martedì, maggio 31, 2011

Copa América, quasi un Mondiale

Quasi un Mondiale. Senza l'Europa, tanto quella la portano loro: le stelle che da noi splendono già e quelle che non vedono l'ora di farlo. Magari dopo aver illuminato la Copa América numero 43, forse la più bella del torneo per nazionali più antico al mondo.
Guardate che Top 11 assoluto e di mercato.
In porta è un derby "italiano", con Julio César, che a meno di sorprese dovrebbe restare all'Inter, e Muslera, che difficilmente rinnoverà il contratto con la Lazio, scadenza 2012.
In difesa, nel Brasile, Thiago Silva formerà la coppia centrale più forte del subcontinente con Lucio o Davìd Luiz del Chelsea, e Luisao del Benfica come cambio.
Anche sugli esterni Mano Menezes ha problemi di abbondanza: a destra Dani Alves vale Maicon, uno con cui Branca riproverà a fare cassa.
A sinistra Bastos, su cui la Juventus ha frenato, può anche giocare davanti ad André Santos del Fenerbahçe o ad Adriano, fresco di Champions col Barca. Come esterni alti, Isla e Vargas: il cileno dell'Udinese piace a Roma, Napoli e Spartak Mosca, che ha offerto 10 milioni, il peruviano della Fiorentina a mezza Premier.
A centrocampo, un mediano da 10 gol come il cileno Vidal del Leverkusen, uno che Bigon vorrebbe tanto al Napoli; "10" dal grande futuro come l' argentini Pastore e, forse, Ganso, coscia sinistra permettendo; esterni come il peruviano Farfan dello Schalke 04 e l'ecuadoriano Valencia del Manchester United.
Ma è in attacco che le stelle si fanno guardare: l'argentino Aguero che si gioca il posto con Tevez e forse la Juve con Higuain; il brasiliano Neymar che flirta col Chelsea; il tridente della Celeste Suarez-Forlan-Cavani e i gemelli dello scudetto Pato, se recupera, e Robinho.
E poi c'è lui, Messi: in Copa América, in Argentina. Non un mondiale, ma quasi.
PER SKY SPORT2 4, CHRISTIAN GIORDANO

lunedì, maggio 30, 2011

Fergie Jr: sono forte, papà

Ehi pa', guarda come si fa. C'è uno United di Ferguson uscito vincitore da questo weekend di finali. Non è il Manchester di Sir Alex, ma il Peterborough di suo figlio Darren. Anche lui allenatore, con un passato da meteora anche nei Red Devils del padre: 27 presenze e zero gol fra il 90 e il 94.
Battendo 3-0 l'Huddersfield, ha conquistato la promozione in Championship, la Serie B inglese. E proprio a casa di papà, l'Old Trafford.
Con tre gol nell'ultimo quarto d'ora, i Posh hanno evitato i supplementari e conquistato un successo insperato: l'Huddesfield non perdeva da 27 partite.
Comprensibile quindi la gioia di Darren, tornato a gennaio al Peterborough per brillare, finalmente, di luce propria.
Nel Regno Unito tutto chiuso per la Spring Bank Holiday, il ponte di primavera, a casa Ferguson si è festeggiato due volte: sul pullman scoperto la vittoria in Premier di Sir Alex e in famiglia la promozione di Darren.
A Wembley la Champions è andata alla squadra più forte al mondo, ma a Old Trafford un Ferguson può solo vincere.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, maggio 29, 2011

Xavi, marziano blaugrana

Questo marziano vede autostrade dove noi umani non vedremmo un sentiero. Xavier Hernandez Creus, per tutti Xavi, alla catalana, è verde solo in trasferta. Ma a Wembley il Barca era, per sorteggio, la squadra di casa e ha indossato il blaugrana. Per lui una seconda pelle.
"Lo ricordo nel 1997-98, io ero all'Inter, xavi era ragazzino e in scadenza di contratto e cercammo di prenderlo, poi però lui si sentiva troppo del Barca e non riuscimmo. C'era il grande Luis Suarez che lo conosceva molto bene, ne parlò, andammo a vederlo... Poi gli parlammo e lui fu tentato però l'amore per i colori non gli fece fare niente, non se la sentì... Io lo capii benissimo e non gli rompemmo più le scatole".
Strano destino quello del Mazzola diesse. Con lui erano già dell'Inter Platini, che brindò con Pellegrini nella speranza, vana, che riaprissero prima le frontiere; Falcao prima che Fraizzoli chiedesse l'ok al patron romanista Dino Viola; Ancelotti, che giocò metà amichevole prima che Fraizzoli rifiutasse i 500 milioni per la comproprietà.
Ci mancava solo Xavi, con Pirlo l'ultimo regista puro del calcio moderno.
Con il gemello Iniesta forma una coppia di piccoletti mai vista nella storia del calcio. Due cervelli capaci non solo di pensare con i piedi ma anche di correre e marcare, chiudere e ripartire. E, se serve, fare gol. Spesso, pesanti. Quelli del "gemello" Iniesta al Chelsea e all'Olanda sono valsi una finale di Champions e un Mondiale.
Xavi segna, e si rompe, meno. Ma conta persino di più. Sul podio del Pallone d'oro, nel 2010, c'erano loro ai piedi della Pulce. E forse ci saranno anche nel 2011, magari non nello stesso ordine. Tre marziani. Con le antenne per un calcio stellare e la pelle blaugrana.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Barça più forte e basta

La risposta è "No. Il Barcellona di Guardiola non è la squadra più forte di tutti i tempi". Non lo è perché non esiste una squadra più forte di tutti i tempi. Impossibile paragonare campioni ed epoche diverse, meglio prendere solo le squadre che l'epoca l'hanno cambiata, e con essa il calcio e la sua storia.
Il Barcellona di Guardiola è nato su quello di Rijkaard, Da Ronaldinho a Messi, con il 4-3-3 "olandese" ereditato dal Dream Team di Cruijff.
Quel Cruijff che, da giocatore, negli anni 70, era stato il profeta con l'Ajax e l'Olanda del Calcio Totale. Il nuovo modo di giocare - senza ruoli fissi - che chiuse l'era del Catenaccio, demolendo in finale di Coppa dei Campioni quel che restava della Grande Inter herreriana e dell'ultima Juve vincente prima del Trap.
Una generazione di atleti, prima che fenomeni, che ispirò più di ogni altra il Milan di Sacchi. E' stata quella l'ultima grande squadra a segnare un'epoca, a cambiare il calcio.
Anche il Milan "degli olandesi" attaccava difendendo e difendeva attaccando, pressing e fuorigico, ma anche falli tattici sistematici. Il Barça non ne ha bisogno. La sua unica macchia è nelle simulazioni, su tutti Busquets e Dani Alves.
Dalla Honved, travestita da Grande Ungheria, ha mutuato il centravanti tattico: allora "alla Hidegkuti", oggi "alla Messi". Nella "Squadra d'oro" degli anni 50 i giocatori più pericolosi erano l'8 e il 10, Kocsis e Puskàs.
Non è vero che tanti campioni insieme non s'erano mai visti: il Grande Real delle 5 Coppe Campioni aveva Di Stéfano e Puskàs, Kopa, Gento e Santamarìa. L'ultimo Brasile di Pelé, a Messico 70, schierava 5 numeri 10. Ma ballò una sola estate come l'Inter di Mou e del Triplete, che Guardiola stava per bissare con tre registi - Pique dietro Xavi e Iniesta - e un tridente senza prime punte, Pedro-Messi-Villa. Nel suo Barca il primo fuoriclasse è il tiki-taka. Non ha prezzo, ma è già storia.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

sabato, maggio 28, 2011

Leo vs Roo, gioventù bruciante

Lionel Messi e Wayne Rooney. Ormai così (bene) abituati alle loro giocate, ai loro gol, spesso dimentichiamo quanto siano ancora giovani, per quanto ancora possano regnare.
Già 146 gol in 320 partite con lo United per Roo, 26 anni a ottobre. Già 179 in 268 col Barcellona per Leo, 24enne fra un mese. L'inglese viaggia alla media di 0.46, un gol ogni due partite; l'argentino a 0.67, due gol ogni tre. Solo Cristiano Ronaldo, un '85 come Rooney, è al loro livello, nei numeri e nel palmarès.
Stasera sarà proprio CR7 il grande assente. A Roma, due anni fa, c'era, ma non incise. Come Rooney.
Incise, eccome, invece, Messi. La Pulce arrampicò in cielo i suoi 169 centrimetri e segnò di testa un gol "storico".
Nel suo arsenale manca ormai solo un gol in rovesciata. Come quello che, nel derby di ritorno in campionato, ha svoltato la stagione di Rooney. Fin lì travolto da scandali e infortuni, "Roo" era stato l'ombra di se stesso.
Poi è tornato il Rooney di un anno fa. Quello che Capello voleva più vicino alla porta e da cui, ceduto Cristiano Ronaldo al Real, Ferguson voleva più gol. Con l'arrivo di Hernandez e un titolare aggiunto come Berbatov,
Rooney è tornato all'antico: il protototipo dell'attaccante totale. Quello che coi Tre Leoni si è visto di rado.
Come Messi con la Selecciòn. Guardiola lo ha reinventato da "dieci largo" a centravanti "alla Messi".
Stasera Leo e Wayne si rigiocano l'Europa, ma la vera sfida sarà il mondo: fra tre anni in Brasile. Sempre diversi in tutto, ma non più giovani, e senza scuse.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, maggio 26, 2011

Da Valdano a Zidane, ha vinto Mou?

Via il dg Jorge Valdano, ecco il diesse Zinédine Zidane. Chissà se nel cambio, ai vertici, ci ha guadagnato, Mourinho. Dal rumore, forte, di un nemico da anni conclamato, al di là delle dichiarazioni ufficiali; ai pareri, quasi sussurrati, ma molto ascoltati dal presidente-amico Florentino Pérez, che ha scelto "Zizou" come nuovo direttore sportivo, che si occuperà della prima e della seconda squadra merengue. Una vittoria di Mourinho o di Pirro? Per ora ha vinto Mou, che in pochi mesi a Madrid è riuscito a disfarsi di una figura tanto elegante quanto distaccata. Alla lettera: visto che Mou era riuscito a non farlo più viaggiare con la squadra.
Adesso, però, Pérez ha messo accanto allo Special One una figura ancora più speciale. E più ingombrante. Un ex giocatore persino più forte di Valdano, senza il passato di allenatore - anche del Real - dell'argentino e con fama di professionista serissimo, un precisino sempre attento a ogni dettaglio. Almeno in questo, con Mourinho andrà d'accordo.
Con "don" Jorge, invece, il feeling non poteva esserci. Troppo pragmatico e diretto il portoghese, troppo romantico l'argentino. Almeno sulla carta, quella del suo "Sogno di Futbolandia". [cover libro gfx giordano].
In fondo, al "filosofo" Valdano va bene così. Per l'ultimo discepolo di Osvaldo Soriano e del suo calcio letterario, l'addio non poteva che essere "triste, solitario y final".
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

lunedì, maggio 23, 2011

Premier, non prenderle

Un finale così poteva regalarlo solo il calcio inglese. Qui, i campioni, a una settimana dalla finale di Champions, giocano una partita vera col Blackpool, che deve salvarsi. E che a salvarsi non ce la fa, perché lo United è troppo più forte. La squadra-simpatia di un "personaggio" come Ian Holloway lascia così il paradiso dopo una stagione. E finisce tra gli applausi non solo di Old Trafford.
Retrocedono in Championship anche il Birmingham, che ha perso 2-1 sul campo del Tottenham, e il già condannato West Ham. Due club in grave crisi finanziaria prima che tecnica. Per loro non sarà facile risalire, e pensare che il Birmingham ha pure vinto un trofeo, la Coppa di Lega contro l'Arsenal, e l'anno prossimo - se eviterà il fallimento - giocherà in Europa League.
Ha vinto un trofeo (dopo 35 anni) e in Europa ci tornerà dalla porta principale, il Manchester City. Mancini ha fatto spendere tanto allo sceicco Mansour, ma lo ha ripagato: terzo posto in campionato, miglior risultato dal '77, e Champions diretta; FA Cup vinta sullo Stoke nel pomeriggio in cui lo United festeggiava il titolo campione.
Ha deluso l'Arsenal, con un Wenger forse al capolinea dopo 15 anni indimenticabili. I Gunners si sono sciolti sul più bello, e la Champions ai preliminari era l'obiettivo minimo. Ha fatto il massimo Ancelotti ma non il suo Chelsea, un club così glamour che nell'addio poteva avere più classe. Un freddo comunicato e tanti saluti al manager che al primo colpo aveva centrato il double. Carletto era out già da novembre, ma far vincere l'Arsenal potrebbe essere un bel finale. Un finale da calcio inglese, con classe italiana.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, maggio 22, 2011

Euroverdetti

SPAGNA
La Liga, già vinta dal Barcellona, ha deciso chi andrà in Segunda Division con Hercules e Almeria. Sarà il Deportivo La Coruna, battuto 2 a 0 in casa dal Valencia. Novanta minuti di inutile sofferenza tra i gol di Aduriz (al 4') e Soldado (94'). Il Depor retrocede dopo vent'anni e rivive l'incubo Valencia, che nel '94 gli fece perdere il titolo in favore del Barca. Un posto nella storia ce l'ha anche Cristiano Ronaldo: con la doppietta nell'8-1 all'Almeria, fanno 40 gol in 34 partite. E' lui il miglior Pichichi di tutti i tempi.

FRANCIA
Al Lille dei miracoli bastava un punto per il doublé coppa-campionato. E' arrivato, con una giornata di anticipo, al Parco dei Principi: 2-2 contro il Paris-Saint-Germain, già battuto sabato scorso nella finale di Coppa. Anche stavolta ha segnato Ludovic Obraniak. Di Moussa Sow il raddoppio che vale il terzo titolo del club. Il Lille non vinceva il campionato dal '54 e la Coppa dal '56: in una settimana la squadra di Rudi Garcia s'è presa tutto. Adesso, deve far cassa. A cominciare dal pallino di "Gigio" Moratti, Eden Hazard.

GERMANIA
Lo Schalke04 ha già dimenticato il sogno Champions spezzato in semifinale dallo United: battendo 5-0 il Duisburg, ottavo in Zweite Liga (la seconda divisione tedesca), i blu di Gelsenkirchen hanno vinto la loro quinta Coppa di Germania e staccato il pass per l'Europa League. A segno il gioiellino Draxler (un '93), Huntelaar e Howedes nel primo tempo. Nella ripresa Jurado e Huntelaar che fa doppietta. Alla festa del gol è mancato solo Raul, comunque il simbolo della straordinaria e strana stagione dello Schalke: campioni così sanno solo vincere.

SCOZIA
Chiusa la Scottish Premier League col secondo posto dietro ai "soliti" Rangers, il Celtic si consola con la sua 35ª Coppa di Scozia, la prima dal 2007. In finale all'Hampden Park, 3-0 sul Motherwell: vantaggio del sudcoreano Sung Yueng Ki al 32', il raddoppio alla mezzora della ripresa su autorete di Craigan su tiro di Wilson e terzo sigillo, a due minuti dalla fine, di Mulgrew.

RESTO D'EUROPA
In Serbia 4. titolo consecutivo per il Partizan Belgrado che ha travolto per 4-0 il Cukaricki Belgrado.
Campione per la quarta volta anche il Litex Lovech in Bulgaria, al secondo titolo consecutivo arrivato vincendo 3-1 il derby di Sofia col Lokomotiv.
Primo successo invece per il Viktoria Pilsen, che ha battuto 3-1 il Banik Ostrava, nella 29/a e penultima giornata del campionato ceco.

Bielsa, al Loco al Loco!

El Loco, il matto. E' Marcelo Alberto Bielsa Caldera l'ultima idea per il dopo-Montella. La prima scelta della Roma "americana". Una società in divenire che, se le idee chiare le ha, sa come confonderle: i collaudati Pioli del Chievo e Deschamps del Marsiglia, i giovani e vincenti Villas-Boas del Porto e Klopp del Dortmund, fino al cileno Pellegrini del Malaga. E adesso, Bielsa. Un mediocre ex difensore argentino che ha portato il Cile agli ottavi del Mondiale e dal 47esimo al 16esimo posto del ranking FIFA. 
Ma chi è l'uomo per cui il neo-ds romanista Walter Sabatini ha sorvolato l'Atlantico? 
Un allenatore di esperienza internazionale, bravo con i giovani e amante del gioco offensivo. In suo coraggioso 3-3-1-3 ha stregato tutti, compreso Guardiola.
L'Europa lo conosce dal '98, pochi mesi all'Espanyol. L'ultimo club allenato dopo il Newell's Old boys della sua Rosario e i messicani dell'Atlas Guadalajara e del Club América.
Bielsa, 56 anni il prossimo 21 luglio, da 13 allena solo nazionali: dal 98 al 2004 la Seleccion argentina, dal 2007 allo scorso febbraio la "Roja" cilena. Da cui si è dimesso per incompatibilità con il nuovo presidente federale, lo spagnolo Jorge Segovia. Il suo nemico storico.
Personalità dominante, El Loco non concede interviste, parla solo in conferenza stampa e non legge le pagine sportive. "Un giorno mi piacerebbe allenare in Svizzera, un Paese dove il calcio è solo calcio", ha detto anni fa. Ma per lui il calcio non è mai stato solo calcio.
Un fratello, Rafael, ministro della Repubblica Argentina sotto il presidente Nestor Kirchner, una sorella, Maria Eugenia, lei pure impegnata in politica. Chi teme un nuovo Carlos Bianchi (che in Argentina chiamano viceré) non ha idea di chi sia Bielsa. Un mix borghese fra Mourinho e Zeman. Con la cultura del gioco, che per lui è "movimento e riconoscimento degli spazi". Sempre che decidano di darne a lui. El Loco, il matto.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

sabato, maggio 21, 2011

Vota Liga

Altro che chiusa. La Liga, già vinta da due turni dal Barcellona, ha ancora tanto da dire. C'è chi ha già un piede e mezzo in Segunda. E chi vorrebbe infilarne uno in Europa League, magari senza dover ripartire a fine luglio. C'è chi si riposerà in pantofole per la finale di Champions. E chi ha già calzato la sua seconda Scarpa d'oro di miglior marcatore del continente. Sei le squadre in ballo per non retrocedere, solo una non ce la farà. Stasera sapremo chi farà compagnia a Hércules e Almeria.
Cristiano Ronaldo, invece, non ha più rivali se non se stesso, e la storia: coi suoi 38 gol è già il Pichichi di questa Liga, e ha già eguagliato il record di Telmo Zarra del Bilbao '50-51 e Hugo Sanchez del Real Madrid '89-90.
Contro l'Almeria cerca il gol numero 39 del primato assoluto e la doppietta che gli darebbe anche la milgior media di ogni tempo: Zarra segnò 38 gol in 30 partite, Sanchez in 36. Uno ogni 71.05 minuti il basco, uno ogni 72.07 il messicano.
Cristiano ha già giocato 33 partite (31 da titolare e 29 intere), cioè 2811 minuti e viaggia alla media, pazzesca, di un un gol ogni 74'. Contro l'Almeria potrà migliorarla e i compagni giocheranno solo per lui. Mourinho, al primo anno all'Inter, fece lo stesso con Ibra, top scorer nel 2009 con 25 gol.
Rossi invece cerca con l'Osasuna il gol numero 19 per staccare Negredo e Villa, prossimo compagno di "Pepito" al Barca, come miglior marcatore degli "umani". Dietro CR7 e Leo. 
Stavolta, però, la scena sarà tutta delle piccole. La classe operaia non va in paradiso: lotta per restarci.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, maggio 20, 2011

Montolivo, non sono un Pirlo


Sembrava sparita, invece per Galliani sarà il grande colpo per vincere la Champions. Ma quale sarà la mezzala sinistra che si giocherà il posto con Seedorf, sempre che l'olandese, martedì prossimo, firmi il rinnovo?
Per Ganso, gemello diverso di Neymar al Santos, pareva fatta. Poi l'ennesimo infortunio, i pochi gol che ha nel dna, e infine la denuncia del club brasiliano alla FIFA, hanno raffreddato la pista. Il Milan però resta in pole. Come l'Inter, grazie ai buoni uffici di Leonardo.
Ad Allegri piace tanto Hamsik, meno fantasista ma più bravo a inserirsi e a ripartire. Lo slovacco però studia da bandiera, difficile che De Laurentiis se ne privi proprio adesso che il Napoli, in Champions, c'è arrivato.
Più credibile l'ipotesi Montolivo, che non rinnoverà con la Fiorentina e in mezzo al campo sa fare tutto: dall'interno al trequartista, da successore di Pirlo davanti la difesa a vice-Boateng dietro le punte.
Sarebbe una sicurezza van der Vaart, uno dal gol facile, specie su punizione, ma Allegri e Galliani nel ruolo preferiscono gente più combattiva. E dire che l'olandese del Tottenham, ai tempi dell'Ajax, con Ibra si prese a cazzotti.
In alternativa c'è sempre l'Argentina. Il Superclàsico ha dimostrato, ancora una volta, che Braida ha l'occhio lungo: Lamela del River Plate è da Milan, ma ha solo 19 anni, costa tanto e non è pronto. Più che mezzala sinistra, è il classico 10 del futuro. In via Turati, invece, il futuro è già cominciato. 
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO  

giovedì, maggio 19, 2011

Villas Boas, Mou a chi?

Basta Special Two. André Villas Boas è cresciuto, e brilla di luce propria. All'originale lo legano il passato di osservatore, gli inizi con Robson, e il 4-3-3 con cui il "primo" Mourinho vinse tutto in Portogallo e in Europa. 
Nel look, nelle provocazioni, Villas Boas studia da Mou, ma non è Mou. Per sette stagioni è stato "i suoi occhi e le sue orecchie", spiando gli avversari di Porto, Chelsea e Inter. Adesso, a 33 anni e 213 giorni il più giovane ad aver alzato una coppa europea, punta al "suo" triplete: la Coppa di Portogallo in finale col Vitòria Guimarães.
Come José ama stupire. A Genk, nel primo turno di Europa League, spiazzò i giornalisti con la questione dei premi-partita del club fiammingo. Ma, a differenza del maestro, l'allievo non ha ancora un ego così smisurato. Conosce le lingue, ma sa tenerle a freno. Per lui, ancora, il calcio è dei giocatori.
Rampollo della buona borghesia, a 17 anni lasciò una lettera al suo condomino Bobby Robson su come impiegare l'attaccante Domingos, l'ex idolo oggi allenatore del Braga battuto in finale di Europa League.
Uno che comincia così non può che essere Speciale. Come il suo calcio, che si ispira anche al suo modello Giampiero Ventura e diverso da quello di Mou: circolazione di palla veloce per gli uno contro uno degli esterni offensivi Hulk e Varela; linea difensiva alta e, con Hugo Viana e Moutinho, migliore qualità di uscita della palla.
Ma al di là dei numeri - imbattuto in campionato e + 21 sul Benfica, 14 vittorie su 17 e 44 gol in Europa - la sua forza è il carisma. E quello, come il suo mentore, o ce l'hai o non ce l'hai. Anche senza essere Speciale.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, maggio 18, 2011

Maracanã, il tempio del futuro

Maracanazo, la tragedia del Maracanã. Per dimenticare la pagina più triste nella storia del Brasile, il più grande tempio del calcio si rifà il look con un restyling senza precedenti. Ci lavorano 800 professionisti con 2 turni di 10 ore, dalle 7 alle 17 e dalle 19 alle 5. Sarà pronto nel 2012, due anni prima della Finale mondiale che dovrà lavare l'onta del 1950: il 2-1 di Ghiggia contro l'Uruguay.
Maracanã che, quasi sessantacinque anni dopo, sarà molto diverso. Avrà una nuova copertura, tribune più inclinate e più vicine al campo, che sarà 7 metri più stretto (105 x 68 anziché 75); e i settori superiore e inferiore unificati per garantire miglior visibilità e confort per i 78.639 posti a sedere. Evacuabili, grazie alle 4 nuove uscite, in appena 8 minuti. A disposizione dei tifosi, sempre più clienti, ci saranno 231 toilette e 60 bar.
Costerà un miliardo di reais (433 milioni di euro), un terzo di quanto speso per Wembley. "Offriremo lo stadio più moderno al mondo" ha detto il vicegovernatore Luiz Fernando Pezão, prima ancora dell'approvazione del bilancio definitivo che sarà presentato martedì alla Corte dei Conti a Brasilia.
Il nuovo Maracanã riceverà anche la certificazione ambientale. Utilizzerà dispositivi di risparmio idrico e un sistema di cattura dell'acqua piovana, con un conseguente risparmio del 50% per l'irrigazione.
Inoltre, un moderno sistema di illuminazione ridurrà il consumo energetico del 6 percento.  La luce però dovranno accenderla Pato, Neymar, Ganso e gli altri ragazzi di Mano Menezes.
Un Maracanazo-bis sarebbe uno scherzo troppo crudele, anche per O País do Carnaval.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, maggio 15, 2011

Napoli-Inter, vent'anni dopo

Non è più la partita-scudetto che il calendario prometteva, prima che la "settimana maledetta", come la chiama Leo, rovinasse un grande percorso. Un grande percorso stava per rovinarlo anche il caso-Mazzarri.
Ecco il primo dei nostri sette motivi per non perdersi l'ultimo posticipo: la possibile ultima al San Paolo dell'allenatore del Napoli. Come reagirà il "suo" pubblico? La "nostra gente", che Walter chiamava a raccolta quando ogni partita era una finale verso la parolina magica che non si poteva pronunciare, e che si è poi trasformata in Champions.
2) La festa di Napoli. Con un punto tornerebbe in Champions e senza preliminari, vent'anni dopo Maradona. Quando la Coppa era ancora "dei Campioni".
3) Le giocate di Lavezzi che senza lo squalificato Cavani potrebbe festeggiare la storica serata indossando, smessi gli abiti da prima punta come ai tempi del San Lorenzo, la minigonna. Niente di che rispetto al Moon-walking di Boateng, ma comunque uno spettacolo per la nuova "Iena" argentina.
4) Eto'o che insegue i record di Angelillo e Meazza: 38 gol in stagione, Samuel è fermo a 34.
5) Il possibile ritorno in campo dell'altro Samuel, Walter, fermo dal 6 novembre per la rottura del crociato. Proprio come Inzaghi, tornato in squadra dopo 185 giorni, giusto in tempo per godersi la festa scudetto.
6) Immaginare dove potrebbe giocare Eden Hazard nel 4-2-fantasia di Leo. Intanto, il "piccolo Zidane" si allena a vincere: Coppa di Francia già in bacheca con vista "doppietta" in Ligue 1, dove il suo Lille comanda a +4 sul Marsiglia.
7) I campioni di Napoli e Inter. Da Maradona (che il San Paolo "scoprì" davvero in un memorabile 3-1 dell'85) e Matthäus (suo il gol-scudetto nell'89 dei record col Trap) alle stelle di oggi: vent'anni dopo, Napoli-Inter è tornata.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, maggio 13, 2011

King Carlo's Cross

Venti chilometri in linea d'aria e 16 fermate di Tube. La linea verde District Line da Fulham Broadway, poi la blu di Piccadilly Line fino alla fermata Arsenal. Da Stamford Bridge all'Emirates stadium: per Ancelotti cambiare vita, e colori, sarebbe facile come prendere la metropolitana.
Più difficile, forse, lasciare Chelsea, uno dei quartieri più chic della capitale, e il Chelsea, un club obbligato a vincere, per Londra nord e un club che non vince da sei anni.
Da Abramovich, che rivorrebbe Hiddink e non gli ha perdonato il KO in Champions, Ancelotti passerebbe così a Stan Kroenke, un altro magnate pronto a mettere nel calcio una bella fetta del suo patrimonio, stimato in quasi tre miliardi di euro.
Per Carletto, il primo a fare il grande salto fra quelle sponde del Tamigi, la normale routine settimanale cambierebbe poco. Dal centro tecnico di Cobham a quello nell'Hertfordshire per l'allenamento quotidiano.
A cambiare, invece, sarebbe il suo Arsenal. Esaurita l'èra-Wenger, forse ai Gunners arriverebbe finalmente un portiere, anche se Pepe Reina del Liverpool resta un obiettivo difficile e Buffon - per ora - un desiderio.
Come Fabregas per Mancini, che con lui dice che vincerebbe la Premier. Difficile che Ancelotti voglia privarsene, anche se con Pirlo sul mercato e Alex Chamberlain in probabile arrivo dal Southampton, tutto è possibile. In difesa si parla invece di Gary Cahill del Bolton, di Jan Vertonghen dall'Ajax, club amico da cui nel 2009 arrivò Vermaelen, e di Leighton Baines, esterno sinistro dell'Everton. Per ora è fantamercato, ma fra due settimane, chiusa la Premier e fissato l'appuntamento con Kroenke, potrebbe essere il futuro. Per King Carlo sempre londinese, solo un po' più a nord.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Tutto meno che Hazard

Un nome che promette il paradiso, un cognome che insospettirebbe qualsiasi presidente. Eppure Eden Hazard, 20enne stellina del Lille, è tutto tranne che un azzardo, una scommessa. Per il suo allenatore, Rudi García, "non è una pepita, è una miniera". Per Zinédine Zidane, a cui lo paragonano sin da bambino, è "da portare al Real Madrid a occhi chiusi". Per Moratti figlio - non sappiamo se il vicepresidente Angelomario o il grande intenditore "Gigio" - va preso a tutti i costi. Più facile a dirsi che a farsi. Perché costa (25 milioni), e lo vogliono tutti. Chelsea e Arsenal ma anche la Juve. In Italia lo ha visto da vicino il Genoa, la scorsa stagione. E il ragazzino ha lasciato subito il segno.
Trequartista della nazionale belga, Eden è nato a La Louivière nel '91 ed è emigrato in Francia 14enne. Nel Lille ha debuttato a 16 anni, 10 mesi e 8 giorni. Nel "piccolo Barcellona", capolista in Ligue 1, quest'anno ha segnato 7 gol nel 4-3-3 con l'ivoriano Gervinho e uno fra il capocannoniere Moussa Sow e il brasiliano Túlio De Melo, quello della doppia firma di tre estati fa con Palermo e Parma, o dietro Sow e De Melo nel 4-3-1-2.
Due volte Miglior giovane del campionato francese, Eden viene da una famiglia di calciatori. Papà Thierry, ex difensore centrale del Tubize, mamma Carine e i due fratelli: Thorgan del Lens, 17 anni, già nazionale Under 19, e Kylian, 15 anni, che gioca nelle giovanili del Lille. Chi è destinato a entrare nel paradiso del calcio però è Eden. Tutto, tranne che un Hazard.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, maggio 12, 2011

Lupi Gigi, Delneri come Maifredi?

Un nuovo progetto tecnico e societario, un nuovo allenatore, il nuovo stadio: le analogie con la stagione 90-91 per Andrea Agnelli e Gigi Delneri cominciano a farsi pericolose.
Era, quella, la Juventus di Montezemolo vicepresidente e Gigi Maifredi in panchina. Quella, dopo 28 anni, rimasta fuori dall'Europa. Dopo un avvio esaltante, in campionato arrivò settima, a -14 dalla Sampdoria scudettata in una Serie A a 18 squadre e con i due punti per la vittoria.
La Juventus voleva cambiare pagina: via Dino Zoff e il suo calcio "antico", che pure aveva portato Coppa Italia e Coppa Uefa con una rosa nemmeno paragonabile al Milan di Sacchi, un ex rappresentante di scarpe diventato profeta di un calcio futuristico.
La dirigenza bianconera provò a rispondere con un altro allenatore moderno e modernista, anzi: zonista. E la scelta cadde su un ex rappresentante di liquori, l'Omone di Lograto, che partì bene ma arrivò malissimo: 14 punti in 9 giornate prima della sconfitta di Bari. Un girone di andata chiuso al terzo posto con Parma e Samp, a 2 punti dal Milan e uno dall'Inter, già battuta 4-2 a Torino.Con il 5-0 sulla Roma uno dei pochi lampi di una stagione al buio.
Eppure in attacco quella Juve era illuminata da un poker di stelle: Baggio e Schillaci, Casiraghi e Hässler. Tutti insieme appassionatamente. Come al Camp Nou, semifinale di andata di Coppa delle Coppe. In vantaggio 1-0 sul Barcellona, Maifredi aspettò quasi un'ora prima di togliere Hässler, e il Barca dilagò: 3-1 blaugrana, impossibile da rimontare, poi, con l'1-0 a Torino.
Quell'annata poco bianca e molto nera, come le maglie da trasferta bocciate dopo solo una stagione, finì senza coppe. E portò la restaurazione: il Trapattoni-bis. Il Trap, come Mazzarri, era sotto contratto e l'Inter lo liberò in cambio del prestito di Dino Baggio. Venti anni dopo, sfumata la Champions e a rischio l'Europa League, la speranza bianconera è che le analogie si fermino lì.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Mai dire Maifredi

Tifosi bianconeri toccate ferro. Un nuovo progetto tecnico e societario, un nuovo allenatore, il nuovo stadio: le analogie con la stagione 90-91 per Andrea Agnelli e Gigi Delneri cominciano a farsi pericolose.

Era, quella, la Juventus di Montezemolo vicepresidente e Gigi Maifredi in panchina. Quella, dopo 28 anni, rimasta fuori dall'Europa. Dopo un avvio esaltante, in campionato arrivò settima, a -14 dalla Sampdoria scudettata in una Serie A a 18 squadre e con i due punti per la vittoria.

La Juventus voleva cambiare pagina: via Dino Zoff e il suo calcio "antico", che pure aveva portato Coppa Italia e Coppa Uefa con una rosa nemmeno paragonabile al Milan di Sacchi, un ex rappresentante di scarpe diventato profeta di un calcio futuristico.

La dirigenza bianconera provò a rispondere con un altro allenatore moderno e modernista, anzi: zonista. E la scelta cadde su un ex rappresentante di liquori, l'Omone di Lograto, che partì bene ma arrivò malissimo: 14 punti in 9 giornate prima della sconfitta di Bari. Un girone di andata chiuso al terzo posto con Parma e Samp, a 2 punti dal Milan e uno dall'Inter, già battuta 4-2 a Torino.Con il 5-0 sulla Roma uno dei pochi lampi di una stagione al buio.

Eppure in attacco quella Juve era illuminata da un poker di stelle: Baggio e Schillaci, Casiraghi e Hassler. Tutti insieme appassionatamente. Come al Camp Nou, semifinale di andata di Coppa delle Coppe. In vantaggio 1-0 sul Barcellona, Maifredi aspettò quasi un'ora prima di togliere Hassler, e il Barca dilagò: 3-1 blaugrana, impossibile da rimontare, poi, con l'1-0 a Torino.

Quell'annata poco bianca e molto nera, come le maglie da trasferta bocciate dopo solo una stagione, finì senza coppe. E portò la restaurazione: il Trapattoni-bis. Il Trap, come Mazzarri, era sotto contratto e l'Inter lo liberò in cambio del prestito di Dino Baggio. Venti anni dopo, sfumata la Champions e a rischio l'Europa League, la speranza bianconera è che le analogie si fermino lì.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

martedì, maggio 10, 2011

Rino vs Leo, so' ragazzi

Amici mai, e s'era capito. Ma così si esagera. Tutto è cominciato nel derby d'andata, ma il rapporto - mai nato - s'è rotto in quello di un anno fa. Il primo di Leonardo allenatore. Quello di Seedorf in ciabatte, di Gattuso che non sta bene ma viene preferito ad Ambrosini. Di Leo che tiene in campo il tridente, prende altre due gol - di Maicon e Stankovic - e perde 4-0. E alla fine bacchetta Rino, espulso: «Uno della sua esperienza deve gestire meglio certi momenti».
I "certi momenti" durano una stagione. Ringhio, fra tanti infortuni, gioca poco e male, e con Leo proprio non si prende. Troppo diversi. Da quest'anno, anche nei colori. Quei colori.
Ancora derby, quello di ritorno. Gattuso esplode verso la panchina dell'Inter, volano insulti, Leo non fa una piega. Diverse invece le reazioni, di allenatore e presidente, alle dichiarazioni di Gattuso sul video che spopola su Youtube.
"Non ero io a guidare i cori. Ero lì come uno della curva. Non ho mai discusso le scelte di Leo come allenatore, ma non ho gradito come lui mi ha trattato come uomo e cosa ha detto di me nello spogliatoio. Sono un uomo vero dico quello che penso e non mi nascondo. Come uomo pubblico posso aver sbagliato".
Questo il Gattuso pensiero: insomma Rino ce l'ha con Leo non perché non lo faceva giocare, ma perché gli ha mancato di rispetto, trattandolo come un ragazzino di 18 anni.
Per Moratti, Leonardo fa bene a rispondere.
Infatti, Leo stavolta lascia stare l'amore e picchia duro: "Gattuso cosa vuol dirmi ancora? E il Milan che fa?". Così il comunicato sul sito ufficiale dell'Inter.
"Gattuso, il giorno in cui ho preso la decisione di lasciare il Milan, si è rivolto a me dicendomi che almeno ero stato coerente nella mia scelta. Oggi, invece, ho letto che desidera ancora raccontare le sue verità. Mi piacerebbe sapere quali sarebbero le cose che avrebbe ancora da dire visto che, né telefonicamente né di persona, è stato mai possibile. E mi farebbe piacere conoscere la posizione ufficiale della società Milan".
Per ora, l'unica posizione ufficiale del Milan è quella di Galliani: "Peccat veniale, non drammatizziamo, i calciatori sono ragazzi". Vabbè, so' ragazzi. Basta non esagerare.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Champions, corsa a tre

Il quarto posto che vale una stagione, e a bilancio anche qualcuna delle successive, è una corsa a tre. L'Udinese nettamente favorita sulle romane. E non solo per il +2 su Lazio e Roma.
Se è vero che la forza di una squadra è nel suo asse centrale, quello di Guidolin è già da Champions: il pararigori Handanovic in porta, Inler e Isla nel mezzo e in attacco Di Natale & Sanchez, la coppia di piccoletti più forte, divertente e prolifica del campionato: 40 gol e 12 assist in due. Recuperati dagli infortuni, sono subito tornati decisivi. Il resto lo fa il calendario: il Chievo, già salvo, a Verona e il Milan, già campione, al Friuli, non sembrano missioni impossibili.
Proprio al Friuli la Lazio ha sprecato una grande occasione. La squadra che fino a un mese fa, con le grandi, aveva sbagliato solo i derby, ha perso con Napoli, Inter, Juventus e Udinese. E adesso vincere col Genoa all'Olimpico e a Lecce potrebbe valere, al massimo, l'Europa League.
A quota 66, battendo al Massimino il già salvo Catania, e all'Olimpico la disperata Samp, potrebbe arrivare anche la Roma.
Ma il destino comune di Lazio e Roma e dei loro precari condottieri, Reja per scelta sua, Montella per mano americana, non dipende più soltanto da loro. Dipende da quel piccolo Barcellona, per il gioco, e piccolo Arsenal, per lo scouting, che si chiama Udinese.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

lunedì, maggio 09, 2011

Gubbio, l'ombelico del calcio

Al centro dell'Italia, l'Umbria, c'è per natura e per storia. Ma al centro, e anche alla periferia, del calcio italiano, l'Umbria - ombelico di un mondo che non c'è più - mancava da 5 stagioni. Da quando, un anno dopo il Perugia, scese in C anche la Ternana. Adesso ci torna, con il Gubbio che - dopo 63 anni - ritrova la Serie B: promozione arrivata nell'ultima di campionato al Barbetti, 3-1 alla Paganese, di fronte a 5 mila tifosi. Stavolta non delusi come una settimana fa, in piazza Grande, per una volta gremita non per la tradizionale Festa dei Ceri, ma per rituffarsi nel calcio che conta.
Primo artefice dell'impresa, Vincenzo Torrente, storico capitano del Genoa ma esordiente in Lega Pro prima divisione, e già alla seconda promozione consecutiva. Una bella storia, manco a dirlo rossoblù, ma non ditelo a Gigi Simoni, ieri suo allenatore e oggi il direttore tecnico che l'ha scelto assieme al diesse Stefano Giammarioli.
"Non è una favola, però, a raccontarla tutta è una cosa un po' miracolosa. Abbiamo vinto due campionati senza spendere una lira", dice Simoni.
Miracolosa, ma figlia della programmazione. E dei piccoli passi. Trentaduemila abitanti in 535 chilometri quadrati, per estenzione la settima provincia italiana. Un milione e mezzo di euro per sognare.
E magari riscrivere una storia ferma al gioco corto di Viciani nella prima Ternana in Serie A, stagione '72-73; del Perugia di Bagni, Castagner e Ramaccioni, secondo e imbattuto dietro al Milan campione d'Italia '79 e senza Paolo Rossi, arrivato l'anno dopo; all'Intertoto vinto e il Perugia di Gaucci in UEFA con Materazzi, Miccoli e Liverani. L'ultima favola senza lieto fine di un'Umbria, finalmente, tornata là dove vuole stare.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, maggio 08, 2011

Fergie e quella pulita dozzina

Sono 25 anni che questo arzillo vecchietto esulta con l'entusiasmo di un ragazzino, ma pochi ricordano di averlo visto saltare in panchina con tanto trasporto. "Nel '94 ci avete detto di tornare quando saranno 18, be' eccoci qua appollaiati sopra di voi", recita uno striscione. Segno che l'occasione era davvero speciale: il 19esimo campionato nella storia del club più titolato d'Inghilterra, primato assoluto davanti ai 18 del Liverpool e, appunto, dello United. Nel '94, al Chelsea di Glenn Hoddle non bastarono i due 1-0 di Gavin Peacock per togliere allo United il nono titolo e il primo Double.
Stavolta sono bastati 35 secondi, al "Chicharito" Hernandez, l'ultimo regalo che Fergie ha fatto a sé e al club, per archviare un record già negli annali.
Primo tempo perfetto del Manchester United, che al 23' raddoppia con Vidic, ormai sempre più centravanti aggiunto: solito corner corto con Park, solita magia di Giggs, e gol numero 18 in maglia Red Devils del serbo, il 14esimo di testa.
Guardiola è avvertito: lo United non solo difende in 10 dietro il pallone e ribalta lato come nessuno al mondo. Ha una varietà di soluzioni infinita.
Nel big-match che valeva un titolo che a febbraio pareva già assegnato, Ferguson, con un Rooney minore, ha tenuto in panchina Nani e Berbatov; Ancelotti lo ha imitato con Anelka e Torres, il super acquisto di gennaio. Quello che doveva fare la differenza.
La differenza invece l'hanno fatta una rosa profondissima e quell'eterno ragazzo che da 25 anni salta sulla sedia come fosse la prima volta. Un punto sabato a Ewood Park, col Blackburn, e invece saranno 12. Dodici su 19.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO