venerdì, dicembre 31, 2010

Manchester è sempre più Greater


C'è stato un tempo, lontano, in cui la Greater Manchester - la contea che circonda la città - vestiva il biancoceleste e giocava al vecchio Maine Road, non al modernissino City of Manchester.
Poi, è stata la volta dell'altra Manchester, la signora in rosso che si è concessa solo a a due Sir, Matt Busby e il suo erede all'Old Trafford, Alex Ferguson.
Un altro scozzese, che ogni San Silvestro compie gli anni più arzillo di dodici mesi prima. Stavolta sono 69, 26 dei quali trascorsi sulla panchina del "suo" United.
Più suo che di Busby, appena superato come manager più longevo nella storia dei Red Devils.
Un record che Fergie può solo migliorare, soprattutto adesso che lassà, in cima alla classifica, la Manchester che conta si è fatta in due.
Una sorpresa per molti, il City primo anche se con due partite in più, ma non per Ferguson. Che aveva fiutato il pericolo già ad agosto: "Una politica da kamikaze", definì al Guardian la campagna acquisti dello sceicco Mansour.
Mancini non ha risposto, ben sapendo che, senza i debiti dei Glazer, il kamikaze lo avrebbe fatto volentieri Sir Alex. La sfida, però, è lanciata.
Arsenal permettendo, con il Chelsea in crisi e il peggior Liverpool degli ultimi vent'anni, il 2011 sarà l'anno della grande Manchester. La Manchester del City e dello United.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, dicembre 30, 2010

Come no


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mercoledì, dicembre 29, 2010

Premier, paradiso perdente

SPENDAHOLICS. Li chiamano così, in Inghilterra, club e dirigenti che proprio non riescono a smettere. Di spendere.
In agosto il quotidiano britannico progressista The Guardian, sfacciatamente di parte quando non parla di calcio, ha fatto i conti in tasca allo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan. Da quando ha comprato il Manchester City, nel 2008, ha versato nel club più di mezzo miliardo di sterline (563,7 milioni di euro) e per l’acquisto nuovi giocatori ha speso, al netto, 337,2 milioni di euro.
Il manager del Manchester United, Alex Ferguson, ha definito «da kamikaze» questa politica “espansionistica”. Ma forse lui stesso l’avrebbe adottata se i Glazer, proprietari americani del suo club, non si fossero indebitati per 560 milioni di euro. Dopo tutto è stato Fergie a spenderne 34,5, nel 2008, per prendere dal Tottenham il centravanti bulgaro Dimitar Berbatov, a cui ne versa 6,7 l’anno di solo ingaggio.
In questa orgia di spese i vertici del calcio inglese vedono una prova che la Premier League è diventata un brand globale dominante nell’industria dello sport. Ma se per comprare un top club ci vogliono dai 100 agli 800 milioni di sterline (da 112 a 897 milioni di euro), c’è anche una lobby crescente che vede nelle recenti crisi finanziarie di Portsmouth, West Ham e Newcastle una prova che il settore è fuori controllo. E con un debito collettivo così alto, ci si chiede se i club riusciranno a far quadrare i bilanci, o se la Premier sia ormai così malata di gigantismo da doversi salvare da se stessa.
Che sia un gigante lo dicono anche i ricavi. Secondo la Annual Review of Football Finance della Deloitte, nel 2008-09 i 20 club hanno incassato 2,22 miliardi di euro da diritti tv, sponsorizzazioni, entrate da stadio e altre revenues. E con i nuovi contratti commerciali in vigore dal 2010-11 al 2012-13, si sfonderà il tetto dei 2 miliardi di sterline (2,24 mln di euro) l’anno. Di questi, 672,8 milioni di euro arrivano dalla vendita collettiva dei diritti alle pay-tv BSkyB e ESPN, i cui segnali raggiungeranno 500 milioni di case in 211 Paesi. Altri 527 milioni di euro l’anno, condivisi equamente fra i club, arrivano dai contratti collettivi con emittenti d’oltremare.
Impressionanti sono i 100 milioni di sterline (112 mln di euro) annui garantiti da marchi come Standard Chartered (banca, Liverpool), Aon (brokeraggio assicurativo, Manchester United), Emirates (compagnia aerea, Arsenal), Samsung (elettronica, Chelsea) e Etihad (compagnia aerea, Manchester City) per sponsorizzazioni e accordi per i diritti di denominazione. Mentre altri 30,3 milioni di euro a stagione entrano dal gruppo bancario Barclays per dare il proprio nome al campionato.
Last but not least, in ultimo ma non per ultimi, i duri e puri che ogni settimana si presentano a tifare la propria squadra. Da soli, alimentano un colosso da 745,7 milioni di euro che senza passare dall’amministrazione centrale della lega finiscono nelle casse sociali dei club alla voce “matchday revenues”. Altre entrate dirette i club le ricevono per i diritti della Champions League o dell’Europa League.
Un veterano del settore dei diritti sportivi, Jonathan Hill, ex direttore commerciale della FA e oggi nel gruppo di marketing sportivo Kentaro, prova solo ammirazione per l’espansione della Premier: «È la più grossa realtà dello sport globale. Nessuno di noi pensava che i ricavi dalla vendita dei diritti potessero crescere ancora, invece è successo. Hanno fatto un lavoro fantastico».
Non quanto gli inquilini del piano di sopra, ma anche i 72 club della Football League, la seconda lega professionistica, se la passano bene: 634,3 milioni di euro l’anno di ricavi; 420,3 dei quali li porta il Championship, la seconda divisione inglese e il quarto campionato più televisto al mondo.
Fin qui tutto bene. Ma il cigno si trasforma in brutto anatroccolo se si parla di spese per trasferimenti e ingaggi dei giocatori e costi di acquisizione dei club. Una schizofrenia finanziaria che parte dal vertice, ma non riguarda solo le grandi: 14 società su 20 hanno chiuso in perdita il bilancio 2008-09. E scorrendo le serie inferiori la situazione non migliora.
Il collasso del Portsmouth è visto come il fallimento della governance della Premier, ma che dire delle gestioni di club come Preston North End, Sheffield Wednesday e Crystal Palace? Brian Mawhinney, ex presidente della Football League, ha dichiarato alla BBC che ci saranno tanti altri club in rosso se non verrà introdotto al più presto un management finanziario serio e responsabile. «I club spendono più di quanto incassano», la sua lapidaria conclusione.
Anche la Deloitte è preoccupata per le perdite operative «senza precedenti» (112,2 milioni di euro), che necessitano rimedi estremi e urgenti. E di fronte a un debito complessivo, per le 20 di Premier, di 3,7 miliardi di euro, Dan Jones del gruppo partner della Deloitte Sports Business non le manda a dire: «L’ultimo accordo con BSkyB per i diritti era un’opportunità per i club di far quadrare i conti del monte-ingaggi. Siamo delusi che sia stata sprecata».
Chiunque sia addentro al calcio, però, capisce perché i club spendono più di quanto guadagnano. «Per tutti i club – ammette Greg Clarke, neopresidente della Football League – c’è la tentazione del più spendi e più sali in classifica. Ma con tanti miliardari in lotta per un posto nei piani alti della Premier, un passo falso può essere disastroso, come hanno scoperto Leeds United e Newcastle».
Clarke, che l’amministrazione controllata l’ha sperimentata da presidente del Leicester City, spiega che «tutti all’inizio cercano di gestire il club come un’azienda, ma presto si scopre che non è facile. Sotto la continua e crescente pressione dei tifosi, dei dirigenti e della stampa, spesso si investe oltre i propri mezzi. Non è un caso che, negli ultimi cinque anni, metà dei club di Football League abbiano cambiato proprietà».
Ma fino a quando i club potranno contare su disponibilità finanziarie illimitate? Simon Chadwick, analista che fa i conti in tasca al calcio per la Coventry University, sostiene che la prima barriera per trovare una soluzione finanziaria è creare un modello di governance adatto: «Il calcio inglese cerca di gestire un business del XXI secolo con istituzioni ferme al XIX. I problemi che la Premier deve affrontare non esistono nei campionati professionistici statunitensi, dove controlli ed equilibri assicurano un certo livello competitivo, in campo e fuori. Lo stesso vale per la Bundesliga tedesca, che è strutturata per obbligare i club a mantenere sotto controllo i “core costs”». Acquisti e ingaggi, insomma.
Allo stesso tempo, Chadwick auspica più saggezza e una migliore autoregolamentazioni da parte dei club. Ma come si governa quel mostro a venti teste, quasi coronate, che la Premier è diventata? Come coniugare gli interessi di magnati come lo sceicco Mansour (Manchester City), gli americani Malcolm Glazer (Manchester United) e John Henry (Liverpool), l’oligarca russo Roman Abramovich (Chelsea), i businessmen inglesi Mike Ashley (Newcastle) e David Gold (West Ham)?
Anche secondo Clarke, più si sale di livello e più l’autoregolamentazione è difficile, perché il rovescio associato al rischio diventa troppo grande: «In League 2, abbiamo introdotto il salary cap. Ma una volta in Championship, non puoi impedire ai club di provare a conquistare la promozione in Premier».
Tra le specifiche iniziative della Football League c’è anche una più stretta collaborazione con il fisco affinché vengano subito segnalati i club in arretrato coi pagamenti. Tuttavia, la mano pesante della Football League può anche dare fastidio agli stessi club. Prendiamo la scelta di Craig Bellamy di lasciare il Manchester City, una big di Premier, per una squadra di Championship come il Cardiff City. Un affare per l’ambiziosa società gallese, ma come ha fatto un club che l’anno scorso era sull’orlo dell’amministrazione controllata a trovare le 90.000 sterline settimanali (404,5 mila euro mensili) per ingaggiare Bellamy? La risposta è che l’onere di versargli lo stipendio il Cardiff se lo spartisce con il Man City.
È questo lo scenario che Clarke vuole monitorare, ma mettendo tutto in piazza ha irritato la dirigenza. In un comunicato che dimostra implicitamente come interessi finanziari ed emotività siano strettamente intrecciati, il Cardiff ha scritto: «Siamo estremamente delusi che (Clarke) ne abbia discusso in pubblico. Siamo fiduciosi che l’operazione possa unire il business a un contesto sportivo. Siamo orgogliosi di avere raggiunto un accordo che ci ha permesso di riportare Craig a casa per aiutarci a tornare in Premier League».
Proprio per controllare i costi il consiglio direttivo dell’UEFA introdurrà il cosiddetto fair-play finanziario: dal 2012-13 i club dovranno dimostrare di avere spese in linea con le aspettative di ricavi, pena l’esclusione dalle coppe europee. In altre parole, il Manchester City non potrà spendere 140,7 milioni di euro in trasferimenti senza “spiegare” il proprio modello di gestione.
Il fair-play finanziario è un’idea del presidente dell’UEFA, Michel Platini, che ritiene il controllo dei debiti la chiave «per la sopravvivenza del nostro sport». A prima vista, sembra difficile prendersela col rigido regime di Platini per le follie degli “spendaholics” che abbondano in Premier. Tuttavia, sul tema i critici hanno almeno un paio di punti a favore. Il primo arriva dal presidente del Chelsea, Bruce Buck. Astutamente, non sostiene che al Chelsea dovrebbe essere concesso di spendere come vuole i soldi di Abramovich; ma che le nuove regole impediranno ad altri di emulare il Chelsea: «Se i proprietari non possono mettere soldi nel club, sarà difficile per chi è in fondo alla classifica lavorare per arrivare in alto, o per un club di Championship salire in Premier».
Dato lo squilibrio esistente, una logica discutibile. Ma è la seconda critica alla posizione di Platini quella più degna di nota, dato che l’UEFA impone una limitazione, ritenuta non necessaria, al ritorno di investimento sui club. Perché mai i tycoon non dovrebbero buttare soldi nella Premier, se vogliono farlo? Che problema c’è se cercano soltanto emozioni, o sfruttano l’esposizione globale della Premier per ottenere meno tangibili obiettivi di brand-building, cioè di costruzione o consolidamento del marchio?
È questa la linea adottata dall’amministratore delegato della Premier, Richard Scudamore. Lo scorso maggio, in un’intervista rilasciata allo stesso Guardian dichiarò che era «un riconoscimento al proprio valore il poter attirare credito». Come Buck neanche Scudamore condivide la fissa dell’UEFA sul break-even (il punto di pareggio fra entrate e uscite), e preferirebbe regole basate sulla sostenibilità: «Se puoi dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che ciò che stai facendo è sostenibile, dovrebbe essere permesso. Se Mohamed Al-Fayed trae un profitto dai suoi affari e vuole reinvestirlo, non ho sentito commentatori dire che possa farlo nel Fulham è sbagliato».
Per il bene dei tifosi, si spera che quella mostrata da Scudamore non sia la stessa tracotanza che quasi ha portato al tracollo il sistema bancario globale. Ma a essere obiettivi, ci sono due possibili falle nel suo test di sostenibilità.
Il primo è che giudica l’operato dei proprietari nel solo “anno zero”. Parafrasando le parole di Clarke, quando rilevano un club quasi tutti i neoproprietari hanno le giuste intenzioni. Ma che cosa accade se il loro business principale fallisce o se le loro priorità cambiano?
Il secondo è che il test di sostenibilità ha senso fino a quando i ricavi crescono (come i mutui rispetto al futuro valore di una casa). Ma cosa succede se c’è un ridimensionamento che costringe a fare marcia indietro persino i miliardari?
Il calcio (non solo) inglese è a un crocevia. Se l’UEFA non molla la presa sul break-even, tre quarti dei club dovranno ridurre le spese per gli ingaggi. Per qualcuno questo danneggerà la Premier, perché attirerà meno talenti da tutto il mondo. Ma Hill, quello della Kentaro, non ne è convinto: «Il mio istinto mi dice che la Premier è troppo forte per risentire delle regole sul break-even. Il prodotto che Premier e SKY hanno creato è superbo».
Supponiamo invece che Scudamore convinca l’UEFA che il test di sostenibilità sia l’approccio giusto. Quali sono le implicazioni? Il vero pericolo è un’ulteriore polarizzazione del campionato inglese. Adesso, secondo Jones della Deloitte, esistono club ben gestiti, e a vari livelli, visto che «Tottenham e West Bromwich Albion stanno dimostrando che nel sistema attuale è possibile coniugare risultati sul campo e business».
Ma sarà ancora possibile, senza le regole UEFA sul break-even? Una delle statistiche più preoccupanti fornite dalla Deloitte riguarda i profitti operativi, cioè al netto di interessi, carico fiscale ed eventuali voci straordinarie non connesse all’attività dell’impresa. Dal 2004-05, le “big four” (Man Utd, Chelsea, Arsenal e Liverpool) hanno toccato i 186,7 milioni di euro. Per le altre (neopromosse escluse), si passa da un profitto di 59,7 milioni a una perdita operativa di 131,7 milioni. Cifre che implicano che il solo modello di business per i club fuori dalla Champions è vendere ad acquirenti sempre più ricchi. Nessuna meraviglia, quindi, che la priorità del presidente dell’Everton, Bill Kenwright, sia cedere la società a un miliardario.
Ma mettiamo che Scudamore sia un visionario e che la Premier resti un passo avanti ai propri debiti. A un certo punto, i ricavi esteri supereranno quelli domestici e la trasformeranno in una sorta di multinazionale con base inglese, con un calendario su misura, nuovi orari, partite da giocare oltremare, pause invernali per le tournée. Più che la vetrina del calcio inglese, diventerà uno show itinerante come gli Harlem Globetrotters. Un paradiso perduto, ma non più in perdita, per spendaholics. Contenti loro.
Christian Giordano, Guerin Sportivo

Monte-ingaggi Premier League 1992-2010
Stagione mln sterline mln euro
1992-93 54 60,8
1993-94 65 73,2
1994-95 80 90,1
1995-96 110 123,9
1996-97 135 152
1997-98 190 214
1998-99 265 298,4
1999-00 319 359,3
2000-01 396 446
2001-02 475 534,8
2002-03 548 617,4
2003-04 583 656,8
2004-05 559 629,8
2005-06 605 681,3
2006-07 669 753,4
2007-08 787 886,2
2008-09 915 1.030,4
2009-10 1.015,65 1.137,7

Ricavi della Premier League dai diritti tv all’estero
Continente Percentuale
Asia 37%
Resto d’Europa 29%
Medio Oriente 15%
Africa 12%
Americhe 5%
Oceania 2%

Ricavi dei top campionati europei
Campionato Nazione Ricavi (sterline) Ricavi (euro)
Premier League Inghilterra 1.981 mln 2.233,4 mln
Bundesliga Germania 1.289 mln 1.452,8 mln
Liga Spagna 1.228 mln 1.384,1 mln
Serie A Italia 1.223 mln 1.378,4 mln
Ligue1 Francia 858 mln 967,1 mln
Championship (II div.) Inghilterra 375 mln 422,7 mln
League I (III div.) Inghilterra 123 mln 138,7 mln
League 2 (IV div.) Inghilterra 68 mln 76,7 mln

Fatturati e merchandising dei top campionati europei (mld euro)
Campionato Nazione Fatturato Merchandising
Premier League Inghilterra 2,5 171
Bundesliga Germania 1,57 127
Liga Spagna 1,51 145
Serie A Italia 1,49 64
Ligue 1 Francia 1,05 86

Incidenza del monte-ingaggi nei top campionati europei
Campionato Nazione Percentuale
Serie A Italia 64%
Liga Spagna 60%
Premier League Inghilterra 60%
Bundesliga Germania 48%

martedì, dicembre 28, 2010

Top Gunners e Profondo Blues


il momento di svegliarci, perché ora stiam dormendo". Ancelotti ha fiutato che il vento è cambiato. Allo Stamford Bridge, dove gli hanno già cambiato il vice (Emenalo per Wilkins) ed esautorato il ds Frank Arnesen, e soprattutto fuori. Dove il Chelsea non vince dal 30 ottobre, 2-1 a Blackburn.

Il vento che per la prima volta spira sul suo Chelsea è quello della crisi. Non ancora un ciclone capace di travolgerlo, ma una brezza gelata a forza 6, 6 come le partite senza vittorie in Premier e 6 come la distanza dalla capolista Manchester United, che a Birmingham potrebbe allungare. Aggravando così una crisi tutt'altro che passeggera.

"Il nostro momento difficile continua - ha detto a fine partita Ancelotti - Pensavamo, con le due settimane di lavoro che abbiamo fatto, di aver ritrovato la miglior condizione. Probabilmente la migliore condizione c'è, ma non siamo ritornati a giocare come vogliamo. Siamo disattenti, concediamo troppo".

Un peccato capitale, perché in campo aperto e palla a terra, le squadre di Wenger sono seconde, per efficacia, solo al Barcellona di Guardiola. E a volte, persino più belle. Sino a un anno fa, contro i muscoli e i chili del Chelsea, non ci sarebbe stata partita. Ma per l'Arsenal era forse l'ultima occasione: battere finalmente una grande per continuare a pensare in grande.

E la lezione di calcio impartita dai Gunners è andata ben al di là del 3-1 finale, e gli infortuni che a Carletto non hanno dato tregua. Terry è irriconoscibile, Lampard è appena rientrato. E il vero Essien manca dallo scorso gennaio. Il prossimo non è ancora cominciato, e per i campioni il sogno di ripetersi sembra già un incubo che si sta trasformando in realtà. Una realtà che somiglia sempre più a un film horror. Profondo Blues.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, dicembre 23, 2010

Stoccarda-Bayern, la festa del gol

Non fossero tedeschi, ci sarebbe da pensar male: 6 a 3 negli ottavi di Coppa di Germania, 5 a 3 tre giorni prima in campionato. Quando il Bayern va a Stoccarda è sempre una festa. Di gol, e per gli scommettitori.

Troppi gol (11 fatti e 6 subiti) e troppo ravvicinati per non destare sospetti, soprattutto in un momento in cui, proprio in Germania, le antenne di stampa e federazione sono ben dritte per il 3-2 del Bochum contro l'Energie Cottbus, la partita dello scandalo della Bundesliga 2008-09 per cui è stato arrestato, dopo le intercettazioni telefoniche, l'ex attaccante della Pistoiese Cristian Biancone.

Ma forse a fugare ogni dubbio ha contribuito il sesto gol bavarese, in apparenza il più sospetto: quello segnato al 94' da Ribéry, e addirittura di testa: non proprio la specialità della casa per il piccolo esterno francese, in gol nel finale, ma di primo tempo, anche domenica.

Ma sono proprio i gol e la loro successione la miglior garanzia per due partite troppo pazze per non essere vere.

In coppa, Ottl e Gomez hanno portato il Bayern sul 2-0 già dopo 7 minuti e 35 secondi. Poi lo Stoccarda ha rimontato due volte con Pogrebniak fino al 2-2 e su rigore di Gentner per il 3-3, ed è stato in partita fino alla fine, visto che il 4-3 di Muller è arrivato all'81' e il crollo solo negli ultimi 4 minuti più recupero.

In Bundes, invece, i campioni conducevano 5-1 al 54esimo, quando Gomez aveva già consumato la sua tripletta. Dopo un anno di panchina, con 19 gol in 15 presenze il centravanti della nazionale è tornato l'uomo da 30 milioni di euro che il Bayern, nel 2009, versò proprio allo Stoccarda. Non fossero tedeschi, ci sarebbe da pensar male.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, dicembre 22, 2010

Rafa, Leo e l'Inter 4-2-no-fantasia


LA TATTICA
PERCHÉ SÌ - Perché Leonardo ci è già passato. Il 18 ottobre 2009, il Milan era sotto 1-0 a San Siro con la Roma. Si fa male Abate e dopo l'intervallo, dal tunnel non spunta un altro esterno destro, ma una punta: Inzaghi. Pirlo e Ambrosini mediani bassi, Seedorf dietro tre attaccanti: Pato, Inzaghi e Ronaldinho. Tutti insieme sconsideratamente. Nasce il Milan 4-2-fantasia. Il Milan di Leonardo. Oggi, con la stessa formula potrebbe rinascere l'Inter. L'Inter di Leonardo.
PERCHÉ NO - Perché Leonardo, e con lui l'Inter, non ha tempo. I campioni sono a -13 dal Milan, e oltre alla capolista hanno davanti altre 5 squadre, forse troppe per cambiare in corsa e rimontare fino al sesto scudetto consecutivo. A Benitez si rimproverano almeno tre errori: la preparazione indifferenziata, i rapporti con lo spogliatoio e il voler far sudare la palla per non spremere troppo un gruppo che a Mourinho aveva dato tutto. Quel "tutto" che anche Leo non potrà avere, né chiedere.

LA ROSA
PERCHÉ SÌ - Perché per reggere Sneijder dietro Eto'o, Milito e Pandev, servono equiilibri, corsa e ricambi. Quelli che , per i troppi infortuni, Benitez non ha mai avuto. Con il rientro di Maicon come terzino destro, in mediana Leo avrebbe sei uomini per due posti: Cambiasso e Stankovic prime scelte, Zanetti e Thiago Motta riserve di stralusso, Muntari e Mariga come terze linee. In una squadra anche troppo muscolare, Benitez aveva "solo" Obi e Nwankwo.
PERCHÉ NO - Perché Biabiany a parte, là davanti l'Inter non ha esterni di ruolo. Coutinho, l'investimento per il futuro, ha talento e personalità, ma è una mezzapunta. E' un '92, gli mancano muscoli e centimetri, ma ha "numeri" da predestinato, altro che fenomeno del futsal. Ma fra infortunio e Sudamericano Under 20, tornerà a febbraio. L'anno scorso, Eto'o ha fatto quasi il terzino, ma per Mourinho. Con Benitez, Eto'o è tornato Eto'o: con Drogba, la miglior prima punta del mondo. Accanto a Milito nel 4-2-fantasia che Leo ha mutuato dal Brasile '82 di Telê Santana, gli toccherebbe tornare sulla fascia.

AMBIENTE
PERCHÉ SÌ - Perché Leo si presenta bene, anche mediaticamente. E l'Inter col 4-2 fantasia sarebbe un bel colpo di restyling anche all'immagine. La squadra campione di tutto non sa gioire neanche quando vince. Mancini, Mourinho e forse Benitez nell'addio hanno sbagliato modi e tempi. Leo invece, nonostante le incomprensioni con Berlusconi, ha lasciato il Milan con classe. E gratis.
PERCHÉ NO - Perché dopo Mourinho, nulla sarà come prima. Non solo all'Inter. Baresi sa di calcio quanto Tassotti, ma l'ombrello capace di coprire un allenatore comunque inesperto (IMG GALLIANI) non è proprio lo stesso. E a Milano, il primo requisito è piacere al presidente. A Moratti Benitez non è mai piaciuto. Leo invece sì, ma in sei mesi, fra Guardiola e Rosell possono succedere tante cose.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, dicembre 16, 2010

Calcio e (è) potere


"Calcio e potere" (Football Against the Enemy, “Il calcio al nemico” nel gioco di parole in lingua originale) è un libro datato (1993), e adattato dall’autore (nel 2006), per l’edizione italiana, con una seconda introduzione e, in appendice, un capitolo dedicato a Silvio Berlusconi.
Lo ha scritto il cosmopolita e poliglotta Simon Kuper, giornalista nato in Uganda nel 1969 e vissuto in Olanda, Stati Uniti e Inghilterra. Ora vive a Parigi e dal 1994 è columnist per il Financial Times, ma non era che uno squattrinato neolaureato (in storia e tedesco) a Oxford, e digiuno di tribune stampa, quando si mise a girare il mondo in cerca di storie in cui il calcio non era solo una palla che si disputavano in 22. Guarda caso, i suoi anni e il numero di Paesi da lui visitati, in nove mesi, con 5000 sterline di budget. Oggi con quella cifra nemmeno partirebbe, ma allora gli bastò per un romanzesco viaggio – narrato in prima persona con la fresca ingenuità e lo stupore del freelance alle prime armi – dall’Old Firm di Glasgow (visto dal vivo e in trasferta da Belfast) al Camerun di Roger Milla, da oltre l’ex Cortina di ferro a Barcellona, dall’ultimo Herrera nel buen retiro veneziano all’Argentina post-Videla, dagli Usa al Bangladesh, dal Sudafrica di Mandela al Baltico, fino alle “sue” Olanda e Inghilterra.
Spiace notarlo, ma la traduzione fatta da Alfonso Vinassa de Regny – nonostante il lavoro di revisione e adattamento curati da Simone Bertelegni, autore di L’ultimo baluardo – Il calcio schietto dell’Athletic Bilbao – non gli ha reso l’efficacia che meritava. E uscire a tanti, troppi anni di distanza certo non aiuta. Ma di questo tutto sommato riuscito mix fra storia e romanzo, a metà tra diario e reportage, restano tanti aspetti positivi, a cominciare dalla capacità di cogliere, nelle “piccole” storie e figure di ogni giorno, le pieghe dei grandi Eventi della Storia. Kuper non raggiunge le vette toccate con il più consapevole e più maturo Ajax, la squadra del ghetto (2003), pubblicato in Italia dalla stessa casa editrice, ma ci aiuta a tenere aperti gli occhi. Scusate se è poco.
Christian Giordano

Simon Kuper
CALCIO E POTERE
ISBN Edizioni, 328 pagine, 18,50 euro
Introduzione di Alberto Piccinini


L'INTERVISTA ALL'AUTORE (commissionata ma mai pubblicata dal Guerin Sportivo)

- Simon Kuper, partiamo dal suo 4-4-2 di copertina: Mandela e Berlusconi tra terroristi, dittatori sanguinari, aguzzini della polizia segreta: non avrà esagerato?
«È ovvio che Mandela sia un grand’uomo e che Berlusconi non sia un maniaco omicida. Il punto non è se quelli citati siano o no individui terribili, ma che il calcio è parte del loro modo di fare politica, e a volte di come vedono il mondo».

- Ruoli e posizioni hanno un significato? Sono studiati?
«No, altrimenti bin Laden lo avrei messo in porta, dove ha giocato davvero. La formazione non segue alcun ordine particolare».

- Calcio e potere: perché un libro?
«L’ho premesso nell’introduzione. Prima di scriverlo sapevo che in Brasile il mondiale vinto a Messico 70 aveva mantenuto al potere la dittatura, o che il derby di Glasgow fra Celtic e Rangers acuiva le tensioni settarie anche nell’Irlanda del Nord: volevo capire se era vero. Quando cominciai la stesura, nel 1992, pochissimo era stato scritto sull’importanza sociopolitica del calcio. Un gioco di così enorme portata, seguìto da milioni di persone, veniva trattato solo come un gioco. Volevo indagare sul calcio inteso come fenomeno sociale, ai tempi un approccio relativamente nuovo».

- Con un reportage a “low budget”?
«Avevo pochi soldi. Se avessi avuto un milione di dollari, avrei alloggiato in hotel a cinque stelle».

- Davvero con 5.000 sterline ha visitato, in nove mesi, 22 Paesi?
«Sì. Non lo dico per finta. Ho viaggiato come fanno in tanti a quell’età (avevo 22, 23 anni), da squattrinati e a zaino in spalla. Dormivo negli ostelli della gioventù e in treno. L’unica differenza è che, dopo aver dormito la notte in treno, di giorno dovevo lavorare. Trascrivevo gli appunti seduto al tavolo della cucina degli ostelli. E a volte riuscivo a stare in una casa vera, come dai miei parenti Johannesburg o da amici ad Amsterdam».

- Allora lei era un neolaureato in storia e tedesco a Oxford, ma oggi, da affermato columnist del Financial Times, lo rifarebbe?
«Non lo rifarei. Primo, per via della globalizzazione. Da quando ho scritto il libro, anche in Paesi molto diversi il calcio è diventato assai più simile. Per esempio, il Brasile e l’Italia ora giocano un calcio che si assomiglia. E anche i tifosi, dappertutto, sono più simili di com’erano in passato. Secondo, nel frattempo sul tema si è scritto parecchio, quindi non avrei bisogno di fare ciò che altri hanno già fatto o stanno facendo bene. Ma se ricominciassi a girare per scrivere, non pernotterei in ostelli della gioventù né dormirei in treno. Ho 38 anni, sono troppo vecchio per quelle cose».

- Com’è cambiato il suo modo di guardare il calcio?
«Come ho scritto nell’introduzione, nell’Europa occidentale il calcio non riflette più le vere divisioni sociali come invece accadeva una volta, perché, in Europa, stanno scomparendo. Mi lasci citare questo passo:
“Quando ho scritto questo libro, i conflitti calcistici in Europa riflettevano ancora passionalità religiose, di classe, territoriali. Il Barcellona paladino del nazionalismo catalano, il derby Milan-Inter che in passato contrapponeva le classi lavoratrici degli emigranti e la classe media locale, gli olandesi che nella sfida di Euro 88, contro i tedeschi, ancora portavano in sé il trauma della guerra. Oggi queste pulsioni sono più deboli. Sempre meno europei credono in Dio, le divisioni sociali sono circoscritte ed è difficile essere così fanatici per la propria territorialità visto che Paesi come la Spagna sono democrazie decentralizzate e regioni come la Catalogna potrebbero scegliere l’indipendenza, se davvero lo volessero.
E allora, quando i tifosi del Barcellona sventolano le bandiere catalane, o i tifosi di Glasgow cantano cori settari, usano simboli tradizionali per esprimere una rivalità calcistica. Quel che oggi si ascolta negli stadi europei non è più il riflesso di altri sentimenti. Anzi, è il calcio stesso a essere diventato una “causa”. Fuori dall’Europa, tuttavia, le divisioni tribali ancora sopravvivono».

- Lei voleva verificare, tra le altre cose, le illustri citazioni di due guru della panchina. “Il calcio è guerra” (Rinus Michels). “Il calcio non è questione di vita o di morte: è molto, molto di più (Bill Shankly). Allora?
«Per me, il calcio non è guerra né questione di vita o di morte. Dovrebbe essere un divertimento, qualcosa cui guardare con humour. Credo che la gente prenda il calcio troppo seriamente. Ed è di questo che volevo scrivere».

- Per Platini (a L’Équipe) “il calcio rappresenta un modo di essere, una cultura”.
«Cultura e storia di solito non influenzano il calcio giocato di un Paese. Per esempio, non credo che il Catenaccio, stile che l’Italia ha spesso impiegato, abbia a che fare con la storia italiana (come si sbaglia, Mr Kuper, ndr). Né penso che il Calcio Totale derivi dalla storia marinara degli olandesi. Questi stili si sono sviluppati per percorsi intrinseci del calcio. Le uniche eccezioni che citerei sono quelle tedesca e inglese. In quei Paesi c’è sempre stata un’ammirata tradizione di virtù militari – forza, coraggio, lavoro duro –, divenute peculiari nel loro calcio. In Gran Bretagna, questa tradizione “militarista” esiste ancora. In Germania è morta nel 1945, ma quelle virtù militari, scomparse dalla vita quotidiana dei tedeschi, restano nella loro tradizione calcistica. Anche se, nell’intervista che mi rilasciò per il libro, Helenio Herrera ha sempre rifiutato l’idea che una nazione abbia un proprio particolare stile di calcio».

- Analogie e differenze nei Paesi che ha visitato?
«L’argomento è troppo vasto, ci vorrebbero ore. La risposta è il libro che ho scritto».

- Piccoli Kuper crescono o i giornalisti che fanno inchieste, come lei o come Andrew Jennings [autore de I padroni del calcio, ndr], sono sempre più rari?
«Ma io non sono per niente come Jennings. Lui è un giornalista investigativo, che svela scandali. Io cerco più di analizzare come la gente guarda al calcio, ciò che esso significa in un Paese. Entrambi riportiamo fatti, io cerco più di interpretarli e lui è più reporter e si concentra sugli aspetti finanziari, io no.
Più in generale, si fa meno approfondimento e giornalismo investigativo perché i giornali sono in perdita e le tv fanno soprattutto intrattenimento. Tenere gente che svolga il lavoro d’inchiesta costa troppo».

- Dei giornalisti sportivi italiani lei non sembra avere una grande opinione: uno scoop al giorno eccetera.
«Non parlavo dei giornalisti sportivi italiani in generale. Mi diverto davvero a leggere la Gazzetta, e conosco alcuni giornalisti sportivi italiani molto in gamba. Ogni giornalista è in cerca dello scoop quotidiano. Il modo italiano di raccontare il calcio è più tattico di quelli di gran parte degli altri Paesi, e parla più del gioco in sé. È che a volte lo fa in modo un tantino isterico, è questo l’unico aspetto negativo che direi».

- Che cos’era il “New Football Writing” della sua rivista Perfect Pitch, uscita nel 1997-98 e durata pochi numeri? Perché in Italia non esistono riviste di qualità come la francese So Foot, la tedesca Elf Freunde o l’inglese Four Four Two?
«“New writing on football” significava, molto semplicemente, scrivere articoli che prima non si pubblicavano. E, speravo, in uno stile nuovo, più meditato, con pezzi più lunghi di quelli che in Gran Bretagna eravamo abituati a leggere.
In Italia avete avuto Linea Bianca, nata sul modello di Perfect Pitch. Il problema è che quelle riviste vendono poco (tranne Four Four Two, che è più populista) [e Elf Freunde, 45 mila copie, ndr]. In Italia avete una stampa così forte nei quotidiani sportivi che per le riviste è dura avere successo».

- Che cos’è la “cablocrazia”, la democrazia via-cavo?
«Credo che al mondo l’Italia sia la cosa che più le si avvicina».

- “I politici che vengono dal calcio sono quelli che se la cavano meglio”? Da George Weah candidato presidenziale liberiano a Pelé ministro dello sport non si direbbe.
«Non è che hanno più successo di altri politici. È solo che il calcio può aiutare alcuni politici, da Macri [ex presidente del Boca Juniors e neosindaco di Buenos Aires, ndr] a Weah a Berlusconi. Sì, Weah ha fallito, ma senza calcio non sarebbe mai stato un candidato. Non puoi diventare presidente solo col calcio, perché altrimenti Pelé e Maradona e Cruijff avrebbero tutti governato i rispettivi Paesi. Ma il calcio può aiutare».

- Dove e perché “le partite sono le nuove campagne elettorali”?
«Nella sua prima ascesa politica, Berlusconi fu aiutato dai successi del grande Milan dei primi anni 90. Come ho scritto nel libro, usava il Milan come un esempio dell’Italia moderna, vincente e leader mondiale che avrebbe creato. Quindi ogni vittoria del Milan era per lui uno spot elettorale».

- Lei scrive: “Bush è un Berlusconi americano”. Cioè?
«Nel 2000 scrissi un articolo proprio su questo. Bush era uno sconosciuto fino a quando non divenne managing director dei Texas Rangers di baseball. E usò quella fama per diventare governatore del Texas. Poi, era noto abbastanza per diventare presidente».

- È vero che, al banchetto post Coppa dei Campioni 1989, la prima vinta dal Milan nell’era Berlusconi, solo Rijkaard si alzò a salutare il presidente, mentre van Basten e Gullit continuavano il primo a mangiare e il secondo a conversare?
«Sì, è vero. Ma non voglio rivelare il giocatore che me l’ha raccontato».

- Lei conclude il libro scrivendo: “Vedremo sempre più Berlusconi. Terrò gli occhi aperti”. Che cosa teme di vedere (o di non vedere)?
«Ci saranno sempre più politici populisti come Berlusconi e Macri che gaudagnano popolarità grazie al calcio, perché dappertutto la gente sta perdendo fiducia nei partiti politici tradizionali. I populisti – che guadagnano potere sull’onda dell’emotività anziché su programmi seri e concreti – mi preoccupano».

- Lei si chiedeva come il calcio influenza la vita di un Paese e viceversa. Che risposte ha trovato?
«Devo ripetermi, è scritto nel libro. Le risposte sono quelle pagine».

- “Più un Paese è disperato, più il calcio è importante”. In Italia è molto, molto importante.
«L’Italia non è neanche lontanamente un Paese disperato come lo sono la Libia o l’Iran. È vero, in Italia tanti vanni pazzi per il calcio, ma il numero di spettatori è abbastanza basso: circa lo stesso che in Francia, poco più che in Olanda e di molto inferiore a Germania, Inghilterra e Spagna.
Sono convinto che in Italia il calcio conti molto di più nella politica rispetto a quanto avviene negli altri Paesi dell’Europa occidentale, perché da voi la fiducia nei partiti è minima. Dopo Tangentopoli, gli italiani si sono allontanati dai partiti tradizionali, e hanno votato per uno nuovo che ha preso il nome da un coro da stadio».

- “Dove c’è meno libertà c’è più calcio”?
«Nei Paesi con poca libertà, come la Libia, il calcio significa molto di più perché lo stadio è l’unico posto dove puoi gridare quello che ti pare, e la squadra per cui tifi è spesso la sola identità che puoi scegliere liberamente. Inoltre, nei Paesi in cui la tv e ogni forma di intrattenimento sono controllate dal regime, spesso il calcio è l’unico divertimento».

- Il dramma di Argentina 78 non è stato trattato con troppa superficialità?
«I capitoli sono troppo brevi per coprire un Paese e andrebbero visti come una sorta di introduzione a ciò che in quel dato Paese è successo. Non pretendevo di scriverne la storia completa. Per quella, ci sarebbe voluto un libro per capitolo».

- “Si è scritto abbastanza degli hooligans, ma esistono tifosi più pericolosi”. Quali sono e perché?
«Sono i milioni che guardano i Mondiali, o che seguono il Celtic, o il Barcellona, ed esprimono attraverso il calcio nazionalismi, localismi o pulsioni religiose. Sono i tifosi “normali”. Non sono hooligans, ma costituiscono una forza politica di gran lunga superiore. I tifosi normali, è di loro che mi interessava parlare nel libro».

- Il suo libro è ancora attuale?
«Le ricerche sono datate e i Paesi sono cambiati. Ma l’attualità di quei capitoli è che raccontano cose, di quei Paesi, vere anche oggi. E lo stesso vale per i temi trattati. Per esempio, a Glasgow la rivalità calcistica tra cattolici e protestanti esiste tuttora. A Barcellona, il club resta l’orgoglio della regione. In Camerun, c’è lo stesso dittatore. Tante cose sono cambiate, tante altre no».
Christian Giordano