venerdì, febbraio 25, 2011

Catenaccio: di Banas in meglio

Verrou in francese, riegel in tedesco, cerrojo in spagnolo, door-bolt o chain in inglese. Chiamatelo come volete: è Catenaccio (meglio: chiavistello, per il movimento “scorrevole” dei terzini centrali), e a partire dagli anni 30 ha rivoluzionato il calcio, il modo di intenderlo, giocarlo e giudicarlo.

Helenio Herrera ne fece la testata d’angolo dell’Inter euromondiale degli anni 60, aiutato da una super difesa che davanti al libero Picchi schierava due marcatori puri (Burgnich e Guarneri) e, a sinistra, Facchetti, il primo fluidificante moderno del nostro calcio.

Nel Verrou, dal quale il Catenaccio deriva, la difesa è assicurata da due difensori d’ala e due centrali (che si alternano sul centravanti avversario); e protetta da almeno uno dei due centrocampisti, chiamati a fare da raccordo in una sorta di 4-2-4 ante litteram. Una delle migliori interpretazioni la diede la Svizzera a Brasile 1950.

In Italia, già dagli anni 20 predicava calcio l’ungherese Josef Banas. Ex centromediano metodista di Cremonese, Milan, Venezia e Padova (dove ebbe come allievo il giovane Nereo Rocco), da allenatore riteneva che il WM, importato dall’Inghilterra e in rapida diffusione continentale, fosse destinato a scontrarsi con i colpi di coda del gioco danubiano, ancora troppo radicato.

Nel contempo aveva intuito che, soprattutto da noi, in attacco si cercava subito di verticalizzare la manovra e quindi serviva rafforzare la retroguardia, magari a scapito del centrocampo. Fu tra i primi a tentare il cosiddetto “mezzo sistema”, una sorta di anticamera del Catenaccio.

Esigentissimo, specie con gli apprendisti, l’ungherese viene ricordato ancora oggi da chi lo ebbe come maestro. Luigi “Cina” Bonizzoni, futuro tecnico, sotto la supervisione di Gipo Viani, del settimo scudetto milanista (1958-59), raccontava che un giorno, durante una partitella (si era negli anni 30), Banas lo beccò mentre, palla al piede, in mezzo al campo, girava su stesso anziché servire subito un compagno smarcato: Banas lo punì per la «inutile giostra» spedendolo subito negli spogliatoi. Chissà cosa avrebbe detto o fatto, oggi, davanti a certi ghirigori di una star come Zidane o il primo Ibrahimovic. Quello (pre-Capello) che non segnava mai.

Nel 1946-47 Viani allena la Salernitana, squadra sul piano tecnico modesta promossa in A (che abbandonerà l’anno dopo, per un punto) grazie soprattutto al Vianema. In quel modulo un finto centravanti, il marcatore Alberto Piccinini (padre del Sandro telecronista e conduttore Mediaset) che, da mediano, avrebbe poi vinto uno scudetto con la Juventus, controllava il centravanti avversario, permettendo così al difensore centrale, Ivo Buzzegoli, di trasformarsi in battitore libero.

Resta un mistero se il primo libero del calcio italiano sia stato Buzzegoli e non Blason, che Rocco impiega nello stesso modo nella Triestina, seconda nel ’47, e al Padova, promosso in Serie A nel 1954-55. Un rebus irrisolvibile se si tiene conto del “campionato di guerra” del ’44. Lo vinse, contro il grande Torino, la squadra dei Vigili del Fuoco di La Spezia. L'allenatore era l’ex secondo di William Garbutt al Genoa nel ’38, Ottavio Barbieri, che schierò da “ultimo uomo” Wando Persia e fece marcare a uomo Valentino Mazzola.

Stratagemma, questo, al quale non ricorrevano soltanto le piccole. Anche la Juventus campione d’Italia 1949-50, allenata dall’inglese Jesse Carver, dirottava il mediano Giacomo Mari sul centravanti avversario, trasformando di fatto in libero l’acrobatico centromediano Carletto Parola. Quello della rovesciata in copertina nell'Album delle figurine Panini.

Ma la più famosa interprete del Catenaccio fu un’altra Inter, quella che Alfredo Foni condusse a due scudetti consecutivi (1953 e 1954): Blason dietro la maginot Neri-Giovannini-Giacomazzi, per spazzare la propria area, e la finta ala destra Armano arretrata a centrocampo. La squadra perdeva un attaccante e guadagnava un difensore, ma là davanti Skoglund-Lorenzi-Nyers bastavano e avanzavano. Come premio, Foni fu esonerato. Perché non divertiva. Già vista-letta-sentita?

CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

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