martedì, febbraio 28, 2012

Dinomito e la classe del '42

Se De Gregori ha cantato la leva calcistica del '68 - quando l'Italia dei 26enni Zoff e Facchetti vinse l'Europeo, primo trofeo azzurro del dopoguerra - chissà che cosa s'inventeranno, i posteri, per la classe '42 che hanno cambiato per sempre la storia: dallo sport alla musica, dal cinema alla letteratura. E non solo, perché, fra i grandi del '42, Gheddafi e Kim Jong II purtroppo lo sono stati anche come dittatori.

Muhammad Ali non è stato solo The Greatest, il più grande pugile di tutti i tempi. E' stato un'icona del Ventesimo secolo. Una popolarità immensa, la sua, che il "no" al Vietnam, le sue lotte razziali e il Parkinson hanno reso ancora più globale. Come la chitarra di Jimi Hendrix a Woodstock, di Lou Reed e di Paul McCartney, o la voce regina del soul Aretha Franklin. Tutti simboli capaci di andare oltre i confini del proprio campo.

Oggi fa notizia Leo Messi sulla copertina di Time. Ma Dino - un portiere - è stato il primo calciatore sulla copertina di Newsweek, era il 1974, l'anno del Mondiale tedesco e "della Difesa", anche se nel gioco di parole non solo quella azzurra con cui batté il record di imbattibilità per squadre nazionali: 1.142 minuti; dal 20 settembre 1972 al 15 giugno 1974.

Il mondo era già molto diverso da quello in cui "Dinomito" era cresciuto. Erano gli anni della crisi energetica, della corsa agli armamenti, delle ditatture sudamericane. E' lì che Isabel Allende, altra classe '42, ha ambientato - dal '20 al '73 - La casa degli spiriti , pagine che ci hanno fatto piangere anche al cinema; dove in Come eravamo, generazione la sua coetanea Barbra Streisand cantava la prima generazione americana con una vera coscienza civile. E Bill Conti, compositore di Rocky, quella che doveva risorgere dal Watergate.

Classe non solo di ferro, ma anche pluri-iridata quella del '42: con 15 titoli motomondiali Giacomo Agostini è stato il Valentino Rossi dell'epoca. E l'epoca, ciascuno a suo modo, l'hanno reinventata Oliviero Toscani nella pubblicità, Scorsese nella regia, Altan nelle strisce, Calvin Klein nella moda, Larry Flint nel costume, David Stern - il commissioner NBA - nello sports-business. Classe da vendere, i ragazzi del '42.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, febbraio 15, 2012

Certe euronotti a San Siro

5-0 al Real Madrid in semifinale nella prima, storica Coppacampioni di Sacchi nell'89. 3-0 al Manchester United: la "Tempesta perfetta" del miglior Milan di Ancelotti, e Kakà Pallone d 'oro 2007. Ci mancava il 4-0, in certe notti a San Siro. Euronotti da Milan. Di quelle che non dormi mai. Prima per la tensione che ti divora, e dopo per l'adrenalina che non se ne va.

E' arrivato contro un Arsenal che non farà la storia, ma fresco, talentuoso, giovane. Troppo. Il coraggio, Wenger, se lo permette in Premier. Ma la Champions è un'altra cosa. E San Siro, un'altra casa. Se il Bernabéu è il tempio sacro del Miedo Escénico e Old Trafford il Teatro dei Sogni, il Meazza rossonero è la tana delle grandi imprese.

Gli anni d'oro del grande Real e della "Quinta del Buitre" si chiusero lì: il 19 aprile '89. Con quel bolide di Ancelotti; poi il diluvio: Rijkaard su cross del Tasso (oggi secondo illuminato di Allegri), e Gullit su pennellata di Donadoni; l'incrocio pulito da van Basten su assist di Gullit, che cala il poker servito da Donadao, che estrae la cinquina sulla ruota di Bergamo.

Un calcio così non si vedeva da vent'anni. Da quello totale dell'Ajax riveduto e corretto dall'Arrighe. Della grandezza del climax ancelottiano ce ne accorgeremo invece tra altri vent'anni. Rivedendo un altro diluvio, in tutti i sensi, che si abbatté sullo squadrone di Sir Alex Ferguson.

La saetta di sinistro di Kakà sotto la pioggia, la folgore di destro di Seedorf e il lancio di Ambrosini in campo aperto per Gila.

Succede, in certe notti. Certe notti qui. Notti di Champions a San Siro. Notti da EuroMilan.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

martedì, febbraio 14, 2012

Sánchez, numeri da Alexis

Certi "numeri" Alexis Sánchez li ha sempre avuti, altrimenti non vai al River Plate a 18 anni se sei nato in Cile e ti chiamano, da quando sei "alto" così, "el Nino Maravilla". Ma certi numeri - intesi come cifre - li ha solo da quando sulle spalle ha la camiseta del Barça e la scritta "Alexis", come lo chiamano da quando Guardiola ha preferito lui a "Pepito" Rossi.

Ma se a Udine il fenomeno era "Totò" Di Natale. Al Barcellona di fenomeni è pieno. E fra questi c'è anche lui: one shot, one kill. Altro che Robinho blaugrana. Davanti alla porta Alexis non sbaglia più. Classe e istinto, e velocità sono innate, la maturità arriva da sola, su equilibrio e dribbling in meno, ci devi lavorare. Lui l'ha fatto: dopo l'infortunio è tornato più forte che mai.

Il nuovo Sanchez, però, segna tanto perché gioca con Iniesta e Xavi, Thiago, Messi e Fabregas. Ma anche perché ha cambiato mentalità, modo di giocare. I tagli sono il marchio di fabbrica del Pep, ma l'istinto non si allena. La prova? In difesa il Nino prende gol così, dando le spalle al gigante Kadlec. E dall'altra parte il gigante diventa lui, il piccoletto che sfida le leggi di gravità e dei numeri mai così grandi: 2 gol in 3 partite di Champions, 10 nelle ultime 15 e solo 3 da titolare fra Liga e Copa del rey. Numeri da Alexis, il "Nuovo" Sánchez.

PER SKY SPORT 24 CHRISTIAN GIORDANO

Cruijff-van Gaal, la Guerra d'Olanda

Le recenti turbolenze dirigenziali all’Ajax hanno radici antiche. Barcellona 1997, per la precisione. L’arrivo di Louis van Gaal in Catalogna causa un piccolo tsunami: la squadra viene «olandesizzata», l’organizzazione del vivaio aspramente criticata.

All’epoca la cantera è gestita da Johan Cruijff. Tra il miglior giocatore olandese di sempre e colui che diventerà il tecnico oranje più vincente in assoluto, la rottura è totale. Dopo Barcellona, ipotizzare una collaborazione tra Cruijff e Van Gaal sarebbe come «bestemmiare in chiesa» (così il consigliere Ajax Keje Molenaar).

Ma nella stanza dei bottoni dell’Ajax c’è chi ci prova lo stesso, ed ecco lo scorso novembre la nomina di Van Gaal direttore generale a partire dal luglio 2012. Una prova di forza di 4 membri del board (tra cui Edgar Davids) contro il quinto, ovvero Cruijff. Che però ricorre al tribunale contro la decisione, presa quando lui si trovava in Spagna per il compleanno della figlia Chantal, e vince, provocando le dimissioni del board.

Cruijff vs Van Gaal - La guerra dell’Ajax nasce dalle visioni opposte di Cruijff e van Gaal sulla gestione del club. Due i nodi cruciali: vivaio e ruoli dirigenziali. La visione formativa di Cruijff è individualista, quella di van Gaal sistemica. Per quest’ultimo la squadra è un’unica entità, capace di muoversi in campo come pedine su una scacchiera; Cruijff invece punta molto anche sull’aspetto psicologico del giocatore, tanto da ritenere indispensabile l’inserimento nello staff di un mental coach, recentemente abolito. Cruijff pone al centro della gestione tecnico-sportiva, mercato incluso, l’allenatore della prima squadra (attualmente Frank de Boer) e i responsabili del settore giovanili (Bergkamp e Jonk) a scapito del d.g.

Un ruolo invece fondamentale secondo Van Gaal, da affidare a persone esperte nonché dotate di visione a 360º. Non spettava insomma a Ronald Koeman sindacare nel 2004 sulla cessione di Ibrahimovic alla Juventus. Lui, da allenatore, doveva limitarsi a far rendere al meglio il suo sostituto: il greco Anastasiou.

ALEC CORDOLCINI, Extra Time

lunedì, febbraio 13, 2012

Milan-Arsenal: dove eravamo

Ancora Milan-Arsenal, ancora ottavi di Champions. Come nel 2008. Non è cambiato niente, è cambiato tutto. Il simbolo dell'Arsenal allora era a Barcellona, il simbolo del Milan ora non è nemmeno nella lista Champions.

Non è più il Milan dei Kakà: Ricky ha mandato al Madrid la controfigura; e Kaladze al Genoa ha ritrovato Gila. Gli abbracci a Pirlo adesso sono bianconeri. La bandiera Maldini è stata ammainata, e non in modo indolore. Sono cambiati i capitani, l'Arsenal ha salutato Fabregas e si gode il miglior van Persie della carriera. Sono cambiati i portieri: al posto di Kalac, tra un infortunio e l'altro, Abbiati o Amelia.

Tra i Gunners, è esploso il 21enne Sczezny, per far dimenticare Lehmann e Almunia. Perfino Wenger è cambiato: basta 4-4-2 costruito su Fabregas e Adebayor, 2 volte traditore (man City e Spurs); il nuovo che avanza è 4231 con Song e Arteta dietro Ramsey, perché Wilshere è sempre rotto.

Come Pato, che non ha più la faccia da bambino, è cresciuto, ha saputo dire sì a Barbara e no ad Ancelotti, che al PSG voleva metterlo in punta a quel albero di Natale che al Milan il presidente non ha mai gradito. Neanche quando vinceva.

Non che Allegri sia più malleabile: nel suo 4-3-2-1 Ibra per tutti, tutti per Ibra, chi perde palla è perduto. Lo sanno bene Ambrosini e Seedorf, ma anche Flamini che 4 anni fa festeggiava dall'altra parte. A San Siro, Walcott impartì lezione di contropiede. Stavolta, sarà diverso. Se non altro perché molto diverse sono Milan e Arsenal.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, febbraio 12, 2012

Zambia, la luce buona delle stelle

Era scritto nelle stelle. Quelle che splendevano al largo di Libreville, pochi minuti dopo la mezzanotte fra il 27 e il 28 aprile 1993. E a Libreville, sono tornate ad accendersi. Con la prima, storica Coppa d'Africa dello Zambia.

Un Paese martoriato anche nel calcio, che 19 anni fa visse la sua Superga: la tragedia della nazionale precipitata in mare poco dopo il decollo dalla capitale del Gabon. Dove gli dèi sono tornati per saldare un debito. Di quella squadra si salvò Kalusha Bwalya, l'eroe del 4-0 olimpico agli azzurri a Seul 88, ex Ct e oggi presidente federale.

E c'è un po' d'Italia anche in questo Zambia. Dario Bonetti è stato esonerato 48 ore dopo la qualificazione al torneo, per far posto al ritorno di Hervé Renard, il francese col look da passerella che nel 2010 aveva portato i Chipolopolo - le pallottole di rame, minerale di cui lo Zambia è ricchissimo e quindi povero - ai quarti dopo 14 anni.

Un paese in festa, e un altro sempre in guerra che farà fatica a rialzarsi. Era l'ultima occasione per la Costa d'Avorio delle star di Premier: Drogba, Gervinho, Kalou, i fratelli Touré, il canto del cigno della prima generazione d'oro degli Academiciens.

Gli Elefanti sono inciampati sul più bello. Ai rigori, come nel 2006 con l'Egitto padrone di casa. Era scritto nelle stelle. E lo Zambia "abitava" qui. Nella notte piovosa al largo di Libreville.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Battara Jr, figlio d'Hart

Ricordate il Joe Hart sul quale Fabio Capello si giocò una bella fetta di credibilità, e che stava per costargli il Mondiale prima del gol fantasma di Lampard? Scordatevelo. Stuart "Psycho" Pearce, successore ad interim del Ct, può stare tranquillo. Adesso, fra i pali del Manchester City e dell'Inghilterra, c'è il nuovo Joe Hart, quello per cui che Roberto Mancini ha sacrificato Shay Given, il portierone dell'Irlanda del Trap e grande ex di giornata al Villa Park.

Il merito è di quel discreto signore alla destra del "Mancio": Massimo Battara, figlio d'arte di Piero, che in porta era più forte, ma adesso si gode il soprasso dell'allievo al maestro. Mancini i Battara li conosce dai tempi della Samp, e Massimo se lo è portato dietro dall'Inter.

Hart è migliorato tantissimo, anche se ogni tanto se ne scorda e ritorna al passato. Incidenti di percorso, per la risposta Sky Blue alla gioventù bruciante di David De Gea dello United. Contro Chelsea e Liverpool, De Gea ha tenuto lo United aggrappato a -2 dal City.
Contro l'Aston Villa, Hart ha salvato il gol di Lescott e il primato solitario. Il derby per la Premier si gioca anche in porta, e per metà parla anche italiano.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

sabato, febbraio 11, 2012

Premier, no fair play land

Nella terra del fair play, doveva essere il sabato del Derby d'Inghilterra e del secondo addio di Thierry Henry alla Premier. Invece, è stato molto, troppo, di più.

Manchester United-Liverpool è cominciata così: Luis Suárez non ha dimenticato gli 8 turni out per insulti razzisti, peraltro mai ammessi, e Patrice Evra, presunta parte lesa, non l'ha presa bene.

Come Rio Ferdinand, che ha un fratello Anton, costato a John Terry - per la stessa accusa - un processo civile e la fascia di capitano della nazionale. Pretesto perfetto, per la Football Association, per liberarsi di Fabio Capello, e del suo pesantissimo ingaggio; Questione di immagine. Più che del calcio inglese, della Premier: global brand da rivendere in tutto il mondo.

E il mondo non aspettava altro che la favola di Titì, che a Sunderland, ha salutato alla sua maniera, con il 229esimo in maglia Arsenal, e poi zittito col gesto del "qua qua" chi lo provocava. Come fece Calos Tévez con Gary Neville in un derby City-United.

Ma questo sabato così poco British nella terra del fair play, ce lo ricorderemo anche per l'infortunio di Mertesacker e il gol di James McClean, il cui sguardo, poi, dice tutto: poteva fermarsi. Non era obbligato, e come lui Suárez e Ferdinand. Ma il calcio ha un suo codice d'onore, e nella terra del fair play non perdona.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, febbraio 08, 2012

O'Neill, gatto ci cova

I gatti non sono tutti uguali, e non tutti i gatti neri portano sfortuna. Quello di Anfield è stato testimone, sul campo, di un punticino che non è dispiaciuto né al Liverpool (che poteva riperdere Suarez appena ritrovato) né al Tottenham, che ha tenuto il passo di Chelsea e United. Quello del Camp Nou ha visto da vicino il successo del Barca sulla Real Sociedad. Quelli del Sunderland, a Martin O'Neill, potrebbero portare addirittura la nazionale inglese.

Dal 3 dicembre, quando l'elettrico nordirlandese si è seduto - si fa per dire - sulla panchina del club tifato da ragazzo, il Sunderland vola: 22 punti in 10 partite in campionato, con lo scalpo illustre del Manchester City, più l'accesso al quarto turno di FA Cup che andrà al replay col Middlesbrough.

Una striscia da manager di gennaio in Premier che ne ha rafforzato l'ennesima candidatura per il dopo-Capello. Un futuro prossimo forse accelerato dal nuovo caso-Terry, il capitano degradato dalla Federazione a insaputa, pare, del Ct.

A proposito di Ct, O'Neill ha vissuto una vicenda familiare simile a quella di Prandelli alla Roma. Martin era ancora un Black Cat - come quello finito due secoli fa nell'arsenale sul fiume Wear e, cento anni dopo, nella foto del club - ma lì capì che la sfortuna non miagola (e non fa le fusa).

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Dec 11 FT Sunderland 2-1 Blackburn Rovers 39,863 Premier League 3
Dec 18 FT Tottenham Hotspur 1-0 Sunderland 36,021 Premier League
Dec 21 FT Queens Park Rangers 2-3 Sunderland 16,167 Premier League 6
Dec 26 FT Sunderland 1-1 Everton 43,619 Premier League 7
Jan 1 FT Sunderland 1-0 Manchester City 40,625 Premier League 10
Jan 3 FT Wigan Athletic 1-4 Sunderland 15,871 Premier League 13
Jan 8 FT Peterborough United 0-2 Sunderland 8,954 FA Cup (Round 3)
Jan 14 FT Chelsea 1-0 Sunderland 41,696 Premier League
Jan 21 FT Sunderland 2-0 Swansea City 36,904 Premier League 16
Jan 29 FT Sunderland 1-1 Middlesbrough 33,275 FA Cup (Round 4)
Feb 1 FT Sunderland 3-0 Norwich City 34,476 Premier League 19
Feb 4 FT Stoke City 0-1 Sunderland 27,717 Premier League 22

domenica, febbraio 05, 2012

Chelsea, giù dal Torres

Non sanno più a che santo votarsi, Fernando Torres e Davis Luiz. Nella storia della Premier League il giocatore più pagato in assoluto e il difensore più costoso dopo Rio Ferdinand, un altro che, come il brasiliano, si piace sempre troppo: 78 milioni in due, e sentirli tutti. Eccome.

Quella che Villas-Boas, in sei mesi non ha mai sentito sua, è una squadra non in fiducia. Non adatta al 4-3-3, e forse nemmeno troppo convinta.

Cech è tornato quasi ai livelli pre-caschetto, dietro è bella ed elegante come David Luiz che esce palla al piede o va a saltare su palla ferma. Ma in velocità balla, e a difesa schierata prende sempre gol perché il brasiliano concede spesso l'anticipo frontale e Terry non è più quel Terry. Nel fisico e nella testa, tra un processo e quella fascia di capitano che in nazionale non è più sua.

In mezzo, è fondamentale il recupero di Essien, che copre tre ruoli e dà libertà a Raul Meireles e Mata, l'unica mente di una rosda che un regista non ce l'ha dai tempi di Deco. I gol, tanti come gli infortuni, arrivano da Lampard e dal miglior Sturridge in carriera, e mai così capace di aprire le difese. Compresa la sua.

In attacco, resta il problema "El Niño", l'uomo da 58 milioni di dollari e 18 ore di calcio senza gol. Ma che all'ala sa fare cross come questi.

Con Malouda spremuto forse sarebbe l'ora di giocare con due punte e Mata da trequartista che Ancelotti ha sempre chiesto e mai avuto. Ma per convincere lo "Special Group" ci vorrebbe un miracolo.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Due settimane da De Gea

Due settimane fa, all'Emirates contro l'Arsenal, Sir Alex non ci aveva visto più e alla prima, ennesima, papera gli aveva mandato un segnale, facendo scaldare Lindegaard. Due settimana dopo, con Lindegaard rotto e rimontati tre gol al Chelsea, il segnale - doppio - glielo ha mandato lui.

Volando da un incrocio all'altro, prima su punizione di Mata e poi sulla gran botta di Cahill, David De Gea ha dimostrato che, ancora una volta, il grande vecchio aveva visto giusto. Quel ragazzino ha talento, e sul resto - a cominciare da fisico e personalità - ci si può lavorare.

E dire che a Stamford Bridge non aveva cominciato benissimo, con quel mezzo liscio sull'autogol di Evans e qualche uscita un po' così. Ma poi la fiducia è cresciuta, i compagni che in area piccola ti aiutano a farti rispettare. E poi quei due capolavori a salvare il 3-3 e, forse, la corsa alla Premier. Almeno per un paio di settimane. Le settimane di David De Gea.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

sabato, febbraio 04, 2012

Cockney vs Mancs, The New Rivalry

2005 e 2006, Chelsea. 2007, 2008 e 2009 Manchester United. 2010, ancora Chelsea. 2011, ancora Manchester United. José prima, Carletto poi. Sir Alex sempre. Bastano gli ultimi sette anni dell'albo d'oro per descrivere una rivalità che, in Premier, sarà anche giovane, ma di sicuro è già forte e radicata.

Prima di Abramovich (e di Mourinho), i Blues non erano mai stati al livello dello United, il cui vero avversario storicamente è il Liverpool. Ma da quando a Stamford Bridge hanno rivinto il titolo, dopo 50 anni di digiuno, fino alla fianle Champions di Mosca 2008, tutto è cambiato. I petrorubli dell'oligarca russo contro i dollari americani del magnate Glazer. Il club più glamour della City contro il brand globale secondo forse solo al Real Madrid. Il baby Special Two contro il baronetto rampante neo-70enne. E perfino la sfida tra Terry e Ferdinand, compagni di nazionale divisi dalle frasi razziste rivolte da JT ad Anton, il fratello di Rio.

C'è tutto in questo Chelsea-Man U, che forse vale già il primo verdetto per Villas-Boas. Dovesse ripetersi la lezione impartita da Ferguson all'Old Trafford, al portoghese non rimarrebbe che il Napoli in Champions. E la rivalità, dopo sette anni, se ne tornerebbe là da dove è venuta. Nell'albo d'oro.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, febbraio 02, 2012

Carlitos' Away

Non è solo una citazione del nostro programma: per Carlitos Tévez davvero è sempre calciomercato. Ora più che mai. Bloccata, e non per neve, la rotta verso Milano e Parigi - ora resta aperta la pista russa. Almeno un altro mese, visto che là il mercato chiuderà a fine febbraio. Là potrebbe giocare, nell'Anzhi, con Samuel Eto'o, prigioniero - senza dirlo - in una gabbia dorata a neanche 32 anni. Tevez ne compirà 28 domenica, e per regalo non vuole aumenti né buonuscita ma un via libera.
Si sente prigioniero al City, la sua situazione è "comica" avrebbe detto in un'intervista al bisettimanale tedsco Kicker. Smentita in un comunicato ufficiale dall'entourage dell'Apache. Che non scocca frecciatine via-twitter perché i suoi profili sono tutti fake. Cinguettii finti.

"Mai parlato con i giornalisti di una situazione" che però definisce "strana". Senza però specificare quando tornerà al City, lasciato senza nulla osta il 7 novembre scorso per tornare in Argentina, dai figli. La società, dopo averlo multato, lo ha reintegrato e da stipendio dovrebbe versargli 200 mila euro a settimana, raddoppiati in caso di titolo in Premier.

Il Mancio però vorrebbe vincerla con una rosa anche ufficialmente senza l'Apache, che intanto tra un ricorso alla Football Association e una partita a golf, ha già perso 9,3 milioni di sterline, oltre 11 milioni di euro). E che comunque in Inghilterra non vuol saperne di tornare. Ha promesso a Martín Palermo di giocare, la notte tra sabato e domenica, nella partita d'addio col Boca, il club, assieme al Corinthians, dove s'è visto il vero Tévez. Quello per cui il mercato non chiude mai.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO