martedì, novembre 29, 2011

Il più grande spettacolo dopo il weekend

Troppo facile intitolarlo il più grande spettacolo dopo il weekend. Se il lunedì sera è di Fiorello, il prime time di oggi è un supermartedì di calcio SKY, con tanto di Diretta gol. Come una domenica con un Napoli-Juve da scudetto, ma con in mezzo l'anticipo della 17esima di Liga e i quarti di Carling Cup. Con classiche come Chelsea-Liverpool e Arsenal-Manchester City, o svolte importanti della stagione come Barcellona-Rayo Vallecano, con i blaugrana nell'insolito ruolo di inseguitori del Real in fuga e pronti a riprendersi lo scettro del mondiale per club.
Insomma, ce n'è per tutti i gusti. Chi tifa Milan o Inter è libero di... gufare, e magari tifare per il pari al San Paolo. Hiddink invece almeno stavolta non guferà Villas-Boas, in ballo c'è comunque un titolo, visto che i Blues sembrano già fuori dalla corsa per la vittoria in Premier e fanno fatica in Champions. Quella Champions che potrebbe salutare il City di Mancini in favore proprio del Napoli. Che vola in Europa, ma insegue in Italia, dove la Juventus comanda anche perché senza coppe. Mettetevi comodi, sarà un martedì da leoni.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, novembre 27, 2011

RIP Gary Speed

Il destino nel cognome, Gary. Speed come velocità. Abbastanza per farne un campione, anche se non soprattutto di professionalità. Troppa, nell'andarsene insopportabilmente presto. A 42 anni, e senza un perché. Almeno per chi resta. La moglie Louise, i due figli, i genitori e un fratello di cui non si avevano notizie da sei mesi.

Sabato sera, era stato ospite in diretta tv a Football Focus della BBC. Poche ore dopo, alle 7.08 di domenica mattina, la polizia del Cheshire l'ha trovato impiccato in casa a Huntington,, fuori Chester, nel nord dell'Inghilterra. A verbale "nessuna circostanza sospetta" che facesse pensare ad altro. Gary ha scelto di mettere fine a una vita che, da fuori, sembrava avergli dato tutto.

Centrocampista tecnico e rapido, solido nel tackle e bravo negli inserimenti, ma soprattutto serio. L'archetipo del professionista: 22 anni di carriera, 535 presenze in Premiership, record assoluto dietro a un portiere, David James. Con Cantona, al Leeds United, ha vinto l'ultimo campionato prima che nascesse la Premier. Col Newcastle una finale di FA Cup. Ma è dell'Everton, per cui tifava da bambino, che è diventato una bandiera.

Dopo 4 mesi da allenatore dello Sheffield United era già Ct del Galles, la sua unica maglia rossa, indossata 85 volte in 14 anni. Secondo di sempre dietro un altro portiere, Neville Southall. Da Ct, ha portato il Galles dalm 15esimo al 50 posto del ranking FIFA. Ma al Goodison Park, "Once a Blue, Always a Blue", una volta blu per sempre blu. Anche chi, col club, non s'è lasciato benissimo.

Da allenatore dello Sheffield United, un tifoso dell'Everton, Colin Gee, in autogrill sulla M62 lo ha visto con una Porsche del colore sbagliato. Uno dell'Everton non dovrebbe guidare una macchina rossa". Speed come era in campo la risposta di Gary: non preoccuparti amico, è rosso-Galles, non rosso-Liverpool.
Rest in Peace, Gary Speed. Il destino nel cognome.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

martedì, novembre 15, 2011

Klose, Miro lontano

«Con questa maglia saremo campioni d'Europa nella mia Polonia», ha detto Podolski alla presentazione delle nuove divise. Con questo Miro Klose, che Lotito vorrebbe in coppia con "Prinz Poldi" ma con un'altra aquila, quella della Lazio, il titolo, più che possibile, è probabile.
Perché la Germania è giovane e bella, gioca a memoria e ha almeno due-tre cambi di altissimo livello per ogni ruolo esclusi i terzini e il portiere..
Impressionante la dimostrazione di forza della Nationalmannshaft, e del suo capitano per una notte, in assenza di Lahm. Un gol fatto e almeno due mangiati, due assist e una "presenza" a tutto campo.
Al Volksparkstadion di Amburgo, dove nell'88 l'Olanda vendicò Monaco 74 e ferite mai ricucite della guerra, la squadra di Loew ha dominato al di là del 3-0 finale.
Senza Robben e van Persie, con Huntelaar mascherato ma troppo simile al timido "Cacciatore" visto al Milan, solo Sneijder ha almeno provato a pensare calcio all'olandese. E pur di fermare Klose, anche all'italiana.
Snaturando la scuola del calcio totale, van Marwijk ha centrato una finale mondiale e dominato le qualificazioni, ma questa Germania, e questo Klose corrono per la storia. Uwe Seeler e Gunther Netzer sono venuti a controllare di persona. Stekelenburg, van Bommel e Sneijder lo fanno ogni settimana: perché l'attaccante "totale" gioca in Serie A.
SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

sabato, novembre 12, 2011

EuroCapello, ci vuole un fiore

Il fiore all'occhiello, sul petto, orgoglioso, di Fabio Capello, è uno e trino. Quello più vistoso per il matrimonio del figlio Pierfilippo, cerimonia alla quale il papà Ct non ha potuto partecipare. Quello più sentito, il papavero rosso del Remembrance Day, il giorno della commemorazione dei soldati caduti nella Prima guerra mondiale. E quello, metaforico, della vittoria contro la Spagna campione d'Europa e del mondo.

Non la partita più bella della sua gestione, tutt'altro, ma la più prestigiosa. E per la prima volta con al fianco solo l'altro Franco,Tancredi, e senza più il team manager Baldini, che a qualificazione raggiunta è tornato alla Roma che con lui, dieci anni fa, vinse lo scudetto. L'ultimo.

A Wembley, dove Baldini era presente, ma solo da spettatore, la nuova Inghilterra ha vinto giocando un calcio antico. Attento, alla Capello. E proprio contro la Spagna del tiki-taka, costruita a immagine e somiglianza del Barcellona ma senza Leo Messi. La squadra a cui Baldini s'è ispirato per la sua Roma-bis da far plasmare a Luis Enrique.

Trovato quasi per caso il gol del capitano Lampard (con Terry in panchina ad applaudire), Mr Fab si è sbracciato per far salire i suoi, tutti corti e stretti e in 10 dietro la linea della palla. Ma quando la Spagna ha cominciato a giocare da Barca e Fabregas e Villa a sprecare gol fatti, s'è vista un'Inghilterra all'italiana. Il palo che aveva detto no a Bent e sì a Lampard, ha chiuso la porta a Villa. E schiuso una smorfia sulla mascella volitiva di Capello. Ma non ditegli che è un sorriso. Neanche con un fiore.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, novembre 11, 2011

20 anni di Premier, la Top partite


20. West Ham-Tottenham 3-4 – 4 marzo 2007
Avanti 2-0 e poi 3-2, gli Hammers quasi buttavano via la salvezza perché nel recupero Paul Stalteri sbanca Upton Park. True Drama.

19. Wolverhampton-Leicester City 4-3 – 25 ottobre 2003
Altro match-salvezza. Foxes sopra 0-3 all’intervallo, Colin Cameron (doppietta) apre la rimonta, Alex Rae e Henri Camara sorpassano.

18. Newcastle-Manchester United 5-0 – 20 ottobre 1996
Shearer ispira la peggior sconfitta in campionato di Ferguson. Euforico, a Sky, il presidente dei Magpies, Sir John Hall: «Oggi avete visto i campioni della Premiership». Aveva ragione: il Man U.

17. Leicester City-Arsenal 3-3 – 27 agosto 1997
È di Dennis Bergkamp la più grande tripletta della Premier. Emile Heskey e Matt Elliot pareggiano negli ultimi 6’. Nel recupero l’olandese volante e Steve Walsh mettono a rischio i cardiopatici.

16. West Ham-Bradford City 5-4 – 12 febbraio 2000
Bradford avanti 4-2 a inizio ripresa, poi Paolo Di Canio scippa il rigore a Lampard e ispira la rimonta. Il primo gol in campionato di Joe Cole e la meraviglia di Lampard fanno volare gli Hammers.

15. Newcastle-Leicester City 4-3 – 3 febbraio 1997
Tripletta di Alan Shearer negli ultimi 14’: punizione dal limite, destro secco nel traffico, tap-in sottoporta all’inizio dell’illusorio regno di “King” Kenny Dalglish.

14. Arsenal-Leeds United 2-3 – 4 maggio 2003
Il Leeds, 16°, spezza i sogni di Double dell’Arsenal campione uscente. Da antologia il sinistro a giro in corsa di Mark Viduka, titolo al Man U.

13. Southampton-Manchester United 6-3 – 26 ottobre 1996
United in dieci per il rosso a Roy Keane, e 4 gol negli ultimi 10’. Matthew Le Tissier e la tripletta di Egil Ostenstad fanno il miracolo per i Saints, sei mesi dopo il 3-1 al “the Dell” con le divise grigie cambiate all’intervallo.

12. Leeds United-Liverpool 4-3 – 4 novembre 2000
Meglio nota come “Mark Viduka 4, Liverpool 3”. Climax in carriera per l’australiano e Leeds con tanti infortuni da non riempire la panchina.

11. Liverpool-Newcastle 4-3 – 10 marzo 1997
Kenny Dalglish torna ad Anfield, ma da manager dei Magpies, che rimontano da 3-0 a 3-2 e nel recupero cedono al secondo gol di Robbie Fowler.

10. Portsmouth-Reading 7-4 – 29 settembre 2007
Tripletta di Benjani, un rigore parato da David James a Nicky e un latro trasformato da Muntari nel recupero, che ha visto anche uno dei due autogol di una partita pazzesca.
9. Tottenham-Arsenal 3-3 – 20 aprile 2011
Spurs a caccia del posto Champions, Gunners di titolo. Illusioni, ma che spettacolo. Doppietta (con rigore) per l’uomo-derby Rafa van der Vaart.

8. Arsenal-Tottenham 4-4 – 29 ottobre 2008
Harry Redknapp debutta col derby. Errori dei portieri, svarioni difensivi (in pieno Wenger-style) ma anche il lob da 40 metri del grande ex gunner David Bentley. Arsenal sopra di due gol, poi North London Show.

7. Tottenham-Manchester United 3-5 – 29 settembre 2001
Un tempo per parte, e memorabile hairdryer (phonata) di Alex Ferguson all’intervallo. Spurs sul 3-0 con Richards Les Ferdinand e Ziege, poi si scatenano Andy Cole, Blanc, van Nistelrooy, Verón e Beckham.

6. Liverpool-Arsenal 4-4 – 21 aprile 2009
Andrey Arshavin (15 milioni di sterline allo Zenit San Pietroburgo) si presenta con una quaterna in una classica. Per i Reds doppiette di Fernando Torres e Yossi Benayoun.
5. Liverpool-Manchester United 3-3 – 4 gennaio 1994
Tre gol United in 24’ (Steve Bruce, Ryan Giggs e Dennis Irwin), poi si svegliano i Reds: doppietta del figlio d’arte Nigel Clough prima della pausa, e pari di Neil Ruddock a 11’ dalla fine.

4. Tottenham-Arsenal 4-5 – 13 novembre 2004
Martin Jol (subentrato a Jacques Santini) debutta in Premiership nel 135° North London Derby di campionato. Klinsmann in tribuna accanto a Eriksson. Decide Freddie Kanoute su assist di Ziegler.

3. Manchester United-Manchester City 4-3 – 20 settembre 2009
Doppiette di Darren Fletcher e Craig Bellamy. Poi Michael Owen, già nemico storico coi Reds, conquista l’Old Traford vincendo il derby al 97’. Impietrito, mani sui fianchi, il grande ex: Mark Hughes, “Dead Man Managing” del City.

2. Newcastle-Arsenal 4-4 – 5 febbraio 2011St James’ Park ammutolito per il 4-0 Gunners: Theo Walcott, Johan Djourou e doppietta di Robin van Persie. Nella ripresa, espulso Abou Diaby, i Magpies rimontano con Leon Best, due rigori di Joey Barton e il gol al volo di Cheik Tiote.

1. Liverpool-Newcastle 4-3 – 3 aprile 1996
Doppiette di Robbie Fowler e Stan “The Man” Collymore e addio titolo per i Magpies di “King” Kevin Keegan, punito al 92’ dai “suoi” Reds. Cori ’ngrati.

Christian Giordano


giovedì, novembre 10, 2011

Premier, il più grande spettacolo sotto il Big Ben

In vent’anni il campionato più ricco e più seguito al mondo ha stravolto il calcio inglese in campo, sugli spalti e in tv. Anatomia di un successo globale, oberato di debiti e cambiato per sempre dall’invasione straniera di giocatori, allenatori e proprietari

di Christian Giordano

C’era una volta il calcio inglese. Uno sport britannico, gestito da businessmen britannici, giocato e guardato dalla working-class (la classe operaia) britannica, per famiglie che potevano permettersi di seguirlo allo stadio ogni due settimane. Quel calcio non esiste più. Esiste, dal 1992, la Premier League, che è un’altra cosa.
Vent’anni fa l’allora First Division, la prima divisione professionistica, aveva 22 club ed era dominata dalle Big Five. Manchester United, Liverpool e Arsenal più Tottenham ed Everton si erano spartiti 14 degli ultimi 16 campionati, anche se United e Spurs non vincevano dagli anni 60. In Premier le Big Five si sono ridotte a Big Two o Big Three: United (12 titoli su 19, e mai giù dal podio) e Arsenal, o United e Chelsea. Con l’Everton eterno cugino povero del Liverpool, la nobile decaduta che non vince il titolo dal 1990 e ha l’Europa come giardino: Coppa UEFA e Supercoppa nel 2001, Champions vinta nel 2005 e persa nel 2007 col Milan.

GLOBAL BRAND - In campo, sugli spalti, nell’etere e nell’alta finanza: per descrivere come e quanto tutto è cambiato non basterebbe un libro. Difatti ne sono usciti già due per spiegare l’irreversibile Big Bang che da due decenni ha stravolto il calcio: Glory, Goals & Gr££d di Joe Lovejoy va dentro e oltre il campo e scava nell’avidità economico-finanziaria; There’s a Golden Sky di Ian Ridley analizza come il ventennio sotto il cielo dorato della pay-tv abbia per sempre cambiato, con il campionato più televisto e più venduto al mondo, anche il prodotto football.
Quando tutto è incominciato, il 20 febbraio 1992, lega (Football League) e federazione (Football Association) erano oltre il punto di non ritorno. Nessuno però poteva immaginare a cosa si sarebbe andati incontro quando, il 23 settembre 1991, i padri fondatori David Dein e Rick Parry inaugurarono la Premier League stappando champagne al Whites Hotel, a una rimessa dal fondo dal Lancaster Gate, il vecchio quartier generale londinese della FA.
La scissione dalla Football League, fondata nel 1988, aveva origini negli anni 80 e come primo scopo un più lucrativo accordo per la cessione dei diritti tv. Da allora la Premier è diventata la quarta lega professionistica mondiale (la prima non americana) dietro NFL, MLB, NBA e davanti alla NHL.
Un fenomeno della globalizzazione che, come ogni multinazionale, comporta elevati profitti e costi gestionali in proporzione. Quelli tecnici li ha riassunti Alex Ferguson, manager-icona da un quarto di secolo al Manchester United, club che in Asia supera i 200 milioni di tifosi: «Quando vendi l’anima a un diavolo che la rivende in oltre duecento Paesi, devi mettere in conto di giocare il mercoledì sera in Champions League e il sabato a pranzo in campionato».

ORIGINI – Nonostante i successi europei fra gli anni 70 e 80, a cavallo degli anni 90 il calcio inglese era a un punto morto. Stadi e infrastrutture fatiscenti, hooligans, club banditi dalle coppe per cinque anni in seguito alla tragedia dell’Heysel, l’eterna crisi della nazionale, ma soprattutto un nuovo accordo per i diritti tv: ce n’era abbastanza per uno scisma che avrebbe fatto epoca. E soldi, tanti.
La First Division era molto indietro, per affluenza e ricavi, rispetto ai maggiori campionati europei come Serie A e Liga, e diversi giocatori britannici, non solo top players, avevano già scelto o erano pronti per l’estero. Un decennio dopo Laurie Cunningham apripista al Real Madrid toccò al flop juventino Ian Rush, storico goleador gallese del Liverpool, alle meteore milaniste Joe Jordan, Luther Blissett, Mark Hateley e Ray Wilkins, ai talentuosi Glenn Hoddle (Monaco) e Chris Waddle (Marsiglia) fantasisti incompresi emigrati in Francia e persino a Paul Gascoigne, idolo nazionale a Italia 90, transfuga alla Lazio. Serviva una svolta, e magari una scusa per la massa critica.
Quale miglior occasione dell’ennesimo ko dell’Inghilterra ai Mondiali: ci volevano meno partite, più giovani inglesi e più soldi. Intanto l’UEFA aveva riammesso i club inglesi alle coppe e lo United era subito tornato ad alzarne una, la Coppa delle Coppe 1991. E il Taylor Report (gennaio 1990) su ristrutturazione e sicurezza degli stadi, nell’anno post-tragedia dell’Hillsborough, aveva fatto il resto. Mancavano solo i soldi delle tv, ma erano lì. Bastava prenderli.

MAI DIRE PAY – La Football League aveva chiuso a 6,3 milioni di sterline per due anni nel 1986, ma il rinnovo era salito a 44 milioni per quattro stagioni. Le trattative del 1988 erano state il primo segnale di una possibile rottura verso una nuova lega; dieci club avevano minacciato di staccarsi per formare una «super league», ma alla fine restarono. Con gli stadi rinnovati, affluenza e ricavi in aumento, però, i top club riconsiderarono l’idea di lasciare la Football League per capitalizzare i grandi investimenti in arrivo dalle pay-tv. I presidenti di Liverpool, Everton, Manchester United, Arsenal e Tottenham avevano vinto.
Con il Founder Members Agreement del 17 luglio 1991 i club di massima divisione sancivano la propria indipendenza economica dalla Football Association e dalla Football League, e il 27 maggio 1992 garantendosi la libertà di negoziare in proprio la cessione dei diritti tv stabilivano i principi-base per formare e prodursi un nuovo campionato: la FA Premier League.
Il gol di Brian Deane dello Sheffield United nella vittoria per 2–1 sul Manchester United, prima giornata della stagione 1992-93, apriva una nuova era. E Luton Town, Notts County e West Ham United, appena retrocessi, l’avrebbero salutata dall’inferno economico-finanziario della seconda serie. Anche al piano di sopra, però, c’erano problemi: dei 22 club fondatori, Crystal Palace, Ipswich Town, Leeds United, QPR e Southampton andranno in amministrazione controllata, come Bradford City, Leicester City, Derby County, Luton Town e Portsmouth. E il Wimbledon, vincitore della FA Cup 1987-88, non esisterà più.
A differenza della Liga, la cessione dei diritti tv della Premier è collettiva. I proventi sono suddivisi in tre parti: il 50% in parti uguali ai 20 club; il 25% in base alla classifica finale, con la prima che prende 20 volte l’ultima; e il restante 25% in attrezzature e strutture per le partite trasmesse in tv, e la fetta più grossa ai top club. I ricavi dalla cessione all’estero sono invece divisi equamente.

SPIRIT IN THE SKY – Il primo accordo con Sky Sports valeva 304 milioni di sterline per 5 stagioni. Il secondo, negoziato dal 1997-98, era salito a 670 per 4. Il contratto successivo con BSkyB era di 1.024 miliardi per tre fino al 2003-04, più 320 milioni dai diritti internazionali (negoziati territorialmente) nel triennio 2004-2007.
Il monopolio di Sky è rotto dall’agosto 2006. Per le norme antitrust la Commissione Europea ha concesso a Setanta Sports i diritti per trasmettere due del pacchetto di sei partite disponibili. Sky e Setanta pagavano insieme, per «The Greatest Show On Earth», 1,7 miliardi, con Setanta che aveva la diretta delle 15, riservata al mercato irlandese. A Match of the Day della BBC invece per le tre stagioni restavano gli highlights a 171,6 milioni, +63% sui 105 del triennio precedente. I ricavi dai diritti esteri erano saliti a 625 milioni, quasi il doppio rispetto al vecchio accordo. E il totale di oltre 2,7 miliardi portava a ogni club 40 milioni l’anno dal 2007 al 2010.
I diritti tv per il triennio 2010-2013 sono stati acquistati per 1,782 miliardi, ma il 22 giugno 2009, in seguito alla scadenza da oltre 30 milioni non rispettata da Setanta Sports, la ESPN ha rilevato i due pacchetti “britannici” da 46 partite del 2009-10 più 23 gare a stagione dal 2010-11 al 2012-13. I 600 milioni di appassionati (con un’audience dai 100 ai 360 nella sola Cina) sentitamente ringraziano.

FINANZA – Ogni grande business si fonda sul debito, e i club inglesi sono il perfetto specchio dei tempi. Nonostante il pesante rosso di tanti bilanci nel 2009-10 ce n’erano 7 nella top 20 della Football Money League, l’annuale rapporto della Deloitte sui ricavi del calcio. Nessun altro campionato aveva più di 4 club in una classifica dominata dalla Premier per quasi un decennio, fino al 2004-05. Un orgoglio per il presidente Richard Scudamore: «L’anno prima del mio arrivo, il 1997-98, il giro d’affari era di 124 milioni di sterline, oggi è di 1,2 miliardi, dieci volte tanto nei miei 12 anni. E il pubblico risponde: l’affluenza è al 91% di capienza degli stadi, di parecchio la più alta d’Europa».

CAMBIO DELLA GUARDIA (ROSSA) – Quando la Premier League fu introdotta, nel 1992, il Liverpool aveva vinto 18 campionati, il Manchester United sette. Alla prima giornata erano 11 gli stranieri titolari extra Regno Unito e Irlanda. Dieci anni dopo, il Fulham aveva in campo solo un inglese (Lee Clark). Ma già nel 1999 il Chelsea schierò dall’inizio 11 stranieri e nel 2005 l’Arsenal ci compilò l’intera lista dei 16 a referto. Nel 2009, l’anno di Portsmouth-Arsenal senza un inglese sul prato del Fratton Park, la quota dei giocatori indigeni del torneo era scesa sotto il 40%.
Su pressione della FIFA, nel 1995 la Premier scese da 22 a 20 club, ma quando l’8 giugno 2006 la stessa Federazione internazionale chiese ai principali campionati europei di scendere a 18 dalla stagione 2007-08, Premier, Serie A e Liga fecero spallucce.
Sono aumentate, invece, le entrate. Anche dal nome. La FA Premier League è stata Premiership dal 1993 al 2007, quando l’abbinamento con la FA ha ceduto il posto a una birra e poi a una banca: dal 1993 al 2001 FA Carling Premiership, dal 2001 al 2004 Barclaycard Premiership, dal 2007 a oggi Barclays Premier League. Dal 2000-01 invece il pallone ufficiale è Nike e non più il Mitre, sogno proibito dei ragazzini del continente negli anni 70-80.
Sponsorizzazioni che hanno contribuito a fare del primo campionato al mondo per entrate una macchina che ai club ha portato oltre 2 miliardi di sterline nel 2008-09, cresciuti a 2,479 nel 2009-10 (miglior profitto dopo la Bundesliga). E che nel 2007 ha spezzato in vetta alla classifica dei coefficienti UEFA, quindi dei posti in Europa, per risultati nelle ultime cinque stagioni, otto anni di dominio della Liga.
A tanta opulenza però non corrisponde un ricambio al vertice. Dal 1888, anno di nascita della Football League, la piramide del calcio inglese, sono 23 i club diventati campioni d’Inghilterra. Ma dei 45 che dal 1992 sono stati in Premier solo 4 hanno vinto il titolo: Manchester United (12), Arsenal e Chelsea (3) e Blackburn Rovers. Sette i mai retrocessi: Arsenal, Aston Villa, Chelsea, Everton, Liverpool, Manchester United e Tottenham.
È questa una delle critiche più dure in vent’anni di Premier: poca o nessuna fantasia al potere in campo, troppa nelle proprietà dei club. Metà, 10 su 20, appartengono a magnati o capitali stranieri, spesso di dubbia provenienza: spesso contestati gli americani (i Glazer al Man U, Gillett e Hicks sostituiti da Henry al Liverpool, Kroenke all’Arsenal, Lerner all’Aston Villa, Short al Sunderland), sopportati gli oligarchi russi (Abramovich al Chelsea) e gli sceicchi (l’emiro Mansour al City), mai realmente accettati i ricchi esotici vecchi e nuovi (l’egiziano Al-Fayed al Fulham, Yeung da Hong Kong al Birmingham, l’indiano Balaji Rao al Blackburn).

BASTA “BIG FOUR” – Dal successo del Blackburn nel 1994-95, hanno vinto solo tre club – il Manchester Utd (10 dei suoi 12 trionfi in Premier), Arsenal e Chelsea. Lo United non è mai sceso sotto il terzo posto e dal 1996-97, le Top Four (Arsenal, Chelsea, Liverpool e Man U) hanno monopolizzato i primi quattro posti, e relativi pass Champions (uno per le prime quattro stagioni della Premier, due dal 1997, tre dal 1999 e quattro dal 2002). E proprio i ricavi dalla Champions sono la prima causa del crescente gap tra le Top Four e il resto, per non parlare di chi la Premier l’ha lasciata da retrocesso o non la vedrà mai. Dietro il Man U, 19 anni su 19 fra le prime quattro, seguono Arsenal (16), Liverpool (12) e Chelsea (11).
Già nel maggio 2008, Kevin Keegan allora manager del Newcastle, sosteneva che col dominio esercitato dalle Big Four «il nostro rischia di diventare uno dei campionati più grandi e noiosi al mondo». Pronta ma non convincente la risposta del CEO della lega, Richard Scudamore: «La Premier League è così combattuta, al vertice, a metà o in fondo alla classifica, che sarà sempre interessante».
Gli albi d’oro però dicono che la recente egemonia di Chelsea e Manchester Utd ha ridotto a Big Two le teoriche Big Four, perché nessun altro club ha vinto la Premier dal 2004, e 21 degli ultimi 28 trofei nazionali sono andati allo Stamford Bridge o all’Old Trafford.
Fatti che non smuovono dalle sue convinzioni Gérard Houllier, attento osservatore che in Inghilterra ha allenato (Liverpool e Aston Villa) e vinto (FA Cup, Coppa UEFA e League Cup nel 2001 con i reds) nell’epoca della grande invasione straniera, di brocchi e campioni e campo, di santoni in panchina, di esotici proprietari più o meno facoltosi: «La Premier League è il top per mentalità, competività, ambiente e strutture, ritmo e velocità».
Fuoriclasse “continentali” come Éric Cantona al Man U, Gianfranco Zola e i pur declinanti Gianluca Vialli e Ruud Gullit al Chelsea, Thierry Henry e Dennis Bergkamp all’Arsenal hanno arricchito la Premier. Allenatori rivoluzionari come Arsène Wenger e José Mourinho l’hanno stravolta tatticamente e professionalmente: quasi sparita la drinking culture (Wenger abolì il bar in sede), sono arrivati nutrizionisti, preparatori, psicologi. E altri stranieri, i capitali.

FUTURE-SHOW - Il 2009 ha fatto da spartiacque. Alle Big Four si sono aggiunti Tottenham e Manchester City. Nel 2009-10 gli Spurs hanno sorpassato il City per il quarto posto, spezzando l’egemonia fra le prime 4 che durava dall’Everton 2005. Nel 2010-11, terzo è arrivato il City, primo club extra Big Four ad arrivare fra le prime tre dal Chelsea del 2003-04. Segnali in controtendenza che non placano le critiche per la forbice sempre più larga tra l’élite dei “super club” e il grosso della Premier e della Football League.
La torta che fa gola, quella dei diritti tv, è indigesta per l’inequità della spartizione: chi retrocede è spacciato. A parte nel 2001-02 (Blackburn, Bolton e Fulham), almeno una neopromossa è subito ridiscesa in Football League. Nel 1997-98 toccò a tutte e tre: Bolton, Barnsley e Crystal Palace, che pure si qualificò per l’Intertoto.
Come paracadute (parachute payments), la Premier League distribuisce ai club retrocessi parte dei proventi televisivi: dalla stagione 2006-07, 6,5 milioni di sterline per gli eventuali primi due anni nelle serie minori, bonus cresciuto a 11,2 milioni l’anno per le squadre retrocesse nel 2007-08. Comunque un palliativo, vista la perdita di 44 milioni dai diritti tv che in media una squadra subisce scendendo in Championship.

BIGLIETTI – C’è un aspetto, spesso sottovalutato, nella vittoriosa lotta britannica alla violenza da stadio: l’alto prezzo dei biglietti. Il denaro ha trasformato il gioco, ma anche la tipologia di pubblico. Da svago per ceti medio-bassi, il calcio ultrapro è diventato un lusso; dagli sky box, le suite di rappresentanza, ai tagliandi tutt’altro che “popolari”. L’Arsenal ha aumentato le tariffe del 6,5% e sono eccezioni il blocco dei prezzi allo Stoke City e la “dynamic pricing policy” del Blackburn (10 sterline per gli adulti).
Nel 1989-90, quando il Rapporto Taylor rese obbligatori stadi con tutti i posti a sedere, guardare l’Arsenal dalla North Bank di Highbury costava 5 sterline e a Old Trafford per il Manchester United ne bastavano 3,50. Con l’inflazione al 77,1%, fonte la Bank of England, lo stesso biglietto di Stretford End o United Road oggi ne costerebbe 6,20, invece ne servono 28. Meno rispetto ad altri top club ma corrispondente a un’inflazione del 700%, e senza contare che quei posti sono solo nelle file basse di East e West Stand. All’Emirates Stadium, il primo con posti da 100 pounds, il minimo per un ticket di categoria A è 51£, pari a un’inflazione del 920%. Peggio ancora un abbonamento ad Anfield per il Liverpool: da 60 a 725 sterline (anziché 106), per un tasso di inflazione del 1.108%. Roba da pentole in piazza, come in Argentina.

STIPENDI – Non esistono salary cap, né individuali, né di squadra né tetti al meracto. Il primo anno di Premier, lo stipendio-medio di un giocatore era di 75.000 sterline l’anno. Per un decennio è cresciuto alla media del 20% a stagione, arrivando a 409 mila nel 2000-01, 676 mila nel 2003-04 e a 1,1 milioni del 2008-09.
Alan Shearer è stato il primo britannico a sfondare il tetto dei 3 milioni, e il primo al mondo a costarne 15: li pagò il Newcastle nel 1996. Record del Regno che resisterà fino ai 18 spesi dal Leeds per Rio Ferdinand del West Ham. Poi ci fu la tripletta del Man U con Ruud van Nistelrooy, Juan Sebastián Verón e ancora Rio Ferdinand. Nel maggio 2006 toccò al Chelsea di Roman Abramovich con i 30 milioni al Milan per Andriy Shevchenko, superato il 1° settembre 2008 dal Manchester City per Robinho: 32,5 al Real Madrid. L’ultima asticella è del gennaio 2011: 35 per Carroll dal Newcastle al Liverpool, 50 per Fernando Torres dal Liverpool al Chelsea, nuovo record britannico ma distante un abisso dal galáctico Cristiano Ronaldo: dal Manchester United al Real Madrid 80 milioni nel 2009.

GOL PROFONDO - Se c’è un uomo-logo della Premier, e non solo per la sua esultanza a mano destra alzata diventata brand, quello è Alan Shearer: recordman di gol (260), tre volte top scorer e nella top ten dei marcatori in 10 delle sue 14 stagioni. Nel 1995-96 è stato il primo dei 19 che hanno scollinato quota 100 gol.
Dal 1992–93, 14 giocatori di 10 club sono stati capocannonieri. Thierry Henry ha vinto il titolo 4 volte, tre consecutive (come Shearer, dal ’95 al ’97) e l’ultimo con 27 reti nel 2005-06. Michael Owen, Jimmy Floyd Hasselbaink e Didier Drogba ne hanno vinti due. Andrew Cole (Newcastle 93-94) e Alan Shearer (Blackburn 94-95), detengono il primato di gol stagionali, 34, ma in 42 giornate. Nei campionati a 20 squadre i 31 gol di Shearer del 1995–96 sono stati eguagliati da Cristiano Ronaldo nel 2007-08. La partita con più reti è Portsmouth-Reading 7-4 del 29 settembre 2007.
In una partita nessuno ha segnato più di 5 gol, realizzati da Andy Cole, Alan Shearer, Jermain Defoe e Dimitar Berbatov. E solo Ryan Giggs del Manchester United ha partecipato e segnato in tutte le 19 edizioni della Premier League. A pensarci bene è lui, con il suo mentore scozzese Alex Ferguson, il simbolo del primo ventennio di Premier: un gallese, ex idolo della working-class britannica, travolto da sexy-scandali su tabloid britannici, che ha vinto tutto tranne il Mondiale. C’era una volta il calcio inglese.

Christian Giordano, Guerin Sportivo


Nella foto, Michael Essien, centrocampista ghanese del Chelsea

mercoledì, novembre 09, 2011

La Vidal loca dei bad boys

Bad boys, si cercano nuovi talenti: e nella settimana di pausa per le nazionali il casting è aperto anche agli insospettabili. Come Vidal.
Claudio Borghi, Ct argentino del Cile, ha sospeso "5 giocatori arrivati con 45 minuti di ritardo, e nelle condizioni non appropriate per un calciatore professionista e tantomeno per un nazionale cileno: Jorge Valdivia, Jean Beausejour, Carlos Carmona, Gonzalo Jara e Arturo Vidal".
Evergreen come Ibra, Tévez e Balotelli ormai fanno più notizia quando se ne stanno buoni, ma ogni tanto ci tengono a ribadire le gerarchie.
Ibra ha già scaldato parecchio Milan-Barcellona del 23 novembre a San Siro. Non bastava il primo posto nel girone di Champions, lo svedese altamente infiammabile ha lanciato la sua autobiografia spalmando paprika sul "filosofo" Guardiola, e i suoi scolaretti cresciuti, buoni buoni, alla Masia tutti succubi di padron Pep: Messi, Xavi e Iniesta.
Tévez, in sciopero dopo l'ammutinamento di Monaco, ha pensato di riposarsi a Buenos Aires. Peccato che il City lo attendesse a Carrington. Invece l'Apache se n'è tornato in Argentina, anche se il Ct Sabella, nella Seleccion, stavolta non l'ha chiamato. E adesso rischia una multa di altre due settimane di paga: cioè altre 400mila sterline, oltre a quelle già versate per il gran rifiuto col Bayern.
Balotelli, alla prima conferenza stampa al Man City, disse di non essere un bad boy. E alla prima conferenza stampa in azzurro ha esteso il concetto: "Io non sono matto, per niente. Poi posso fare cose un po' strane, cose divertenti, quello sì, ma matto proprio non sono".
La serata brava di Arturo Vidal, al confronto di quelle del Balo, è roba da educande. E la Juve certo non lo multerà. Conte punta allo scudetto, e allora meglio una partita in meno per un bad boy in più.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, novembre 04, 2011

LIbra-cadabra

Più prenotazioni di Harry Potter per l'autobiografia di Zlatan Ibrahimovic. "Io, Ibra" non sarà un caso letterario, ma un caso lo è già, e ancora prima di uscire ha fatto arrabbiare tutti.
A Barcellona e sul web dirigenti e tifosi si sono scatenati in difesa di Pep Guardiola,il filosofo che con Ibra non si è mai preso. E per fortuna, perché Ibra minacciò il club di picchiare l'allenatore davanti alla stampa se i dirigenti blaugrana non lo avessero lasciato andare al Milan.
Dietro a tutto questo ci sarebbe stata, manco a dirlo, la longa manus di Mino Raiola, l'agente di Ibra, che stando alle rivelazioni fatte dal vicepresidente del Barca, Carles Villarrubì, avrebbe caldamente consigliato il buon fine dell'operazione: "Dategli retta - avrebbe detto Raiola ai dirigenti blaugrana: Zlatan è capace di fare questo e altro".
Come per esempio inventarsi, alla Mourinho, una fantomatica offerta del real. Non per farsi aumentare l'ingaggio, ma per farsi abbassare il prezzo del cartellino: solo 24 milioni, una minusvalenza da record rispetto ai 70 (i 48 èpiù Eto') pagati dal Barca all'Inter.
In attesa della conferenza stampa pre-Bilbao di Guardiola, l'allenatore è stato difeso da Victor Valdes: altro che scolaretti, una setta che obbedisce senza fiatare al filosofo. Noi siamo abituati sin da piccoli a rispettare le gerarchie - ha detto il portiere cresciuto nella cantera come Xavi, Iniesta e Messi, i tre accusati da Ibra di scarsa personalità.
E in quanto a Guardiola che davanti a Mourinho se la farebbe addosso , ha concluso Victor Valdes, per lui parla il campo: basta guardare la semifinale di Champions che abbiamo vinto al Bernabéu. Lo stadio dove l'11 dicembre ci sarà il prossimo Clasico, il nuovo capitolo della saga. Con Ibra invece il faccia a faccia sarà a San Siro, in Champions il 23 novembre. Cioè fra un paio di settimane, quando il libro sarà appena uscito. Un caso, forse anche letterario.

Diego, guanto ci manchi

La vendetta contro il bianconero, contro il calcio italiano che non l'ha mai capito, calza come un guanto. È una manita solo sfiorata, e a pagarla è la squadra sbagliata, nel momento sbagliato: non la Juventus mai stata sua, ma l'Udinese che, per una sera, non è quella di Guidolin. Tre gol presi in mezz'ora, tra il 7' e il 36', tanti quanti subiti da Handanovic in 9 giornate di campionato.
Senza l'ammutinato Reyes, e senza Di Natale, neanche partito per Madrid, a illuminare il Vicente Calderón ci ha pensato Radamel Falcao - l'uomo da 40 milioni di euro (+ 7 di bonus) che nei cuori colchoneros ha già sostituito Sergio Agüero.
Anche se l'eroe della serata è stato Adrián López Álvarez. Arrivato a parametro zero dal retrocesso Deportivo La Coruna, con la Spagna ha vinto da capocannoniere (5 gol) l'Europeo Under 21 in Danimarca. Con un doppietta e un assist ha mandato KO l'Udinese, che non si è più rialzata. Poi è esploso Falcao. Come un anno fa, l'Europa League è casa sua. E forse un posticino c'è anche per Diego. Quello che la Juve non ha mai capito.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

martedì, novembre 01, 2011

Cassano, che Batecuore

Il cuore a Milano per Antonio, la testa al Barcellona, le gambe a Minsk. Almeno per un'ora.
Quando l'Ibra di Champions somiglia sempre più a quello di campionato, e al Dinamo Stadium di Minsk c'è solo il Milan. Che riesce a dedicare a Cassano solo il gol dello svedese, e non la vittoria, lasciata sul palo centrato da Robinho.
Boateng ci ha provato in tutti i modi per far vedere un'altra volta che sotto il suo 27 batteva forte il 99 di Cassano, ma Gutor ha fatto la partita della vita. Come tutto il Bate, che su un errore - di fondamentali difensivi, prima ancora che di ingenuità - di Abate, ha riacciuffato una partita che poi, in contropiede, stava quasi per vincere. Sarebbe stata un'impresa, ma sarebbe stato troppo.
Allegri invece se ne va col muso, più che per i due punti persi, per il rischio di perdere Nesta, uscito per un rsisntimento all'adduttore. Rischio rientrato con la squadra negli spogliatoi: "niente di preoccupante".
Smaltita l'amarezza di una vittoria buttata, restano le buone notizie: i tanti amici (anche fra Inter e Juve) che sono andati a trovare Antonio, il debutto in Champions, a 18 anni, di un figlio d'arte dal cognome pesante, Simone Andrea Ganz. E quel punticino che, col 4-0 del Barcellona a Plzen, ha mandato agli ottavi Milan e Barca. In quale ordine si deciderà il 23 novembre a San Siro. Magari potesse deciderlo "Fantantonio".
PER SKY SPORT, CHRISTIAN GIORDANO

BATE BORISOV-MILAN 1-1 (0-1)

Bate Borisov (4-2-3-1): Gutor - Yurevich, Radzkov, Bordachev, Simic - A. Volodko, Likhtarovich (18' st Olekhnovich) - Kontsenvoy (38' st Gordeychuk), Baga (30' st Pavlov), Renan Bressan - Skavish (35 Chesnoski, 29 M. Volodko, 77 Rudik, Kezman). All: Goncharenko
Milan (4-3-1-2): Abbiati - Abate, Nesta (21' st Bonera), Thiago Silva, Taiwo - Ambrosini, Aquilani (23' st Seedorf), Nocerino - Boateng - Robinho (37' st Ganz), Ibrahimovic (1 Amelia, 76 Yepes, 28 Emanuelson, 52 De Sciglio). All: Allegri
Arbitro: Rasmussen (Danimarca)
Reti: nel pt 22' Ibrahimovic; nel st 10' Bressan (rigore)
Note: Angoli: 5-4 per il Milan, Recupero: 0 e 3'. Ammoniti: Olekhnovich e Ambrosini per gioco falloso Spettatori: 40 mila.