martedì, marzo 29, 2011

Chillida, l'uomo che trasformò il ferro in vento

Eduardo Chillida era portiere della Real Sociedad nella città basca di San Sebastián. Alto, magro, aveva una maniera tutta sua di parare e già gli avevano messo gli occhi addosso il Barcellona e il Real Madrid. Gli esperti dicevano che quel ragazzo sarebbe diventato l'erede di Zamora.
Ma il destino aveva ben altri programmi. Nel 1943 un attaccante avversario, che non a caso si chiamava Sañudo (Rabbioso) gli ruppe il menisco e tutto il resto. Dopo cinque operazioni a un ginocchio, Chillia diede l'addio al calcio e non ebbe altro rimedio che diventare scultore.
Così nacque uno dei grandi artisti del secolo. Chillida lavorava con materiali pesanti, di quelli che affondano nella terra, ma le sue mani poderose lanciavano in aria il ferro e il cemento che, volando, scoprono altri spazi e creano altre dimensioni. Prima, nel calcio, faceva lo stesso col suo corpo.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Domingos e "lei"



Questa qui, la palla, mi ha aiutato molto. Lei o le sue sorelle, no? È una famiglia alla quale serbo gratitudine. nel mio passaggio sulla terra lei è stata la cosa più importante. Perché senza di lei nessuno potrebbe giocare. Io cominciai nella fabbrica di Bangú. Lavorando, lavorando fino a che non incontrai la mia amica. E con lei fui molto felice.
"Conosco il mondo intero, ho viaggiato molto, ho avuto molte donne. Anche le donne non sono male, no?"

(Testimonianza raccolta da Roberto Moura)

EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Champions, re per una notte

I protagonisti che non ti aspetti

Quando il massimo trofeo continentale è stato deciso da eroi non per caso. Nessun fuoriclasse, ma 21 giocatori utili e, per una volta, la più importante, fondamentali

di Christian Giordano

Ci sono fallimenti (al botteghino) che entrano nel mito. E, fatalmente, nel linguaggio comune. E ci sono exploit di una sera che, da passaporto per la gloria, diventano corsia preferenziale per il dimenticatoio, l’oblio. Spesso, senza un vero perché. La storia di mezzo secolo di Coppa dei Campioni, o Champions League che dir si voglia, è piena di Rupert Pupkin (Robert De Niro), aspiranti divi che passano la vita a inseguire il successo, pur breve che sia. Forse questo ha poco a che fare con il “male metropolitano” ben descritto, nel 1983, nella coraggiosa e anticonformista black comedy di Martin Scorsese. Ma rende l’idea di quanto, nel calcio, certe carriere siano fragili come i fili d’erba sui quali sono nate. Ecco qualche esempio ad hoc, in rigoroso ordine di apparizione.

1956 – JOSÉ HÉCTOR RIAL LAGUIA (Real Madrid)
“El Tucuta” (Pergamino, 14-10-1928) è il secondo argentino del Real Madrid dopo Di Stefano. Vi arriva nel 1948 dal San Lorenzo de Almagro, dove giocava mezzala sinistra nella prima linea con Reggi, Uñate, Pappa
e Silva. In Spagna, stessa musica con Joseito, Marchal, la “Saeta Rubia” e Gento, del quale è l’ideale rampa di lancio. Al Parco dei Principi, segna al 30’ il gol del 2-2 e al 79’ quello del 4-3 conclusivo. Il primo girando in rete di testa un corner. Il secondo su passaggio di Gento, che per una volta gli ricambia uno dei tanti favori. Come non bastasse, il re per una notte del ’56 nel ’58 si fa principe: contro il Milan, ancora a 11’ dalla fine, è suo il pareggio che vale i supplementari. L’archetipo del secondo violino.

1962 - DOMICIANO BARROCAL GOMES “CAVÉM” (Benfica)
Un numero che dice tutto: 9 come i ruoli occupati in carriera, tutti tranne centravanti e portiere. Comincia da ala sinistra e via via scala a terzino. All’Olympisch Stadion di Amsterdam, gioca da mediano accanto a Cruz nel 4-2-4 con cui il Benfica si conferma in vetta all’Europa. Il favorito Real Madrid in 23’ va sul 2-0 (doppietta di Puskás). Águas (25’) e Cavém (34’) agguantano il pari su due indecisioni di Araquistain, numero uno merengue. Al 38’ il Colonnello fa tris. Nella ripresa, pareggio di Coluna (51’) e due gol di Eusebio. Affetto dal morbo di Alzheimer, Cavém (Vila Real de Santo António, 21-12-1932) si è spento ad Alcobaça l’11 gennaio 2005. Con le Aquile, dal 1956 al ’69, 542 gare e 125 gol. Sottovalutato.

1966 - FERNANDO NAVARRO SERENA (Real Madrid)
Al 76’, col punteggio sull’1-1, stop di petto e da trenta metri gran sinistro dell’ala destra che decide la sfida dell’Heysel. Uno dei più bei gol nella storia delle finali della Coppa dei Campioni, degno di quelli storici segnati in finale da miti Merengues quali Di Stefano e Puskas e, ai giorni nostri, Raúl e Zidane. Il Real Madrid che batte il Partizan Belgrado è molto diverso da quello campione pentacampione d’Europa 1956-60. In avanti Serena (Madrid, 28-1-1941) e Grosso, tecnica non eccelsa ma podismo da vendere, sono bravi a incrociarsi per favorire gli inserimenti di Amancio (che al 70’ pareggia il gol segnato al 55’ da capitan Vasovic) e raccogliere i suggerimenti del veterano Gento dalla sinistra. Eroe per caso.

1967 – STEPHEN “STEVE” CHALMERS (Celtic Glasgow)
Padre d’arte (anche il figlio Paul sarà attaccante in biancoverde), copre tutti i ruoli dell’attacco riservati a un destro naturale. Al “Da Luz” di Lisbona, gioca centravanti e firma il successo della prima formazione britannica finalista di Coppa dei Campioni. All’83’, sull’1-1, Gemmell (che al 62’ aveva impattato il gol segnato al 6’ da Mazzola), serve Murdoch il cui tiro dal limite dell’area finirebbe a lato senza la volontaria deviazione di Chalmers che beffa Sarti. Quello del mite “Steve” (Glasgow, 26-12-1936) è il 200° gol stagionale del Celtic e vale il grande slam: dopo il “treble” in patria (campionato, Coppa di Scozia e Coppa di Lega), ecco il trono europeo. In 12 anni coi “cattolici” (1959-71), 228 reti in 405 match (quarto goleador nella storia del club). Ma soprattutto la più importante.

1968 – BRIAN KIDD (Manchester United)
Gran bel modo di festeggiare il 19° compleanno: a Wembley, segnando al 7’ del primo tempo supplementare, su respinta del portiere lusitano José Henrique, il 3-1 che di fatto chiude la finale contro il Benfica. Al 98’, il secondo gol di Charlton serve solo ad arrotondare il risultato. Promosso titolare al posto del 28enne Denis Law, bloccato davanti alla tv in ospedale per un intervento alla cartilagine, Kidd (Collyhurst, 29-5-1949) si dimostra all’altezza. Poi una carriera buona ma inferiore alle attese come fantasioso centravanti di Arsenal, Manchester City, Everton, Bolton e, nella Nasl, Atlanta Chiefs e Fort Lauderdale Strikers. Vinto il tumore alla prostata (2004), è tornato la mente degli schemi offensivi di Ferguson al Man Utd.

1971 – DICK VAN DIJK (Ajax)
Dopo 5’, gira a rete di testa un cross di Piet Keizer dalla sinistra. Il gol spiana all’Ajax la strada verso la prima di tre Coppe dei Campioni consecutive, l’unica con Rinus Michels in panchina. A Wembley, contro il Panathinaikos allenato da Ferenc Puskas – unica finalista greca della storia –, l’olandese (Gouda, 15-2-1946; Nizza, 8-7-1997) è il centravanti di una prima linea che vive sugli spunti degli esterni Sjaak Swart (rimpiazzato all’intervallo da Haan) e Keizer e sul genio di Johan Cruijff. A 3’ dal termine, il Profeta del gol apre sulla destra per Haan, il cui tiro viene deviato nella propria porta da Anthimos Kapsis. Fine di una partita mai nata, per manifesta inferiorità. Ajacide dal ’69 al ’72, 69 gol in 117 gare. Apripista.

1974 – HANS GEORG SCHWARZENBECK (Bayern Monaco)
“Katsche” (per l’andatura a papera) era il braccio armato del principe Beckenbauer, nel club e in nazionale. Un colosso (1,83 x 78 kg) cui la finezza di piede veniva oscurata da mole e aspetto, che da soli incutevano terrore in ogni attaccante. All’Heysel, il 15 maggio, lo stopperone d’antan pareggia all’ultimo assalto dei supplementari la punizione-gol di Luis Aragonés (113’). Il panzer si sgancia e lascia partire una sventola da oltre 35 metri che batte Miguel Reina, padre del José “Pepe” attuale portiere del Liverpool. Nel replay, due giorni dopo, risolvono tutto le doppiette dei grandi, Hoeness (di “Schwarzy” l’assist del primo gol) e Müller. Oggi gestisce a Monaco (dov’è nato il 3-4-1948) un’edicola, non male per uno che ha aperto il ciclo delle tre Coppe dei Campioni in fila.

1975, 1976 – FRANZ ROTH (Bayern Monaco)
Il soprannome, “Bulle”, spiega molto ma non tutto. Il mastino di Memmingen (27-4-1946) aveva infatti l’uzzolo per i gol storici. Come il primo contro il Leeds United (72’) o l’unico col Saint-Étienne (in uno dei rari tiri in porta della gara). Al Parco dei Principi, Müller, insolitamente arretrato a centrocampo, pesca nel mezzo Torstensson, che serve Roth. Destro secco del mediano, e 1-0. Dieci minuti dopo, Müller chiude pratica e contropiede infilando sul primo palo un cross di Kapellmann dalla destra. Complici l’entrata a forbice di “kaiser” Franz su Clarke in area (38’) e il gol annullato a Lorimer (67’) dal francese Michel Kitabdjian, finirà in gazzarra sul prato e sugli spalti, con tanto di sedili divelti e lanciati in campo e squalifica del Leeds per 4 anni, in appello ridotti a uno. All’Hampden Park, Piazza spintona Müller: punizione che l’ingegner Beckenbauer smista al manovale, destro terrificante che fulmina Curkovic. La classe operaia non va in paradiso. Ci resta.

1977 – TOMMY SMITH (Liverpool)
«Non è mai stato bambino. È nato uomo», diceva di lui ammirato Bill Shankly, che in un’altra occasione aggiunse: «Riuscirebbe a scatenare una rissa anche al cimitero». Una reputazione, basata sulla durezza mentale e nei tackle, che a questo eclettico Liverpudlian doc (nato a un miglio da Anfield, il 5-4-1945) è valsa soprannomi quali “Anfield Iron” e “Carro armato”, più innumerevoli aneddoti, molti dei quali apocrifi. E che in parte ne ha oscurato le indubbie doti in difesa e in mediana, senza disprezzare sporadici inserimenti offensivi (48 gol in 638 gare). Ai Reds sin da 15enne, è il primo capitano del Liverpool a sollevare un trofeo, la Coppa Uefa ’73, arrivata in “double” col campionato. All’Olimpico, 4 anni dopo, festeggia la 600ª presenza col club raddoppiando il gol di McDermott (27’). Smith svetta di testa su un cross alto di Heighway dalla sinistra e schiena il Borussia Monchengladbach prima del 3-0 di Neal (83’). Chiude con un anno allo Swanesa nel 1978, poi torna allovile come tecnico delle giovanili. Rosso dentro.

1980 – JOHN NEILSON ROBERTSON (Nottingham Forest)
Ala sinistra scozzese (Uddingston, 20-1-1953), arriva al Forest nel maggio ’70 già nazionale giovanile. In prima squadra debutta in ottobre, ma fino al ’75 fa poche apparizioni. Quando il club affida la panchina a Brian Clough, “The Fat Man” (il ciccione, così lo chiama il manager) esce dalla lista trasferimenti e diventa titolare fisso: 243 gare filate fra il dicembre ’76 e il dicembre ’80. Al Bernabéu, decide con un suo tipico pezzo di bravura. L’Amburgo parte a razzo, specie sulle fasce con i terzini Kaltz e Memering che devono servire Keegan, francobollato da Burns. Ma dopo 19’, Robertson fila in contropiede tagliando verso il centro. Uno-due con Birtles e, ignorando Clough e il “secondo” Taylor che gli urlano di rientrare, rasoterra dal limite che infila Kargus sul palo sinistro. Poi, Derby County (’83-85), ancora Nottingham e, in non-league, Corby Town. A fine 2004-05, lascia il Celtic da assistente del dimissionario Martin O’Neill. Mago Forest.

1981 – ALAN KENNEDY (Liverpool)
Persa col Newcastle (come Terry McDermott) la FA Cup ’74 con i Reds, regala loro due Coppe dei Campioni. Paisley, che da ragazzo, nella contea di Durham, comprava “fish and chips” nel negozio della madre di Alan, vede in lui l’erede del popolare Joey Jones. E nel ’78 lo preleva dai Magpies per 330 mila sterline. Kennedy (Sunderland, 31-8-1954) ci mette un po’ a ingranare, ma poi la Kop si innamora di quel baffuto terzino sinistro tutta forza e velocità e l’istinto per i gol importanti. Sull’out mancino del Parco dei Principi come dal dischetto dell’Olimpico. All’82’, contro il Real Madrid, “Barney Rubble” (l’amico di Fred Flinstone nel cartoon “Gli antenati”, ndr)” – come lo chiamano i Kopiters – mette giù di petto un pallone dell’altro Kennedy, Ray. Poi elude il tackle di García Cortés e dai 16 metri infila sul palo lontano Agustín. Tre anni dopo, è l’ultimo rigorista a beffare (a fil di palo) Tancredi: giallorosso a sinistra, palla a destra. Chiusa la carriera nel Sunderland, torna ad Anfield come addetto ai media. Alan per volare.

1982 – NIGEL SPINK (Aston Villa)
Ex apprendista stuccatore, a 18 anni arriva ai Villans, per 4000 sterline, come quarto portiere dietro Rimmer, Burridge e Findlay. Cresciuto nel West Ham United e transitato nel Chelmsford City (squadra della città dove è nato l’8-8-1958), con il club di Birmingham esordisce nel dicembre ’79, in campionato contro il Nottingham Forest. È la sua unica presenza prima di accomodarsi in panca al De Kuip contro il Bayern. Tempo 9’ e si rompe il titolare Jimmy Rimmer, già 12esimo nel Man Utd campione europeo 1968. Il perticone (1,87 x 92 kg) para tutto, specie su Durnberger, Rummenigge e, per due volte, Augenthaler (e su un suo colpo di testa, a portiere battuto, salva sulla linea il difensore Swain). Dopo 265 gettoni (più uno da rincalzo in nazionale), nel gennaio ’96 lascia il Villa per il West Bromwich Albion, poi chiude al Millwall nelle serie minori. Ok il goleador Peter Withe e il “Bravo” Gary Shaw, ma di quella Coppa un pezzetto è suo.

1983 – WOLFGANG ROLFF (Amburgo)
Contro la Juventus di Platini, Boniek e Bettega più i 6 campioni del mondo (Zoff-Gentile-Cabrini, Scirea, Tardelli e Rossi), che dei tedeschi doveva fare un sol boccone, la spunta lui. Il medianaccio che Ernst Happel, più che mai bestia nera delle italiane, piazza alle calcagna di “Le Roi” Michel per spegnere lui e quindi la manovra bianconera. All’Olimpico di Atene, il tedesco (Lamstedt, 26-12-1959) disputa la gara della vita, paragonabile forse a quella in cui, in nazionale, si immola sul regista austriaco Herbert Prohaska. L’uomo-partita è ovviamente Felix Magath, che dopo 8’ uccella Zoff con un pallonetto chissà quanto voluto. Ma se uno come Platini chiude il match tra i fischi, il 37 volte nazionale tedesco (zero gol) deve aver inciso. Eccome.

1984 – BRUCE GROBBELAAR (Liverpool)
Bob Paisley lo firma per 250.000 sterline dal Crewe Alexandra nel marzo ’81. In agosto, il portiere matto (sudafricano di Dunbar, 6-10-1957, ma nazionale dello Zimbabwe), rimpiazza Ray Clemence, ceduto al Tottenham per 300 mila. Tre anni dopo regala ai Reds l’Europa. L’eccesso di sicurezza gli gioca talvolta brutti scherzi, ma all’Olimpico è lui a tirarli agli altri. Specie a “Ciccio” Graziani che ai rigori, forse innervosito dalla tremarella mimata da Grobbelaar, imita l’errore di Bruno Conti. Talentuoso e agile, in 13 anni ad Anfield raccoglie 619 presenze, 6 titoli nazionali, la Coppa Campioni, 3 FA Cup e 3 Coppe di Lega. Per le illazioni sulle scommesse, il “Sun” lo risarcisce con una sterlina. Lui ne deve 500 mila per le spese legali. Dichiara bancarotta e torna in Sudafrica. Il principe dei clown.

1987 – JORGE DOS SANTOS FILHO “JUARY” (Porto)
In Italia, l’aletta (1,68 x 64 kg) di Rio de Janeiro (16-6-1959) viene ricordata più che altro per la folcloristica esultanza con cui celebrava i gol segnati nell’Avellino: girando attorno alla bandierina del corner. Cresciuto nel Santos (1976-79), arriva in Campania via-Messico (Universidad Autónoma Guadalajara) poi va all’Inter, che intende girarlo al Cesena per l’austriaco Walter Schachner, poi mai arrivato, e s’intristisce. Un anno all’Ascoli e uno alla Cremonese e tre di Porto, cui al Prater regala il gol vincente contro il favorito Bayern Monaco. Al colpo di testa del bavarese Kogl (24’), replica al 77’ il “Tacco di Allah” Rabah Madjer. Due minuti dopo, “Juju” (così lo chiamavano in nerazzurro) mette dentro in contropiede un cross di Madjer dalla sinistra. Da poco tornato in Irpinia, allena la “Berretti” dell’Avellino. Evergreen.

1993 – BASILE BOLI (Olympique Marsiglia)
La storia, si sa, la scrivono i vincitori. Ammesso e non concesso che sia attendibile la fresca autodenuncia contenuta nell’autobiografia dell’ex OM Jean-Jacques Eydelie, chissà se vale anche per i dopati. Ivoriano di Adjamé (sobborgo di Abidjan, 2-1-1967), Basile cresce nel vivaio dell’Auxerre (1982-90) con il fratello Roger, attaccante di due anni più anziano, prima di trasferirsi al Marsiglia del discusso patron Bernard Tapie. Marcatore centrale roccioso e compatto (1,82 x 75 kg), ha forza fisica e stacco imperioso. All’Olympiastadion lo dimostra, al 43’, su un corner di Abedi Pelé, rubando il tempo al milanista Rijkaard (Costacurta e Baresi non saltano) e al proprio compagno Völler; secondo Eydelie, l’unico dei suoi a non essersi bombato. Dall’anno dopo va a far cassa: Rangers (’94-95), Monaco (’95-96) e Urawa Red Diamonds (Giappone, 96-97). Coi Bleus, 45 gare e un gol. Fu vera gloria?

1997 – LARS RICKEN (Borussia Dortmund) - nella foto
Quando realizzi il capolavoro della vita a 21 anni ancora da compiere, dopo diventa dura anche se ti chiami Orson Welles, che “Quarto potere” lo scrisse, interpretò e diresse a 26. Figuriamoci se sei bersagliato da guai fisici e schiacciato dalla mutata etichetta di promessa, da grande a eterna. All’Olympiastadion, il ragazzino dai capelli rossi entra al 70’ al posto di Chapuisat e in pochi secondi segna il 3-1 che chiude la partita. Moller lo lancia nella prateria lasciata libera dal forcing juventino e l’enfant du pays giallonero (Dortmund, 10-7-1976) vede Peruzzi fuori dai pali e lo beffa in pallonetto da oltre 40 metri. Da allora, più bassi che alti e un posto nella storia per un “atipico”, agile e tecnico finché si vuole, ma sempre a metà del guado tra centrocampo e attacco. Aspettando Godot.

1998 – PREDRAG MIJATOVIĆ (Real Madrid)
Seconda punta di talento e fantasia, dà il meglio di sé al Partizan Belgrado (’87-88 e, dopo un anno al Buducnost, 89-93) e in Spagna, al Valencia (’93-96) e più ancora al Real Madrid (’96-99), dove rende al massimo giocando accanto a un centravanti di ruolo, Morientes o Suker. Alla Amsterdam Arena, il montenegrino (Podgorica, 19-1-1969) infilza la Juventus lippiana, alla terza finale consecutiva, con un golletto beffardo: al 66’, Seedorf crossa dalla destra per Roberto Carlos, che tira. La palla, rimpallata da Iuliano, finisce a Mijatović, che aggira Peruzzi e la mette nel pertugio giusto. Per le Merengues, dopo 32 anni, arriva l’agognata Settima. Sulla scia, Predrag approda alla Fiorentina, come spalla di Batistuta prima e di Chiesa (altra seconda punta) poi, ma già non è più lui. Oggi è il plenipotenziario cui il presidente del Real Madrid, Florentino Pérez, ha affidato la Mission Impossible 2: prendere Fabio Capello. Far gol, al confronto, era un gioco da ragazzi.

1999 – OLE GUNNAR SOLSKJÆR (Manchester United)
Il killer con la faccia da bambino (Kristiansund, 26-2-1973) è all’epoca il più forte 12esimo al mondo. Di mestiere non fa il secondo portiere, ma il primo cambio offensivo. In mano a Ferguson, è un’arma letale: 17 gol in 17 gare da titolare (compresi i 4 in 10’ nell’8-1 esterno al Forest). Al Camp Nou, Sir Alex lo butta dentro (al posto di Cole) quando tutto sembra perduto: all’81’, sull’1-0 per il Bayern. Al 92’ il norvegese addirittura sorpassa. Alla sua maniera: deviando sottomisura un tiro di Sheringham (entrato al 67’ al posto di Blomquist e autore del pareggio al 91’) nato da un corner di Beckham. Oltremanica, il tormentone è subito cult: «Dov’eri quando “Baby-Faced Assassin” ha infilato i tedeschi?». Poi solo infortuni. Re Mida.

2004 – “CARLOS ALBERTO” GOMES DE JESUS (Porto)
Un nome impegnativo, troppo se cresci nel Fluminense. Anche se, a differenza del Torres vittorioso capitano verdeoro a Mexico 70, giochi là davanti. Erroneamente dipinto come il “nuovo Deco”, nel gennaio 2004 sbarca al Porto. Piccolo e sgusciante (1,75 x 71 kg), si adatta bene agli schemi di José Mourinho, che predilige una punta assistita da esterni veri, e quattro mesi dopo sblocca la finale dell’Arena AufSchalke. Al 39’ il brasiliano (Rio de Janeiro, 11-12-1984), un mancino, punisce con un rapidissimo destro al volo un incerto rinvio di Givet. Fra il 72’ e il 76’ Deco e Alenichev arrotondano e il Porto eguaglia il Liverpool ’75-77, l’unica a centrare il filotto Coppa Uefa-Coppa dei Campioni. Da un anno al Corinthians, ha vinto il Brasileirão 2005. Portafortuna.

2005 – JERZY DUDEK (Liverpool)
Lo dichiara lui stesso, a giochi fatti. All’Atatürk Olimpiyat, il portiere polacco (Rybnik, 23-3-1973) si è ispirato a Grobbelaar, suo predecessore nei Reds che all’Olimpico nel 1984 ipnotizzò il quarto rigorista Graziani. Dopo il doppio slvataggio che nel finale dei supplementari nega il gol a Shevchenko, inscena la “Dudek Dance” (così la chiameranno oltremanica) per distrarre i milanisti che vanno sul dischetto. Funziona con Serginho, Pirlo e Shevchenko: la Coppa è del Liverpool. Poi Benitez gli preferisce Reina e ora il 53 volte nazionale teme di perdere il posto ai Mondiali. Ex Concordia Knurów, Sokół Tychy e Feyenoord, ad Anfield dal 2001 per sostituire Sander Westerveld, era tornato titolare per l’infortunio di Chris Kirkland. Miracolato.

Christian Giordano

Il fair-play finanziario di Platini

Il decalogo del Fair Play finanziario UEFA di Platini (*):
1. FUORI CHI SGARRA:
esclusione dalle coppe europee per chi non è in regola.
2. OBBLIGO DI PAREGGIO
i club non potranno spendere più di quanto incassano, bilanci in pareggio entro un triennio.
3. SISTEMA TRIFASE:
il fair-play finanziario entrerà in vigore dal 2011-12, ma in tre trienni e attraverso politiche sempre più “virtuose”.
4. PRIMO TRIENNIO (bilanci 2011-2014)
Deficit massimo di 45 milioni di euro, da ripianare con aumenti di capitale o donazioni.
5. SECONDO TRIENNIO (bilanci 2014-2017)
Deficit massimo di 30 milioni di euro, da ripianare con aumenti di capitale o donazioni.
6. TERZO TRIENNIO (dal 2017-18)
Riduzione del deficit massimo con l’obiettivo, entro un anno, del pareggio di bilancio.
7. CALCOLO DEFICIT:
sarà pesato sul tipo di spese; voci “negative”: acquisizioni e ingaggi dei giocatori; voci “virtuose”: stadio, settore giovanile, progetti sociali.
8. COPERTURA DEFICIT:
sono ammessi aumenti di capitale e donazioni, non i prestiti, perché andrebbero a pesare sull’indebitamento dei club, e le finte sponsorizzazioni da parte dei proprietari.
9. CONTROLLI:
un pannello di esperti vigilerà sul rispetto delle regole. In caso di violazioni, verrà aperto un procedimento che si chiuderà dinanzi la Commissione Disciplinare.
10. SANZIONI:
in ordine crescente di gravità, la Disciplinare UEFA punirà i club inadempienti con ammende, punti di penalizzazione e l’esclusione dalla competizione. (c.g.)
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

(*) approvato nel maggio 2010, in vigore dal 2011-12.

giovedì, marzo 10, 2011

Punte di non ritorno

Mai come quest’anno i club inglesi hanno fatto saltare il banco: 268 milioni di euro spesi nel mercato più pazzo di sempre: Torres, Carroll e Suárez, Dzeko e Bent i grandi attaccanti che hanno cambiato maglia. Alla faccia del fair-play finanziario. Ma il campionato più ricco e indebitato al mondo può continuare così?

di Christian Giordano

Bruciati. Non in piazza a Liverpool, come la maglia di Fernando Torres, ma nel gennaio più folle nella storia del calcio inglese: 268,2 milioni di euro (225 in sterline, fonte Deloitte). Tutti, o quasi, ballati sulle punte: 58,5 per il non più Niño al Chelsea dal Liverpool, che l’ha sostituito con Luis Suárez (26,5 all’Ajax) e Andy Carroll (41 al Newcastle); 37 per Edin Dzeko, ceduto dal Wolfsburg al Manchester City, che in agosto ne aveva spesi 28 per il ventenne, seppure di bellissime speranze, Mario Balotelli; 21,5 quelli girati dall’Aston Villa al Sunderland per Darren Bent, che di anni ne ha 27 ma negli ultimi 5, con Charlton, Tottenham e Sunderland, ha segnato, in Premier, un gol meno di Didier Drogba e Wayne Rooney: 82 a 81, al momento della firma.

Quel Drogba che al Chelsea, con Torres, farà coppia o tridente (puro con Anelka, spurio con Malouda). E quel Rooney che in questo Manchester United gioca più per Dimitar Berbatov che per il gol. Tolta la stratosferica, alla lettera, sforbiciata del 2-1 che ha deciso il 157° derby col City, “Roo” sta vivendo la sua stagione più difficile. Il bulgaro, invece, ripaga solo adesso, a 30 anni, i 36,42 milioni che Ferguson pagò nel 2008 al Tottenham.

Lo stesso club, gli Spurs, che il 31 agosto, per 9,5 milioni ha fatto il colpaccio con Rafael van der Vaart, super saldo del Real Madrid. E che a gennaio si è visto rifiutare i 35 per Giuseppe Rossi dal Villarreal, che ha blindato il 24enne “Pepito” fino al 2016 dopo aver detto no ai 19 del Man City in estate e «niet» ai russi del Rubin Kazan per 20 un anno fa. Non male per uno che a 17 anni, nel 2004, fu preso dallo United dalle giovanili del Parma per 200 mila euro.

Nel molto presunto Eldorado chiamato Premier League il solo big in uscita è stato Emmanuel Adebayor, 27 anni, in rotta con Roberto Mancini al City, che lo ha prestato al Real Madrid, privo di Gonzalo Higuaín fino a primavera. Altro che Matri e Pazzini.

Ha cominciato il solito City del solito Mansour: 31,94 milioni per Dzeko (nonostante i 143,1 di perdita nel 2009-10) e a 25 anni l’ex Wolfsburg, che nell’estate 2009 s’era innamorato del Milan e quella dopo della Juventus, ha avuto l’ok da Dieter Hoeneß. Il ds che sembrava aver promesso il gioiello di casa al più celebre fratello Uli, plenipotenziario del Bayern Monaco, ha flirtato con la Serie A e poi s’è rivolto altrove. A quelle cifre il Moratti versione FFP (Financial Fair-Play) non era interessato e né Galliani (cioè Berlusconi) né Marotta (cioè Agnelli) si sarebbero mai spinti.

Chissà cosa avrà pensato lo sceicco nel vedere Dzeko in panchina (come Berbatov) nel derby che il lungagnone, appena entrato, avrebbe riacciuffato con la girata deviata di schiena da Silva poi resa vana, a 12’ dalla fine, dalla storica em bicicleta di Rooney.

Dzeko aggiunge gol, fisicità, profondità, sponde e intelligenza offensiva a un tridente da sogno. Rimasto tale per l’infortunio di Balotelli, operato al menisco destro a Pavia. Risolti i contrasti di personalità col Mancio, invece, capitan Carlos Tévez è sempre più trascinatore e segna più di quanto faceva allo United: 34 gol in 99 partite coi Red Devils, 49 in 69 con gli Sky Blues. Chissà se Alex Ferguson rimpiange i 47 milioni di sterline, record britannico, che non volle spendere per riscattarlo. I “cugini” ci riuscirono con 32.

Il braccino corto, a certi livelli, non paga. Ma il portafoglio gonfio del magnate, da solo, non basta. Lo dimostra la prima di Bent coi Villans, decisa dopo 18’ dall’ex Sunderland: al Villa Park Park i 18 milioni di sterline investiti per Bent hanno pesato più dei 59 spesi dal City per la coppia Tévez-Dzeko

Di milioni di pounds, a gennaio, Liverpool e Chelsea ne hanno fatti girare 134, 50 ne ha sborsati Roman Abramovich. Tornato ai fasti di un tempo dopo aver chiuso l’esercizio 2009-10 in rosso di 83,94 milioni di euro. Finito l’embargo FIFA per il pasticcio-Kakuta, l’unico vero cadeau per Ancelotti era stato Ramires. Esterno destro alto, perfetto nel 4-2-3-1 e riciclabile nel 4-4-2, strapagato 20 milioni un anno dopo la Confederations Cup 2009, vinta da titolare nel Brasile di Dunga.

Troppo poco per la Champions, unico obiettivo stagionale (ma a gennaio non si sapeva) per un oligarca abituato a pensare anche troppo in grande. E che ora, come accade a latitudini più meridionali, deve convertire la squadra da giocattolino multimilionario a volano politico: l’amicone di Putin è candidato al parlamento russo per la Regione autonoma della Chukotka. Area del nord-est ricca di petrolio e gas, oro e argento, stagno e wolframio. Un territorio, adiacente la Siberia orientale, la cui natura ostile ostacola l’estrazione, ma che non fermerà il magnate di Saratov.

Come non lo fermerà il fair-play finanziario di Michel Platini. Per mesi i club di Premier hanno promesso rose di 25 giocatori, regole necessarie per evitare fallimenti simil-Portsmouth di un anno fa, poi 200 milioni di sterline hanno cambiato padrone in un giorno. Quelli per Dzeko al City lo stesso in cui Platini, a Nyon, delineava le insostenibili perdite del calcio europeo.

Solo tre settimane prima, a Ginevra, l’Uefa aveva presentato il suo rapporto annuale: in base ai bilanci 2008‑09, i ricavi continuavano a crescere, ma il 56% delle società erano in rosso per complessivi 1,2 miliardi. La Premier, di gran lunga il brand di più appeal, aveva incassato 2.72 miliardi, ma 14 club su 20 erano in pesante perdita. E tutti e 20 avevano debiti, con banche o con i proprietari che il controllano, per un totale di 3,55 miliardi.

Cifre spaventose, ma quando le grandi sono in difficoltà, non c’è FFP che tenga: il presidente dell’Uefa combatte una battaglia persa. Perché, “riorganizzato” il prestito di 858,35 milioni investiti da Abramovich dal 2003, quando subentrò Ken Bates, il Chelsea al proprietario non deve più nulla. Se non la Champions.

Eliminati con un rocambolesco 3-4 dal Newcastle nel terzo turno di Carling Cup a settembre, fuori ai rigori con l’Everton nel quarto turno di FA Cup e staccatissimi dalla vetta in Premier già a febbraio, ai Blues serviva una scossa. Anzi due. Sempre più Dead Man Coaching, senza più il fido Ray Wilkins ed esautorato da mesi il gm Frank Arnesen (out a giugno), Carletto pare già con la testa alla Roma. Ma s’è visto recapitare Torres e, per 25 milioni dal Benfica, David Luiz. Cioè il centravanti della Spagna campione del mondo e il centrale difensivo (con Thiago Silva) della Seleção da qui a Brasile 2014, ma ineleggibile in Champions.

Torres è la terza prima punta per un reparto in cui Ancelotti era riuscito nel miracolo fallito da Felipe Scolari: far convivere, senza snaturarli, Anelka e Drogba. Ci era riuscito tenendo largo a destra l’ombroso francese e scatenando a sinistra il miglior Malouda della carriera. Torres è una superstar, ma non sarà facile gestire musi lunghi, e punte devastanti in campo aperto ma meno efficaci a difesa schierata. Torres al Liverpool aveva alle spalle Gerrard, adesso ha Lampard che con Gerrard, nell’Inghilterra, s’è sempre pestato i piedi. Per il disappunto di Capello, che la più forte mediana del mondo l’ha sempre avuta sulla carta, mai sul prato.

In Champions, intanto, il vero uomo in più è stato Anelka: sempre in gol da titolare, l’unica gara che ha saltato è stata la sola che il Chelsea ha perso, 1-0 a Marsiglia nell’ultima della fase a gironi, ma con primo posto già in tasca a due turni dalla fine. A Copenhagen, andata degli ottavi, con la scusa dei 120’ di FA Cup con l’Everton, 4-4-2 con Anelka (doppietta) e Torres, zero gol in tre partite coi Blues, e panca per Drogba. Un’opzione, non la soluzione. Didier non è tipo da turnover.

Meno complicato, alla lavagna, sarà per il traghettatore Kenny Dalglish o il suo successore mixare nella prima linea del Liverpool il talento di Suárez (24 anni) e la forza esplosiva di Andy Carroll (22). Un coppia mancina tutta da sperimentare ma dal futuro radioso. L’uruguaiano dominava la Eredivisie da anni e solo l’incompetenza e il provincialismo di certi operatori del mercato, specie nostrani, ne hanno ritardato l’approdo in campionati di prima fascia.

La conferma, se ce ne fosse stato bisogno, è stata il quarto posto al Mondiale sudafricano: il tridente con Diego Forlán e Edinson Cavani ha riportato la Celeste ai fasti del passato. Ai Reds, a destra troverà Dirk Kuyt: una garanzia, di poliedricità e sacrificio, per far esaltare chiunque gli giochi accanto. Nella fattispecie, oltre alla stella uruguagia, il futuro centravanti dell’Inghilterra, che Capello ha già fatto debuttare sulla scia di un impatto stellare. Prima dell’infortunio.

In 13 partite di Premier League, ha segnato 11 gol. E in tutti i modi. Classico del repertorio, due schemi su palla inattiva dell’altro “bad boy” del Newcastle, Joey Barton. Schema “10”, che Barton chiama su corner a mani alzate e aperte: Ranger sul primo palo, Carroll a rimorchio al centro e gol di testa. Come quello al Man City. Schema “5”, chiamato a mano destra aperta alzata: punizione di Barton (specie dalla trequarti), taglio di Carroll sul primo palo e gol di testa. In fotocopia, o quasi, a Blackburn, Arsenal e Wolverhampton.

Il ragazzone (1,91 x 79 kg), però, ci sa fare anche coi piedi. La sua futura squadra se n’è accorta l’11 dicembre nel 3-1 buscato al St. James’s Park: ai 25 metri, stop col destro e sinistro secco nell’angolo alla sinistra di Reina, con Lucas Leiva che gli dà tre, quattro metri e poi, come Raul Meireles, si volta quasi a proteggersi da tanta furia.

Da puro rapinatore d’area invece l’1-1 al Chelsea del 28 novembre: brutta palla persa a metà campo da Mikel, che poi fa peggio toccandola male in recupero da dietro per Alex, orribile retropassaggio del brasiliano e Carroll che si infila fra lui e Cech, segnando di piatto destro, a porta vuota, quasi dalla linea di fondo.

Il Carroll più pericoloso, però, è quello lanciato in contropiede. Spettacolare il suo terzo gol nel 6-0 sull’Aston Villa, un po’ come il secondo di Matri a Cagliari, ma spalmato su cinquanta metri: palla recuperata a centrocampo, quasi sulla linea laterale destra, cambio gioco di sinistro per Xisco (poi prestato al Deportivo La Coruña) che la mette giù e chiude il triangolo sventagliando da fascia a fascia per Carroll che la chiama, controllo col destro e sinistro sul palo lontano con il povero Downing che annaspa. Primo hat-trick alla seconda di Premier, con Alan Shearer sghignazzante in tribuna. Pensava, e con lui il calcio inglese, di aver assistito al ritorno della punta. Era solo la punta di non ritorno.
Christian Giordano


I più cari
1. Fernando Torres Liverpool Chelsea mln € 58,5
2. Andy Carroll Newcastle Liverpool mln € 41
3. Edin Dzeko Wolfsburg Man. City mln € 37
4. Luis Suárez Ajax Liverpool mln € 26,5
5. David Luiz * Benfica Chelsea mln € 25
6. Darren Bent Sunderland Aston Villa mln € 21,5
* NB: David Luiz è l’unico difensore, gli altri sono punte.

Chi ha speso di più:
1. Chelsea (- € 83,5 m)
2. Manchester City (- € 33 m)
3. Inter (- € 31 m)
4. Aston Villa (- € 23 m)
5. Bayern Monaco (- € 14 m)

Chi ha venduto di più:
1. Benfica (€ 26,7 m)
2. Wolfsburg (€ 17,6 m)
3. Sunderland (€ 16 m)
4. Sampdoria (€ 12,9 m)
5. Internacional Porto Alegre (€ 10,3 m)

A Christmas Carroll

G. Ma non è questo il Punto. O forse sì. G come Gateshead, la stessa città di Gascoigne, penultimo enfant du pays e non ancora idolo del popolo Geordie. Se vi siete commossi guardando Santi Muñez che in Goal! si allena sotto la pioggia nel cielo plumbeo di Newcastle, sapete cos’è la maglia del Newcastle United per la Toon Army.

L’esercito dei tifosi Magpies che non sanno che farsene dei 35 milioni di sterline “donati” in gennaio dal Liverpool per portargli via il gigante guerriero con la pony tail, la coda di cavallo, il nuovo eroe che prima di infortunarsi aveva segnato 11 gol in 13 partite.

Col 9 bianconero, doveva essere l’erede di Jackie Milner, Malcolm Macdonald, Alan Shearer. Invece, è già storia. Più da tabloid che di campo. Hat-trick nel 6-0 ai Villans alla seconda di campionato, sulla fedina tre arresti per aggressione.

Il più grave, a ottobre, per aver picchiato la (ex) ragazza, la 18enne modella e ballerina part-time Laurie Henderson, che lo aveva beccato mezzo nudo con un’altra, Holly Richardson, in una stanza accanto nell’hotel in centro dove Andy abitava. Carroll ha negato, ma il tribunale di Hexham lo ha fatto uscire su cauzione e arresti domiciliari light: a casa di capitan Kevin Nolan, tranne che nei giorni di partita. Non è bastato: orgia con due ragazze nel lettone, signora Nolan scappata da casa e polizia allertata per droga.

Cresciuto nella Joseph Swan School di Gateshead, dove è nato 6 gennaio 1989, entra nella Academy del Newcastle nel 2005. E ha le italiane nel destino. In prima squadra debutta in Coppa Uefa contro il Palermo, a 17 anni e 300 giorni è il più giovane Magpie in campo in Europa. Il primo gol lo segna (di sinistro) nel 2-0 in amichevole sulla Juventus il 29 luglio 2007. Buffon gli predice «un grande futuro». Su quello, ha scommesso il Liverpool.

Dopo i mediocri sei mesi in prestito al Preston North End, rientra al Newcastle nel gennaio 2009. A settembre, partiti Michael Owen, Mark Viduka e l’ex interista Obafemi Martins, fa coppia con Shola Ameobie e con 19 gol in stagione (17 in Championship) riporta i Magpies in Premier. Per Kevin Keegan «di testa è fra i tre più forti che ho visto nel calcio». Dopo 4 gol in 8 caps con la Under 19 e 2 in 5 con l’Under 21 di Pearce, 71’ dimenticabili per Capello nell’1-2 di Wembley contro la Francia. Il resto (arresti, risse, sbronze) è cronaca, e in squadra con Joey Barton poteva anche andare peggio.

CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, marzo 09, 2011

Il killer di van Persiecuted

Ci mancava Busacca, e la sua precisione svizzera. Per far esplodere la polemica era tutto pronto, al Camp Nou, a partire dal pranzo tra dirigenti, annullato perché fra Barcellona e Arsenal "non è mai solo calcio". E si vince a colpi di talenti: cresciuti e rubati.
Gli inglesi, che questo gioco lo hanno inventato, lo chiamano "a game of two halves": una partita di due tempi, in due metà campo.
Pensando solo alla sua, Wenger, una laurea in economia, ha sbagliato i conti: snaturando al suo Arsenal, ha lasciato ai suoi spaziature e diagonali e al Barca il pallone.
Contro questo Barca, non il migliore di Guardiola, un errore capitale. Almeno quanto la follia di Fabregas che, prima dell'intervallo, ha spezzato l'equilibrio.
All'esordio al Camp Nou, dove a tre anni lo portava il nonno, Cesc - tifoso e socio blaugrana - si è visto solo per il tacco su cui Iniesta ha costruito il primo capolavoro della serata. Il secondo, il gol, è tutto di Messi.
Non il miglior Messi ma più preciso e più fortunato di quello visto all'andata. Chissà se sarebbe bastato nella partita più bella di un gioco che ha sempre due metà. I Gunners hanno trovato il pari senza tirare. Con l'autogol di Busquets, quello dell'occhiolino all'Inter.
Ma il gioco più bello del mondo, se lo rispetti a metà, si offende. E ti presenta il conto.
Busacca avrà anche ucciso la partita, ma l'arma del delitto è stata l'ingenuità di van Persie e fra cambi tardivi e non-gioco, il mandante (forse) è stato Wenger.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

martedì, marzo 08, 2011

Il fiume di Cesc

Dice un proverbio cinese che un uomo non si bagna mai due volte nello stesso fiume: perché non è più lo stesso fiume e non più lo stesso uomo.
Sarà così anche stasera. Arsenal e Barcellona non sono più quelle della finale di 5 anni fa, e neanche del quarto di finale della scorsa stagione.
E il fiume Camp Nou sarà diverso da quello in cui i Gunners, pieni di infortuni, affondarono sotto i quattro colpi di Leo Messi.
Anche gli uomini sono diversi. Wenger che dal 2005 non vince mai. Al posto di Rijkaard, Guardiola che non ha più lo scudo Laporta ma Rosell e solo al terzo tentativo, dopo i rapporti difficili con Eto'o e Ibra, ha trovato il feeling con il centravanti: Villa, perfetto nel tridente con la Pulce e Pedrito ormai diventato grande.
Tutta gente che al Saint Denis nel 2006 non c'era. Iniesta giocò il secondo tempo, Xavi restò in panchina, come van Persie, che oggi potrebbe non farcela.
Tra i 22 in campo dall'inizio c'erano solo Vìctor Valdes nel Barca, e Fabregas nei londinesi. Lui, cresciuto alla Masia, col blaugrana nel cuore. E, dopo il mondiale, anche addosso.
Adesso, vuole vincere con l'Arsenal. Per magari, un giorno, tornare a bagnarsi un'altra volta nel suo fiume. Che non potrà essere lo stesso. Proprio come lui.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, marzo 06, 2011

Il Bale giusto

Ok, il Bale è quello giusto. La schiena è guarita. Mercoledì al White Hart Lane arriverà il Milan, nella partita più importante nella storia del Tottenham, eppure ci ha messo sessantotto minuti Harry Redknapp per fare un cambio. E quando lo ha fatto, ha messo il miglior esterno sinistro al mondo sulla fascia "sbagliata". Ma anche dovesse giocare da quella parte, Allegri farà bene a non ripetere gli errori di San Siro.
Bale non c'era all'andata, ma il Milan lasciò metri di campo alla velocità supersonica di Lennon. E in contropiede arrivò l'1-0 di Crouch.
Anche al Molineux, Bale ha prodotto accelerazioni devastanti, occasioni per sé e per i compagni e la sensazione, continua, di poter sempre essere pericoloso.
Il 3-3 coi i Wolves è una perfetta istantanea della squadra che in rimonta è la più forte della Premier: 21 punti su 48 sono arrivati inseguendo.
Redknapp gioca con un 4-4-2 elastico che Lennon trasforma in un 4-2-3-1 con tante soluzioni in avanti e altrettanti rischi dietro.
La chiave, oltre a Bale, è il recupero di van der Vaart sulla trequarti. Davanti, un Defoe così è più adatto di Pavlyuchenko e Crouch agli spazi che il Milan dovrà concedere.
Contro Pato, Robinho e Ibra però Gallas dovrà fare miracoli davanti a Gomes, uno che alterna parate da Seleção a uscite imbarazzanti.
In mezzo, occhio a Sandro, un Gattuso brasiliano che all'Internacional ha già vinto la Libertadores.
L'originale, al White Hart Lane, non ci sarà. Attento, Allegri, per Redknapp e Jordan è lui il Ringhio giusto.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Suárez, il nuovo Torres

Perso un Torres, se ne fa un altro. Un altro fenomeno.
Per lui ad Amsterdam nessuno ha bruciato la maglia dell'Ajax nel vederlo andare ai Reds.
E allora, nel giorno in cui Dalglish ritrovava in panchina Carroll, l'altro erede di Torres bruciava l'intera difesa dello United, IL rivale per il popolo della Kop.
La sfida numero 182 l'ha decisa Kuyt con una tripletta, ma il Man of the Match è stato Luis Suárez, 24enne uruguaiano scoperto da Daniel Fonseca nel Nacional Montevideo.
Suo lo one-man-show che al 34' stava per provocare l'autogol di Evra, prima del tocco di Kuyt.
L'uomo-ovunque, che cinque minuti dopo, su cross del solito Suárez, ha sfruttato l'errore di Nani.
Il portoghese ha capito sulla sua pelle, sotto il ginocchio, quanto sia dura la rivalità fra le 50 miglia che separano Old Trafford da Anfield.
E lo ha capito anche Suárez con Brown. Ma l'uruguaiano è scatenato anche su punizione, come al 65' quando costringe van der Sar a servire a Kuyt la palla del 3-0.
Tre gol (uno sotto la Kop) al Manchester United. L'ultimo era stato Peter Beardsley, gemello di Ian Rush che in tribuna applaude gli eredi. Il 9 di Carroll, il 7 di Dalglish, di Beardsley. E di Suárez, il nuovo Torres.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

sabato, marzo 05, 2011

Tranqui, "Tronche": Juve & Milan, amici mai

In un mondo in cui Moratti deve tifare Juventus, allora vale tutto: persino che i tifosi juventini, sul forum di Vecchiasignora.com, rispondano così a Tronchetti Provera: "mai fatto propaganda volta a tifare contro la propria squadra".
Letto fra le righe (rigorosamente bianconere), non faremo come la Lazio.
«Stiamo qui a guardare, sperando che tutti ce la mettano tutta» aveva detto il "signor Pirelli". Parole subito spazzate via, prima ancora che dalla rivalità, dagli interessi di classifica. Questo Juve-Milan è una partita-scudetto solo per i rossoneri. Ma vale tanto anche per la Juve, scivolata a -5 dalla Roma e a -7 dal quarto posto che significa Champions. Cioè tanti soldi.
Allegri, che ha capito tutto, ha parlato di squadra ferita quindi pericolosa. La cabala però lo aiuta. Negli ultimi 5 scudetti rossoneri, il Milan a Torino ha sempre vinto.
E' successo con Ancelotti, il 14 marzo 2004, 3-1 con gol di Shevchenko e doppietta di Seedorf.
Capello vinse 2-0, il 9 maggio '99: doppietta di Weah, con assist di Boban e passeggiata mano nella mano sotto la curva. E due volte 1-0: con Eranio il 6 marzo '94, con Simone il 29 novembre 1992 quando Seba Rossi parò il rigore a Vialli.
Anche Sacchi vinse 1-0, il 10 gennaio '88: colpo di testa di rara potenza di Gullit.
Ma c'era Sacchi anche l'ultima volta che un Milan in lotta per lo scudetto perse a Torino con una Juve già fuori dai giochi: 3-0 a l'11 marzo '90, l'anno della "fatal Verona", della monetina di Alemao e del secondo tricolore del Napoli. Primo davanti al Milan per 2 punti. Altri tempi. Anche allora valeva tutto, ma forse no.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, marzo 04, 2011

Kolo positivo

Due anni. Questa la squalifica che Kolo Tourè rischia in caso di confermata positività al doping.
Un mese, almeno, la sospensione cautelativa che il Manchester City ha imposto al difensore.
Cioè l'attesa per il processo sportivo, che i legali dell'ivoriano, 30 anni il prossimo 19 marzo, cercheranno di ridurre chiedendo di anticipare la controanalisi sul campione "B".
Il campione "A", intanto, è risultato positivo a una sostanza, vietata, non ancora comunicata anche se la difesa punterebbe a dimostrare che la colpa sarebbe tutta di pillole dietetiche usate dalla moglie di Kolo Touré.
Una tesi che contrasta con la responsabilità oggettiva degli atleti prevista dal codice della Wada, l'agenzia mondiale antidoping, eppure confermata da Arsene Wenger, ex allenatore di Touré all'Arsenal.
Il test è stato effettuato il 12 febbraio, al termine dell'ultimo derby di Premier, vinto 2-1 dal Manchester United con la stupefacente, quella sì, rovesciata di Rooney. Derby che Kolo Touré non ha giocato, visto che Mancini non lo ha fatto alzare dalla panchina.
Strano modo per "curare" l'ex capitano che, solo tre giorni prima, dal sito ufficiale del club, veniva dato, con il compagno Zabaleta, in piena "febbre da derby".
Tre giorni dopo, ha giocato 90' a Salonicco nello 0-0 di Europa League contro l'Aris. Poi altri 90' nel 5-0 al Notts County nel replay del quarto turno di FA Cup, panchina nel 3-0 ritorno casalingo sull'Aris e di nuovo titolare nell'1-1 di Premier col Fulham.
Negli ottavi di FA Cup, comodo 3-0 sull'Aston Villa aperto dal fratello Yaya, non era neanche a referto. Adesso ha un mese, e spera non due anni, per capire perché.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, marzo 03, 2011

Miccoli, il Cosminauta

Stavolta il dribbling più difficile, per Fabrizio Miccoli, è stato quello dialettico: fra l'addio a Delio Rossi, l'allenatore che al Palermo più lo ha valorizzato, e il benvenuto a Serse Cosmi, l'allenatore, anzi l'amico che nel Perugia, al primo anno in Serie A, lo ha fatto arrivare in nazionale.
Più facile destreggiarsi nel rapporto coi presidenti.
A Perugia, con Gaucci, non c'era feeling.
A Palermo, per Zamparini, è lui, il capitano, il primo referente in uno spogliatoio che ha un'altra stella, Pastore, e un altro leader carismatico, Liverani, appena reintegrato in rosa e guarda caso un fedelissimo del primo Perugia di Cosmi, stagione 2000-2001.
A differenza di Delio Rossi, però, Liverani potrà affrontare la sua ex Lazio. Da regista classico nel nuovo modulo, quel 3-5-2 su cui Cosmi ha costruito la carriera e nato da una conversazione casuale con Materazzi.
Un cambianmento indolore, per il capitano, che è convinto di far parte di una rosa adatta a ogni modulo.
Eccolo, l'ultimo dribbling dialettico di Miccoli. Che per dare l'esempio rientrerà a Marassi col Genoa anziché col Milan in casa il 19. Serse ha bisogno di lui. E al nuovo allenatore, anzi un amico non si può dire di no.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Balo new look

Look nuovo, vita nuova per l'Ultimo dei Mohicani. Ci ha messo due mesi, Mario Balotelli, per tornare quello prima dell'infortunio, ma i risultati - dal barbiere e in campo - si sono visti subito.
Gol - e che gol - al rientro, con l'acconciatura bionda, contro il Fulham in Premier League.
Tre giorni dopo, gol - e che gol - della sicurezza nel quinto turno di FA Cup contro l'Aston Villa, la sua vittima preferita: proprio il Villa era stata l'ultima squadra contro cui aveva giocato, il 28 dicembre, tripletta nel 4-0 in campionato.
Nel frattempo, ci sono stati i nuovi guai al menisco del ginocchio destro, quello già operato in settembre a Pavia.
La multa stile-Eto'o per divieto di sosta, i mille flirt che gli vengono attribuiti alla stessa velocità con cui lui li smentisce, più o meno come fanno Raiola e Galliani con le avances fra il Milan e il finto bad boy.
Quello col nuovo look e le vecchie abitudini, ma anche capace di fare da paciere fra Richard Dunne e Yaya Touré.
A Mancini, che in lui rivede se stesso, non pareva vero. E con la scusa della limitata autonomia, dopo un'ora l'ha tolto. Non si sa mai. Il Mancio conosce il suo galletto, e platinata o no, è meglio non fargli alzare la cresta.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it