchieste della Federazione, il suo collega De Biase. Quali furono e quali evoluzioni ebbero i suoi rapporti con il dottor De Biase?
Marabotto – Dico subito: niente di particolare. Mi spiego. Noi avemmo un rapporto iniziale, relativo, diciamo così, alla raccolta dati. Ossia dovevamo radunare, senza alzare molta polvere, i dati riguardanti le diverse partite in esame e, quindi, ci siamo serviti del suo ufficio. Questo nella fase di avvio della inchiesta. Dopo i nostri rapporti non furono propriamente idilliaci, la metto così. E infatti i rapporti con me li tenne Maurizio Laudi (magistrato anche lui e nell’anno 2000, già da qualche tempo, giudice sportivo della Lega Professionisti, «ndr»). Con Laudi eravamo abbastanza in sintonia. Laudi faceva parte dell’Ufficio Inchieste, all’epoca – ricordiamo che siamo nel 1986 – era alle sue prime esperienze e, sicuramente anche per l’età, gli succedeva di essere alquanto in sintonia con il mio modo di pensare, laddove entrambi – io e lui – eravamo forse un po’ lontani dalla visione delle cose che aveva De Biase. In altri termini, tutta la vicenda ha creato un aggancio fra giustizia sportiva e giustizia ordinaria. In questo caso la giustizia sportiva risultava più importante, più incisiva della giustizia ordinaria, su questo pochi dubbi.
D. – Oltre tutto la Giustizia Sportiva voleva sicuramente fare in fretta, come è sempre avvenuto.
Marabotto – Sicuramente. Oltre tutto, la mia inchiesta, quella, diciamo così, della giustizia ordinaria, stava comunque mettendo in risalto tutta una serie di cose che nel calcio non funzionavano, lasciamo perdere adesso se grandi o piccole. In sostanza, la mia inchiesta lasciava intendere che intorno al mondo del calcio si muovevano diverse cose cui era opportuno mettere mano. In quel periodo ricordo che rimasi turbato da un’intervista rilasciata dal presidente della Federazione, l’avvocato Sordillo, il quale, pur sapendo del lavoro che i magistrati, ordinari e no, stavano svolgendo, si lasciò andare a raccomandazioni sul rigido rispetto dei tempi della prescrizione eccetera. Il che dava una sgradevole sensazione di fretta nel chiudere l’inchiesta senza badare troppo a ciò che di utile poteva venirne.
D. – Le dispiace puntualizzare ?
Marabotto – Ecco: la giustizia sportiva era come presa in una morsa. Da una parte magistrati e avvocati, anche illustri, titolari di un discorso serio, volto a chiarire tutto e a stabilire, se così possiamo dire, anche dei correttivi che eliminassero certe storture. Un discorso, insomma, volto – e uso una parola davvero grossa – a una moralizzazione del calcio. Dall’altra la filosofia e l’atteggiamento di una struttura primaria, quella federale, preoccupata di fare in fretta a salvaguardare l’organizzazione e i campionati, saltando a piè pari tutto quel che l’inchiesta aveva fatto emergere. Del resto, e questo in passato l’ho detto e l’ho scritto, penso che alcune delle sanzioni irrogate siano state più leggere del dovuto. Ricordo vagamente, per esempio, che a un certo punto venne fuori da qualche telefonata che, se si colpivano il Palermo e alcuni giocatori, si sarebbe creato un notevole trambusto. Poi le sanzioni arrivarono lo stesso e pace. Però, e questa è una mia semplice opinione, il quadro generale delle sanzioni adottate fu tale da limitare al massimo lo sconvolgimento dei campionati, con la conseguenza – è sempre una mia opinione – di creare talune sproporzioni. Ecco perché penso che il metro sanzionatorio fu adattato a certe precise finalità.
D. – Perché non fu mai celebrato il processo ordinario?
Marabotto – Diciamo in breve che i reati ipotizzabili, ossia la truffa e il gioco d’azzardo, ricaddero nell’amnistia del 1990, sopraggiunta cioè dopo 4 anni dai fatti in esame. Se poi ci chiediamo come mai sia passato tutto questo tempo, proviamo a mettere in ordine i diversi momenti. La vicenda viene fuori nel 1986. La Giustizia Sportiva, più sbrigativa e più veloce, fa il suo corso. Questo è il primo discorso, tutto bene. Poi c’è il discorso del lavoro mio e del mio ufficio. Intanto abbiamo impiegato una vita nella trascrizione dei nastri. Devo ricordare che erano quasi 300 ore di conversazioni che andavano trascritte in maniera da poter essere lette come testi. E infatti, una volta finito questo lunghissimo lavoro, ci siamo messi a rileggere il tutto in maniera da cominciare a comporre il mosaico. In questo modo siamo arrivati ai primi del 1988. Tutta questa fase mi ha permesso di arrivare all’archiviazione parziale delle vicende riguardanti personaggi palesemente lontani dall’ipotesi, per esempio, di associazione per delinquere. Ricordo, per tutti, proprio Italo Allodi, oltre a diversi altri.
D. – E quindi lei ha potuto scremare un po’ tutta la vicenda.
Marabotto – Infatti. Nel frattempo è entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale per il quale io ho lavorato per ben due anni a Roma. Tornato in sede, con il nuovo codice davanti, ho preparato anche i rinvii a giudizio, ma è sopraggiunta l’amnistia e tutto è svanito. Devo chiarire che l’amnistia era retroattiva. Ossia, con il nuovo codice di procedura penale, si amnistiavano i reati fino a 4 anni indietro e, quindi, veniva coperto anche il 1986 con tutte le sue truffe sportive, Totonero e altro.
D. – Dottor Marabotto, cerchiamo per il possibile di ridurre all’osso questo gigantesco pasticcio. Agli effetti della giustizia ordinaria, la materia prima per arrivare a qualcosa di serio, magari anche a una condanna dei diversi personaggi, c’era o no?
Marabotto – A questa domanda non so rispondere in modo categorico. Secondo me, di materia prima ce n’era d’avanzo in relazione al reato di gioco d’azzardo. Molto più difficile e problematico era, viceversa, in quelle condizioni, sostenere l’esistenza del reato di truffa, anche sulla base della precedente sentenza emessa a Roma nel 1980. Mi spiego. Nel caso, ad esempio, di diversi giocatori d’accordo fra loro, si poteva arrivare con maggiore facilità a ipotizzare la truffa. Nel caso, invece, di un solo giocatore implicato, il discorso si complicava perché il singolo giocatore poteva anche non essere ritenuto determinante, nel senso che la sua singola azione poteva risultare non idonea allo scopo che ci si prefiggeva.
D. – Se abbiamo ben capito, non è poi così automatico adattare una sorta di misfatto sportivo a una norma penale. È così?
Marabotto – Sicuramente, e mi spiego. Un difensore che commette fallo da rigore, o un portiere che lascia passare un pallone, di sicuro compiono azioni idonee a una truffa, ma un attaccante che sbaglia il tiro non è, diciamo così, imputabile con la stessa sicurezza. In altri termini, possiamo dire che la truffa era senz’altro ipotizzabile, sia nel caso del Totonero vero e proprio, sia in quello delle classifiche inquinate, ma è altrettanto vero che questo era, per l’accusa, un cammino impervio e assai difficile. Fra l’altro noi avevamo davanti anche un altro aspetto interessante. Il giocatore X, tesserato per la società Y, accetta quattrini per agevolare la squadra avversaria. Questo giocatore commette o no il reato di truffa ai danni della società nella quale milita e che lo paga per la sua opera? Questo poteva essere un discorso assai interessante perché poteva riguardare da vicino anche le società.
D. – Di tutta questa vicenda vasta, complessa, per tanti versi complicata e difficile, considerata nel suo insieme, cosa può dire oggi, passati diversi anni?
Marabotto – Se mi è consentita una battuta, posso dire che ancora mi aspetto una ricompensa dagli organizzatori del Totonero per la pubblicità che involontariamente ho procurato loro, stante il sicuro aumento del numero dei praticanti e, quindi, del gettito delle scommesse. Del resto, tutta la vicenda era più che adatta a fare da cassa di risonanza proporzionata alla popolarità del calcio. Comunque, al di là delle battute scherzose, devo dire di essere rimasto sorpreso dall’atteggiamento dei tifosi, nel senso – e non so se, sotto questo aspetto, oggi le cose sono cambiate – che il tifoso non era poi così vicino al magistrato che indagava. Dico di più: non che mi dovessi aspettare dal tifoso un discorso aulico, dal sapore olimpico. Però ricordo che il tifoso era addirittura solidale con i propri giocatori e i propri dirigenti implicati nello specifico. Assai indicative in questo senso, per esempio, le manifestazioni della tifoseria avvenute a Roma in favore della Lazio quando arrivò la dura sentenza della CAF, i 9 punti di penalizzazione per la Serie B eccetera. Ecco, io tuttora stento a credere a tanta partecipazione emozionale a favore dell’imputato, anche se, entro certi limiti, taluni analoghi sentimenti sono scontati.
Prima delle battute conclusive con il Dottor Marabotto, facciamo una breve digressione ricordando la sentenza sportiva definitiva, quella della CAF, che poi, a conti fatti, è l’unico responso in calce a tutta la vicenda visto che, come anticipato in precedenza, non si celebrò il processo davanti alla giustizia ordinaria.
Necessariamente vi facciamo grazia di liste ed elenchi. Una visione panoramica ci dice che, nel bene e nel male, cioè fra condanne e assoluzioni, la sentenza riguarda poco meno di 60 persone fisiche e, nel male (perché tutte condannate), 9 società: 2 di Serie A, 5 di Serie B e 2 di Serie C.
Appunto fra le società, precisiamo in breve:
1) l’Udinese, penalizzata di 9 punti per la Serie A successiva (e il “carico” sarà troppo pesante per evitare la retrocessione nel campionato seguente);
2) il Vicenza, condannato a restare in B, dopo aver conquistato sul campo la promozione in Serie A;
3) penalizzazione di 9 punti (in B) per la Lazio, di 5 punti (sempre in B) per il Cagliari e il Palermo e di 4 punti (ancora in B) per la Triestina;
4) penalizzazione di 5 punti in C1 per il Foggia;
5) retrocessione in C2 per la Cavese e per il Perugia, rispettivamente con 5 e con 2 punti di penalizzazione.
Quanto alle persone fisiche, la maggiore sanzione possibile – 5 anni, con o senza la proposta di radiazione – arriva sulla groppa di Corsi, Ghini, Vinazzani, Cerilli, M. Rossi, Lorini e Magherini (quest’ultimo aveva già subìto 3 anni e mezzo per le vicende del 1980, a conferma che “il lupo perde… eccetera).
Giusto ricordare anche 13 condanne a 3 anni (con 2 o 3 maggiorazioni di qualche mese), e non sono davvero poche visto che sommiamo già 20 persone.
A tutto questo si aggiungono una squalifica a 2 anni (Chinellato), e altre 25 sanzioni analoghe comprese da uno a 6 mesi. Infine 7 o 8 assoluzioni, fra le quali quella di Italo Allodi.
Una nostra curiosità. La partita più “chiacchierata”, quella con il maggior numero di coinvolgimenti, fu Palermo-Triestina (0-0) che vide implicate ben 14 persone fra dirigenti e giocatori. Scusate se è poco. Alla fine si contarono 2 assoluzioni, 2 condanne a 4 mesi e 10 a un mese, tutte per omessa denuncia.
Questo si legge sul sipario che chiude l’intera storia. Una scritta indelebile, per sempre nitida a dispetto del tempo. Nessuna considerazione, né riflessione. Furono già troppe quelle di allora. Torniamo dal nostro interlocutore.
D. – Dottor Marabotto, siamo alla fine della nostra chiacchierata. Le chiedo di dimenticare per un momento la sua attività di magistrato. Il semplice cittadino Giuseppe Marabotto ritiene che, oggi come oggi, sia ancora possibile il verificarsi di un fenomeno analogo a quello del 1986?
Marabotto – Guardi. Come si dice? Mai dire mai! In teoria tutto può essere e accadere. Ragionevolmente, però, dovrei escluderlo. Dall’86 a oggi sono cambiate tante cose. È cambiato, soprattutto, l’intero impianto del calcio. Oggi abbiamo davanti un fenomeno economico di rilevante consistenza, gestito con criteri manageriali che già da soli eliminano lo spazio per i trucchi. Il quadro di oggi, a mio modo di vedere, avvalora questa mia convinzione con parecchi spunti. Ne metto in fila alcuni. Intanto il mutamento delle situazioni contrattuali, il considerevole aumento dei guadagni e il radicale cambio della mentalità dei giocatori. Sono solo tre fiori, ma più che sufficienti a formare un bel mazzo. Oggi il giocatore di media levatura e, a maggior ragione, il campione, firmano contratti a dir poco sontuosi, con guadagni la cui entità non consente neppure di pensare all’illecito, specie se rapportato ai rischi che si corrono e specie se si considera che un illecito non proporrebbe in alcun caso condizioni economiche più vantaggiose. Oltre tutto ho già rilevato che negli anni il giocatore è parecchio migliorato come uomo e come professionista. Oggi è impegnato a vendere la propria immagine, a stipulare contratti pubblicitari, girare spot e altro. Perché dovrebbe decidere di “combinare” una partita, rischiando di essere scoperto, rischiando lunghe squalifiche e rischiando di rimetterci parecchio? Sarebbe uno stolto!
D. – Lei quindi esclude che oggi si giochi ancora al Totonero!
Marabotto – No, non lo escludo, ma chi vi ricorre lo fa solo perché è possibile riscuotere le vincite sull’unghia, entro un tempo assai breve, diciamo ore. Teniamo conto che oggi esistono le scommesse ufficiali, con tanto di quote, martingale e quant’altro. Non credo ci siano molte differenze con il Totonero, o con ciò che in teoria ne è rimasto. In ogni caso penso di poter categoricamente escludere che l’ipotetico Totonero di oggi viva, come avveniva nel 1980 o nel 1986, su accordi fraudolenti con giocatori o protagonisti. All’epoca tutta l’organizzazione clandestina aveva caratteristiche, diciamo così, artigianali. I gestori non andavano tanto per il sottile, dovevano farsi conoscere, dilatare le loro dimensioni, collaudare un vero e proprio codice d’onore, prospettare vincite robuste e fare così breccia nelle vaste masse ancorate alla tradizionale “schedina”. E la necessità di aiutare la fortuna passava per gli indispensabili accordi con i protagonisti onde ottenere esiti poco prevedibili. Adesso tutto questo non avrebbe il benché minimo senso.
D. – Fra l’altro sono anche cambiate alcune coordinate del calcio.
Marabotto – Volevo far notare proprio questo. Un efficace freno a fantasie truffaldine è venuto dai 3 punti per vittoria, perché riducendole all’osso ha ritardato di parecchio e, forse, eliminato quasi del tutto le, chiamiamole così, certezze di classifica. Il che vale in A, in B, in C1, in C2, a tutti i livelli. Consideriamo la Serie A. È infarcita di lotte: per lo scudetto, per i posti in Champions League, per quelli in Coppa UEFA, per non retrocedere. Totale: i posti da occupare, o da evitare, finiscono per essere una dozzina. Ora, un campionato a 18 squadre prevede in calendario 306 partite. Con queste premesse, le partite senza alcun peso di classifica si riducono a una percentuale minima. Conseguenza logica: a nessuno conviene prestarsi al “trucco” di una gara, oltre tutto perché – come ricordato – il compenso non sarebbe mai superiore a quello che il giocatore intasca vivendo tranquillo. Vulgo: il calcio, con i suoi attuali assetti, non si presta più all’imbroglio e ai relativi rischi. Aggiungo inoltre che tutto questo vale, più o meno, anche per le serie inferiori. Ricordiamo poi che nessun problema viene a galla senza che se ne abbia prima un minimo sentore.
D. – Il calcio, quindi, è ormai lontano da consimili intrallazzi.
Marabotto – Vede, il tempo ha prodotto cambiamenti tali che personaggi come Carbone oggi sarebbero solo folcloristici. Certo, torno a dire che in teoria tutto è possibile. In teoria è anche possibile trovare il magistrato corrotto, il giornalista corrotto, il funzionario o il professionista corrotti e via dicendo. In pratica, però, penso proprio che il calcio truccato sia ormai solo un capitolo di storia. In più oggi la truffa sportiva è reato penale. E a buon intenditor…
PAOLO CARBONE,
Il pallone truccato