domenica, luglio 31, 2011

Sorteggio 2014, l'angelo di Prandelli

L'angelo di Rio a braccia aperte sta. Magari proprio a braccia aperte no, ma una mano ce l'ha data il Cristo del Corcovado, lo stesso che aveva ispirato l'esultanza del Fenomeno anche per una famosa pubblicità.
A Marina da Gloria, nell'urna Ronaldo ci ha regalato un Gruppo B facile, ma non facilissimo.
La Danimarca di Bendtner, Poulsen e Kjaer non è la Danish Dynamite che nel '92 lasciò le vacanze per vincere l'Europeo svedese. La Repubblica Ceca è sempre tosta, ma ai tempi di Nedved era un'altra cosa. La Bulgaria non è più quella del '94 di Stoitchkov, tanto più adesso che Berbatov ha lasciato la nazionale.
Il punto è che è l'Italia a non essere più l'Italia: la superpotenza dei fenomeni come Baggio e Baresi. A consolarci ci sono i 12 punti sicuri con Armenia e Malta, e la quasi certezza che, nella peggiore delle ipotesi, si correrà per due posti.
Come l'Inghilterra, che non sarà più di Capello, con il Montenegro di Vucinic e Jovetic, l'Ucraina del post-Sheva, la possibile sopresa Polonia e i materassi sicuri Moldavia e San Marino.
E come Portogallo e Russia, cui faranno il solletico Israele, Irlanda del Nord, Azerbaigian e Lussemburgo.
Peggio è andata alle altre grandi d'Europa.
La Francia se l'è beccata la Spagna campione del mondo nell'unico girone a 5, Bielorussia: Georgia e Finlandia faranno da tappezzeria.
La Germania avrà la Svezia di Ibra e l'Irlanda del Trap, ma anche i cugini austriaci oltre al Kazakhstan.
Tante preoccupazioni, ma extracalcistiche, nel Gruppo A: Croazia, Serbia e Macedonia, tre paesi della ex Jugoslavia, e le britanniche Scozia e Galles.
Equilibrato il girone D con Olanda e Turchia favorite su Romania e Ungheria, con Estonia e Andorra sparring partner.
E non sono da escludere sorprese nel Gruppo E di Norvegia, Slovenia, Svizzera e nel Gruppo G di Grecia, Slovacchia, Bosnia.
Più difficile leggere il futuro, con un anno di anticipo, nelle altre confederazioni.
Il Giappone campione d'Asia avrà problemi più fuori che in campo con Uzbekistan, Siria e Corea del Nord. La Corea del Sud invece sfrutterà il derby dei petrodollari fra Kuwait e Emirati.
L'Australia è favorita su Arabia Saudita, Oman e Thailandia. E chissà se basteranno i soldi di Cina e Qatar contro Iraq e Iran.
Sorteggio comodo per le big africane: il Camerun di Eto'o, la Costa d'Avorio di Drogba, l'Egitto campione continentale e il Ghana re del mondo under 20.
Oltreatlantico, tutto facile per il Messico fresco vincitore della Gold Cup e gli Stati Uniti di Klinsmann.
Trenta milioni di dollari per uno show planetario di 100 minuti. La persidentessa Dilma Rousseff ha già capito tutto. E a braccia aperte sta.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO





Confederazione Europea:

gruppo A) Croazia, Serbia, Belgio, Scozia, Macedonia, Galles

gruppo B) Italia, Danimarca, Rep. Ceca, Bulgaria, Armenia, Malta

gruppo C) Germania, Svezia, Irlanda, Austria, Far Oer, Kazakhstan

gruppo D) Olanda, Turchia, Ungheria, Romania, Estonia, Andorra

gruppo E) Norvegia, Slovenia, Svizzera, Albania, Cipro, Islanda

gruppo F) Portogallo, Russia, Israele, Irlanda del Nord, Azerbaigian, Lussemburgo

gruppo G) Grecia, Slovacchia, Bosnia, Lituania, Lettonia, Liechtenstein

gruppo H) Inghilterra, Montenegro, Ucraina, Polonia, Moldavia, San Marino

gruppo I) Spagna, Francia, Bielorussia, Georgia, Finlandia



Confederazione asiatica:

gruppo A) Cina, Giordania, Iraq, Singapore,

gruppo B) Corea del Sud, Kuwait, Emirati Arabi, Libano

gruppo C) Giappone, Uzbekistan, Siria, Corea del Nord

gruppo D) Australia, Arabia Saudita, Oman, Thailandia

gruppo E) Iran, Qatar, Bahrein, Indonesia



Confederazione Concacaf (Nord, Centroamerica e Caraibi):

gruppo A) Salvador, Suriname, Isole Cayman, Repubblica Dominicana

gruppo B) Trinidad e Tobago, Guiana, Barbados, Bermuda

gruppo C) Panama, Dominica, Nicaragua, Bahamas,

gruppo D) Canada, St. Kitts and Nevis, Portorico, St. Lucia,

gruppo E) Grenada, Guatemala, St.Vincent-Granadine, Belize,

gruppo F) Haiti, Antigua, Curacao, Isole Vergini



Secondo turno:

gruppo A) Usa, Giamaica, vincitrice gruppo F ed E

gruppo B) Messico, Costarica, vincitrice gruppo B e A

gruppo C) Honduras, Cuba, vincitrice gruppo C e D



Confederazione dell'Oceania:

gruppo A) Vanuatu, Nuova Caledonia, Thaiti, vincitrice primo turno

gruppo B) Fidij, Nuova Zelanda, Isole Salomone, Papua Nuova Guinea



Confederazione africana:

Primo turno:

1) Seychelles-Kenia

2) Guinea Bissau-Togo

3) Gibuti-Namibia

4) Mauritius-Liberia

5) Isole Comore-Mozambico

6) Guinea equatoriale-Madagascar

7) Somalia-Etiopia

8) Leshoto-Burundi

9) Eritrea-Ruanda

10) Swaziland-Rep Dem. Congo

11) Sao Tome'-Congo

12) Ciad-Tanzania



Secondo turno

gruppo A) Sudafrica, Botswana, Repubblica Centrafricana, vincitrice match 7

gruppo B) Tunisia, Capoverde, Sierra Leone, vincitrice match 6

gruppo C) Costa d'Avorio, Marocco, Zambia, vincitrice match 12

gruppo D) Ghana, Zambia, Sudan, vincitrice match 8

gruppo E) Burkina Faso, Gabon, Niger, vincitrice match 11

gruppo F) Nigeria, Malawi, vincitrice match 1 e 3

gruppo G) Egitto, Guinea, Zimbabwe, vincitrice match 5

gruppo H) Algeria, Mali, Benin, vincitrice match 9

gruppo I) Camerun, Libia, vincitrice match 2 e 10

gruppo J) Senegal, Uganda, Angola, vincitrice gruppo 4

sabato, luglio 30, 2011

Didí e lei

Io le ho voluto sempre molto bene. Perché, se uno non la tratta con affetto, lei non obbedisce. Quansso ado di avvicinava, io la dominavo e lei obbediva. A volte se ne andava dall'altra parte, e io: "Vieni, piccolina", e la riportavo da me. La colpivo di tacco, di punta, e lei stava lì, obbediente. La trattavo con lo stesso affetto con cui tratto mia moglie. Le volevo un bene dell'anima. Perché lei è fuoco. Se la maltratti ti rompe le gambe. Per questo io dico sempre: "Mi raccomando ragazzi, rispettatela. Questa qui è una ragazzina che va trattata con molto amore..." In base al posticino in cui la tocchi, prende la sua destinazione.
[Testimonianza raccolta da Roberto Moura]

EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Brasile 2014, la Nuova Frontiera

Non è ancora nato, il Mondiale che il Brasile "deve" vincere, e già fa discutere.
Al sorteggio dei gironi di qualificazione non poteva mancare Pelé. Solo che Pelé, nominato ambasciatore onorario di Brasile 2014 dal presidente Dilma Rousseff, non era stato invitato. Non è gradito a Ricardo Teixera, presidentissimo della CBF, la federcalcio brasiliana, dal 1989.
Pelé, invece, a Marina di Gloria - la baia di Rio - ci sarà, ma non trepiderà perché la Selecao è l'unica già sicura di partecipare.
A differenza della Spagna campione del mondo, inserita fra le 9 della prima fascia, il Paese organizzatore è ammesso di diritto. Il primato della Selecao quindi resterà imbattuto: 21 mondiali su 21.
Le altre 31 il pass dovranno conquistarselo: 13 europee, 5 africane, 4 o 5 asiatiche e sudamericane, 3 o 4 nordamericane, una dell'Oceania.
Le 53 europee, già suddivise in 6 fasce, formeranno 9 gruppi (8 da 6 squadre e uno da 5) con le prime subito qualificate e le 8 migliori seconde ammesse ai playoff.
Dopo le top model - Heidi Klum a Germania 2006 e Charlize Theron a Sudafrica 2010 - a pescare dall'urna saranno due top player, ex o futuri: Ronaldo e Ganso.
Per motivi politici, niente "derby" Armenia-Azerbaigian e Russia-Georgia.
Per motivi tecnici, niente incroci pericolosi fra Spagna, Olanda, Germania, Inghilterra, Italia e Portogallo. Ma in seconda fascia Francia, Russia, Serbia e Turchia fanno paura. Come, in fascia 3, i giovani di Belgio, Repubblica Ceca e Svizzera e l'Irlanda del vecchio Trap. In quarta fascia, occhio a Scozia, Polonia e Romania.
Più duro che mai il girone sudamericano. La Copa América ha confermato le gerarchie del Mondiale: è l'Uruguay la squadra da battere, e l'Argentina, che Sabela dovrà ricostruire, oggi vale Colombia e Cile e meno del Paraguay che Martino ha lasciato ad Arce.
Il sogno americano è invece affidato a Klinsmann, sostituto di Bradley dopo la falllimentare Gold Cup stravinta dal Messico. Non è ancora nata, la Nuova Frontiera, e già fa discutere. Ma in español.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, luglio 29, 2011

La vita è Sabella

El Mago stavolta ce l'ha fatta, anche se con un anno di ritardo. Strano destino per un uomo di calcio sempre avanti ai tempi, che sul campo non rincorreva gli avversari e in carriera ha sempre inseguito Maradona. Un 10, mancino, come lui.
Diego è sempre stato il suo incubo: nel Superclàsico, el Pibe col Boca, Alejandro col River. In nazionale, 4 presenze nella Copa América '83. Persino in Inghilterra: nel '78, il 17enne Maradona era già dello Sheffield United per 200 mila sterline. L'Argentinos Juniors voleva il triplo e così il manager dei Blades, Harry Haslam, ripiegò sul 23enne Sabella per 160 mila, record del club, che poi retrocesse in Third Division.
Con Osvaldo Ardíles e Ricky Villa (Tottenham) e Claudio Marangoni (Sunderland) uno dei pochi argentini d'Inghilterra, Sabella - ribattezzato Alex - giocò anche nel Leeds, come erede di Tony Currie.
Era il classico enganche cresciuto nel mito del Beto Alonso. Passaggi corti, eleganza e ritmi sudamericani: così lenti che in lunfardo, lo spagnolo delle classi basse di Buenos Aires, gli valsero il nomignolo di Pachorra, lumaca.
Da allenatore, invece è sempre stato il Mago o "Alejandro Magno", più per il suo calcio aggressivo che per la fama di conquistatore. All'Estudiantes - un campionato, la Libertadores del 2009 e il Mondiale per club perso ai supplementari col Barcellona - l'apice del suo breve impero. Prima, una vita da eterno secondo di Passarella, nell'Argentina, al Parma, nell'Uruguay, nel Monterrey e al Corinthians. Adesso, con un anno di ritardo, la chance della vita. L'eterno secondo è arrivato primo. Finalmente, davanti al Diez.
PER SKY SPORT 24 CHRISTIAN GIORDANO

domenica, luglio 24, 2011

Una volta l'Argentina

Argentini mancati per caso (Cavani e Suarez), argentini diventati per scelta e magari convenienza (Lucas Barrios), argentini per nascita e, forse, vocazione (Sergio Martino).
Quella del Monumental, riaperto un mese dopo lo choc del primo River in B, per qualcuno dei protagonisti sarà molto più che Paraguay-Uruguay, la finale della Copa America numero quarantatré. Sarà il passato che gli scorre davanti, l'essere o non essere che sarebbe stato "se", il futuro prossimo che potrebbe cambiarti la vita, ma anche cambiarti per sempre.
Cavani e Suarez sono uruguagi di Salto, 500 chilometri da Montevideo e un cross dal confine argentino. Pochi metri oltre il rio Uruguay e anziché la Celeste avrebbero indossato l'Albiceleste. Con Messi, l'erede di Diego, al posto dell'altro Diego, che battendo il Paraguay sarebbe il terzo Forlan ad alzare la Copa.
In famiglia la quarta, un record: nonno Juan Carlos Corazzo la vinse da allenatore nel '59 e nel '67, la seconda con in rosa il genero Pablo, difensore.
Se invece dovesse spuntarla l'Albirroja, l'unica finalista della storia a non avere mai vinto, sul campo, neanche una partita, allora almeno due argentini potrebbero festeggiare a casa loro: Lucas Barrios, l'attaccante del Borussia Dortmund naturalizzato a tempo di record un anno fa per i Mondiali. E soprattutto Gerardo Martino, argentino vero e forse ancora per poco il Ct dei guaranì. No, non rischia l'esonero. Rischia la Selecciòn. Quella di Batista. L'Argentina. Sua dalla nascita e, forse, per vocazione.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, luglio 22, 2011

Perù-Venezuela: spingendo la notte un po' più in là

Triste, solitaria y finalina. Anacronistica, malinconica. Insomma una fastidiosa seccatura, la partita che vale il terzo posto: nella migliore delle ipotesi un contentino per chi ha giocato poco o niente, nella peggiore un rischio per chi viene da un infortunio e pensa solo alle vacanze. O magari alla nuova squadra.
Invece, nella Copa América delle soprese, almeno un motivo per non perdersi, e non perdere, Perù-Venezuela, c'è. E' la Storia, con la maiuscola.
Per il Perù non è una novità: la Rojiblanca ha vinto due Copa America, e terza ci è arrivata già 6 volte.
Per il Venezuela è invece una prima assoluta: comunque vada al Ciudad de La Plata, la Vinotinto nella storia c'è già. Mai la Seleccion venezuelana era arrivata fino in fondo. Quattro anni fa, in casa, il sogno si spezzò ai quarti. Stavolta, Farias può spingere la notte un po' più in là... anche se a Baires saranno solo le 16, le 21 italiane.
Da una parte Guerrero e Vargas, graziato dalla disciplinare dopo la gomitata a Coates, e il super collettivo del Mago Markarian; dall'altra la forza di Vizcarrondo e Rondon, la classe di Arango e la spinta di un popolo, che come il presidente Chavez, si è scoperto tifoso. Sarà anche solitaria y finalina, questo Perù-Venezuela, ma triste proprio no.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, luglio 20, 2011

Lugo vs Hugo

Paraguay-Venezuela non è solo la semifinale di Copa América. È un derby fra presidenti-tifosi che più diversi non si può: l'ex vescovo Fernando Lugo (a sinistra nella foto) e l'ex militare Hugo Chávez. Da una parte, il secondo presidente di sinistra nella storia del Paraguay, il primo dopo 61 anni di governo del Partito Colorado, quello dei 35 anni di dittatura Stroessner. Dall'altra l'amico di Maradona e di Fidel e della presidentessa argentina Kirchner-Fernandez, il nemico storico di Bush.
Due leader tutt'atro che silenziosi, Lugo e Chávez. Il primo tifoso guaranì adora il calcio. Al Mondiale sudafricano, si faceva intervistare con la camiseta albirroja. In mezzo ai "fedeli", come quando salvava anime a San Pedro, la diocesi più è povera del Sudamerica. Chávez, anche dall'ospedale cubano dove il 10 giugno è stato operato per un tumore, la Vinotinto la segue in tv con la tuta della nazionale personalizzata.
Due presidenti pronti a scendere in campo, anche fuor di metafora.
Perché dietro tanta passione c'è, anche, la propaganda. "Siete dei leoni. Ancora una volta si è imposta la grinta guaranì, andremo in finale'' si legge in una nota ufficiale di Lugo. Più tecnologico Chávez, che su twitter ha postato fiumi di retorico entusiasmo: "Gloria al popolo bravo! Rendiamo il supremo tributo ai nostri ragazzi della gloriosa Vinotinto! Viva Venezuela!"
Nazionalizzato il petrolio, quatrtro anni fa portò la Copa América nell'unico paese sudamericano dove comanda il beisbol. Adesso sogna di vincerla. Ma chi meglio di Lugo sa che la fede non sempre fa miracoli.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

martedì, luglio 19, 2011

Gerd Müller, Bomber ritrovato

Der Bomber, il bomber. Un centravanti come Gerd Müller il calcio tedesco lo sta ancora cercando.
L'originale, invece, i dirigenti del Bayern Monaco lo hanno ritrovato dopo 15 ore di ricerche e tanto spavento.
Uscito alle 3 di notte dall'albergo in Trentino dov'è in ritiro come accompagnatore della Under 23, è stato avvistato dai Carabinieri a Trento, in viale De Gasperi. L'ex leggenda del Bayern e della nazionale, che ha 65 anni, vagava "in stato confusionale".
Per Müller un ritorno al passato. Perché fuori dalle aree di rigore, con lui la vita non è mai stata tenera.
Da ragazzino, basso e sovrappeso, nessuno voleva farlo giocare. Il suo allenatore al TSV di Monaco gli disse: "Nel calcio non farai strada. Ti conviene fare altro". E Gerd già lavorava dodici ore il giorno in una fabbrica tessile.
Ma baricentro basso e fianchi da matrona avrebbero fatto la sua fortuna. E quella del Bayern delle tre coppe dei campioni consecutive e della miglior Germania (Ovest) di sempre: campione d'Europa e del mondo. Sempre in casa, nel 72 e nel 74. A Monaco, contro l'Olanda "totale" di Cruijff, a decidere è il suo gol-manifesto: stop sbagliato, e girata in un fazzoletto. IL gol "alla" Müller.
L'anno prima il Barcellona lo voleva in coppia proprio con Cruijff, ma la Federazione disse no. «Vi regalerò il mondiale, poi non giocherò più in Nazionale». Fu di parola. Ma poi ci furono il divorzio, la depressione, l'alcool.
Lo salvò, come sempre, il calcio. I vecchi compagni - Beckenbauer, Rummenigge, Uli Hoeness - lo chiamarono ad allenare le giovanili del Bayern. Ma il bomber fragile dentro di sé ha un marcatore implacabile. E ogni tanto gli fa gol.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

lunedì, luglio 18, 2011

Geração sopravvalutata

Argentina e Brasile. Ai rigori. No, non è la finale che tutti sognavano, e magari temevano. Sono le grandi delusioni della Copa América, che non smette di regalare sorpese.
Argentina e Brasile, le grandi favorite, già fuori ai quarti. La Selección è uscita nel Clásico rioplatense contro un Uruguay a lungo in dieci e senza Cavani; la Seleção, rinnovata per puntare in casa alla doppietta Mondiale-Olimpiade, si arresa a un Paraguay che ha tirato in porta tre volte, e mai nello specchio.
Come la Celeste anche la Albirroja veniva dal grande Mondiale in Sud Africa.
El Maestro non più triste Tabarez e il Tata Martino - maestro anche lui, ma del controgioco - hanno centrato un'altra impresa. Ma la vera impresa, al contrario, è quella di Batista e Mano Menezes, due Ct incapaci di fare di tanti talenti una squadra.
E se per Batista il futuro è segnato, forse a Mano Menezes verrà data un'altra chance.
Il suo è un Brasile ancora troppo giovane, rivedibile nel modulo e negli interpreti. Ma in casa, nel biennio 2014-2016, non portà presentare una Seleção con due mediani difensivi, un attacco senza una prima punta di ruolo e un Ganso troppo fuori condizione per essere vero. Da questa Copa América la Geração Noventa crescerà più forte.
Ma a questi ragazzi, in Brasile come in Argentina, sembra manchi qualcosa. Il talento c'è, l'anima ancora no.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, luglio 14, 2011

Prima fase, bilancio di Copa

Copione scontato, e rispettato. O quasi. Nonostante qualche buco di sceneggiatura: il cane in campo, gli inni nazionali saltati, le grandi che giocano contro tradizione e identità.
Il Brasile dei due mediani e senza allegria ha vinto un girone che non poteva non comandare. Anche se fino all'intervallo dell'ultima partita, contro il modesto Ecuador, si qualificato come ottava su otto.
Poi si sono svegliate le stelle, e per Caicedo e compagni s'è fatto buio.
Un Maicon tornato Maicon e doppiette di Pato e Neymar, e adesso ci sarà da divertirsi contro il Paraguay sprecone del Tata Martino, che Mano Menezes lo ha già portato a scuola nella prima fase, e ci riproverà nei quarti.
A proposito di allenatori e di sorprese, giù il cappello per Farias del Venezuela e Markarian del Perù. La miglior Vinotinto di sempre ha già fatto la storia, e contro il Cile può solo migliorarla. La Blanquirroja, nonostante le assenze e la sfortuna, la sua copa l'ha già vinta.
Può vincerla sul serio, invece, la sua avversaria, la Colombia. Sin qui la squadra più squadra: solida dietro - zero gol subiti dal muro Yepes-Perea e pericolosa davanti; se continua così Falcao (nella foto), un gol meno del capocannoniere Agüero, ha già in tasca il premio di MVP. Sempre che Messi non torni Messi. Con l'affetto di Cordoba, sono arrivati gli assist. Contro l'Uruguay potrebbe arrivare il gol, che con la Selecciòn non viaggia alle frequenze del Barcellona.
Vanno bene il copione scontato e una formula discutibile - 18 partite per eliminare Costa Rica, Bolivia, Ecuador e Messico -, ma senza Messi protagonista, la Copa sarebbe un B-movie.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Top 11 di Copa

Tutti aspettavano Messi e Neymar, invece anche nel Top 11 della prima fase è stata la Copa delle sorprese.
In porta Moreira, un '90 dell'Herediano che stava per regalare al Costa Rica Under 22 il grande sogno, sfumato sul più bello.
Difesa a quattro imperniata sulla coppia Yepes-Perea, i centrali che alla Colombia non hanno fatto prendere neanche un gol; sulle fasce il redivivo Maicon, che in una partita ha cambiato il Brasile, e Alvaro Pereira, esterno sinistro del Porto che ha segnato due gol pesantissimi.
Nel 4-2-3-1 che affideremmo a César Farias (nella foto), primo artefice del miracolo Venezuela, mediana con l'argentino Gago, trascurato da Mourinho nel Real Madrid, e Michael Guevara, comandante del centrocampo nella sorpresa Perù. Con il completissimo Vidal fuori solo per per il turnover di Borghi, Ct argentino del Cile, in vista dei quarti.
Là davanti, dietro la prima punta Falcao, che col Porto ha dominato in Europa e con la Colombia prova a ripetersi in Sud America, un tridente-maravilla: Aguero, con tre gol miglior marcatore della prima fase e sogno proibito della Juve; el Nino Sanchez, per il gol da calcetto e molto altro, e la rivelazione Estigarribia, esterno paraguaiano che stava per far piangere il Brasile.
Aspettando Neymar e Messi, verdetti scritti sull'acqua. Perché adesso comincia un'altra Copa. Quella vera.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, luglio 10, 2011

Calvo, lunedì sera Messi

Il giocatore più forte al mondo marcato dall'unico non professionista della competizione.
Lionel Andrés Messi contro Francisco Calvo Quesada.
Anche questa è Copa América.
Anche questa è Argentina-Costa Rica, la grande favorita contro la sorpresa del torneo.
Una partita decisiva, ma per chi non ti aspetti: la Selecciòn, obbligata a vincere per non rischiare l'eliminazione.
Dopo due pareggi che, per come sono arrivati, sono già due mezze vittorie, "el Checho" Batista ha cambiato tutto: basta 4-3-3 simil-Barcellona, si passa al 4-2-1-3 con Higuaìn prima punta, Di Maria e Aguero esterni e Messi... libero di... inventare.
A occuparsi, e preoccuparsi, della Pulce, un ragazzino del '92 al primo anno di college, al San Jacinto di Houston, Texas, come riporta il sito ufficiale dell'università.
Nato a San José, Calvo in Costa Rica giocava nel Saprissa, il club più importante del Paese.
Adesso "Fran", il suo diminutivo, studia e sogna come tutti i 19enni del mondo. Adora Harry Potter e la serie tv Friends, nell'ipod ascolta gli Aventura e Ricardo Arjona, mangia italiano e messicano, tifa Barcellona e il suo idolo è Charly Puyol. E questo lunedì sera, non giocherà a calcio con gli amici d'università. Lui, marcherà Leo Messi.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Neymaradona

Per dirla col Jovanotti spensierato: no, Santos, io non ci casco. Non dopo Robinho. Nel 2005 era lui l’ennesimo “Pelezinho”, piccolo Pelé, delle escolinhas santistas. Ora tocca a Neymar da Silva Santos Júnior. «Può diventare più forte di me» giura “O rei”. Per ora è il prossimo Million Dollar Baby, un Balotelli più in campo che fuori diventato adulto troppo in fretta. Senza i no che aiutano a crescere.

PREDESTINATO – Le somiglianze e le analogie con Robinho sono impressionanti. Scoperti nel futsal a 6 anni da Betinho, che mandò Robinho al Beira-Mar e Neymar al Tumiaru. Stessi ruolo, colpi, dribbling ad alta velocità e doppi passi in serie, le celeberrime “pedaladas” su cui la Nike ha montato l’ennesimo spot farlocco.
Neymar però la porta la vede. Già 60 gol in 119 presenze col Santos: 19 in 38 nel Paulistão, 27 in 64 nel Brasileirão, 12 in 11 in Copa do Brasil e 2 in 6 fra Libertadores e Sudamericana. Alla sua età solo Pelé e Ronaldo hanno segnato di più: 107 gol in 84 partite la Perla nera (1,27 di media nel Santos 1957-58), 65 in 66 O Fenômeno (0,98 nel Cruzeiro 1993-94), 56 in 108 Neymar (0,52 nel Santos 2009-10).

ORIGINI. Robinho è di Beira-Mar, caotico centro nella zona commerciale di São Vicente, periferia di Santos, stato di San Paolo. Anche Neymar è di São Vicente, quartiere di Catiapoã, ma è nato (il 5 febbraio 1992) a Mogi das Cruzes, 400 mila anime a 40 km a est della capitale, São Paulo. Ed è cresciuto «giocando e scherzando per strada, senza problemi».
Adroaldo Ricardo, primo coordinatore di Robinho nel futsal, ricorda che «la madre mi diceva: “Questo deve diventare un calciatore. Salverà la famiglia”». Neymar Jr, al più, dovrà salvare se stesso. Perché se il padre di Robinho amava la bottiglia, Neymar da Silva Santos Sr – ex ala destra di Mogi Mirim e Coritiba, ritiratosi nel ’99 – è un evangelista rigoroso e il figlio può permettersi di versare alla chiesa battista Peniel il 10% dei guadagni.
Non aspettatevi però un figlio della buona borghesia alla Kaká, tutt’altro. Juninho, come lo chiamano in casa, per anni ha affinato la tecnica sul terrazzo della nonna paterna Berenice, che lo ha tenuto lontano dalla droga ma non dalle insidie di un talento innato e precoce. A cominciare dagli studi, abbandonati alla terza liceo. «In genere non lavoro mai con giocatori così giovani – dice l’agente Wagner Ribeiro – ma non avevo scelta. Era un diamante puro». Che a 14 anni saluta mamma Nadine e vola col padre a Madrid: «Siamo rimasti 20 giorni, il Real gli ha offerto un contratto. Ma aveva nostalgia di casa, gli mancavano la sorellina Rafaela e il Brasile», ricorda papà. E così i merengue hanno perso il loro Messi.

FENOMENO. «Neymaradona» e Cavadinha. Sono gli estremi, gli eccessi, di Neymar. L’iperbole è degli inviati brasiliani in Perù per il poker con rissa, il 18 gennaio, nel 4-2 al Paraguay, esordio nel Sudamericano U20, stravinto da top scorer con 9 gol in 7 partite.
Lo scavetto su rigore è forse il più irriverente fra i tanti marchi di fabbrica che gli hanno dato meritata fama di bulletto del quartierino. Gli è andata bene col Ferroviária, 3-0 in amichevole ad Araraquara (San Paolo) il 4 luglio. Ma nello stesso mese, il 28, fallirà al Vila Belmiro quello nella finale di andata di Copa do Brasil, 2-0 con un gol sul Vitória da Bahía. Figuraccia mandata in cavalleria dal trofeo (ininfluente l’1-2 nel ritorno il 4 agosto) vinto da capocannoniere con 11 gol, ma tormentone su web e tv col mito flamenguista Leo Júnior, ex Torino e Pescara, che a Globo Esporte detta le dosi della lucida follia: 11% irreverência, 36% irresponsabilidade 21 frieza (freddezza), 32% locura.
Non a caso Neymar stravede per “el Loco” Abreu: a Sudafrica 2010 cavadinha mancina all’Olanda nei quarti; col Botafogo nel torneo Carioca a febbraio, sotto 2-1 a Rio col Fluminense, palla in bocca a Diego Cavalieri. Tre minuti dopo altro rigore, altra cavadinha. L’ex cesenate non ci crede e si butta, gol. «Folle sarebbe tirare un pugno all’arbitro, il mio è solo coraggio», il mantra dell’uruguaiano. E per coraggio, sfacciataggine e insolenza, anche Neymar non scherza.

INNOCENZA PERDUTA. Dopo il flop mondiale di Dunga, la nuova Seleção di Mano Menezes nasce attorno a Neymar. Prima convocazione, primo gol, primi guai. L’11 agosto, nella concitazione che accompagna il rientro all’aeroporto di São Paulo all’indomani del 2-0 sugli Stati Uniti, emerge tra la folla la cresta irochese del nuovo re. Al suo passaggio, media e tifosi diventano isterici. Nonostante la ravvicinata protezione di cani di grossa taglia, fatica a farsi strada fino a sparire nel mini-van che lo aspetta fuori. Partito ragazzino di belle speranze pochi giorni prima, torna a casa da idolo.
In una partita, per di più amichevole, aveva ricordato al mondo che la Seleção ha uno stile, una tradizione: quelli del “futebol arte”. Valori che il difensivismo spinto di Dunga aveva, se non rinnegato, subordinato al risultato. E chissà se l’avrebbe ottenuto portandosi in Sudafrica quel talento che un posto fra i 23 lo meritava. Se la storia vi ricorda l’esclusione del 17enne Maradona dall’Argentina di Menotti per Baires 78, avete buona memoria. Neymar però non ha pianto e ha subito voltato pagina.
Pochi giorni prima dell’amichevole del Meadowlands Stadium di East Rutherford, New Jersey, col Santos aveva vinto da protagonista un campionato statale sempre difficile come il Paulistão e la Copa do Brasil. Ai primi di giugno, dopo un mese di Brasileirão pieno di asterischi per via del Mondiale, il “Peixe” veniva da un 2010 con 27 vittorie in 39 gare e 123 gol segnati.
Tre gol a partita per un attacco a quattro stelle: Robinho (tornato in prestito dal Manchester City), più Ganso, André (poi ceduto per 9 milioni alla Dynamo Kyiv e oggi in prestito al Bordeaux) e Neymar, il novellino da 27 gol in 29 partite. Non male per uno che centravanti non è. Ma non abbastanza per Dunga, che 14 mila brasiliani (tra cui Pelé e Romário) avevano provato a convincere firmando una petizione. «Gran talento, ma ha poca esperienza internazionale» la risposta del Cucciolo. Dimentico del Sudamericano deciso da solo e delle magie con l’interista Coutinho nella Seleção Under 15.

FUTURO IN BLUES. Dopo la doppietta alla Scozia che lo ha messo sulla mappa del calcio globale (se ne è accorta persino l’Italia, ma solo perché all’Emirates c’era il ds juventino Paratici) è andato a cena a casa dell’agente Pini Zahavi. E Londra è rimasto un giorno in più con la famiglia, certo non per musei e shopping.
Ex uomo di Kia Joorabchian alla Media Sports Investments, condannata per riciclaggio e prima responsabile del quasi fallimento del Corinthians nel 2007, Zahavi è vicino a Roman Abramovich e il futuro del Menino de Ouro, più che roseo, è Blue Chelsea. Stesso copione di Lucas Piazón, un ’94 che dopo Caselle e Vinovo ha visto Heathrow e Cobham e senza neanche esordire col São Paulo ha scelto di conseguenza.

Neymar guadagna 2 milioni l’anno, il suo cartellino è diviso fra Santos (50%), l’agenzia Delcir Ide Sonda (45%) e l’entourage del giocatore (5%) e come Ganso è vincolato fino al 2015. D’accordo con l’agente Wagner Ribeiro e Guilherme Miranda, a.d. della DIS, il presidente del Santos, Álvaro Ribeiro, ha abbassato la clausola rescissoria da 45 a 35 milioni e in estate ha respinto i 30 (più 3,5 di ingaggio) offerti dal Chelsea per Neymar. In aprile invece ha presentato alla FIFA un esposto contro Milan e Inter per aver contattato Ganso, anche lui a scadenza 2015, bypassando il club. Difficile che entrambi i gioielli restino fino alle Olimpiadi di Londra 2012, figuriamoci per il mondiale di Brasile 2014.

GENIO RIBELLE. Neymar è un attaccante completo, che dà il meglio da seconda punta partendo da sinistra. Ambidestro, straordinariamente tecnico, agile e veloce nel dribbling stretto e prolungato, calcia benissimo in controtempo rientrando specie sul destro (primo gol alla Scozia docet). Vede il gioco ma adora solo la palla e muscolarmente è tutto da definire. Limiti quasi fisiologici, come l’immaturità. Se lo provocano reagisce (vedi Kléber del Palmeiras o Chicão del Corinthians), e spesso ci mette del suo. 

Libertadores 2011, già ammonito, segna il golaço del 3-0 sul Colo Colo e viene espulso per una maschera (col suo volto) raccolta a bordo campo, e distribuita allo stadio da uno sponsor. Finirà in rissa, In tribuna Muricy Ramalho, dall’indomani neoallenatore.

Brasileirão 2010, 22ª giornata: sotto di due gol in casa con l’Atlético Goianiense mette sulla testa di capitan Edu Dracena la punizione-assist dell’1-2 e a 7’ dalla fine si procura il rigore del definitivo 4-2. Dorival Júnior lo fa tirare a Marcel. Neymar smette di passare la palla e manda tutti a quel paese. L’allenatore lo tiene fuori nello 0-0 esterno col Guaraní e vorrebbe bissare col Corinthians, ma viene esonerato. La doppietta Paulistão-Copa do Brasil? Dimenticata.

ALLENATORI. Appena 19 anni, solo due da professionista e già sette allenatori, un paio dei quali li ha fatti saltare lui. Vágner Mancini che lo lanciò a inizio 2009, Vanderlei Luxemburgo («É um filé de borboleta», è un filino farfallone, il giudizio di Luxa), Serginho Chulapa, Dorival Júnior, i traghettatori Marcelo Martelotte e Adílson Batista e ora Muricy Ramalho, Ct mancato del dopo-Dunga. Sarà lui a svezzare il galletto d’oro. «Nella mia lunga carriera non ho mai visto un giocatore più maleducato e irrispettoso. Attenti, stiamo creando un mostro», l’allarme di René Simões, allenatore dell’Atlético Goianiense che la mala educación di Neymar l’ha vista dalla panchina. Abramovich, o chi per lui: cercasi tutor.

Christian Giordano, Guerin Sportivo n. 7/luglio 2011


La scheda di Neymar da Silva Santos Júnior
Nato: 5 febbraio 1992, Mogi das Cruzes (stato di San Paolo, Brasile)
Statura e peso: 1,74 x 64 kg
Ruolo: attaccante
Giovanili: Tumiaru (futsal, 1998-2001), Gremetal (futsal, 2001-2003), Santos (2003-2009)
Club: Santos (2009-)
Presenze (reti) in nazionale U17: 3 (1)
Presenze (reti) in nazionale U20: 7 (9)
Presenze (reti) in nazionale A: 3 (3)
Esordio in nazionale A: 10 agosto 2010, East Rutherford (Meadowlands Stadium), New Jersey, USA-Brasile 0-2 (1 gol)
Palmarès: Paulistão (Santos, 2010), Copa do Brasil (Santos, 2010), Sudamericano U20 (Brasile, 2011)
Riconoscimenti: capocannoniere Copa do Brasil 2010 (11 gol) e Sudamericano U20 2011 (9 gol); terzo nel Pallone d’oro sudamericano 2010 (dietro Andrés D’Alessandro dell’Internacional e Juan Sebastián Verón dell’Estudiantes)
Agente: Wagner Ribeiro
Ingaggio annuo: 2 milioni di euro (compresi i diritti di immagine)
Clausola rescissoria: 35 milioni
Scadenza contratto: 2015
Cartellino: 50% Santos, 45% DIS, 5% giocatore

sabato, luglio 09, 2011

Ganso, maestro senza allievi

In Brasile lo chiamano O mestre, il Maestro, e anche O cérebro do time, il cervello della squadra.
La squadra, nella Seleção, ancora non ce l'ha, ma anche da fermo ha fatto intuire perché Mano Menezes non lo toglie mai.
Nel Brasile che non c'è, due assist per i due gol verdeoro. Poi tra una pausa e l'altra le giocate che hanno illuminato e insieme spaventato il "Mario Kempes" di Cordoba con la torcida, per una volta, in clamorosa inferiorità.
Non aspettatevi le accelerazioni di Kaká, la velocità di Ganso è nella testa, nel sinistro: che inventa calcio "di prima" dove gli altri non vedono che spazi chiusi. Il suo problema è la condizione fisica: lo davano al settanta percento, non è nemmeno al trenta. L'eleganza, invece è la solita: quella di Socrates, Falcao, Leandro.
Mano Menezes pur di dargli minuti, gli ha affiancato un altro cervello, Elano, e ha provato a cambiare passo con Jadson, titolare a sopresa, e modulo con Fred, un centravanti d'area al posto di Neymar, irriconoscibile come Pato e Dani Alves.
Jadson gli ha dato l'illusorio vantaggio, Fred gli ha salvato la panchina.
La bacchetta però era sempre quella di Ganso. Il Maestro tornato O cérebro capace di incantare il Milan. Anche da fermo. Adesso però gli serve una squadra.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, luglio 07, 2011

Perserverare è Batista

Errare è umano, perseverare è da Batista.
A parte il pesce troppo piccolo Rojo, stessa squadra, stesso pareggino dell'esordio, e ringraziare. Perché i due Moreno, il boliviano Marcelo e il colombiano Dayro, hanno graziato così Romero.
Povero "Checho": schiacciato fra la divinità Maradona, fantasma presentissimo che el pueblo rievoca a ogni passo falso della Selecciòn e il Messia che in Albiceleste non appare mai, specialmente quando conta, il Ct sembra travolto da una missione più grande di lui. E da una stampa che in lui non ha mai creduto.
Aguero con la Bolivia salva risultato e Copa, e lui lo rimanda in panchina.
Di Marìa che gli aveva cambiato la partita, stavolta nemmeno ha potuto provarci. Eppure el Fideo, lo spaghetto, è l'unica ala di ruolo in una rosa con 7 attaccanti, 4 dei quali centravanti veri.
Alla fine, el Director Tecnico li ha buttati dentro tutti: 4-2-4 con Tevez e Aguero larghi, loro che ali non sono, Higuaìn e Messi centrali. Tutti tranne Pastore e Milito. Gli unici che, già col Costa Rica, potrebbero scrivere una lettera a una squadra mai nata. Caro Checho, tu che da mediano hai vinto il Mundial con Diego, metti el Flaco da dieci per la fantasia e il Principe da nove per la profondità. E magari togli Banega o Cambiasso, ma non per Gago, che fa panca anche con Mourinho.
Copiare il Barca non si può, ma dare una squadra a Messi, soprattutto a questo Messi, si deve.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, luglio 03, 2011

Elano supereroe dimenticato

Tutti aspettavano i fantastici quattro verdeoro, invece i supereroi avevano il costume vinotinto. Robinho, Ganso e Neymar tutti insieme appassionatamente dietro Pato. E tutti a contare i gol che avrebbero segnato contro la cenerentola non del gruppo B, ma del torneo.
Tre fuorigioco in dieci minuti ma anche tre agganci al volo, in area, stellari: Pato, col nove, sembrava il primo Ronaldo. Poi,. solo la traversa. Robinho invece era il solito, quello del Milan: perfetto in tutto meno che nella conclusione. Ganso è in ritardo di preparazione. Lento e fuori dal gioco: troppi novanta minuti per uno che, dopo l'infortunio, ha giocato solo la seconda finale di Libertadores.
A parte la coppia centrale, perfetta in Thiago Silva e Lucio, che ha coperto anche un Dani Alves brutta copia di Maicon, il migliore è stato Neymar. Solo per un tempo, però, perché nel secondo, come tutto il Brasile, è sparito.
Sempre lontano dalla porta. Come Messi contro la Bolivia: troppo indietro l'argentino, troppo largo a sinistra il brasiliano.
E troppi anche i mediani: due per Mano Menezes, addirittura tre per Batista. Uno fra Lucas Leiva e Ramires dovrà fare spazio ad Elano. Il Santos ha vinto la Libertadores con i gol di Neymar. Ma la regia, neanche tanto occulta, era dell'ex pupillo di Mancini al City. Il Brasile, per tornare a volare, dovrà ripartire da lui. Il supereroe dei sottovalutati.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

sabato, luglio 02, 2011

Brasile verde & oro

Male (almeno per un tempo) l'Argentina nel pareggino con la Bolivia, così così la Colombia col golletto al Costa Rica in dieci, adesso tocca al Brasile.
A questo punto il grande favorito, per quanto visto sin qui e in attesa che debutti l'Uruguay, l'altra candidata a vincere questa pazza, equlibratissima Copa America.
Contro il Venezuela, col Costa Rica l'altra presunta cenerentola del torneo, Mano Menezes gioca a forza quattro: Pato prima punta davanti a una trequarti con Robinho, Ganso e Neymar, il talento più puro - e costoso - del calcio mondiale.
Robinho nella Seleção non segna da un anno, dai quarti del mondiale contro l'Olanda. E chissà che la cresta alla Neymar non lo faccia tornare giovane, anche se "Tio" Robinho, lo zio come lo chiamano i compagni della Geração Noventa, ha solo 27 anni.
Ma il Ct là davanti preferisce la gioventù bruciante su cui costruirà, in casa, l'avventura Mondiale e olimpica. Dietro, preferisce l'esperienza tutta nerazzurra di Lucio e Julio Cesar, tornato in verdeoro solo dopo aver smaltito la delusione mondiale. Il vero leader difensivo, però, resta Thiago Silva, alla milgiore stagione in carriera. E' lui il vero insostituibile del Brasile. Un Brasile sempre più verde, che vale già oro.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Agüero, la legge dei potreros

Potreros, i cortili argentini. È lì che nasce questo gol di Agüero. Un gol alla Agüero. È da lì che vengono Sergio Leonel Agüero e il suo calcio. Dai campetti di Quilmes, 17 chilometri a sud di Buenos Aires, dove prima ancora che a far gol o a dribblare impari a sopravvivere. Agli avversari, alla strada. Ecco allora il calcio essenziale e insieme spettacolare del Kun, con colpi e astuzie da cartone animato come Kum Kum, il personaggio del cartoon giapponese, molto popolare in Argentina, cui deve il soprannome.
Ma più che nel pareggio che ha salvato Batista e forse la Copa dell'Argentina, il calcio di Aguero sta tutto in quell'esterno di puro istinto, alla Agüero. Un colpo da potreros.
Con lui e Di Marìa, la Bolivia è sparita e si è vista l'Argentina. Quella che el Checho ha portato all'oro olimpico di Pechino 2008: con Messi che non deve sfinirsi per prendere palla a centrocampo. E là davanti, Agüero in area e Di Maria esterno, a sinistra perché Cristiano Ronaldo ce l'ha solo nel Madrid. A rimetterci saranno Lavezzi e Tévez, el hombre del pueblo. Ma el pueblo capirà: è la legge dei potreros. La legge del Kun Agüero.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Gol di Garrincha

Accadde nel 1958. In preparazione del Mondiale di Svezia, il Brasile giocava contro la Fiorentina.
Garrincha entrò in area, fece sedere un difensore e si liberò di un altro, e un altro ancora. Quando ebbe eluso anche il portiere scoprì che c'era un giocatore sulla linea di porta. Garrincha fece finta che sì, che no, fece il gesto di calciare nell'angolo e il poveraccio si schiantò di naso contro il palo. Allora il portiere tornò a ostacolarlo. Garrincha gli fece passare la palla tra le gambe ed entrò in porta.
Poi, con la palla sotto il braccio, tornò lentamente in campo. Camminava guardando a terra, Chaplin al rallentatore, come se chiedesse scusa per quel gol che fece scattare in piedi tutta la città di Firenze.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio