giovedì, giugno 30, 2011

Bolivia, robe da La Paz

Non c'è niente da fare: ci sono due Bolivia. Quella arrampicata in cielo abituata ai 3640 metri di La Paz, e quella a livello del mare. La prima è una delle grandi del Sudamerica, l'altra è la Cenerentola del subcontinente.
Difendere il diritto della nazionale a giocare in casa ad altitudini proibitive per il resto del mondo è la dura battaglia che il presidente boliviano Evo Morales e il suo amico Diego Armando Maradona combattono contro il nemico comune Blatter, che voleva un tetto massimo a 2750.
Non a caso, nelle due volte che la Copa América si è giocata in Bolivia, la Verde è arrivata prima nel 63 davanti al Paraguay e seconda nel '97 dietro il Brasile di Ronaldo, poi mai fra le prime 4 nemmeno nell'epoca d'oro di Erwin "Platini" Sánchez.
Un obiettivo, la semifinale, che pare fuori portata anche il 4-2-3-1 del Ct Gustavo Quinteros, 46 anni, argentino di Santa Fe che in Bolivia ha passato gran parte della carriera di difensore e allenatore. In Argentina ha allenato il San Lorenzo, in Bolivia il Blooming, il Bolívar e l'Oriente Petrolero. In nazionale ha avuto meno fortuna.
La stella della squadra è il centravanti Marcelo Moreno Martins (nella foto). Figlio d'arte di un brasiliano, è cresciuto in Brasile, a Vitória Bahia, ed è esploso tre anni fa nel Cruzeiro. Ma in Europa ha deluso. Mircea Lucescu lo ha portato allo Shakhtar Donetsk poi lo ha parcheggiato al Werder Brema e al Wigan Athletic: 0 gol in Bundesliga e in Premier Liga prima del ritorno, con 5 gol, in Ucraina. Poco per migliorare il 93esimo posto nel ranking Fifa. A meno che Carlos "el Pollo" Arias, miglior portiere d'Israele col Maccabi Netanya, non voli alto come la Verde a La Paz.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, giugno 29, 2011

MaraMessi

È un po' come quelle domande che ai bambini non bisognerebbe fare e però alla fine gliele fai: vuoi più bene a mamma o a papà?, o cosa farai da grande?
Con Maradona e Messi è la stessa cosa: Leo è già meglio di Diego? Più forte el Pibe o la Pulce? E Pelé, Cruijff e Di Stéfano? Spariti, dimenticati, troppo lontani, troppo diversi.
Loro, invece, il Diez di secondo e terzo millennio, sembrano clonati. Un centimetro di differenza, stessa magia nel sinistro, stessa camiseta: Barcelona e Selección.
Hai voglia a spiegare che sono diversi in tutto: carattere, carisma, velocità, modo di giocare; più punta Leo, più uomo-squadra Diego, e persino la cara, la faccia: linda per Leo, sucia per Diego.
Che Maradona a 24 anni aveva già bucato un Mondiale, e Messi due.
Che Diego campione del mondo lo sarebbe stato già nel 78 se Menotti non lo avesse escluso, per non bruciarlo, a 17 anni, nel Mundial che l'Argentina non poteva perdere.
Quando anche per lui il calcio è diventato "altro", come a Messico 86, quattro anni dopo le Falkland-Malvinas, Diego prima infilò la Mano de Dios nella tasca della Thatcher e poi s'inventò el gol del Siglo.
Leo ha già fatto tutto questo, e senza bisogno di una guerra.
I paragoni fra campioni, specie se di epoche diverse, sembrano un nonsense. Ma anche irresistitbili. Fanno discutere, sognare. Sono come il calcio: molto più che un gioco.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

martedì, giugno 28, 2011

Beisbol, baloncesto e Vinotinto

C'è solo un Paese, in Sudamerica, dove el fútbol non solo non è lo sport nazionale ma viene dopo beisbol e baloncesto. Adesso, però, qualcosa è cambiato: l'ultima Copa América, nel 2007, si è giocata in Venezuela. E la Vinotinto, il colore della Selección che mescola il giallo, il rosso e il blu della bandiera nazionale, non è più il materasso del subcontinente: 4 anni fa vinse il girone e poi uscì ai quarti.
La svolta arriva col terzo millennio e la nomina a Ct dell'ex nazionale Richard Páez, una laurea in medicina e a curriculum 3 mesi da stagista a studiare il 4-4-2 del Milan di Fabio Capello. Con i soldi del petrolio nazionalizzato dal presidente Hugo Chávez, il calcio decolla. I frutti della semina di Páez li raccoglie il nuovo Ct, il 38enne César Farías.
L'uomo simbolo delle due epoche, il mancino Juan Arango, letale su punizione, è la stella della squadra. Erede di Samuel Eto'o al Mallorca (58 gol da trequartista, solo 4 in meno del camerunese), da due anni gioca al Borussia Mönchengladbach, che in Bundesliga si è salvato nel doppio spareggio col Bochum.
In Germania giocano anche i centrocampisti Yohandry Orozco del Wolfsburg e Tomás Rincón dell'Amburgo.
José Salomón Rondón, attaccante del Malaga, è stato invece una delle rivelazioni della Liga.
Se adesso si parla di fútbol persino nei peggiori bar di Caracas, un po' di merito è anche suo.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

lunedì, giugno 27, 2011

Monumental, the day after

Il Monumental si presentava così dopo la notte più lunga nella storia del River.
A un mese dalla finale di Copa América, il quartiere Nunez era una distesa di rovine. Un campo di battaglia con novanta feriti e cinquanta arrestati.
Non ci è scappato il morto. Una notizia a Buenos Aires, dove a marzo un tifoso è stato ucciso da un colpo di pistola prima di Velez-San Lorenzo. Lo stadio "Antonio Vespucio Liberti" dedicato all'uomo che più lo ha voluto, e finanziato, e che fu presidente per 5 mandati fra gli anni Trenta e Sessanta, non perderà l'unica partita in programma, il 24 luglio, nella casa del River. Quella più importante.
Per lo spareggio che ha promosso in Primera il Belgrano e mandato al'inferno il River, la capeinza era di 40 mila. Ce n'erano almeno 60 mila. Un'inchiesta cercherà di capire chi e come ha venduto i venti mila biglietti "illegali".
Nel frattempo, il club dovrà ricostruire per tornare subito in A. Ma non sarà facile per una società allo sbando e travolta da 30 milioni di debiti, venti in più del buco che Daniel Passarella ha ereditato dall'ex presidente José Maria Aguilar nel 2009. Un anno dopo l'ultimo successo, il Clausura 2008.
Un incubo, un film horror che dura da tre stagioni. E che fa piangere ai tifosi lágrimas negras.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Bayern 1974, Lattek da Campioni

Nel 1973-74 la prima Coppa dei Campioni vinta da un club tedesco premia un Bayern equilibrato e ricco di individualità. In porta una sicurezza, Josef “Sepp” Maier. Difesa “all’italiana”: lo stopper Hans-Georg Schwarzenbeck, uno che fa paura a guardarlo, fa da guardia del corpo a sua maestà Franz Beckenbauer, battitore libero, in realtà regista arretrato; sulle fasce Johnny Hansen e il giovane Paul Breitner, terzino sinistro solo di nome. I tre centrocampisti – Franz Roth, Rainer Zobel e Hans-Josef (Jupp) Kapellmann – corrono per sei, e il primo vede la porta, soprattutto nelle finali. In avanti Gerd Müller, implacabile negli ultimi 16 metri, è il logico terminale offensivo per le ali, il tornante svedese Conny Torstensson e Ulrich (Uli) Hoeneß, travolgente nelle percussioni, nel dribbling e nelle conclusioni. 
Il Borussia Mönchengladbach più forte e spettacolare è quello della famigerata “Partita della lattina” (in casa contro l’Inter, secondo turno di Coppa dei Campioni 1971-72), ma anche quello di Lattek (1975-79) non scherzava. La partenza per il Real Madrid nel ’73-74 di un fuoriclasse come il poderoso centrocampista Günter Netzer investe del ruolo di leader il piccolo grande attaccante danese Allan Simonsen, Pallone d’oro 1977.
Vincitori di due Bundesliga (’76 e ’77), finalisti di Coppa dei Campioni 1976-77 e vincitori della Coppa UEFA 1978-79, i Colts – per la prolificità offensiva – con Lattek cambiano gli uomini non l’impostazione di Hennes Weisweiler. In porta Wolfgang Kneib; retroguardia con Hans Hubert “Berti” Vogts, Wilfried Hannes, Franck Schäffer e Norbert Ringels, ex centrocampista riciclato a terzino sinistro; mediana con Winfried “Winnie” Schäfer, futuro allenatore giramondo, la star Rainer Bonhof (Christian Kulik), Carsten Nielsen (Dietmar Danner) e Horst Wohlers (Rudi Gores); e il duo Allan Simonsen-Ewald Lienen di punta. Bayern Monaco e Borussia Mönchengladbach: il calcio tedesco che a metà anni 70 domina in Europa è sempre suo. Udo alla meta.
CHRISTIAN GIORDANOGuerin Sportivo

domenica, giugno 26, 2011

RiBer, Lamela è caduta

Adesso è proprio finita. E' finita anche la speranza: il River è in B. È RiBer, come negli sfottò del Boca.
Non era mai successo in 110 anni di storia blanquirroja. Niente Superclàsico, almeno per un anno.
Tutto è perduto, anche l'onore. Li chiamavano Millonarios, i milionari: ma sprofondano nei debiti.
I giocatori sono senza stipendio da un anno e mezzo. Jota Jota Lopez, allenatore-fantoccio agli ordini del presidentissimo Passarella, in panchina ci va gratis.
Le colpe sono tante, da anni, ma il primo grande colpevole è solo uno: José María Aguilar, il predecessore di Passarella.
Lui ha distrutto il mito: 33 campionati argentini, l'Intercontinentale dell'86, 2 Libertadores, l'ultima nel '96, col tetto del mondo sfumato su quell'indimenticabile gol di Del Piero contro la Juventus.
Ecco, col River retrocede - ma sul campo - la Juventus d'Argentina. Nel '57, con Sivori alla Juve, il club si pagò una tribuna del Monumental. Il tempio di una squadra che per metà popolo argentino è una religione.
Era la squadra dell'aristocrazia di Buenos Aires. Quella della "Màquina": Muñoz, Moreno, Pedernera, Labruna e Lousteau. Quella di Di Stéfano e Cesarini, Diaz e Passarella, Francescoli e Caniggia, Batistuta e Crespo, Cambiasso e Higuain. E di Lamela, troppo acerbo per una storia così.
Torna presto River, ma non sarai più come prima.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Danilo, uno Zanetti da Milan

L'Inter ha già preso il nuovo Maicon, Jonathan, lateiral direito del Santos fresco di Copa Libertadores.
Il nuovo Javier Zanetti, invece, si chiama Danilo, la Libertadores l'ha decisa così, e potrebbe finire al Milan.
Ventun anni il prossimo 15 luglio, Danilo Luiz da Silva è un antico pallino di Galliani, ma non ha passaporto comunitario.
Meno potente e più tecnico del "Tractor" argentino, anche Danilo sa fare tutto: esterno basso e alto sulle fasce, interno e in emergenza, nel 4-3-2-1, del Ct mancato Muricy Ramalho, persino la punta.
Al Sudamericano Under 20 in Perù, dominato dal Brasile lo scorso febbraio, Ney Franco lo ha schierato terzino con licenza di avanzare. Suo il bellissimo terzo gol nel 6-0 all'Uruguay.
Brasiliano di Bicas, stato di Minas Gerais, 1.84 dalla grande facilità di corsa, Danilo è cresciuto nell'America di Belo Horizonte. In prima squadra dal 2009: 9 partite e promozione dalla Serie C; l'anno dopo, è la rivelazione del campionato di B. A maggio 2010, il passaggio qal Santos con cui ha vinto il Paulistao e 2011 e, appunto, la Libertadores. Ma difficilmente resterà al Mondiale per club.
Con Neymar e Lucas, è uno dei craque della cosiddetta Geração Noventa, la generazione nata negli anni Novanta su cui Mano Menezes costruirà il Brasile mondiale. In nazionale A, non ha ancora esordito. Ma lo farà presto, a 21 anni. Come Zanetti.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

C’era un volta in Copa América

100 anni di storia. Da velina per regimi a vetrina del mercato globale: 42 edizioni, due anche nello stesso anno, per il torneo per nazionali più antico al mondo. Un secolo di calcio che è, anche, la storia del subcontinente.
Di qua, i prodromi della Grande Guerra. Di là, l’embrione di Europei e Mondiali: il campionato sudamericano per nazionali. In mezzo l’Atlantico, solcato da bastimenti che al Nuovo Mondo hanno portato, coi primi palloni, la sua vera religione: el fútbol.

1910: LA COPPA CHE NON C’ERA
La Copa América – che agli albori non era ancora un trofeo né si chiamava così – è il più antico torneo per squadre nazionali. Ma quanto antico? La prima edizione si tiene a Buenos Aires nel 1910, ma non è considerata ufficiale. Sono invitati il Brasile, l’Uruguay e il Cile, e il Brasile rinuncia prima del via. L’Argentina batte 4-1 l’Uruguay nell’ultima partita, posticipata perché alcuni “tifosi” incendiano una tribuna dello stadio del Racing. Cominciamo bene.

1916-1922: LA NASCITA DI UN MITO
ARGENTINA 1916. La maggioranza degli storici considerano come prima edizione quella successiva. Sulla scia del crescente successo del calcio nel Paese e nel continente, e in concomitanza con il centenario dell’indipendenza, nel 1916 gli argentini organizzano un secondo torneo internazionale. In luglio, il Ministero degli Affari Esteri invita le nazionali confinanti: Brasile, che stavolta si degna, Cile e Uruguay. Nasce così il Campeonato Sudamericano de Selecciones.
Il 2 luglio 1916, nel match di apertura allo stadio da 18 mila posti del Gimnasia y Esgrima di Buenos Aires (oggi adibito a concerti), il 4-0 sul Cile conferma la superiorità uruguaiana d’inizio secolo. Entusiasta del successo, il direttore della federazione uruguaiana, Héctor Rivadavia Gómez, mette in atto il suo progetto e con l’aiuto dei colleghi brasiliano, argentino e cileno fonda la CONfederación SudaMEricana de FútBOL (Conmebol), l’UEFA del subcontinente. La data, il 9 luglio, coincide col centenario dell’indipendenza della Repubblica di Argentina.
Con l’istituzione della Confederazione Sudamericana, quel primo torneo organizzato (due volte) dall’Argentina acquisisce lo status di ufficialità, e diventa la più antica competizione per squadre nazionali. La Copa América sarà in palio dall’anno successivo, quindi il trofeo “provvisorio”, commissionato dal Ministero degli Affari Esteri argentino, quel 17 luglio lo alza, con due vittorie e un pareggio, l’Uruguay. Capocannoniere con 3 gol e miglior giocatore è la mezzala sinistra nera Isabelino Gradín. Un vero atleta, primatista sudamericano nei 200 e 400 metri piani, e perfetto nel tridente con Ángel Romano e José Piendibene.

URUGUAY 1917. Per la seconda edizione, in Uruguay, la Conmebol mette in palio la prima Copa América, donata alla confederazione nel 1916 dal Ministero argentino per gli Affari Esteri, che la acquistata in una gioielleria di Buenos Aires per 3.000 franchi svizzeri. Decorata in argento, ha una base in legno sulla quale sono applicate le placche con inciso l’anno delle edizioni e i vincitori. Anche questo trofeo lo alza la Celeste, che si conferma campione. Partecipano gli stessi dell’edizione inaugurale (Argentina, Brasile, Cile e Uruguay) e si gioca al Parque Perreira di Montevideo, costruito per la manifestazione a pochi metri da dove sorgerà il Centenário, lo stadio del primo Mondiale. L’Uruguay conferma i pronostici con una squadra molto diversa da quella campione nel 1916. Senza Gradín, decidono il genio di Héctor Scarone e i gol di Ángel Romano. Nel match del titolo, contro l’Argentina, il gol di Scarone premia gli orientales, che approfittano anche della partenza anticipata dei tanti nazionali argentini rientrati in patria per lavoro.

BRASILE 1919. Tocca al Brasile la Copa del 1918. Anzi toccherebbe: perché un’epidemia di influenza a Rio de Janeiro costringe gli organizzatori a rimandarla di un anno. Il rinvio però consente di ristrutturare e ampliare (a 26 mila posti) il Laranjeiras, lo stadio del Fluminense, ai tempi il miglior impianto e il più aristocratico club del Paese.
Il Brasile di Artur Friedenreich e Neco spezza l’egemonia uruguagia e vince il suo primo titolo dopo 122’ di battaglia. Nell’ultima partita, dopo i 90’ regolamentari e due supplementari da 30’, al 2’ del secondo overtime ecco la zampata del “Tigre” Friendenreich. Uno da oltre 1.300 gol in carriera. Mej’ ’e Pelé.

CILE 1920. Secondo il programma itinerante voluto dalla Conmebol, è il Cile a ospitare le stesse squadre delle prime tre edizioni: oltre ai padroni di casa, Argentina, Brasile e Uruguay. Impeccabili come organizzatori, in campo i cileni si confermano ultimi come nel 1916, nel 1917 e nel 1919.
A Valparaíso, nonostante il massiccio sostegno dei tifosi e il debutto della tradizionale divisa rossa, la Roja non va oltre l’1-1 con l’Argentina. Il risultato favorisce l’Uruguay, che dopo aver demolito 6-0 il Brasile vince il terzo titolo battendo 2-1 il Cile. Ancora decisivo il “Maestro” José Piendibene, al servizio dei capicannonieri (3 gol) José Pérez e Ángel Romano, il bomber del Nacional Montevideo per la seconda volta top scorer del torneo.

ARGENTINA 1921. Cinque anni dopo la prima edizione, l’Argentina ospita perla seconda volta la Copa e finalmente la vince. Allo stadio dello Sportivo Barracas, già sede nel 1916, la Selección vince tutte e tre le partite e non concede gol. Le stelle sono il portiere Américo Tesoriere, e non solo per gli zero gol subiti, e il capocannoniere Julio Libonatti. Due anni dopo, al Torino, Libonatti sarà il primo sudamericano del calcio italiano e poi, da oriundo, brillerà anche in azzurro.
Il Paraguay debutta in Copa América battendo 2-1 l’Uruguay campione uscente. Viceversa, il Cile, sempre presente nelle prime quattro edizioni, si ritira per lotte intestine alla federazione. E il Brasile, che ancora non schiera giocatori “di colore”, neanche stavolta è all’altezza delle aspettative.

BRASILE 1922. Lo sarà, invece, l’anno dopo. Per il centenario della sua indipendenza, il Brasile ottiene dalla Conmebol l’assegnazione della sesta edizione. Al Laranjeiras di Rio, come nel 1919, la Seleção conquista il suo secondo titolo senza più Friendenreich (e i suoi 1300 gol in carriera), ma con ancora Amilcar, Neco e Heitor Domingues.
Per la prima volta allargato a cinque Paesi, nella prima fase il torneo vede in testa alla classifica Brasile, Uruguay e Paraguay. Gli orientales però si ritirano per protesta contro la commissione arbitrale, e così diventa decisiva Brasile-Paraguay (3-0). Senza i giocatori di River Plate, Independiente, Racing e San Lorenzo, delude l’Argentina, campione uscente ma mai in corsa per il bis.

1923-1931: GLI ANNI D’ORO DEL GRANDE URUGUAY
URUGUAY 1923. Giocando in casa, l’Uruguay centra il suo quarto titolo in otto edizioni. Senza il Cile, che dà forfait, al mitico Parque Central, roccaforte del Nacional, gli orientales asfaltano Argentina, Brasile e Paraguay. Il miglior giocatore è Pedro “Perucho” Petrone, centravanti del Charley, club che avrà vita breve. Autore di 3 gol (uno nel 2-1 sull’Argentina nell’ultimo match), Petrone sarà anche il capocannoniere alle Olimpiadi del 1924 e, alla Fiorentina, della Serie A 1931-32.
Ancora una volta senza elementi di River Plate, Independiente, Racing e San Lorenzo, l’Argentina è seconda schierando solo giocatori di Boca Juniors, Huracán, Rosario Central e Newell’s Old Boys. Il Brasile, privo dei campioni del 1922, chiude ultimo dietro il sorprendente Paraguay.

PARAGUAY 1924. Scelto dalla Conmebol per ospitare la Copa del 1924, il Paraguay non rispetta le scadenze. E senza uno stadio adeguato né infrastrutture alberghiere, deve rinunciare all’evento che riavrà addirittura nel 1999.
Capitalizzando il titolo olimpico di Parigi, come nel 1923 sono ancora gli uruguagi ad assumersi l’onere di ospitare il torneo. Con la stessa squadra, cinque mesi dopo le Olimpiadi, l’Uruguay alza la sua quinta Copa, la seconda consecutiva.
Leader della Celeste negli anni 20-30 è il difensore José Nasazzi, che da capitano vince il Mondiale in casa (1930), due ori olimpici (1924 e 1928), quattro Copa América (1923, 1924, 1926 e 1935) e, col Nacional, due campionati uruguaiani (1933 e 1934). Un mito.

ARGENTINA 1925. Per la terza volta in Argentina, la Copa è un affaire a tre fra i padroni di casa, il Brasile e il Paraguay. Cile e Uruguay, presenti nelle edizioni precedenti, rinunciano. Brasile e Argentina battono il Paraguay e si affrontano nell’ultima partita. Al vecchio stadio dello Sportivo Barracas, già sede nel 1921, finisce 2-2 (gol di Seoane e Sánchez) dà alla Selección il suo secondo titolo. Il capocannoniere, con 6 gol (tre nel 4-1 al Paraguay), è Manuel “La Chancha” Seoane del modesto El Porvenir, uno dei pochi titolari a non militare nel Boca Juniors dei magnifici sette: il portiere Tesoriere, i difensori Bidoglio e Muttis, i mediani Médici e Fortunato e gli attaccanti Tarasconi e Cerrotti.

CILE 1926. Festa del gol, a Santiago del Cile, per le cinque iscritte alla decima Copa América: 55 in 10 partite. Al vecchio Campos de Sport de Ñuñoa, sito su cui 11 anni dopo verrà costruito lo stadio Nacional, l’Uruguay conquista il suo sesto titolo. Con 17 reti in 4 gare, la Celeste travolge Cile (3-1), Argentina (2-0), Bolivia (6-0) e Paraguay (6-1, poker di Castro).
Con la cinquina ai boliviani Héctor Scarone batte il record di gol in una partita di Copa, ma fra i marcatori finisce secondo dietro il cileno David Arellano, che chiude a 7: lui, nel 7-0 alla matricola Bolivia, si era fermato a 4.

PERÙ 1927. Dopo dieci edizioni si esce dal quadrilatero Cile-Argentina-Brasile-Uruguay, e il Perù debutta in campo e come organizzatore. Gran folla sulle tribune di legno dello stadio Nacional, e messe di gol. In sei partite Perù, Bolivia, Uruguay e Argentina segnano in totale 37 volte, 6,17 di media: ancora oggi record del torneo. Piallate Perù e Bolivia, l’Argentina, per la prima volta coi migliori giocatori del suo campionato, conquista il titolo battendo il grande Uruguay, ai tempi la superpotenza del subcontinente.
Oltre alle stelle Seoane, Bidoglio e Tesoriere del monolite blanquicelestes, brilla il centravanti uruguaiano Roberto Figueroa, capocannoniere con 4 gol. L’anno seguente, ai Giochi di Amsterdam 1928, sarà lui a trascinare la Celeste al back-to-back olimpico.

ARGENTINA 1929. Per la concomitanza con i Giochi del 1928 la Copa viene posticipata al 1929. Alle Olimpiadi di Amsterdam, l’Uruguay vince l’oro battendo in finale l’Argentina per la seconda volta consecutiva. Nella Copa América del 1929, a Buenos Aires, è tempo di rivincita per gli argentini, per la quarta volta campioni.
Appagati dal bis olimpico, gli uruguaiani aprono perdendo 3-0 col Paraguay e chiudono salutando la leggenda José Leandro Andrade, “La Maravilla Negra”, all’addio alle competizioni sudamericane. Nel vecchio Alvear y Tagle, l’impianto poi demolito del River Plate, l’hombre del partido è il centravanti Aurélio González, capocannoniere con 5 gol. L’Argentina, che batte 3-0 il Perù e 4-1 il Paraguay, resta campione contro i rivali di sempre: 2-0 all’Uruguay nell’ultima partita, al vecchio San Lorenzo, davanti a 60 mila tifosi.

PERÙ 1935. La Copa América torna dopo sei anni e riparte da Lima. Il blackout si deve alla sconfitta argentina di Montevideo al Mondiale del 1930: pressioni e insulti degli uruguaiani hanno lasciato il segno, e no Argentina, no party. Fino al 1935.
L’Uruguay, 6 titoli sudamericani, 2 ori olimpici e campione nel prima Coppa del mondo, conferma la sua supremazia anche nella 13ª Copa América: 1-0 al Perù padrone di casa, 2-1 al Cile e, nel match decisivo, 3-0 contro l’arcirivale Argentina.
Curiosità: l’ingresso del cileno Enrique Sorrel, al posto di Arturo Carmona, contro l’Argentina, il 6 gennaio, sancisce la prima sostituzione nella storia della Copa.

ARGENTINA 1936-37. Altre novità si hanno nell’edizione di Buenos Aires a cavallo fra 1936 e 1937: la competizione non si chiama più Campionato Sudamericano; per la prima volta si gioca in notturna; si hanno il primo espulso (l’uruguaiano Juan Emilio Piriz, nello 0-3 col Cile) e il maggior numero di partecipanti (6).
Per alzare la sua quinta Copa, l’Argentina deve superare due volte il Brasile. Battuta 3-2 dall’Uruguay nel penultimo turno (sconfitta che fa infuriare l’ afición blanquiceleste), la Selección deve far piangere il Brasile e con il gol di Enrique García lo costringe allo spareggio. Dopo lo 0-0 dei 90’ regolamentari, decide la doppietta in 3’, fra il 109’ e il 112’, di Vicente de la Mata. Un’ala-bambino di 17 anni.

PERÙ 1939. L’idolo locale Teodoro “Lolo” Fernández (il bomber con la retina per capelli) fa del Perù il quarto Paese a vincere la Copa América. Per la prima volta in 14 edizioni, il titolo non va alle solite note Brasile, Argentina o Uruguay. I padroni di casa, però, erano i favoriti, dato il forfait di Argentina e Brasile.
Allenata dell’inglese Jack Greenwell, la Blanquirroja vince e convince: 5-2 al debuttante Ecuador, 3-1 al Cile, 3-0 al Paraguay. Il top scorer Fernández segna 7 gol in tre partite, record nel torneo.
Nel match decisivo, contro l’Uruguay, a sua volta a punteggio pieno, Fernández non trova la rete, e allora ci pensano il suo gemello Jorge Alcalde e Victor Bielich. Il 2-1 vale la Copa.

CILE 1941. Per i 400 anni della fondazione della città di Santiago (1541), il Cile ottiene dalla Conmebol la Copa del 1942, anticipata di un anno per la ricorrenza. E ne fa uno show. Lo stadio Nacional, inaugurato nel 1938 per 30 mila posti a sedere, è ampliato a 70 mila.
Spumeggiante, la Roja: 5-0 all’Ecuador, 1-0 al Perù (grazie anche alle straordinarie parate di Sergio Livingstone). Ma il suo sogno s’infrange contro l’Uruguay (0-2) e l’Argentina, che schiera i big e con il gol di Enrique García conquista il suo sesto titolo.
È argentino anche il miglior marcatore, il centravanti Juan Marvezzi, del modesto Tigre: 5 gol, tutti nel 6-1 all’Ecuador (eguagliato il record dell’uruguagio Scarone).

URUGUAY 1942. Dopo 18 anni si torna in Uruguay, sempre campione in casa (nel 1917, 1923 e 1924 gli altri successi). Si gioca al Centenário di Montevideo, inaugurato per il Mondiale del 1930, e si tocca il maggior numero di partecipanti: 7.
Travolti 6-1 il Cile e 7-0 l’Ecuador, la squadra di Obdulio Varela, Schubert Gambert e Severino Varela batte Brasile (1-0), Paraguay (3-1), Perù (3-0) e, nell’ultima partita, l’arcirivale Argentina (1-0 della punta Bibiano Zapirain). Un trionfo.
L’Argentina si consola con la vittoria più larga di sempre: 12-0 all’Ecuador con cinquina di José Manuel Moreno, capocannoniere (7 gol) col compagno Herminio Masantonio.

CILE 1945. Il Cile torna a ospitare la Copa quattro anni (e un’edizione) dopo. Nel magnifico Nacional di Santiago, fra le sette ammesse, c’è la debuttante Colombia nel torneo ritenuto, sin lì, il più equilibrato di sempre. L’Uruguay ha in porta Roque Máspoli, in difesa Obdulio Varela e l’ossatura è quella della squadra campione nel 1942. Nel Brasile, al genio difensivo di Domingos da Guía si unisce una prima linea con Tesourinha, Zizinho, Heleno de Freitas, Jair Rosa Pinto e Ademir. Il Cile al centro dell’attacco ha Juan Alcántara, autore di 5 gol.
Ma nessuno riesce a fermare l’Argentina di Mario Boyé, René Pontoni, Rinaldo Martino, Félix Loustau e Norberto Méndez, top scorer (6 gol) con Heleno de Freitas. Dopo tre diluvi (4-0 all’Ecuador, 4-2 al Perù e 9-1 alla Colombia), la squadra di Guillermo Stábile frena (1-1) col Cile, poi batte Brasile (3-1, tripletta di Méndez) e Uruguay (1-0 di Martino) e alza la sua settima Copa.

ARGENTINA 1946. Per la sesta volta in casa, l’Argentina si conferma campione e aggancia l’Uruguay, leader all-time, a 8 titoli.
Al vecchio stadio del San Lorenzo, la Selección trionfa con 5 vittorie, 17 gol fatti e 3 subiti. Guidati sempre da Stábile, capocannoniere ai Mondiali del 1930, gli argentini si assicurano il titolo nell’ultima partita battendo 2-0 (doppietta di Norberto Méndez) un grande Brasile.
La Copa del 1946 segna il ritiro due star degli anni 30-40, il difensore brasiliano Domingos da Guía e il centravanti paraguaiana Delfín Benítez Cáceres, 160 cm di puro “coraje guaraní”, idolo di Boca e Racing che ha segnato caterve di gol in Argentina, Paraguay, Uruguay, Venezuela e Colombia. Nell’Uruguay, solo quarto, brilla solo il centravanti José María Medina, top scorer con 7 reti.

ECUADOR 1947. Allargata a 8 squadre (ma senza Brasile e Venezuela che danno forfait), la Copa debutta in Ecuador e va all’Argentina dei record: 9 trofei, gli ultimi 3 in fila.
Ancora con Stábile al timone, l’Albiceleste veleggia col vento in poppa: 6 vinte e un pari, come nel 1945 e nel 1946. Nella squadra campione, oltre al super attacco Boyé, Méndez, Pontoni, Moreno e Loustou, splende, luminosissima, la stella di Alfredo Di Stéfano, il 22enne attaccante-ovunque che a livello internazionale debutta nel 7-0 sulla Bolivia, sostituendo René Pontoni.

BRASILE 1949. Dopo 27 anni il Brasile torna a ospitare la Copa, e come nel 1919 e nel 1922, fa la storia. La 21ª edizione, ancora a 8 squadre, si gioca a Rio de Janeiro, São Paulo, Santos e Belo Horizonte. L’Argentina tricampione uscente rinuncia perché il suo campionato sta entrando nella fase decisiva, ma il torneo riscuote comunque un enorme successo.
Dopo 29 partite (il massimo di sempre), la competizione tocca la quota-record di 135 gol. Il Brasile, all’ultima Copa in maglia bianca (il “Maracanãzo” del 50 porterà al verdeoro) ne segna 46 in 8 match, altra impresa storica. Dominate le prime 5 gare, la squadra di Flávio Costa perde a sorpresa (2-1) col Paraguay, poi seppellito dal super attacco con Ademir, Tesourinha, Zizinho e Jair Rosa Pinto: 7-0, il punteggio più alto nel match per il titolo. Il centravanti Jair, con 9 gol, è il miglior marcatore in una edizione della Copa.

PERÙ 1953. Senza uno stadio adatto a ospitare la Copa, il Paraguay perde ancora l’opportunità di organizzare il torneo, che per la quarta volta si tiene in Perù. La decisione, però, non spegne l’entusiasmo dei paraguaiani, che viaggiano in massa a Lima per il primo titolo della loro storia. La vittoria non poteva essere più dolce: 3-2 sul Brasile, che 4 anni prima li aveva sconfitti nel match decisivo.
Nel Paraguay spiccano Berni, Fernández e il difensore Heriberto Herrera, il futuro HH2 (copyright Brera) profeta del “movimiento” e “Ginnasiarca” che da allenatore della Juventus farà impazzire, ricambiato, Omar Sivori. Fra i brasiliani, i terzini Djalma Santos e Nilton Santos, il volante Didí, tutti poi campioni del mondo a Svezia 58, e Julinho, autore di 5 gol.
Ancora assente l’Argentina. Il Venezuela, dove storicamente il calcio ha sempre avuto poca esposizione, non era in condizione di partecipare. L’Uruguay, senza big, non è mai stato in corsa.

CILE 1955. Assente nel 1949 e nel 1953, l’Argentina torna alla grande in Cile, per la quinta volta sede della Copa. Trascinata da Ángel Labruna (River Plate) e da Rodolfo Micheli (Independiente), top scorer con 8 gol, la Selección conquista il suo decimo titolo.
Dopo il 5-3 col Paraguay e il 4-0 all’Ecuador, l’Albiceleste di Stábile impatta 2-2 col Perù, suo unico pareggio nel torneo, poi demolisce l’arcirivale Uruguay dei sei campioni del mondo del 1950: storico 6-1 (tripletta di Labruna), tuttora il maggior scarto fra i “cugini”. Nella gara del titolo, spinto dai 65 mila dello stadio Nacional, sede di tutti i match, il Cile perde 0-1, gol di Micheli. Ma il suo attaccante Enrique Hormazábal segna, nel 7-1 all’Ecuador, il 1000° gol della Copa.

URUGUAY 1956. Per la quinta volta sede della Copa, dopo 14 anni l’Uruguay conferma la sua supremazia a Montevideo: quinto titolo, il nono in assoluto.
Al Centenário, in gennaio, nella rovente estate uruguaiana, si gioca in notturna. Nel match decisivo la Celeste, che ha ancora due campioni del mondo del 1950, Víctor Rodríguez Andrade e Omar Míguez, batte l’Argentina 1-0 con gol di Javier Ambrois.
Secondo a 9 punti con Argentina e Cile il Brasile di una difesa che farà epoca: Gilmar in porta, il terzino destro Nilton Santos e i centrali difensivi Mauro e De Sordi. Ancora work in progress, la Seleção, che di lì a due anni stupirà il mondo in Svezia, batte 1-0 l’Argentina e pareggia 0-0 con l’Uruguay.

PERÙ 1957. Nella 25ª edizione, la quinta a Lima, incanta il calcio-tango, elegante e fascinoso, dell’Argentina. La squadra dell’eterno Dt Stábile, e del magico trio Humberto Maschio, Antonio Valentín Angelillo e Omar Sivori. Los Ángeles con caras sucias, gli angeli dalla faccia sporca (dal film del ’38 con James Cagney e Humphrey Bogart), quell’anno sbarcheranno, con fortune diverse, in Italia.
La Selección segna 24 volte in 5 partite e conquista il titolo con una giornata di anticipo; 8-2 alla Colombia (poker di Maschio), 3-0 all’Ecuador, 4-0 all’Uruguay campione uscente, 6-2 al Cile, 3-0 al Brasile che l’anno seguente (con Pelé) vincerà il mondiale. Ininfluente, all’ultimo turno, la sconfitta (2-1) coi padroni di casa.
Top scorer, con 9 reti, Maschio e l’uruguaiano Javier Ambrois, che eguagliano il record di Jair Rosa Pinto del 1949. Con i due gol del 1957, invece, il brasiliano Zizinho raggiunge a 17 l’argentino Norberto Méndez come miglior marcatore all-time.

ARGENTINA 1959. Neanche il Brasile dei sei campioni del mondo del 1958 (Garrincha, Didí, Nilton Santos, Zagallo, Djalma Santos e Pelé) riesce a sfilare ai padroni di casa argentini la Copa del 1959. Al Monumental di Buenos Aires si applaude l’unica partecipazione di “O rei” al torneo. L’unico che manca al suo palmarès, e che il più grande chiude da capocannoniere con 8 gol in 6 partite.
Dopo il 2-2 col Perù, i verdeoro battono Cile, Bolivia, Uruguay e Paraguay e si giocano il titolo all’ultima partita, con l’Argentina, che viene da 5 vittorie su 5. Spinta da 85 mila tifosi la Selección, completamente rinnovata rispetto alla squadra campione due anni prima, pareggia 1-1 (Pizzuti 40’, Pelé 58’) e conquista la sua 12ª Copa. Sorpresa del torneo il Paraguay, terzo, con due stelle: Juan Vicente Lezcano in difesa e Cayetano Ré in attacco.

ECUADOR 1959. Per la prima e ultima volta, la Copa si disputa due volte nello stesso anno. In Argentina fra marzo e aprile, a dicembre in Ecuador, che alla Conmebol ha chiesto l’edizione extra per inaugurare il Modelo di Guayaquil, con 55 mila posti lo stadio più grande nel Paese.
Oltre ai padroni di casa partecipano Argentina, Paraguay, Uruguay e Brasile, che però schiera una rappresentativa del Pernambuco. Nonostante la convocazione di giocatori di Boca, San Lorenzo e Racing, l’Argentina non si ripete sui livelli di inizio anno. Ne approfitta l’Uruguay che conquista con un turno di anticipo il decimo trofeo. Imperforabile dietro con Alcides Silvera e micidiale in avanti con José Sacía, la Celeste del Dt Juan Carlos Corazzo travolge l’Ecuador (4-0), la pantomima di Brasile (3-0) e l’odiata Argentina (5-0) e chiudere con l’ininfluente 1-1 col Paraguay.

BOLIVIA 1963. Dopo aver viaggiato in sette Paesi, per la 28ª edizione la Copa sbarca in Bolivia, a La Paz. “El techo de América”, il tetto del continente: oltre 3.600 metri sul livello del mare. Abituata all’altura, la Verde conquista per la prima volta il trofeo. Su sei gare, 5 vittorie e un pareggio, e 19 gol fatti. Non incidentali, nella storica impresa, l’assenza dell’Uruguay e la scelta di Brasile e Argentina di non presentarsi con le prime scelte.
Tra le sorprese, il Paraguay, secondo con 4 vittorie e una sconfitta, e l’attaccante Carlos Alberto Raffo, l’unico capocannoniere ecuadoriano (ma nato in Argentina): per lui 6 gol in 6 partite.

1967-1983: LA MODERNITÀ
1967. Tante le novità della 29ª edizione, che farà tendenza. Per la prima volta c’è una fase preliminare, con partite di andata e ritorno. Il Cile prevale sulla Colombia (5-2 a Santiago, 0-0 a Bogotá) e il Paraguay sull’Ecuador (2-2 a Guayaquil, 3-1 ad Asunción). Niente sede fissa, come accadrà nel 1975, 1979 e 1983.
Nella fase finale, per la sesta volta a Montevideo, la sorpresa arriva dalla matricola Venezuela, ultimo membro della Conmebol a partecipare alla Copa América, 51 anni dopo il torneo inaugurale. Fedele alla tradizione, l’Uruguay si conferma imbattibile in casa. Allo stadio Centenário, 4 vittorie e un pari per la Celeste che alza la sua 11ª Copa. Nell’ultima, decisiva partita, contro l’Argentina, la mezzapunta Pedro Virgílio Rocha segna al 74’ il gol-vittoria. Due le stelle del torneo: il difensore Elias Figueroa, per molti il più forte cileno di sempre, e l’argentino Luis Artime, top scorer con 5 reti.

1975. La Copa torna dopo otto anni, e con una formula molto diversa dalle 29 precedenti. Non c’è una sede fissa e per la prima volta raduna 10 Paesi della Conmebol. Per questioni economiche, niente girone all’italiana: nella prima fase, le nove squadre vengono divise in tre gruppi da tre e l’Uruguay, campione uscente, accede direttamente alla semifinale.
Il Gruppo 1 è il più duro. L’Argentina di César Luis Menotti, il Ct che la guiderà al titolo mondiale “di regime” nel 1978, travolge il Venezuela 5-1 a Caracas e 11-0 a Rosario. Ma contro il Brasile di Nelinho, Luís Pereira e Palhinha, la Selección perde 2-1 al Mineirão di Belo Horizonte e 0-1 a Rosario. In semifinale, il favorito Brasile viene sorpreso (1-3) al Mineirão dal Perù. E pur vincendo 2-0 a Lima, in finale ci va il Perù per sorteggio. Novità antisportiva che rimpiazza lo spareggio, previsto invece per la doppia finale con l’altra sorpresa, la Colombia, che ha eliminato l’Uruguay.
Guidati dall’idolo nazionale Teófilo Cubillas, i rojiblancos perdono 1-0 al Campín di Bogotà e vincono 2-0 al Nacional di Lima. Non vale la differenza reti. E a Caracas, “el Cholo” Hugo Sotíl, gemello azteco di Johan Cruijff al Barcellona, segna lo storico gol del titolo.

1979. Campione nel 1953, il Paraguay si ripete nel 1979. Costruiti sul giovane talento di Júlio Cesar Romero, per tutti “Romerito”, classico volante offensivo sudamericano, e Roberto Cabañas, e sui veterani Roberto Fernández e Carlos Kiese, i guaraní in finale piegano il Cile per differenza reti: 3-0 ad Asunción, 1-0 a Santiago, 0-0 dopo 120’ allo stadio del Vélez Sarsfield a Buenos Aires.
Come quattro anni prima, neanche la 31ª Copa ha una sede fissa e ancora una volta Argentina, Brasile e Uruguay cadono prima che si decida la corsa al titolo. Gli argentini di Menotti non schierano i campioni del mondo del 1978 e non superano la prima fase. “Scoprono”, però, il non ancora 19enne Diego Armando Maradona, al debutto internazionale con la Selección maggiore nell’anno in cui, a Tokyo, domina il Mondiale (allora) Under 19. Il Brasile di Sócrates, Zico e Falcão esce in semifinale col Paraguay. Emergono anche il difensore cileno Elias Figueroa e la punta boliviana Carlos Aragonés, decisivo contro Argentina e Brasile.

1983. La 32ª Copa è l’ultima senza sede fissa. La vince, per la 12ª volta l’Uruguay, che aggancia l’Argentina in testa all’albo d’oro all-time. Nella Celeste, che nella prima fase elimina Cile e Venezuela e in finale supera il Brasile (2-0 al Centenário di Montevideo, 1-1 al Fonte Nova di Salvador), si esaltano i futuri “italiani” Enzo Francescoli e Carlos Aguilera e il portiere Rodolfo Rodríguez.
Al Brasile di Carlos Alberto Parreira non bastano Leão in porta, Mozer in difesa, Júnior e Sócrates a metà campo e un attacco con Careca e Renato Gaúcho, poi meteora romanista. L’Argentina, ancora una volta senza i migliori, esce nella prima fase e per la terza volta conto il Brasile. Magra consolazione, la Selección di Carlos Bilardo batte (1-0) gli storici rivali dopo 16 anni.

1987-1991: L’ALBA DI UNA NUOVA ERA
ARGENTINA 1987. Dopo 20 anni si torna alla sede fissa (stavolta in Argentina), poi si introduce la presenza obbligatoria dei 10 membri della Conmebol e finalmente è garantita la copertura tv in Europa e Nord America. Inoltre, la Copa avrà cadenza biennale.
Tenuta nelle città del Mondiale 1978 (Buenos Aires, Rosário e Córdoba), l’edizione 1987 la vince l’Uruguay, che per confermare il titolo deve vincere solo due partite. Come nel 1983, la Celeste campione uscente accede direttamente alla semifinale, dove batte 1-0 (Alzamendi) l’Argentina costruita sul telaio “mondiale” a Messico 1986. In finale, al Monumental, piega 1-0 (Bengoechea) il sorprendente Cile del 4-0 sul Brasile nella prima fase. La Colombia del “portiere volante” René Higuita e del “Gullit biondo” Carlos Valderrama, miglior giocatore del torneo, chiude terza.

BRASILE 1989. Per il suo 75º anniversario, la Federcalcio brasiliana riottiene l’organizzazione della Copa 40 anni dopo averla ospitata, e vinta, per l’ultima volta. Nella prima fase le 10 nazionali (compreso l’Uruguay campione) vengono divise in due gruppi da cinque.
Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay si qualificano in quattro partite mozzafiato. Il Brasile dei “gemelli” Bebeto e Romário in attacco e la classe operaia di Taffarel, Dunga, Aldair, Mazinho e Branco batte 2-0 l’Argentina di Diego Armando Maradona e Claudio Paul Caniggia e una maginot con Oscar Ruggeri, Néstor Sensini e Fabián Basualdo. Nel turno successivo, supera 3-0 il Paraguay e si gioca il titolo con l’Uruguay, a sua volta reduce dal 2-0 sull’Argentina. Nell’ultima partita, davanti ai 170 mila del Maracanã (record del torneo), Romário mette fine a 4 decenni di digiuno.

CILE 1991. L’Argentina torna a festeggiare il titolo 32 anni (e 8 edizioni) dopo quello del 1959. Alfio “Coco” Basile porta in Cile una squadrone che chiude imbattuto (6 vittorie e un pari) e con Gabriel Omar Batistuta capocannoniere (6 gol).
Il Brasile, molto rinnovato dopo il flop mondiale a Italia 90, finisce secondo. La Seleção “scopre” il centrale difensivo Márcio Santos e il mediano Mauro Silva, poi campioni del mondo a USA 94. Il Cile chiude terzo un evento ben organizzato, trasmesso in 62 Paesi (10 in più rispetto al 1989) e con 1800 giornalisti accreditati. La Copa è, anche, un fenomeno mediatico.

1991-2007: IL FORMAT TV
ECUADOR 1993. La 36ª edizione, la terza in Ecuador, presenta due nuovi Paesi: Messico e Stati Uniti, membri della Concacaf (la Confederazione Centro e Nord Americana), invitati dalla Conmebol, innalzano il livello tecnico. Con un goleador come Hugo Sánchez, il Messico centra subito la finale, ma perde 2-1 contro l’Argentina.
Con 12 iscritte, la Copa adotta un nuovo formato: prima fase a tre gruppi, eliminazione diretta per quarti, semifinali e finali; in caso di parità nei 90’ regolamentari, si va ai rigori. Così la spunta l’Argentina che elimina il Brasile nei quarti e la Colombia in semifinale grazie a Sergio Goycoechea, già gran pararigori al mondiale di Italia 90. Gli argentini di Batistuta (doppietta in finale), Fernando Redondo e Diego Pablo Simeone si confermano campioni e superano l’Uruguay in vetta all’albo d’oro: 14° titolo.

URUGUAY 1995. L’Uruguay vince come ha sempre fatto nelle 6 edizioni (1917, 1923, 1924, 1942, 1956 e 1967) che ha ospitato. Nello storico Centenário, allunga a 38 partite il suo record d’imbattibilità a Montevideo, 31 vittorie e 7 pari.
Guidata in panca da Héctor Nuñes e in campo dalla magia di Enzo Francescoli, la Celeste vince il titolo contro il Brasile dei campioni del mondo Taffarel, Jorginho, Aldair e Dunga. La finale, finita 0-0, è la prima decisa ai rigori. A differenza di USA 94, stavolta fatali agli auriverdes. L’Uruguay aggancia l’Argentina: 14 titoli.

BOLIVIA 1997. Dopo oltre 80 anni, il Brasile vince la Copa fuori casa. Nella 38ª edizione, in Bolivia, la Seleção fa l’en-plein: 6 su 6. Cafu e Roberto Carlos sulle fasce, Dunga in mediana e Taffarel in porta, Zagallo ha uno squadrone e in attacco le 2R: Romário al fianco del top scorer Ronaldo, ancora Fenomeno vero con 7 gol.
In finale, trasmessa in 150 Paesi, il Brasile supera 3-1 una Bolivia disinnescata dalla scarsa altitudine: solo 600 metri sul livello del mare. Fra i padroni di casa, che avevano sempre vinto, comandano a centrocampo il capitano Vladimir Soría e Marco Etcheverry. Il Messico, terzo sul Perù nella finalina, gioca un’altra buona Copa América, che ospita un altro membro Concacaf, il Costa Rica.

PARAGUAY 1999. Prima Copa in Paraguay, il Brasile mantiene il titolo, il sesto della sua storia. Sei-vinte-sei per la Canarinha di Vanderlei Luxemburgo, 17 gol segnati e due subiti. Nel match decisivo, 3-0 a un Uruguay molto rinnovato, e finalista con solo una vittoria, primato negativo nel torneo.
Ronaldo e Rivaldo, 5 gol ciascuno, guidano i marcatori, seguiti dal compagno Amoroso, l’ex Parma, Udinese e Milan. Tante, fra i campioni, le vecchie o future conoscenze del calcio italiano: Dida, Cafu, Roberto Carlos, Ronaldinho, Émerson e Zé Roberto. Ancora terzo il Messico. Deludono i padroni di casa e la Colombia, eliminati nella prima fase. Come il Giappone, al debutto come ospite della Confederazione asiatica.

COLOMBIA 2001. Sei vittorie su sei e senza concedere gol: così la Colombia alza, in casa, la sua prima Copa. Dopo 85 anni, la competizione incorona un campione diverso da Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay, Perù e Uruguay.
Finalmente i Cafeteros ripagano i loro “fanatici” tifosi, che fanno il pienone negli stadi di Armenia, Barranquilla, Bogotá, Cali, Manizales, Medellín e Pereira. Il guru Francisco “Pacho” Maturana, Ct delle due partecipazioni mondiali, a Italia 90 e USA 94, fa innamorare Sacchi con un futuristico 4-2-2-2 che esalta il capocannoniere Víctor Aristizábal (6 gol), e con la coppa Fair Play. Assente giustificata l’Argentina, che rinuncia per i disordini sociali scoppiati in Colombia a poche settimane dalla Copa. La delusione è il Brasile di Luiz Felipe Scolari, campione del mondo l’anno dopo a Yokohama eppure eliminato ai quarti dal sorprendente Honduras. Il Messico invece raggiunge la seconda finale, e perde ancora.

PERÙ 2004. Il Brasile è campione, per la settima volta, dopo un finale-thrilling con l’Argentina, avanti 2-1 a pochi secondi dalla fine. Poi Adriano (con 7 gol il bomber del torneo) devia un tiro-cross e pareggia. Ai rigori, la Amarelinha, tornata al tetracampeão Carlos Alberto Parreira dopo il Mondiale 2002 vinto con Scolari, prevale 4-2 e capitan Alex alza il trofeo.
Il Costa Rica, ai quarti nel 2001, non si ripete. Ai quarti ci arriva il Messico, eliminato (4-0) dai futuri campioni.
Con 78 gol, in 26 partite, l’edizione 2004 è quella con la più alta media-gol (4,5) da quando, nel 1987, è stata introdotta la nuova formula. Sono argentini il miglior attacco (16 gol) e la vittoria più larga, 6-1 all’Ecuador.

VENEZUELA 2007. L’Argentina del neanche 20enne Lionel Messi è la favorita in finale contro il Brasile, che invece dilaga: 3-0 firmato Júlio Baptista, Ayala (autogol) e Dani Alves, futuro compagno della Pulga nel Barcellona più forte di sempre. Per la prima volta in 42ª edizioni, la Copa sbarca in Venezuela, l’unico Paese sudamericano di lingua ispanica dove il baseball supera in popolarità il calcio.
Ormai consolidata la recente supremazia della Seleção, al 4° successo nelle ultime 5 rassegne dopo quelli nel 1997, 1999 e 2004. Dal 2003, quando fu introdotta la gara unica per il titolo, è la prima volta che la finale si ripete in due edizioni consecutive (2004 e 2007). La competizione, trasmessa in 188 Paesi, ha in Robinho (6 gol) il miglior marcatore.

ARGENTINA 2011. «Missión América 2011» è lo slogan del Clarín per la Copa che in Argentina mancava dal 1987, anno di nascita di Leo Messi. Questa dovrà essere la “sua” América. Perché Maradona, come Elvis, non è vero che è tornato: non se n’è mai andato.

CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

ARGENTINA 1916: nasce un mito

La maggioranza degli storici considerano come prima edizione quella successiva. Sulla scia del crescente successo del calcio nel Paese e nel continente, e in concomitanza con il centenario dell’indipendenza, nel 1916 gli argentini organizzano un secondo torneo internazionale. In luglio, il Ministero degli Affari Esteri invita le nazionali confinanti: Brasile, che stavolta si degna, Cile e Uruguay. Nasce così il Campeonato Sudamericano de Selecciones.
Il 2 luglio 1916, nel match di apertura allo stadio da 18 mila posti del Gimnasia y Esgrima di Buenos Aires (oggi adibito a concerti), il 4-0 sul Cile conferma la superiorità uruguaiana d’inizio secolo. Entusiasta del successo, il direttore della federazione uruguaiana, Héctor Rivadavia Gómez, mette in atto il suo progetto e con l’aiuto dei colleghi brasiliano, argentino e cileno fonda la CONfederación SudaMEricana de FútBOL (Conmebol), l’UEFA del subcontinente. La data, il 9 luglio, coincide col centenario dell’indipendenza della Repubblica di Argentina.
Con l’istituzione della Confederazione Sudamericana, quel primo torneo organizzato (due volte) dall’Argentina acquisisce lo status di ufficialità, e diventa la più antica competizione per squadre nazionali. La Copa América sarà in palio dall’anno successivo, quindi il trofeo “provvisorio”, commissionato dal Ministero degli Affari Esteri argentino, quel 17 luglio lo alza, con due vittorie e un pareggio, l’Uruguay. Capocannoniere con 3 gol e miglior giocatore è la mezzala sinistra nera Isabelino Gradín. Un vero atleta, primatista sudamericano nei 200 e 400 metri piani, e perfetto nel tridente con Ángel Romano e José Piendibene.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

URUGUAY 1917: habemus Copa

Per la seconda edizione, in Uruguay, la Conmebol mette in palio la prima Copa América, donata alla confederazione nel 1916 dal Ministero argentino per gli Affari Esteri, che la acquistata in una gioielleria di Buenos Aires per 3.000 franchi svizzeri. Decorata in argento, ha una base in legno sulla quale sono applicate le placche con inciso l’anno delle edizioni e i vincitori. Anche questo trofeo lo alza la Celeste, che si conferma campione. Partecipano gli stessi dell’edizione inaugurale (Argentina, Brasile, Cile e Uruguay) e si gioca al Parque Perreira di Montevideo, costruito per la manifestazione a pochi metri da dove sorgerà il Centenário, lo stadio del primo Mondiale. L’Uruguay conferma i pronostici con una squadra molto diversa da quella campione nel 1916. Senza Gradín, decidono il genio di Héctor Scarone e i gol di Ángel Romano. Nel match del titolo, contro l’Argentina, il gol di Scarone premia gli orientales, che approfittano anche della partenza anticipata dei tanti nazionali argentini rientrati in patria per lavoro.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

BRASILE 1919: la zampata del Tigre

Tocca al Brasile la Copa del 1918. Anzi toccherebbe: perché un’epidemia di influenza a Rio de Janeiro costringe gli organizzatori a rimandarla di un anno. Il rinvio però consente di ristrutturare e ampliare (a 26 mila posti) il Laranjeiras, lo stadio del Fluminense, ai tempi il miglior impianto e il più aristocratico club del Paese.
Il Brasile di Artur Friedenreich e Neco spezza l’egemonia uruguagia e vince il suo primo titolo dopo 122’ di battaglia. Nell’ultima partita, dopo i 90’ regolamentari e due supplementari da 30’, al 2’ del secondo overtime ecco la zampata del “Tigre” Friendenreich. Uno da oltre 1.300 gol in carriera. Mej’ ’e Pelé.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

CILE 1920: che musica, Maestro

Secondo il programma itinerante voluto dalla Conmebol, è il Cile a ospitare le stesse squadre delle prime tre edizioni: oltre ai padroni di casa, Argentina, Brasile e Uruguay. Impeccabili come organizzatori, in campo i cileni si confermano ultimi come nel 1916, nel 1917 e nel 1919.
A Valparaíso, nonostante il massiccio sostegno dei tifosi e il debutto della tradizionale divisa rossa, la Roja non va oltre l’1-1 con l’Argentina. Il risultato favorisce l’Uruguay, che dopo aver demolito 6-0 il Brasile vince il terzo titolo battendo 2-1 il Cile. Ancora decisivo il “Maestro” José Piendibene, al servizio dei capicannonieri (3 gol) José Pérez e Ángel Romano, il bomber del Nacional Montevideo per la seconda volta top scorer del torneo.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

ARGENTINA 1921: Libonatti per vincere

Cinque anni dopo la prima edizione, l’Argentina ospita perla seconda volta la Copa e finalmente la vince. Allo stadio dello Sportivo Barracas, già sede nel 1916, la Selección vince tutte e tre le partite e non concede gol. Le stelle sono il portiere Américo Tesoriere, e non solo per gli zero gol subiti, e il capocannoniere Julio Libonatti. Due anni dopo, al Torino, Libonatti sarà il primo sudamericano del calcio italiano e poi, da oriundo, brillerà anche in azzurro.
Il Paraguay debutta in Copa América battendo 2-1 l’Uruguay campione uscente. Viceversa, il Cile, sempre presente nelle prime quattro edizioni, si ritira per lotte intestine alla federazione. E il Brasile, che ancora non schiera giocatori “di colore”, neanche stavolta è all’altezza delle aspettative.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

BRASILE 1922: il bis della Seleção

Lo sarà, invece, l’anno dopo. Per il centenario della sua indipendenza, il Brasile ottiene dalla Conmebol l’assegnazione della sesta edizione. Al Laranjeiras di Rio, come nel 1919, la Seleção conquista il suo secondo titolo senza più Friendenreich (e i suoi 1300 gol in carriera), ma con ancora Amilcar, Neco e Heitor Domingues.
Per la prima volta allargato a cinque Paesi, nella prima fase il torneo vede in testa alla classifica Brasile, Uruguay e Paraguay. Gli orientales però si ritirano per protesta contro la commissione arbitrale, e così diventa decisiva Brasile-Paraguay (3-0). Senza i giocatori di River Plate, Independiente, Racing Avellaneda e San Lorenzo de Almagro, delude l’Argentina, campione uscente ma mai in corsa per il bis.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

URUGUAY 1923: adelante Pedro

Giocando in casa, l’Uruguay centra il suo quarto titolo in otto edizioni. Senza il Cile, che dà forfait, al mitico Parque Central, roccaforte del Nacional, gli orientales asfaltano Argentina, Brasile e Paraguay. Il miglior giocatore è Pedro “Perucho” Petrone, centravanti del Charley, club che avrà vita breve. Autore di 3 gol (uno nel 2-1 sull’Argentina nell’ultimo match), Petrone sarà anche il capocannoniere alle Olimpiadi del 1924 e, alla Fiorentina, della Serie A 1931-32.
Ancora una volta senza elementi di River Plate, Independiente, Racing Avellaneda e San Lorenzo de Almagro, l’Argentina è seconda schierando solo giocatori di Boca Juniors, Huracán, Rosario Central e Newell’s Old Boys. Il Brasile, privo dei campioni del 1922, chiude ultimo dietro il sorprendente Paraguay.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

URUGUAY 1924: il cielo è sempre più Celeste

Scelto dalla Conmebol per ospitare la Copa del 1924, il Paraguay non rispetta le scadenze. E senza uno stadio adeguato né infrastrutture alberghiere, deve rinunciare all’evento che riavrà addirittura nel 1999.
Capitalizzando il titolo olimpico di Parigi, come nel 1923 sono ancora gli uruguagi ad assumersi l’onere di ospitare il torneo. Con la stessa squadra, cinque mesi dopo le Olimpiadi, l’Uruguay alza la sua quinta Copa, la seconda consecutiva.
Leader della Celeste negli anni 20-30 è il difensore José Nasazzi, che da capitano vince il Mondiale in casa (1930), due ori olimpici (1924 e 1928), quattro Copa América (1923, 1924, 1926 e 1935) e, col Nacional, due campionati uruguaiani (1933 e 1934). Un mito.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

ARGENTINA 1925: affaire a tre

Per la terza volta in Argentina, la Copa è un affaire a tre fra i padroni di casa, il Brasile e il Paraguay. Cile e Uruguay, presenti nelle edizioni precedenti, rinunciano. Brasile e Argentina battono il Paraguay e si affrontano nell’ultima partita. Al vecchio stadio dello Sportivo Barracas, già sede nel 1921, finisce 2-2 (gol di Seoane e Sánchez) dà alla Selección il suo secondo titolo. Il capocannoniere, con 6 gol (tre nel 4-1 al Paraguay), è Manuel “La Chancha” Seoane del modesto El Porvenir, uno dei pochi titolari a non militare nel Boca Juniors dei magnifici sette: il portiere Tesoriere, i difensori Bidoglio e Muttis, i mediani Médici e Fortunato e gli attaccanti Tarasconi e Cerrotti.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

CILE 1926: sei forte, Uruguay

Festa del gol, a Santiago del Cile, per le cinque iscritte alla decima Copa América: 55 in 10 partite. Al vecchio Campos de Sport de Ñuñoa, sito su cui 11 anni dopo verrà costruito lo stadio Nacional, l’Uruguay conquista il suo sesto titolo. Con 17 reti in 4 gare, la Celeste travolge Cile (3-1), Argentina (2-0), Bolivia (6-0) e Paraguay (6-1, poker di Castro).
Con la cinquina ai boliviani Héctor Scarone batte il record di gol in una partita di Copa, ma fra i marcatori finisce secondo dietro il cileno David Arellano, che chiude a 7: lui, nel 7-0 alla matricola Bolivia, si era fermato a 4.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

PERÙ 1927: Argentina, finalmente

Dopo 10 edizioni si esce dal quadrilatero Cile-Argentina-Brasile-Uruguay, e il Perù debutta in campo e come organizzatore. Gran folla sulle tribune di legno dello stadio Nacional, e messe di gol. In sei partite Perù, Bolivia, Uruguay e Argentina segnano in totale 37 volte, 6,17 di media: ancora oggi record del torneo. Piallate Perù e Bolivia, l’Argentina, per la prima volta coi migliori giocatori del suo campionato, conquista il titolo battendo il grande Uruguay, ai tempi la superpotenza del subcontinente.
Oltre alle stelle Seoane, Bidoglio e Tesoriere del monolite blanquiceleste, brilla il centravanti uruguaiano Roberto Figueroa, capocannoniere con 4 gol. L’anno seguente, ai Giochi di Amsterdam 1928, sarà lui a trascinare la Celeste al back-to-back olimpico.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

ARGENTINA 1929: de nuevo tu

Per la concomitanza con i Giochi del 1928 la Copa viene posticipata al 1929. Alle Olimpiadi di Amsterdam, l’Uruguay vince l’oro battendo in finale l’Argentina per la seconda volta consecutiva. Nella Copa América del 1929, a Buenos Aires, è tempo di rivincita per gli argentini, per la quarta volta campioni.
Appagati dal bis olimpico, gli uruguaiani aprono perdendo 3-0 col Paraguay e chiudono salutando la leggenda José Leandro Andrade, “La Maravilla Negra”, all’addio alle competizioni sudamericane. Nel vecchio Alvear y Tagle, l’impianto poi demolito del River Plate, l’hombre del partido è il centravanti Aurélio González, capocannoniere con 5 gol. L’Argentina, che batte 3-0 il Perù e 4-1 il Paraguay, resta campione contro i rivali di sempre: 2-0 all’Uruguay nell’ultima partita, al vecchio San Lorenzo, davanti a 60 mila tifosi.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

PERÙ 1935: venganza Celeste

La Copa América torna dopo sei anni e riparte da Lima. Il blackout si deve alla sconfitta argentina di Montevideo al Mondiale del 1930: pressioni e insulti degli uruguaiani hanno lasciato il segno, e no Argentina, no party. Fino al 1935.
L’Uruguay, 6 titoli sudamericani, 2 ori olimpici e campione nella prima Coppa del mondo, conferma la sua supremazia anche nella 13ª Copa América: 1-0 al Perù padrone di casa, 2-1 al Cile e, nel match decisivo, 3-0 contro l’arcirivale Argentina.
Curiosità: l’ingresso del cileno Enrique Sorrel, al posto di Arturo Carmona, contro l’Argentina, il 6 gennaio, sancisce la prima sostituzione nella storia della Copa.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

ARGENTINA 1936-37: de la Mata da legare

Altre novità si hanno nell’edizione di Buenos Aires a cavallo fra 1936 e 1937: la competizione non si chiama più Campionato Sudamericano; per la prima volta si gioca in notturna; si hanno il primo espulso (l’uruguaiano Juan Emilio Piriz, nello 0-3 col Cile) e il maggior numero di partecipanti (6).
Per alzare la sua quinta Copa, l’Argentina deve superare due volte il Brasile. Battuta 3-2 dall’Uruguay nel penultimo turno (sconfitta che fa infuriare l’afición blanquiceleste), la Selección deve far piangere il Brasile e con il gol di Enrique García lo costringe allo spareggio. Dopo lo 0-0 dei 90’ regolamentari, decide la doppietta in 3’, fra il 109’ e il 112’, di Vicente de la Mata. Un’ala-bambino di 17 anni.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

PERÙ 1939: la prima della blanquirroja

L’idolo locale Teodoro “Lolo” Fernández (il bomber con la retina per capelli) fa del Perù il quarto Paese a vincere la Copa América. Per la prima volta in 14 edizioni, il titolo non va alle solite note Brasile, Argentina o Uruguay. I padroni di casa, però, erano i favoriti, dato il forfait di Argentina e Brasile.
Allenata dell’inglese Jack Greenwell, la Blanquirroja vince e convince: 5-2 al debuttante Ecuador, 3-1 al Cile, 3-0 al Paraguay. Il top scorer Fernández segna 7 gol in tre partite, record nel torneo.
Nel match decisivo, contro l’Uruguay, a sua volta a punteggio pieno, Fernández non trova la rete, e allora ci pensano il suo gemello Jorge Alcalde e Victor Bielich. Il 2-1 vale la Copa.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

CILE 1941: Enrique sesto

Per i 400 anni della fondazione della città di Santiago (1541), il Cile ottiene dalla Conmebol la Copa del 1942, anticipata di un anno per la ricorrenza. E ne fa uno show. Lo stadio Nacional, inaugurato nel 1938 per 30 mila posti a sedere, è ampliato a 70 mila.
Spumeggiante, la Roja: 5-0 all’Ecuador, 1-0 al Perù (grazie anche alle straordinarie parate di Sergio Livingstone). Ma il suo sogno s’infrange contro l’Uruguay (0-2) e l’Argentina, che schiera i big e con il gol di Enrique García conquista il suo sesto titolo.
È argentino anche il miglior marcatore, il centravanti Juan Marvezzi, del modesto Tigre: 5 gol, tutti nel 6-1 all’Ecuador (eguagliato il record dell’uruguagio Héctor Scarone).
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

URUGUAY 1942: poker oriental

Dopo 18 anni si torna in Uruguay, sempre campione in casa (nel 1917, 1923 e 1924 gli altri successi). Si gioca al Centenário di Montevideo, inaugurato per il Mondiale del 1930, e si tocca il maggior numero di partecipanti: 7.
Travolti 6-1 il Cile e 7-0 l’Ecuador, la squadra di Obdulio Varela, Schubert Gambert e Severino Varela batte Brasile (1-0), Paraguay (3-1), Perù (3-0) e, nell’ultima partita, l’arcirivale Argentina (1-0 della punta Bibiano Zapirain). Un trionfo.
L’Argentina si consola con la vittoria più larga di sempre: 12-0 all’Ecuador con cinquina di José Manuel Moreno, capocannoniere (7 gol) col compagno Herminio Masantonio.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

CILE 1945: Argentina, il settimo sigillo

Il Cile torna a ospitare la Copa quattro anni (e un’edizione) dopo. Nel magnifico Nacional di Santiago, fra le sette ammesse, c’è la debuttante Colombia nel torneo ritenuto, sin lì, il più equilibrato di sempre. L’Uruguay ha in porta Roque Máspoli, in difesa Obdulio Varela e l’ossatura è quella della squadra campione nel 1942. Nel Brasile, al genio difensivo di Domingos da Guía si unisce una prima linea con Tesourinha, Zizinho, Heleno de Freitas, Jair Rosa Pinto e Ademir. Il Cile al centro dell’attacco ha Juan Alcántara, autore di 5 gol.
Ma nessuno riesce a fermare l’Argentina di Mario Boyé, René Pontoni, Rinaldo Martino, Félix Loustau e Norberto Méndez, top scorer (6 gol) con Heleno de Freitas. Dopo tre diluvi (4-0 all’Ecuador, 4-2 al Perù e 9-1 alla Colombia), la squadra di Guillermo Stábile frena (1-1) col Cile, poi batte Brasile (3-1, tripletta di Méndez) e Uruguay (1-0 di Martino) e alza la sua settima Copa.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

ARGENTINA 1946: Selección a forza 8

Per la sesta volta in casa, l’Argentina si conferma campione e aggancia l’Uruguay, leader all-time, a 8 titoli.
Al vecchio stadio del San Lorenzo, la Selección trionfa con 5 vittorie, 17 gol fatti e 3 subiti. Guidati sempre da Stábile, capocannoniere ai Mondiali del 1930, gli argentini si assicurano il titolo nell’ultima partita battendo 2-0 (doppietta di Norberto Méndez) un grande Brasile.
La Copa del 1946 segna il ritiro due star degli anni 30-40, il difensore brasiliano Domingos da Guía e il centravanti paraguaiano Delfín Benítez Cáceres, 160 cm di puro coraje guaraní, idolo di Boca Juniors e Racing Avellaneda che ha segnato caterve di gol in Argentina, Paraguay, Uruguay, Venezuela e Colombia. Nell’Uruguay, solo quarto, l'unico a brillare è il centravanti José María Medina, top scorer con 7 reti.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

ECUADOR 1947: Alfredo, Alfredo

Allargata a 8 squadre (ma senza Brasile e Venezuela che danno forfait), la Copa debutta in Ecuador e va all’Argentina dei record: 9 trofei, gli ultimi 3 in fila.
Ancora con Guillermo Stábile al timone, l’Albiceleste veleggia col vento in poppa: 6 vinte e un pari, come nel 1945 e nel 1946. Nella squadra campione, oltre al super attacco Boyé, Méndez, Pontoni, Moreno e Loustou, splende, luminosissima, la stella di Alfredo Di Stéfano, il 22enne attaccante-ovunque che a livello internazionale debutta nel 7-0 sulla Bolivia, sostituendo René Pontoni.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

BRASILE 1949: Tesourinha nascosto

Dopo 27 anni il Brasile torna a ospitare la Copa, e come nel 1919 e nel 1922, fa la storia. La 21ª edizione, ancora a 8 squadre, si gioca a Rio de Janeiro, São Paulo, Santos e Belo Horizonte. L’Argentina tricampione uscente rinuncia perché il suo campionato sta entrando nella fase decisiva, ma il torneo riscuote comunque un enorme successo.
Dopo 29 partite (il massimo di sempre), la competizione tocca la quota-record di 135 gol. Il Brasile, all’ultima Copa in maglia bianca (il Maracanãzo del 1950 porterà al verdeoro) ne segna 46 in 8 match, altra impresa storica. Dominate le prime 5 gare, la squadra di Flávio Costa perde a sorpresa (2-1) col Paraguay, poi seppellito dal super attacco con Ademir, Tesourinha, Zizinho e Jair Rosa Pinto: 7-0, il punteggio più alto nel match per il titolo. Il centravanti Jair, con 9 gol, è il miglior marcatore in una edizione della Copa.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

PERÙ 1953: Paraguay, movimiento lento

Senza uno stadio adatto a ospitare la Copa, il Paraguay perde ancora l’opportunità di organizzare il torneo, che per la quarta volta si tiene in Perù. La decisione, però, non spegne l’entusiasmo dei paraguaiani, che viaggiano in massa a Lima per il primo titolo della loro storia. La vittoria non poteva essere più dolce: 3-2 sul Brasile, che 4 anni prima li aveva sconfitti nel match decisivo.
Nel Paraguay spiccano Berni, Fernández e il difensore Heriberto Herrera, il futuro HH2 (copyright Brera) profeta del movimiento e “Ginnasiarca” che da allenatore della Juventus farà impazzire, ricambiato, Omar Sivori. Fra i brasiliani, i terzini Djalma Santos e Nilton Santos, il volante Didí, tutti poi campioni del mondo a Svezia 58, e Julinho, autore di 5 gol.
Ancora assente l’Argentina. Il Venezuela, dove storicamente il calcio ha sempre avuto poca esposizione, non era in condizione di partecipare. L’Uruguay, senza big, non è mai stato in corsa.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

CILE 1955: Argentina, a volte ritorna

Assente nel 1949 e nel 1953, l’Argentina torna alla grande in Cile, per la quinta volta sede della Copa. Trascinata da Ángel Labruna (River Plate) e da Rodolfo Micheli (Independiente), top scorer con 8 gol, la Selección conquista il suo decimo titolo.
Dopo il 5-3 col Paraguay e il 4-0 all’Ecuador, l’Albiceleste di Guillermo Stábile impatta 2-2 col Perù, suo unico pareggio nel torneo, poi demolisce l’arcirivale Uruguay dei sei campioni del mondo del 1950: storico 6-1 (tripletta di Labruna), tuttora il maggior scarto fra i “cugini”. Nella gara del titolo, spinto dai 65 mila dello stadio Nacional, sede di tutti i match, il Cile perde 0-1, gol di Micheli. Ma il suo attaccante Enrique Hormazábal segna, nel 7-1 all’Ecuador, il 1000° gol della Copa.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

URUGUAY 1956: la legge del Centenário

Per la quinta volta sede della Copa, dopo 14 anni l’Uruguay conferma la sua supremazia a Montevideo: quinto titolo, il nono in assoluto.
Al Centenário, in gennaio, nella rovente estate uruguaiana, si gioca in notturna. Nel match decisivo la Celeste, che ha ancora due campioni del mondo del 1950, Víctor Rodríguez Andrade e Omar Míguez, batte l’Argentina 1-0 con gol di Javier Ambrois.
Secondo a 9 punti con Argentina e Cile il Brasile di una difesa che farà epoca: Gilmar in porta, il terzino destro Nilton Santos e i centrali difensivi Mauro e De Sordi. Ancora work in progress, la Seleção, che di lì a due anni stupirà il mondo in Svezia, batte 1-0 l’Argentina e pareggia 0-0 con l’Uruguay.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

PERÙ 1957: Ángeles e demoni

Nella 25ª edizione, la quinta a Lima, incanta il calcio-tango, elegante e fascinoso, dell’Argentina. La squadra dell’eterno Dt Guillermo Stábile, e del magico trio Humberto Maschio, Antonio Valentín Angelillo e Enrique Omar SivoriLos Ángeles con caras sucias, gli angeli dalla faccia sporca (dal film del ’38 con James Cagney e Humphrey Bogart), quell’anno sbarcheranno, con fortune diverse, in Italia.
La Selección segna 24 volte in 5 partite e conquista il titolo con una giornata di anticipo; 8-2 alla Colombia (poker di Maschio), 3-0 all’Ecuador, 4-0 all’Uruguay campione uscente, 6-2 al Cile, 3-0 al Brasile che l’anno seguente (con Pelé) vincerà il mondiale. Ininfluente, all’ultimo turno, la sconfitta (2-1) coi padroni di casa.
Top scorer, con 9 reti, Maschio e l’uruguaiano Javier Ambrois, che eguagliano il record di Jair Rosa Pinto del 1949. Con i due gol del 1957, invece, il brasiliano Zizinho raggiunge a 17 l’argentino Norberto Méndez come miglior marcatore all-time.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

ARGENTINA 1959: Pelé non basta

Neanche il Brasile dei sei campioni del mondo del 1958 (Garrincha, Didí, Nilton Santos, Zagallo, Djalma Santos e Pelé) riesce a sfilare ai padroni di casa argentini la Copa del 1959. Al Monumental di Buenos Aires si applaude l’unica partecipazione di “O rei” al torneo. L’unico che manca al suo palmarès, e che il più grande chiude da capocannoniere con 8 gol in 6 partite.
Dopo il 2-2 col Perù, i verdeoro battono Cile, Bolivia, Uruguay e Paraguay e si giocano il titolo all’ultima partita, con l’Argentina, che viene da 5 vittorie su 5. Spinta da 85 mila tifosi la Selección, completamente rinnovata rispetto alla squadra campione due anni prima, pareggia 1-1 (Pizzuti 40’, Pelé 58’) e conquista la sua 12ª Copa. Sorpresa del torneo il Paraguay, terzo, con due stelle: Juan Vicente Lezcano in difesa e Cayetano Ré in attacco.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

ECUADOR 1959: Corazzo espinado

Per la prima e ultima volta, la Copa si disputa due volte nello stesso anno. In Argentina fra marzo e aprile, a dicembre in Ecuador, che alla Conmebol ha chiesto l’edizione extra per inaugurare il Modelo di Guayaquil, con 55 mila posti lo stadio più grande nel Paese.
Oltre ai padroni di casa partecipano Argentina, Paraguay, Uruguay e Brasile, che però schiera una rappresentativa del Pernambuco. Nonostante la convocazione di giocatori di Boca Juniors, San Lorenzo de Almagro e Racing Avellaneda, l’Argentina non si ripete sui livelli di inizio anno. Ne approfitta l’Uruguay che conquista con un turno di anticipo il decimo trofeo. Imperforabile dietro con Alcides Silvera e micidiale in avanti con José Sacía, la Celeste del Dt Juan Carlos Corazzo travolge l’Ecuador (4-0), la pantomima di Brasile (3-0) e l’odiata Argentina (5-0) e chiudere con l’ininfluente 1-1 col Paraguay.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

BOLIVIA 1963: paradiso Verde

Dopo aver viaggiato in sette Paesi, per la 28ª edizione la Copa sbarca in Bolivia, a La Paz. El techo de América, il tetto del continente: oltre 3.600 metri sul livello del mare. Abituata all’altura, la Verde conquista per la prima volta il trofeo. Su sei gare, 5 vittorie e un pareggio, e 19 gol fatti. Non incidentali, nella storica impresa, l’assenza dell’Uruguay e la scelta di Brasile e Argentina di non presentarsi con le prime scelte.
Tra le sorprese, il Paraguay, secondo con 4 vittorie e una sconfitta, e l’attaccante Carlos Alberto Raffo, l’unico capocannoniere ecuadoriano (ma nato in Argentina): per lui 6 gol in 6 partite.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

1967: Rocha e i suoi fratelli

Tante le novità della 29ª edizione, che farà tendenza. Per la prima volta c’è una fase preliminare, con partite di andata e ritorno. Il Cile prevale sulla Colombia (5-2 a Santiago, 0-0 a Bogotá) e il Paraguay sull’Ecuador (2-2 a Guayaquil, 3-1 ad Asunción). Niente sede fissa, come accadrà nel 1975, 1979 e 1983.
Nella fase finale, per la sesta volta a Montevideo, la sorpresa arriva dalla matricola Venezuela, ultimo membro della Conmebol a partecipare alla Copa América, 51 anni dopo il torneo inaugurale. Fedele alla tradizione, l’Uruguay si conferma imbattibile in casa. Allo stadio Centenário, 4 vittorie e un pari per la Celeste che alza la sua 11ª Copa. Nell’ultima, decisiva partita, contro l’Argentina, la mezzapunta Pedro Virgílio Rocha segna al 74’ il gol-vittoria. Due le stelle del torneo: il difensore Elias Figueroa, per molti il più forte cileno di sempre, e l’argentino Luis Artime, top scorer con 5 reti.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

1975: la Sotíl diferencia

La Copa torna dopo otto anni, e con una formula molto diversa dalle 29 precedenti. Non c’è una sede fissa e per la prima volta raduna 10 Paesi della Conmebol. Per questioni economiche, niente girone all’italiana: nella prima fase, le nove squadre vengono divise in tre gruppi da tre e l’Uruguay, campione uscente, accede direttamente alla semifinale.
Il Gruppo 1 è il più duro. L’Argentina di César Luis Menotti, il Ct che la guiderà al titolo mondiale “di regime” nel 1978, travolge il Venezuela 5-1 a Caracas e 11-0 a Rosario. Ma contro il Brasile di Nelinho, Luís Pereira e Palhinha, la Selección perde 2-1 al Mineirão di Belo Horizonte e 0-1 a Rosario. In semifinale, il favorito Brasile viene sorpreso (1-3) al Mineirão dal Perù. E pur vincendo 2-0 a Lima, in finale ci va il Perù per sorteggio. Novità antisportiva che rimpiazza lo spareggio, previsto invece per la doppia finale con l’altra sorpresa, la Colombia, che ha eliminato l’Uruguay.
Guidati dall’idolo nazionale Teófilo Cubillas, i rojiblancos perdono 1-0 al Campín di Bogotà e vincono 2-0 al Nacional di Lima. Non vale la differenza reti. E a Caracas, “el Cholo” Hugo Sotíl, gemello azteco di Johan Cruijff al Barcellona, segna lo storico gol del titolo.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

1979: oh Romerito, Romerito...

Campione nel 1953, il Paraguay si ripete nel 1979. Costruiti sul giovane talento di Júlio Cesar Romero, per tutti “Romerito”, classico volante offensivo sudamericano, e Roberto Cabañas, e sui veterani Roberto Fernández e Carlos Kiese, i guaraní in finale piegano il Cile per differenza reti: 3-0 ad Asunción, 1-0 a Santiago, 0-0 dopo 120’ allo stadio Fortín del Vélez Sarsfield a Buenos Aires.
Come quattro anni prima, neanche la 31ª Copa ha una sede fissa e ancora una volta Argentina, Brasile e Uruguay cadono prima che si decida la corsa al titolo. Gli argentini di César Luis Menotti non schierano i campioni del mondo del 1978 e non superano la prima fase. “Scoprono”, però, il non ancora 19enne Diego Armando Maradona, al debutto in una competizione internazionale con la Selección maggiore nell’anno in cui, a Tokyo, domina il Mondiale (allora) Under 19. Il Brasile di Sócrates, Zico e Falcão esce in semifinale col Paraguay. Emergono anche il difensore cileno Elias Figueroa e la punta boliviana Carlos Aragonés, decisivo contro Argentina e Brasile.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

Batista ha detto 23

Dieci mesi di lavoro, oltre 80 convocati, polemiche infinite. Ma alla fine eccoli, i 23 fedelissimi di Sergio Batista che hanno un'unica missione: rivincere la Copa América che l'Argentina insegue dal 1993. In casa addirittura da 52 anni.
Per arrivare al Mondiale, el Checho deve conquiestare la finale. E pregare che Lionel Messi, nell'inverno australe, non si becchi neanche un raffreddore. Perché questa Argentina è costruita su Leo, e non potrebbe essere altrimenti.
4-3-3 con la Pulga finto centravanti e licenza di uccidere su tutto il fronte d'attacco, con due ali di ruolo, a sinistra Di Maria che con Mourinho gioca a destra e Lavezzi; più una panchina stellare: Higuaín, Agüero, Tévez e Milito, trascurato in Sudafrica e reduce da un anno di infortuni.
L'Apache sembrava fuori, perché l'idolo del pueblo, se lo porti, deve giocare. Ma Carlitos'way, il suo modo di giocare, si scontra con Messi. Tévez segna tanto ma ha bisogno di campo aperto, Leo pretende la palla. Il colloquio chiarificatore però ha riconsegnato alla Albiceleste un Tévez disposto a far gruppo, a sacrificarsi. Missione impossibile invece per AgüeroHiguaín e Milito: tutti centravanti d'area. Un attacco così, non ce l'ha nessuno, ma la difesa - senza Samuel - è debole, e in porta Romero e Andujar non possono far peggio di Carrizo.
Nel suo mini-Barcellona, però, Batista non ha Xavi e Iniesta e a centrocampo, l'unico che pensa è Cambiasso. Servirà - ma parte dalla panchina - la magia di Pastore, il pupillo di Diego. Un dieci vero dietro un nove finto, e tutti uniti per il doppio sogno: rialzare la Copa, e battere il Brasile.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

1983: mai più senza dimora

La 32ª Copa è l’ultima senza sede fissa. La vince, per la 12ª volta l’Uruguay, che aggancia l’Argentina in testa all’albo d’oro all-time. Nella Celeste, che nella prima fase elimina Cile e Venezuela e in finale supera il Brasile (2-0 al Centenário di Montevideo, 1-1 al Fonte Nova di Salvador), si esaltano i futuri “italiani” Enzo Francescoli e Carlos Aguilera e il portiere Rodolfo Rodríguez.
Al Brasile di Carlos Alberto Parreira non bastano Leão in porta, Mozer in difesa, Júnior e Sócrates a metà campo e un attacco con Careca e Renato Gaúcho, poi meteora romanista. L’Argentina, ancora una volta senza i migliori, esce nella prima fase e per la terza volta conto il Brasile. Magra consolazione, la Selección di Carlos Bilardo batte (1-0) gli storici rivali dopo 16 anni.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

ARGENTINA 1987: passeggiata Celeste

Dopo 20 anni si torna alla sede fissa (stavolta in Argentina), poi si introduce la presenza obbligatoria dei 10 membri della Conmebol e finalmente è garantita la copertura tv in Europa e Nord America. Inoltre, la Copa avrà cadenza biennale.
Tenuta nelle città del Mondiale 1978 (Buenos Aires, Rosário e Córdoba), l’edizione 1987 la vince l’Uruguay, che per confermare il titolo deve vincere solo due partite. Come nel 1983, la Celeste campione uscente accede direttamente alla semifinale, dove batte 1-0 (Alzamendi) l’Argentina costruita sul telaio mondiale a Messico 1986. In finale, al Monumental, piega 1-0 (Bengoechea) il sorprendente Cile del 4-0 sul Brasile nella prima fase. La Colombia del “portiere volante” René Higuita e del “Gullit biondo” Carlos Valderrama, miglior giocatore del torneo, chiude terza.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

BRASILE 1989: i suoi ultimi 40 anni

Per il suo 75º anniversario, la Federcalcio brasiliana riottiene l’organizzazione della Copa 40 anni dopo averla ospitata, e vinta, per l’ultima volta. Nella prima fase le 10 nazionali (compreso l’Uruguay campione) vengono divise in due gruppi da cinque.
Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay si qualificano in quattro partite mozzafiato. Il Brasile dei “gemelli” Bebeto e Romário in attacco e la classe operaia di Taffarel, Dunga, Aldair, Mazinho e Branco batte 2-0 l’Argentina di Diego Armando Maradona e Claudio Paul Caniggia e una maginot con Oscar Ruggeri, Néstor Sensini e Fabián Basualdo. Nel turno successivo, supera 3-0 il Paraguay e si gioca il titolo con l’Uruguay, a sua volta reduce dal 2-0 sull’Argentina. Nell’ultima partita, davanti ai 170 mila del Maracanã (record del torneo), Romário mette fine a 4 decenni di digiuno.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo