sabato, marzo 31, 2012

Barça, stanno tutti bene

Allegri può, anzi deve, non stare tranquillo. I Pep Boys stanno tutti bene, anche se non ancora benissimo. Un allenamento dopo la tre giorni milanese fra Champions, shopping e ristoranti e subito il Bilbao del Loco, "il miglior allenatore al mondo", secondo Guardiola.

Ma l'Athletic non era il vero Athletic di Bielsa. Quello che ha passeggiato a Gelsenkirchen in Europa League meno di 48 ore prima. All'andata alla Catédral fu un 2-2 tutto spettacolo.

Un girone dopo, nel tutto esaurito per festeggiare Leo miglior marcatore della storia blaugrana, in campo s'è visto solo il Barcellona. Il Bilbao ha corso e picchiato, ma non ha mai tirato in porta fino all'80', quando Pique' ha evitato il 2-1 già fatto.  Chi la fa l'aspetti, perché proprio il centrale, tornato a beckenbaueggiare come ai bei tempi, s'era visto salvare un gol sulla linea ancora sullo 0-0.

Come Pique', in formissima quanto Dani Alves, s'è rivisto quasi ai suoi livelli Iniesta; irriconoscibile sul campo della polemica di San Siro, don Andrés ha firmato il suo secondo gol stagionale. Che non sia ancora il miglior Iniesta si capisce però dai suoi quattro colpi di tacco. Un record per un monumento all'essenzialità.

A proposito di record, Messi ha risposto sul rigore (procuratosi da Tello) a Cristiano Ronaldo: 36 gol in Liga contro i 37 del "Pichichi" portoghese. Già 56 in stagione per la Pulce, a segno per la 100esima partita col Barcellona di cui, adesso, è anche lo straniero con più presenze: 206, una più dell'olandese Cocu.

Il turnover di Pep ha risparmiato Fabregas (neanche in panchina), Xavi e Inietta, non lui. Che va per terra anche al Camp Nou, ma solo per l'assist sulla traversa di Keita. No, Allegri non può stare tranquillo: anche se Leo non si risparmiato.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, marzo 30, 2012

Petrov, il coraggio di Stan

Adesso, nel momento più difficile, deve dimostrare che lui, Stilian Petrov, è, oggi più che mai, Stan "The Man". Così chiamavano a Parkhead il "Bhoy Wonder" bulgaro, uno dei giocatori più amati dai tifosi dei Celtic, e oggi da quelli al Villa Park.
Dieci anni fa, Moratti lo voleva all'Inter al posto della meteora Sergio Conceição. Petrov invece fece il salto in Premier League. Il campionato che aveva sempre sognato, e che quest'anno sembra non trovare pace.

Nel giorno in cui la compagna di Muamba ha postato su twitter la prima foto di Fabrice, sorridente, dopo la grande paura, ecco il dramma di Petrov: leucemia acuta. Il capitano dell'Aston Villa e della Bulgaria aveva la febbre alta dopo la partita con l'Arsenal, e le analisi del sangue hanno confermato quel che si temeva. La diagnosi precoce e la determinazione che Petrov ha sempre dimostrato in carriera, fanno però ben sperare.

Non è la prima volta che il destino lo mette alla prova. Nell'anno del "treble (tripletta fra campionato e coppe nazionali) col Celtic, con Marin O'Neill in panchina, sembrava pronto per una grande, ma nel marzo 2001 si ruppe in due punti una caviglia. Petrov tornò più forte di prima, fino a diventare il primatista di presenze in nazionale: 105 partite con la Bulgaria. Giocare la numero 106 sarà la sua partita più difficile, ma se c'è uno che può farcela, quello è Stilian Petrov. Stan The Man.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, marzo 29, 2012

Inler, KO alla Juve

Stendere la Juve con un uno-due: in campionato domenica sera e nella finale di Coppa Italia del 20 maggio. E' il sogno del Napoli, di tutta Napoli. Solo che Gokhan Inler - grande appassionato e praticante di boxe - lo ha preso alla lettera. E si è scelto un maestro d'eccezione. Inler si allena con Patrizio Oliva, olimpionico a Mosca 80 e Mondiale WBA '86 nei superleggeri.

Ma contro la Juventus a Mazzarri servirà un altro colpo di Inler, il diretto destro d'incontro al montante che a Stamford Bridge non è bastato per restare in Champions. Quella Champions che adesso, a 9 giornate dalla fine, passa dal terzo posto in campionato. E quindi dal posticipo dello Juventus Stadium.

A Torino, per Mazzarri potrebbe anche bastare un "no contest". Per studiare l'avversario da mettere alle corde, e magari ko, nel match senza domani. Quello che potrebbe valere il primo trofeo dell'era-De Laurentiis.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

sabato, marzo 24, 2012

Chiamatelo Florenzinho

Se si chiamasse Alexandre, un gol così staremmo a guardarlo e riguardarlo all'infinito. E parleremmo di lui come uno dei migliori '91 in circolazione. Invece si chiama Alessandro, di cognome fa Florenzi, ed è già uno dei talenti più puri del nostro calcio. Ma è di Roma, anzi della Roma, e gioca in prestito a Crotone. Finalmente, da quando due mesi fa in panchina è arrivato Massimo Drago, adesso anche nel ruolo giusto.
Florenzi è centrocampista totale, che sa fare tutto bene. Anche i gol: già 8 in 26 presenze. Numeri da attaccante, anche se Menichini lo schierava esterno basso di destra. Nell'Under 21 di Ciro Ferrara, gioca sempre in fascia, ma più avanti. Nella Primavera della Roma era invece il regista davanti la difesa nel 4-2-3-1.
Con il rientro dopo le 4 giornate di squalifica di Gabionetta, è tornato a fare l'uomo-ovunque nei tre di centrocampo. E allo show del brasiliano ha rubato la scena con un gol da favola. Che merita il lieto fine.

La Serie A, toccata solo all'esordio, lo scorso 22 maggio, nell'ultima di campionato: Roma-Samp 3-1. 4' al posto del capitano. Si chiama Florenzi. E Luis Enrique può già chiamarlo Alejandro.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, marzo 22, 2012

Manchester, un derby lungo un anno

Nove partite alla fine, un punto di differenza per giocarsi la Premier. Fino in fondo. E' stato così per tutta la stagione. Il City è stato in testa quasi tutto l'anno, ha stravinto 6-1 il derby all'Old Trafford ma adesso insegue a -1. Lo United ha un calendario più facile, ma anche il derby di ritorno all'Etihad Stadium, che nel recupero ha riabbracciato il figliol prodigo Carlitos Tevez.

L'argentino sarà l'arma in più per Mancini nel finale di una stagione che, da deludente, diventerebbe trionfale con il titolo che gli Sky Blues inseguono dal 1968 e che invece lo United ha vinto in quattro degli ultimi cinque tornei.

Questa Premier è stata un derby lungo un campionato. Il City ha la miglior difesa: appena 21 gol subiti, contro i 27 dei cugini e i 29 del Liverpool. Lo United il miglior attacco: 73 gol fatti contro i 71 del City; nessuno altro è arrivato neanche a 60.

Mancini ora conta sullo scontro diretto del 30 aprile per riacciuffare Ferguson, che a parte lo storico cappotto dell'Old Trafford il 23 ottobre, non ha sbagliato un derby: 3-2 nel Community Shield il 7 agosto e 3-2 nel terzo turno di FA Cup l'8 gennaio. La Premier si deciderà lì, e nella sfida a distanza con solo due avversarie comuni: Sunderland e QPR. E un punto di differenza per giocarsela. Fino in fondo.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, marzo 21, 2012

Mancio-Tévez, orgoglio e postgiudizio

Fuori forma. Sì.
Sei mesi che va al mare, che gioca a golf. Sì.
Costa troppo, sopravvalutato, casinista. Sì.
Sì, Carlitos Tévez - è tutto questo e molto di più. E' anche l'effigie del City tornato a vincere dopo 35 anni. E' anche l'uomo che potrebbe aver deciso - con un assist - la corsa al titolo.

"For me, he is finish", disse il Mancio, nel suo inglese non proprio oxfordiano, dopo l'ammutinamento di Monaco; 182 giorni dopo, invece, non solo l'ha perdonato, ma l'ha mandato in campo, per riacciuffare una partita, e forse il titolo, che sembravano già persi.

E l'Apache - dal barrio dove è cresciuto - non solo gliel'ha cambiata, la partita, ma l'ha rilanciato nella corsa allo United, capolista che adesso è lì, un punto sopra.

Contro il Chelsea, sin lì, sei gol in sei partite. Stavolta, l'assist al velluto come il tocco "sotto" di Nasri, mai in gol contro il Chelsea, a cui in estate preferì il City perché lì aveva più chance di vincere. Non è andata così in Champions, ma potrebbe andare così in Premier. Grazie al Mancini di ieri, a quello di oggi e un po' anche a quello di domani. (IMG prem giordano sfilano mancio-tevez-balo)

Orgoglio e intelligenza battono sentieri opposti. Al Mancio, che in quei due rivede se stesso, glielo ha insegnato Boskov.  Così si vincono i campionati..

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Messi come Jordan

Leo come Michael. Pep come Phil. I cognomi, ormai, non servono più: troppo il dominio sulla propria epoca e, forse, anche sulle precedenti.

Messi sta a Jordan come Guardiola sta a Jackson. Riscritte storia e letteratura del gioco, restano ormai solo le proporzioni, le suggestioni. E l'aritmetica. Come MJ prima di lui, ormai la Pulce gioca per i posteri. "Playing For Keeps", per dirla con la biografia definitiva del più grande giocatore di basket si sempre.

Messi non è ancora il più grande calciatore di tutti i tempi, per ora è "soltanto" il miglior goleasdor nella storia del Barcellona. A 24 anni. E a differenza di Jordan, che il suo guru lo ha trovato a 26 anni e dopo aver imparato a perdere, Messi lavora e vince con Pep da quando di anni Lionel ne aveva 21.

Jordan prima di Jackson era uno slasher, una macchina da punti ammirata per le schiacciate, ma non era ritenuto un "vincente". Con in panchina l'ex figlio dei fiori, ha accettato l'attacco a triangolo, ha imparato a demandare le responsabilità. Ma alla Jordan. Con quel magnetismo innato, quel carisma che Messi non ha e Maradona sì. Questioni di vibrazioni, prima ancora che di fisicità.

Michael era un "assassino in calzoncini", e glielo leggevi nello sguardo: "The Jordan Stare". Come Jackson. Messi, nella grandezza del suo talento, con quel faccino pulito e quei modi dimessi ispira tenerezza. Come Guardiola.

Come Phil anche lui un filosofo (copyright di Ibra), che però, almeno finora, ha sempre studiato a casa. Jackson no: gran manipolatore dei media, ha vinto a Chicago e a Los Angeles con Michael e Dennis (Rodman), Shaq e Kobe. Campioni ingombranti, difficili da gestire. Altro che Leo, Andrés e Xavi. Con loro Guardiola ha scritto l'incipit, ma la favola è ancora tutta da scrivere.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, marzo 18, 2012

La Venganza dell'Ingeniero


¡Venganza, terrible venganza! El Ingeniero s'è preso la più dolce delle rivincite: solo il suo Malaga e il Barça hanno portato via punti dal Bernabéu in questa Liga dominata dal secondo Real Madrid di Mourinho. Il portoghese Speciale che in merengue ha sostituito il cileno, che dell'hidalgo ha i modi nobili ma non il piglio condottiero.

Jorge Valdano aveva scelto lui per (ri)costruire i Galácticos 2.0 di don Florentino, al secondo mandato presidenziale. Ma il progetto non ha fuinzionato: el Madrid non è il Villarreal, e il submarino blanco è affondato sotto i colpi dei trionfi blaugrana. Allora, per ricominciare a vincere, Pérez ha chiamato un altro don, José, che non avrà mai lo stile della Real casa ma porta argenteria, specialmente la seconda stagione.

Vinta la battaglia con Valdano, prima esautorato e poi epurato, Mou aveva completato l'opera già all'andata: "Se lascerò il Real, posso allenare dove voglio. E certo non andrò al Malaga". Il siluro era diretto a Pellegrini, che da gran signore incassò ma se la legò al dito.

E al ritorno, dopo che il Real ha sprecato l'impossibile per restare a+10 sul Barcellona, ci ha pensato Cazorla a riaprire, almeno un po', una Liga già chiusa. El Ingeniero incassa, ma non stravince. La máquina perfecta non esiste, e a lui basta una carezza.

PER SKY SPORTY 24, CHRISTIAN GIORDANO

sabato, marzo 17, 2012

Caduti in campo

Quando parliamo di "disperazione", in campo, pensiamo sempre a un gol mancato, a un'eliminazione. Mai a un mancamento che spesso, troppo e sempre più spesso, risulta fatale.

Ma se c'è una cosa in cui il calcio italiano, e più in generale il nostro sport, è avanti, forse è proprio la prevenzione. Soprattutto in casi di patologie cardiache. In passato, si ricordano i casi Giuliano Taccola, Renato Curi e Lionello Manfredonia.

Per il centravanti della Roma, morto a 25 anni il 16 marzo 1969 negli spogliatoi dell'Amsicora a Cagliari, non ci fu niente da fare. Così come per il centrocampista del Perugia cui adesso è dedicato lo stadio dove si giocò quell'incontro con la Juventus del 30 ottobre '77. Il romanista Manfredonia fu più fortunato: in Bologna-Roma del 30 dicembre 1989 si salvò perché al Dall'Ara - fatto eccezionale per l'epoca - c'era il defibrillatore. Da allora, è obbligatorio in ogni impianto.

Anche Miguel Garcia si è salvato da un infarto in campo in Salamanca vs Betis Siviglia. E solo il sostegno, anche economico, di Moratti ha evitato una tragedia per i casi di Kanu, Rivas e Fadiga, non idoneo in Italia ma arruolabile per il Bolton, la stessa squadra di Muamba.

Non ce l'hanno fatta invece due spagnoli: Antonio Puerta in Siviglia-Getafe il 25 agosto 2007, prima giornata della Liga; e Dani Jarque, che l'8 agosto 2009 morì addirittura in ritiro, a Coverciano, mentre era al telefono con la fidanzata. Da allora, i tifosi dell'Espanyol applaudono per 60 secondi al 21esimo minuto: 21 come il suo numero di maglia.
Sono caduti in campo anche Marc-Vivien Foe in Camerun-Colombia a Lione nella Confederations Cup 2003; Miklos Feher, ungherese del Benfica nel 2004; Phil O'Donnell, capitano Mortherwell, 29 dicembre 2007; il giapponese Matsuda, a 34 anni, lo scorso 4 agosto.

Anche gli altri sport piangono. Nel rugby Rhys Thomas, 29enne pilone degli Scarlets e del Galles, il 27 gennaio di quest'anno. Nel basket Davide Ancillotto, il 24 agosto '97 era il miglior giovane italiano; e negli Stati Uniti, nessuno ha dimenticato Hank Gathers di Loyola University nel '90 eReggie Lewis, il futuro dei Celtics del '93. E fa ancora discutere la tragica super dieta di Korey Stringer, per la cui morte - nel 2001 - la vedova fece causa ai Minnesota Vikings e alla NFL. Troppi, e troppo spesso, per non chiedersi perché.

SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, marzo 16, 2012

Clásico, sogno finale

Tre personaggi in cerca di autore, nell'altro sorteggio di Champions League. Apoel-Real Madrid. Marsiglia-Bayern. Benfica-Chelsea. Il presidente del Borgorosso cipriota che sfida i galácticos di Florentino Pérez. Franck Ribéry che sfida il suo passato. E André Villas-Boas, il fantasma dell'opera che a Stamford Bridge, da anni feudo inglese del Porto, non potrà giocare il suo derby con la rivale di sempre.

Ci sarà invece Di Matteo, sulla panchina del Chelsea, e il rimpianto per il Napoli aumenta, perché poteva prendersi, nella coppa più prestigiosa, la rivincita per l'eliminazione in Europa League del 2008. Un sogno spezzato.

Se Berlusconi sogna Cristiano Ronaldo al Milan, il suo collega dell'Apoel è già realtà ritrovarselo avversario con l'Apoel: "Per noi oggi è un giorno fantastico del nostro sogno. Tutti i sogni devono avere una fine. Se deve finire adesso, allora vorrà dire che finirà nel miglior modo possibile".
Il piccolo club della comunità greca di Nicosia contro il club più glamour e più ricco al mondo. Una sfida così impari da accarezzare l'impossibile. Che in fondo è già successo. Come insegna l'Alcorcòn, club della terza serie spagnola, che nel novembre 2009 eliminò il Real dalla Copa del Rey. Mourinho però non è Pellegrini. E lo sa anche il signor Phivos Erotokritou: "Certo, possiamo vincere. Perché siamo undici contro undici. Dipende dal giorno. Se sarà un giorno fortunato, possiamo vincere ancora. Ma qualificarsi è un'altra cosa."

Non farà sconti neanche il Bayern, che ha "programmato" la stagione sulla finale del 19 maggio, in casa, alla Allianz Arena di Monaco. Sulla sua strada non troverà l'Inter, per il remake di Madrid 2010, ma il Marsiglia che Franck Ribéry non voleva lasciare se non per il Real. La prima semifinalista "sicura" se i personaggi non si ribelleranno alla trama più scontata: il Clásico come la finale che tutti, tranne il Milan, sognano.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

lunedì, marzo 12, 2012

Rivera, primo "10" moderno

Per i ragazzi di oggi è un filmato granuloso da scaricare su ipad, iphone, sky-go e altre diavolerie, o magari preso da Youtube mentre fa una veronica a Ballando con le stelle.

Ma per i diversamente giovani - i figli del boom anni sessanta e poi degli anni di piombo - è il simbolo del diavolo rossonero. Il capitano del Milan della seconda Coppa dei campioni, della fatal Verona e del decimo scudetto, quello della Stella. Arrivata all'ultima giornata, con lui in mezzo al campo che, microfono in mano, invitava i tifosi a liberare il secondo anello perché pericolante.

Nell'immaginario collettivo restano invece la sua massa di capelli, oggi soltanto più candida, l'icona del primo calciatore moderno. In campo e fuori. ll fuoriclasse bambino che esordì in A 15enne con l'Alessandria. Il Golden Boy che Gianni Brera - suo primo avversario, amico e ammiratore - ribattezzò Abatino, consegnandolo alla leggenda come e più della staffetta mondiale con Mazzola a Messico 70, il Mondiale di Italia-Germania Ovest 4 a 3. Con Rivera insultato da Albertosi per non aver evitato il 3-3 e poi, dall'altra parte, capace di portarci in finale. Che Valcareggi gli fece giocare per gli ultimi 6 minuti.

Rivera è stato molto di più che un pezzo di storia. In tempi di Catenaccio imperante, è stato il primo numero dieci capace di vedere e aprire autostrade dove i mortali nemmeno immaginavano sentieri. In finale di Coppa Campioni a Madrid '69, portò a scuola il primo Ajax di Cruijff e con il terzo occhio mandò in gol tre volte Pierino Prati.

Rivera è stato la prima superstar moderna anche come personaggio. La love-stroy con la soubrette tv Elisabetta Viviani riempiva i rotocalchi. le sue polemiche con Concetto Lo Bello, con i presidenti del Milan, il suo legame con padre Eligio ne facevano un simbolo di un'Italia rurale che non c'era più e post-industriale che non c'era ancora. Ma è stato, soprattutto, un fuoriclasse italiano. Il primo del calcio moderno.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, marzo 11, 2012

Champions, il vecchio che avanza

C'è una sottile linea blu-argento che attraversa i destini di Inter e Napoli in Champions. Ranieri e Di Matteo hanno raccolto Inter e Chelsea a fine ciclo, con il vento nuovo del cambiamento presto mutato in restaurazione, con la nouvelle vague spazzata via dalla vecchia guardia: Samuel e Milito da lucciconi per dimenticare Gasperini, e l'urlo del re leone Drogba per ripartire dal dopo Villas-Boas.

Marsiglia e Napoli invece hanno la faccia dei loro uomini soli al comando: quella impotente di Deschamps, alla quarta sconfitta consecutiva; e quella mai così gaudente di Mazzarri. L'OM, caduto ad Ajaccio, in campionato non vince dal 29 gennaio, ma in Champions ha in dote un gol pesantissimo. L'Inter tutto cuore a San Siro può farcela, ma non dovrà sbagliare niente. Come il Napoli a Stamford Bridge: con questo Lavezzi, Hamsik ritrovato e un Cavani fresco di turnover, il gol arriverà. Ma dietro non sono ammesse distrazioni, come i tre gol di testa concessi a Larrivey al San Paolo, dove a Mata ha già fatto un regalo Cannavaro.

Drogba invece i 34 anni li ha festeggiati con un giorno di anticipo e il 100 esimo gol in Premier. Il migliore dei benvenuto per Di Matteo, che alla prima ha azzeccato tutto: anche il 4-2-3-1 con i vecchietti in campo e i gioielli in panchina. Deschamps, invece, dopo la rivoluzione di ottobre, fra uomini e moduli ha "azzeccato" solo il gol di Ayew. E potrebbe non bastare: in Europa c'è voglia di restaurazione.

SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, marzo 07, 2012

Come Leo nessuno mai

Mai nessuno aveva segnato 5 gol in una partita di in Champions League. Cinque li aveva fatti il nostro José Altafini, all'Union Lussemburgo, stagione 62-63, quando la Coppa si chiamava "dei Campioni".

In questa sua magica Champions, Messi aveva già più gol che partite: 7 in 6 gare. Ma ancora nessuno al Camp Nou. E allora ha provveduto. Alla sua maniera, senza sudare. Addirittura col colpo sotto di destro. Colpo sotto. Di destro.

Leo, evidentemente, sente la primavera. Il 6 aprile 2010, sempre al Camp Nou, aveva calato il poker che affondò l'Arsenal. Una settimana fa, in Svizzera, ha messo in banca la prima tripletta con l'Argentina, ormai l'ultimo gap che lo separa dal dio Diego.

Stavolta, visti i gunners in tv, si è superato. 53 gol in 49 partite stagionali, Selección compresa; 12 in 7 gare di Champions. Nella classifica all-time, ha staccato - con la sua manita - Del Piero e Eusébio: 49 gol in 64 partite. 25, 42, 49, 58, 84. Segnatevi questi minuti: è la cinquina estratta sulla ruota della leggenda.

Di Stéfano scippato al Barça dal Real Madrid, poi Maradona. E adesso Messi. Il dio del calcio non solo è argentino, ma veste blaugrana.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, marzo 02, 2012

Balo chiama Italia

Che sia il più forte attaccante italiano, nessuno lo mette più in dubbio. Figuriamoci chi lo conosce meglio, lo ha fatto esordire in A con l'Inter a 17 anni e ha speso 28 milioni per portarselo a Manchester.

Il punto è che, ogni tot partite - se non nella stessa come col Tottenham - il talento del dottor Jekyll lascia campo aperto alla follia di Mr Hyde; che non a caso, nell'inglese di Stevenson, suona come to hide, nascondere.

Ecco, l'identità nascosta di Super Mario ogni tanto emerge e distrugge quel che di buono ha appena creato. Con gli Spurs, entra e decide su rigore. Poi passeggia in testa a Scott Parker, che da neocapitano dell'Inghilterra, potrebbe ricordarsene agli Europei; che Balo rischia di vedere in tv, se non farà quella telefonata a Prandelli, e ricomincerà a parlare solo coi gol.

Vale per Prandelli con Balotelli come per Stuart Pearce, o chi per lui, con Wayne Rooney, che in Polonia e Ucraina giocherà dai quarti, sempre che l'Inghilterra superi la prima fase.

Dal testacoda col Bolton, invece, ricomincia la corsa del City in Premier, dove Balo ha già "telefonato" 10 volte in 16 presenze, di cui solo tre da titolare.

Se Mr Hyde si nasconde, non ce n'è per nessuno. Mancini lo sa, ma può sempre consolarsi con Agüero, Dzeko e, fra un paio di settimane, persino Tévez. Prandelli no, e se piange il telefono, piange l'Italia.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO