sabato, aprile 05, 2014

Weekend in bianco e nero

Un punto di penalizzazione in settimana, per questioni amministrative, e i colori bianconeri. Per il resto non poteva essere più diverso il weekend di Cesena e Siena. A cominciare dai rigori.

Bisoli a Terni è senza 8 titolari, con Belinghieri quasi fermo e confinato all'ala come si faceva una volta, quando non c'erano le sostituzioni.

La Ternana attacca, ma il gol lo fa il Cesena, su papera di Brignoli e con Succi, che non segnava dal 5 ottobre: rigore al 90' al... Siena, andato in vantaggio con... Pulzetti. Stavolta invece sul dischetto, per la settima volta in stagione, ci va Antenucci. Tra imprecisione degli attaccanti e prodezze di Coser, la Ternana - sin lì imbattuta nel ritorno e con Tesser, espulso, non passa. E allora il Cesena raddoppia, a dieci dalla fine, con la prima volta stagionale di Coppola, il 17esimo in gol della rosa, record del campionato. Dieci punti nelle ultime quattro: Bisoli, più di così dai suoi, non poteva spremere.

Meritava di più invece il Siena, che a Cittadella ha sprecato anche un rigore. Beretta non aveva lo specialista Rosina, influenzato; Foscarini il portiere titolare Di Gennaro, in prestito dall'Inter e nel ruolo uno dei migliori in stagione. Sul dischetto, Pulzetti; dall'altra parte "nonno" Pierobon che il 29 marzo, contro l'Avellino, a 44 anni e 39 giorni, aveva già tolto a Ballotta (che però aveva chiuso alla Lazio in A) il record di più anziano in campo nella storia del calcio professionistico italiano.

A un quarto dalla fine, al Tombolato come al Liberati, scatta su corner la più implacabile delle leggi non scritte del calcio. In area si perdono Coralli, entrato dalla panchina; il Cittadella si aggrappa alla salvezza e il Siena scivola a -4 dal Cesena. Il weekend bianconero non potev essere più diverso.
CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, aprile 03, 2014

Basilea d'asta

 
di CHRISTIAN GIORDANO
 
A febbraio 2012, Xherdan Shaqiri al Bayern Monaco per 12 milioni. A gennaio 2014, Mohamed Salah al Chelsea per 15. Sì, il Chelsea battuto in questa Champions sia all'andata sia al ritorno, per poi "retrocedere" in Europa League per colpa di due pareggi con la Steaua.

I quarti col Valencia a porte chiuse per i fumogeni e i 12' di sospensione di Salisburgo, multati per 107.000 euro. Il centravanti Marco Streller che si stira all'inguine contro il Lucerna a quattro giorni dall'andata con gli spagnoli, il capitano deve stare a guardare mangiando un hamburger in tribuna.

Se non gli alzano l'asticella, non si diverte Murat Yakin. E non solo perché più glieli vendono, i campioncini del futuro, più i suoi fanno strada.

Da ex difensore e fratello maggiore del più dotato Hakan, Murat Yakin è diventato, da allenatore, il primo artefice di questo super Basilea. Non chiamatelo "favola" né "miracolo", però. Perché dietro ci sono tanto lavoro e programmazione, quella sì, svizzera.

Il vero segreto si chiama Ruedi Zbinden, il capo scout del club. "I giocatori di tutto il mondo oggi conoscono il Basilea, perché da dieci anni sanno che può essere un trampolino di lancio nel grande calcio internazionale".

I prossimi potrebbero essere il portiere Sommer, o l'esterno Stocker, capitano e in gol contro il Valencia come perfetto vice-Streller. O il 17enne camerunese Breel Embolo, trequartista o seconda punta che piace a Juventus, Sassuolo, Udinese.

Il resto ce lo mette lui, Yakin. Lotito lo voleva subito alla Lazio per il dopo-Petkovic, prima di richiamare Reja. Forse, ci aveva visto giusto. Yakin, se non gli alzano l'asticella, non si diverte.
CHRISTIAN GIORDANO

domenica, marzo 30, 2014

Champions "Liga"

Dovevano vincere, tutte e tre le prime della Liga. In rigoroso ordine di classifica: Atlético Madrid, 76; Barcellona, 75; Real Madrid, 73. E hanno vinto.

Tutte e tre sabato, due su tre nel derby: i colchoneros in rimonta 2-1 a Bilbao, dove non è mai una passeggiata; il Barca 1-0 sull'Espanyol in dieci, che nelle ultime cinque coi cugini ha sempre perso e segnato neanche un gol; il Madrid 5-0 sul Rayo Vallecano, uno dei due derby minori di Madrid.

E come sempre in questa Liga, è stata una sfida a distanza tra gli aspiranti Pichichi. In rigoroso ordine di classifica: 28 Cristiano Ronaldo, 25 Lionel Messi, 23 Diego Costa. Cifre che fanno ancora più impressione contando tutte le competizioni: Il portoghese segna da 10 gare, compresa la nazionale, e ha più gol che partite: 44 in 40. L'argentino, causa infortuni, viaggia alla media esatta di un gol a partita: 36 su 36. Il brasiliano, naturalizzato spagnolo, alla sua prima annata da big, è a 33 in 43.

A 7 giornate dalla fine, e con lo scontro diretto Barcellona-Atletico negli ultimi 90', tutto può accadere. Sulla carta, il calendario più tosto ce l'ha Simeone; quello più agevole Ancelotti, che come Martino ha però l'handicap della piazza.

E poi, per tutte, conterà - tanto - la Champions. L'andata dei quarti è lì, fra poche ore. Martedì l'andata del derby spagnolo al Camp Nou: Barca-Atletico. Mercoledì al Bernabéu: Real-Dortmund, rivincita della semifinale di un anno fa. All'Atlético potrebbe andar bene anche un pari. Alle due del Clásico no: devono vincere. E spesso nemmeno basta.
CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, marzo 27, 2014

Liverpool forza sette

L'ultima la più sofferta e anche per questo ancora più bella. Contro il Sunderland, che lotta per non retrocedere, i Reds cercavano il settimo successo consecutivo per tenere aperta a tre la corsa al titolo.

Nella giornata che ha sancito il definitivo forfait dell'Arsenal, umiliato sei-zero non a Wimbledon ma a Stamford Bridge nella 100esima panchina di Arsène Wenger coi Gunners, Brendan Rodgers doveva tenere il passo della concorrenza.

I suoi hanno sudato, ma alla fine ci sono riusciti. Solita punizione dai venticinque metri di Steven Gerrard, e complice Vito Mannone - ex Arsenal - gara sbloccata a 6' dal riposo, con l'11esimo centro del capitano. Tre minuti dopo l'intervallo, partita virtualmente chiusa con il capolavoro di Daniel Sturridge, sinistro a giro là dove la mamma nasconde la marmellata, e Chelsea sempre lì, a meno uno. Col City potenzialmente capolista a +3 se dovesse vincere i due recuperi, con lo stesso Sunderland e con l'Aston Villa.

Per la spalla - e che spalla - di Luis Suarez, comuqnue finisca, la stagione è già da sogno: 23 gol in 20 gare, senza scordare i 7 assist.

Che sia un anno buono, si capisce anche da certi particolari. Come la traversa che salva Simon Mignolet su Lee Cattermole a venti dalla fine, prima dell'inutile 1-2 dell'appena entrato Ki Sung-Yong.

In Premier l'ultimo a fermare il Liverpool è stato il West Brom, 1-1 al The Hawthorns lo scorso 2 febbraio. Domenica all'Anfield, ci proverà il Tottenham che insegue a -1 l'Everton e l'ultimo treno europeo. Per l'ottava meraviglia, Rodgers farebbe di tutto: persino un favore ai "cugini".
CHRISTIAN GIORDANO


domenica, marzo 23, 2014

I 23 per il Brasile

1 Buffon (C), 12 Sirigu, 23 Scuffet;

2 De Sciglio, 3 Chiellini, 4 Criscito, 6 Barzagli, 11 Maggio, 15 Paletta, 19 Bonucci;

5 Thiago Motta, 8 Marchisio, 14 Aquilani, 16 De Rossi, 17 Verratti, 18 Montolivo, 21 Pirlo (VC);

7 Cerci, 9 Balotelli, 10 Totti, 13 Osvaldo, 20 Immobile, 22 G. Rossi.

Ct: io.


sabato, marzo 22, 2014

Roo come Becks

Certi gol rimangono. Per sempre. Quello di Wayne Rooney ad Adriàn del West Ham fa parte della categoria. Gol da leggenda. Immortali.

Come quello, storico, fatto a Neil Sullivan da David Beckham, che in tribuna ad Upton Park, sotto il tradizionale, inglesissimo flat cap, sorride: lui sa come si fa...

Il gol da centrocampo è il calcio di quando eri bambino. A Roo è riuscito a 28 anni, e sotto gli occhi di "Becks", suo predecessore con quella stessa maglia, la 10 dello United. Il futuro Spice Boy ci riuscì a 21, contro il Wimbledon a Selhurst Park, il campo del Crystal Palace.Diciassette agosto 1996: era nata una stella. Due settimane dopo, il primo settembre, Beckham esordì in nazionale.

Ferguson era tutto un sorriso, la scarpetta sul sopracciglio e il divorzio per colpa di Victoria Adams non erano immaginabili. O forse sì.

Anche Wayne voleva andarsene, sia con Sir Alex sia con Moyes. Era già del City, ma Ferguson in 24 ore gli fece cambiare idea. Tutto dimenticato: Coleen McLoughlin non è Victoria, e lui non è tipo da Spice Boy. Ha rinnovato fino al 2018 a 19 milioni a stagione. E dello United sarà una bandiera.

Nella rimonta perfetta contro l'Olympiacos in Champions, gli è mancato solo il gol. Lì, forse, la stagione è svoltata. E con un Rooney per la prima volta in forma a un Mondiale, potrebbe cambiare persino la storia dell'Inghilterra. Hodgson era lì, e lo sa. Certi gol rimangono. Per sempre.
CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, marzo 21, 2014

Mou sente la primavera

Primavera, tempo di ricordi e di nuove sfide. Non solo per José Mourinho, che nel rumore dei nemici ci sguazza. In Premier, allo Stamford Bridge arriva Arsène Wenger, alla panchina numero 1000 con l'Arsenal, e contro Mou: l'Avversario, con la maiuscola.

Caso vuole, lo stesso incontrato - e nel medesimo stadio - nella gara numero 500 coi Gunners: Chelsea-Arsenal, 10 del 21 agosto 2005. Caso vuole, l'ultimo anno in cui l'Arsenal di Wenger ha vinto un trofeo. 
Più che il silenzio dei nemici, per lo squalo-Mou qualcosa di più che l'odore del sangue: «I admire him and I admire Arsenal because it's not possible to have 1000th match unless the club is also a fantastic club in the way that they support their manager, especially in the bad moments - and especially when the bad moments were quite a lot. So, I admire the manager and I admire the club».

Per 10 volte il Professore alsaziano ha cercato la formula giusta per batterlo: non c'è mai riuscito. Cinque vittorie per il portoghese e cinque pari. Wenger ci riproverà per tenere aperta a tre, forse quattro la corsa al titolo con Liverpool e City: tutte racchiuse in sei punti fra i 66 del Chelsea e i 60 del City, che però deve recuperare tre partite, due in più di Liverpool e Arsenal, seconde a 62. 

Poi, quattro giorni dopo il piccolo Crystal Palace al Selhurst Park, tornerà la Champions League. Nei quarti, il 2 e 8 aprile, il Paris Saint-Germain dei suoi ex pupilli Ibra e Thiago Motta. Il triplete con l'Inter Mou lo centrò con la partenza del primo e l'arrivo del secondo. 

Tempi lontani, come quelli dell'unico precedente: PSG-Chelsea 0-3, fase a gironi della Champions 2004/05. A Parigi, gli sceicchi non c'erano ancora.  A Londra, Wenger stava per smettere di vincere, e Mou aveva appena cominciato. 
CHRISTIAN GIORDANO

Il Real Madrid parte favorito in questo Clasico

di SANTIAGO SEGUROLA, Marca

Nel calcio, cinque mesi, la distanza che separa il titubante Real Madrid sconfitto dal Barça al Camp Nou dalla squadra che attualmente guida con passo deciso il campionato, rappresentano un’eternità. A distanza di cinque mesi si affrontano di nuovo le due grandi del calcio spagnolo, e lo fanno in condizioni decisamente diverse rispetto a quelle dell’ultima sfida. Sono lontani i tempi in cui Carlo Ancelotti cercava e non trovava una precisa identità, i tempi in cui schierava al Camp Nou Gareth Bale come attaccante centrale, Sergio Ramos come centrocampista e lasciava Benzema in panchina. Lontana è anche la fase sicura e convincente di Tata Martino, quando giocava con il mitico 433 del Barça e nessuno metteva in discussione Neymar, autore di un gol geniale e dell’assist a Sánchez per il secondo gol azulgrana, quello della vittoria finale contro il Real.

Da allora Ancelotti non nutre più dubbi. Da quella notte il Real Madrid ha conquistato dieci punti più del Barcellona. Ha vinto 16 partite e ne ha pareggiate due. Non ha più perso nessun incontro. È tornato Xabi Alonso dopo un lungo stop, Khedira ha subito un gravissimo infortunio al ginocchio e Ancelotti ha trovato la quadratura del cerchio: Diego López, Carvajal, Pepe, Sergio Ramos, Marcelo; Xabi Alonso, Modric, Di María; Bale, Benzema e Cristiano Ronaldo. È stata la formazione che ha portato il Real Madrid in alto, nel momento migliore e di maggior ottimismo degli ultimi anni. È la squadra che domenica affronterà il Barça. Lo sa Ancelotti, lo sanno i giocatori, lo sa il Barcellona, lo sa qualsiasi tifoso. 

Martino dice di aver già deciso la squadra che schiererà al Bernabéu, dove il Barça, per non dire addio alla Liga, non potrà commettere ulteriori passi falsi. Sono quattro i punti che lo separano dal Real. Non può permettersi nemmeno un pareggio. Il tecnico argentino vuole trasmettere una sensazione di sicurezza in un momento, per il Barcellona, di grandi incertezze, in cui si susseguono i problemi, istituzionali —il caso Neymar, le dimissioni del presidente Rosell, la sensazione della necessità di decisioni imminenti nel caso in cui la squadra fallisca il finale di stagione — e sportivi. Lunedì il canale televisivo catalano Tv3 ha annunciato che Martino avrebbe deciso di lasciare il Barça a fine stagione. Malgrado il club lo abbia smentito, l’impressione è che il Barcellona si trovi in un momento di cambio. Víctor Valdés e Puyol se ne vanno, una scelta simile la potrebbe prendere anche Xavi e Martino non è certo l’immagine della felicità. 

Attorno all’attuale Barcellona ci sono più interrogativi che certezze. Alcuni sostengono che sia giunto il momento di lasciare alle spalle il 433 per permettere a Cesc Fábregas di giocare insieme a Iniesta, Xavi e Busquets. Altri sostengono che sia necessario sacrificare Fábregas per giocare con due attaccanti laterali. Non c’è accordo nemmeno sull’identità dei due laterali. La maggior parte della gente preferirebbe Sánchez e Pedro. Il credito di cui gode Neymar è in questi giorni molto basso, però sarebbe strano vedere in panchina al Bernabéu un giocatore che è costato la bellezza di 100 milioni di euro e che è la stella della nazionale brasiliana. 

Al Real Madrid spetta il ruolo di favorito. È una squadra efficace, che ora gioca con tranquillità, e può vantare una rosa di giocatori ineguagliabile, con una potenza offensiva che non conosce molti rivali in Europa. Le sue stelle giocheranno due partite. Una sarà la partita del collettivo. E una quella del prestigio dei singoli. Cristiano Ronaldo si misurerà con Messi, e Gareth Bale con Neymar. I riflettori si concentreranno su questi quattro giocatori, ma non meno spettacolari sono le altre sfide: Iniesta, Busquets e Xavi contro Modric, Xabi Alonso e Di María. E lo stesso si potrebbe dire per tutti gli altri settori del campo. A Madrid ritengono che sia il momento perfetto per strappare al Barça l’egemonia. Tuttavia non sarà facile. Il Barcellona può anche attraversare un momento non sereno, ma di solito i suoi grandi campioni si esaltano nei momenti speciali.
SANTIAGO SEGUROLA, Marca

mercoledì, marzo 19, 2014

Giggs Will Tear You Apart

L'impresa, "il sogno impossibile", era nell'aria. Anzi, nell'etere: già dal riscaldamento, sulle note riadattate di Love Tear Us Apart, classico post-punk inglese dei Joy Division. Anno di grazia: 1980.
 
Giggs will tear you apart. "Sarà Giggs a farvi a pezzi", un classico all'Old Trafford dal 2 marzo 1991, quando un 17enne velocisismo, tutto ricci e sinistro fatato debuttò in campionato subentrando all'infortunato Denis Irwin nella sconfitta per 2-0 contro l'Everton.

Ventitré anni dopo, quel ragazzino è ancora lì: brizzolato, non più sull'out mancino ma regista basso nel 4231 scelto da Moyes per ribaltare il 2-0 di Atene. Non l'ultima spiaggia, per uno che ha sei anni di contratto e deve costruire il dopo-Ferguson. Ma di certo un bivio.

A 40 anni e 109 giorni, il gallese ha sfilato a "Billy" Costacurta, un difensore, il record di giocatore di movimento più anziano ad aver giocato una gara di Champions a elimiazione diretta. E lo ha fatto non solo da titolare, ma da protagonista. 
Sua la palla per il colpo di testa di Rooney finito sul palo.
Sua la pennellata per van Persie, spinto da Holebas per il rigore dell'1-0.
Sua infine, l'imbeccata per Rooney, che poi ha servito all'olandese l'assist del 2-0.

Prima dell'intervallo, Atene era già dimenticata. A quel punto, bastava un gol per non andare ai supplementari. Ci ha pensato ancora lui, van Persie. Con una punizione bella ma non impossibile senza l'ausilio di Roberto. Hattrick che Marcano gli ha subito fatto pagare, e United ai quarti. Anche nel primo anno senza Ferguson. Ma forse non l'ultimo con Giggs. Il nonnetto che, se lo lasci dipingere, non smette mai di farti a pezzi.
CHRISTIAN GIORDANO

lunedì, marzo 17, 2014

La condanna di Hoeness

Il 13 marzo il tribunale di Monaco di Baviera ha condannato Uli Hoeness, ex calciatore ed ex presidente del Bayern Monaco, a tre anni e mezzo di prigione per evasione fiscale. Hoeness ha rinunciato a ricorrere in appello.

«Nelle ore successive», scrive Der Spiegel, «sono fioccate le dichiarazioni di rispetto per la scelta di Hoeness. Alcuni commentatori sembravano quasi grati, come se avessero già dimenticato che quest’uomo aveva ingannato per anni lo stato e i suoi concittadini». 

Secondo il settimanale, il caso Hoeness è una dimostrazione della mentalità di una parte della società tedesca, quella formata da «campioni sportivi, fabbricanti di salsicce e manager di livello mondiale» per i quali dare i propri soldi non è un dovere democratico, ma una sorta di «beneficenza patriarcale». Nel mondo di Hoeness «i poveri e i malati non possono rivendicare niente, ma devono solo contare sulla generosità di chi sta bene». 

La sentenza di Monaco, invece, è un “no” a personaggi che, come Hoeness, «hanno perso il senso della misura».
Der Spiegel, Germania

mercoledì, marzo 12, 2014

Milan-Parma il bivio europeo

"Vincere col Parma, per tornare in Europa". League. Questo il diktat vice-presidenziale di Galliani.

La sfida di San Siro sarà un bivio forse decisivo. Vincendo, invece risalirebbe a -5 dal Parma di Donadoni e Cassano. "Ex" che più diversi non si può, e che potrebbero di chiudere la porta continentale a chi, in momenti e per motivi differenti, a un certo punto non ha più creduto in loro.

Roberto l'Europa - quella più nobile -, più che frequentarla era abituato a comandarla: prima da ala classica, poi da regista a tuttocampo, con Sacchi e Capello ha alzato 3 Coppe dei Campioni e 2 Supercoppe Europee, più 2 coppe Intercontinentali.

E insieme a certe notti magiche, come quella dello storico 5-0 sul Real Madrid, ha vissuto anche notti da incubo, come quella del 10 novembre a Belgrado e il terribile scontro con Šabanadžović della Stella Rossa. 

Antonio in rossonero non ha alzato trofei europei, ma il suo cuore ha conosciuto lo stesso tipo di paura. E' guarito grazie anche al Milan. Poi le loro strade si sono divise.

Lo stesso è accaduto con Donadoni, il primo acquisto dell'era-Berlusconi. E il figliol prodigo sempre tra i candidati per tornare a casa, e sempre rimandato. Prima per Allegri, pallino di Galliani; poi per Seedorf, pupillo del presidente. Chissà che dopo quel bivio, magari con qualche sorriso in più, non tocchi a lui riportare il Milan là dove "deve" stare.
CHRISTIAN GIORDANO

28 aprile 1988: il "Motin de l'Hesperia"

 

La vicenda del "Motin del Hesperia" è, ancora oggi, il punto più basso toccato nella storia del Club dal punto di vista sportivo, economico e, soprattutto, umano.

Di fatto una discussione tra dirigenza e giocatori in merito alla gestione dei diritti di immagine di questi ultimi portò ad un muro contro muro culminato in una conferenza stampa (tenutasi all'hotel Hesperia di Barcellona) di tutta la prima squadra del Barcellona (eccezion fatta per tre giocatori) allenatore compreso. 
 
Qui, a mezzo di un comunicato ufficiale, i giocatori richiesero le dimissioni del presidente in carica Josep Lluís Núñez. In seguito a questo fatto senza precedenti il club si "diede una regolata", cambiò moltissimi giocatori della prima squadra mentre allontanò i più ribelli decidendo di iniziare un nuovo ciclo, scelta che si rivelò azzeccata dal momento che da lì iniziò l'epoca d'oro del Dream Team.  

1° marzo 1981: Quini sequestrato



Il 1° marzo di 32 anni fa Enrique Castro "Quini", il principale attaccante del Barça di inizio anni '80, fu suo malgrado protagonista di un evento che gettò nell'angoscia tutto il calcio spagnolo.

Subito dopo una partita di Liga contro l'Hercules di Alicante, dove il giocatore aveva segnato 3 gol, Quini fu sequestrato e la sua "scomparsa" pregiudicò il gioco del Barça, fino a quel momento destinato per lo meno a mettere in grande difficoltà la capolista Atletico Madrid, con due soli punti di vantaggio, a cui avrebbe dovuto far visita la giornata seguente.

Quini venne liberato 24 giorni dopo il suo rapimento, il 25 marzo 1981 durante una spettacolare oeprazione della polizia spagnola che riuscì a scoprire il luogo dove era tenuto prigioniero (l'officina di un meccanico a Saragoza) e a liberarlo con un blitz.

Pochi giorni dopo la sua liberazione Quini si riunì alla squadra e tornò presto in campo per terminare il campionato come capocannoniere e per aiutare la squadra a vincere l'unico trofeo della stagione (la Coppa del Re ottenuta dopo un bel 3 a 1 contro lo Sporting Gijon sua ex squadra).

Dopo la sua liberazione Quini spese buone parole per i suoi sequestratori e ritirò la denuncia contro di loro. Il Barça al contrario proseguì la causa legale contro i rapitori e chiese 35 milioni di pesetas come risarcimento per la mancata conquista del campionato; l'avvocato del Club chiese anche una condanna a 23 anni di carcere per i partecipanti al sequestro. Alla fine la sentenza, emessa il 15 gennaio 1982, condannò gli accusati a 10 anni di carcere nonchè al pagamento di 5 milioni di pesetas a Quini che però rifiutò quel denaro.

martedì, marzo 11, 2014

JARDEL: «ERO UN RE E SONO FINITO NELLA POLVERE»

Drammatica confessione dell’ex idolo del Porto, due volte Scarpa d’Oro, rovinato da depressione e cocaina

di ADRIANO SEU

Oggi dici Super Mario e pensi subito a Balotelli. Ma il primo Super Mario, quello originale, veniva dal Brasile e segnava valanghe di gol negli anni Novanta, tanto da laurearsi per cinque volte capocannoniere del campionato portoghese e conquistare ben due Scarpe d’Oro, unico brasiliano a riuscire nell’impresa. Si tratta di Mario Jardel, ex idolo del Porto caduto in disgrazia nel 2002 in seguito a una crisi depressiva che lo rese schiavo della cocaina. La sua lotta con la droga è durata quasi dieci anni, durante i quali ha peregrinato per altrettanti Paesi cambiando la bellezza di 16 squadre, compreso un fugace e fallimentare passaggio in Italia nel 2004 con la maglia dell’Ancona, con cui ha disputato appena una manciata di partite senza segnare neanche un gol. Ritiratosi nel 2011, Jardel di recente ha confessato a Globoesporte di vedere finalmente la luce in fondo al tunnel, mentre a 40 anni si diletta ancora a segnare per il Vila Nova di Ibirubá, che disputa il campionato amatoriale dell’entroterra gaúcho.

- L’ammissione della tossicodipendenza è arrivata solo nel 2008 davanti alle telecamere della tv brasiliana...
«C’è voluto del tempo perché prima ho dovuto ammetterlo a me stesso. Ero convinto di poter gestire il vizio, di poterne uscire quando volevo, ma prima che potessi rendermene conto ne ero già schiavo».

- Sono state la mancata convocazione per i Mondiali del 2002 e la separazione da sua moglie a precipitarla nello sconforto?
«Sì, purtroppo la droga per me ha rappresentato un rifugio dalla depressione. È stata dura, ma non mi sono vergognato ad ammetterlo. Ho conosciuto tanti giocatori che ne facevano uso e non hanno mai avuto il fegato di uscire allo scoperto».

- Pensa di aver vinto la sua lotta con la droga?
«Ci ho dato un taglio da un po’ di tempo, ma il cammino è lungo. Combatto una lotta quotidiana e ogni giorno è come dover uccidere un leone. Avvicinarmi a Porto Alegre, che considero la mia casa, mi ha senza dubbio dato una grande mano. È l’unico posto in cui mi sento bene. La gente si ricorda ancora di me e mi ferma per strada ricordando i tempi del trionfo in coppa Libertadores nel ’95».

- La sua è stata una carriera lunga 21 anni, con quasi 300 gol e svariati titoli, soprattutto in Portogallo: si ritiene soddisfatto?
«Il calcio mi ha dato tanto. È stato e continua ad essere la mia vita, ma non posso dire di essermi fatto degli amici. Ho conosciuto solo gente falsa e senza scrupoli. Finché ero famoso avevo frotte di gente attorno e pagavo tutto, facevo regali. Peccato che al primo problema siano spariti tutti. Ho capito che se non trovi la forza di reagire, sei finito».

- Cipro, Bulgaria, Australia, Arabia Saudita. Prima di ritirarsi le ha provate tutte...
«Se sei un calciatore, è difficile dire basta. È come morire e bisogna trovare la forza per rinascere nuovamente. Un calciatore in attività si sente come un re, come se vivesse in una dimensione parallela. Finché vedi il tuo nome sui giornali e la gente ti chiede l’autografo ti senti onnipotente. Poi, quando tutto finisce, non resta che la depressione».

- Che progetti ha? Che cosa vorrebbe fare?
«Sto studiando per prendere il patentino da allenatore, ma vorrei tanto poter indossare per l’ultima volta la maglia del Gremio per chiudere in bellezza. Il mio principale obiettivo, però, è lasciare un buon ricordo di me. Vorrei che tutti mi ricordassero come una persona pulita».
ADRIANO SEU, Extra Time, Gazzetta dello Sport, 11 marzo 2014

Neeskens, il collezionista di ossa

El Segundo.
Non siamo nella Contea di Los Angeles, California, anche se in questa storia negli States ci torneremo eccome, ma sulla costa est.
Johan Segundo, Johan secondo, come lo chiamavano ai tempi del Barcellona, al secolo è Johannes Jacobus Neeskens. Per tutti “Johan”, per sempre “l’altro” Johan.
Il suo compagno di merende, più in campo che fuori. Il meno prediletto dagli dèi.

Se l’Olanda ’74 era una rockband, allora Johan Cruijff era il quinto Beatle, Willem (Wim) van Hanegem era Van (non Jim) Morrison, Robbie Rensenbrink era Jimi Hendrix e Ruud Krol, be’, lui era Mr. Sinatra in persona.
E Johan Neeskens, o Johan II, come inevitabilmente sarà per tutta la vita? Be’, lui, era Marc Bolan. O magari Jeff Buckley. Passionale, angelicamente bello, un fuorilclasse totale (è il caso di dirlo), quasi vergognandosi di esserlo.

Il calcio olandese, storicamente, è da sempre zeppo di talenti. In cima all’Olimpo, Cruijff, “Einstein in campo” o “Pitagora in scarpette” a seconda degli aedi. Un gradino sotto di lui, se dio Marco van Basten ci perdona, c’è stato “Der Kromme” (il Gobbo) van Hanegem, forse il secondo migliore di sempre a vestirsi di oranje (in olandese “oranie”, non “orange” all’inglese). Ma la lista dei semidei olandesi fermatisi un gradino giù dall’Olimpo è come il sorriso ciottiano di Maria Teresa Ruta, non conosce confini: Piet Keizer, Coen Moulijn, Ruud Gullit, Frank Rijkaard, Dennis Bergkamp, Frank de Boer.

L’elenco dei più popolari, invece, ha tutt’altre gerarchie. Fra i più amati, indiscutibilmente, c’è Neeskens. Le ragazze adoravano lui, Johnny “il Bello” Rep e Krol per il look, i capelli lunghi da star e quegli occhi languidi da sciupafemmine del Nord; gli uomini per la grinta in campo. Non mollava mai. Sempre lì a lottare e a buttarsi (in ogni senso), duro nei tackle e instancabile nel correre a tutto campo. Mentalità vincente, polmoni e gambe. Ma soprattutto cuore. Tanto, qualche volta troppo. Un attimo prima negava un gol nella sua area, pochi istanti dopo andava a segnare al volo o in tuffo di testa in quella avversaria.

E poi aveva l’aria, le stimmate del martire. Spesso il sangue sulla maglia, sempre pronto a rischiare qualche arto, se non la vita, e mai restando a terra più del necessario. E certo non era tipo da star lì a chieder cartellini. Semmai, si faceva giustizia da sé.

Come nel 2-0 al Brasile a Germania Ovest ’74 (suo il meraviglioso vantaggio al volo, su di lui l’espulsione del frustratissimo Luis Pereira), forse il match (alla lettera) mondiale più duro di sempre assieme a Brasile-Ungheria 4-2 di Svizzera ’54, quella della bottigliata di Puskás in testa a Pinheiro. O contro Daniel Passarella, nella finale a Baires ‘78: pronti via e bum! Sverniciata col gomito dafinisseur fiammingo alle Classiche del Nord, e bye bye a quattro denti. “Un giorno mi vendicherò”. Progetto, sin qui, rimasto tale.
Sempre stato uno che sapeva prenderle, Johan II. Ma soprattutto darle.
Per referenze chiedere alla stella belga Paul Van Himst, che oltre al cameo in “Fuga per la vittoria” una discreta carriera l’ha fatta, e non da attore. In Belgio-Olanda 0-0 del 19 novembre 1972, match delle qualificazioni mondiali, il feroce trattamento che Neeskens gli riservò sollevò un polverone. E tra vicini si sfiorò l’incidente diplomatico.


Calcio? Ma quale calcio, a lui e a Johan piacevano la ginnastica e il baseball, e specie nel secondo riusciva pure. Come Cruijff: pitcher Johan I, battitore Johan II, che a 17 anni fu il miglior “batsman” agli Europei giovanili di Roma. Il tutto tra i ritagli di tempo fra un lavoretto e l’altro come calzolaio o commesso da un fioraio.

Nato a Heemstede (vicino Haarlem) Johan col batti e corri flirta sin da piccolino. A nove anni.
Un giorno, però, un rabdomante di campioncini nota in palestra una Pietà di Michelangelo a due, massimo tre scalpellate di grezzo in eccesso dal capolavoro compiuto. Agli attrezzi, evoluiva una struttura atletica sin troppo sviluppata per un 14enne. Il rabdomante lo avvicinò e gli chiede se per caso gli sarebbe piaciuto far parte della squadra Allievi dell’RCH (Racing Club Heemstede) Heemstede, club dilettantistico locale che all’epoca era nella seconda divisione olandese. Di calcio.

Nel 1968, a 17 anni ancora da compiere, è in prima squadra. Due anni dopo, Rinus Michels lo chiama all'Ajax. La dritta, al generale, era arrivata da un altro ex giocatore (e poi allenatore) dell’Ajax, Arie van Eijden, che all’Heemstede era andato a chiudere la carriera. E al suo vecchio club aveva subito segnalato quel ragazzone timido e introverso che, a suo dire, avrebbe fatto strada.

Quel 17enne dal fisicone e con falcata da quattrocentista, nell’RCH giocavaterzino sinistro o difensore centrale. Rinus Michels invece lo vede prima terzino destro, poi mediano a tutto campo. Un sogno, per uno cresciuto nel mito di Nobby Stiles, feroce mastino sdentato che guardava le spalle a Bobby Charlton nell’Inghilterra campione del mondo nel ’66 e nel Manchester United campione d’Europa due anni dopo.

Nel ruolo, solo il miglior Marco Tardelli poteva rivaleggiare a quei livelli, ma l’olandese aveva addirittura più classe. Con Cruijff, invece, non sempre la vedeva allo stesso modo, ma in campo il sodalizio sgorgava automatico, spontaneo, naturale come i soffioni di Larderello.

All’Ajax arriva nell’estate 1970, l’anno dopo la prima finale di Coppa dei Campioni del club, persa 4-1 a Madrid contro un Milan pieno di volponi. Neeskens firma un biennale, e il primo anno lo passa nella squadra riserve. Arrivato in pr4ima squadra, per lui erano tutti “meneer”, signore: meneerCruijff, meneer Swart (il veterano), meneer Keizer (cronologicamente, il primo professionista del calcio olandese, subito dopo verrà Cruijff).

La svolta arriva in un normale allenamento al Drentse Hooghalen. Michels ordina una partitella quattro contro quattro: sette titolari più l’ultimo arrivato. Sul 2-2, il libero e capitano, lo slavo Velibor Vasovic, viene piallato dal pivellino con un tackle durtissimo. “Vasco” devono tenerlo in tre, ma capiscono tutti che Nees non solo è già nel gruppo, ma che sarà titolare.

L’11 novembre, debutta in nazionale: Germania Est-Olanda 1-0. Il 2 giugno, 2-0 al Pana a Wembley, alza la prima Coppa dei Campioni degli ajacidi. Non chiamateli “lancieri”: non solo non vi capirebbero, ad Amsterdam est suscitereste sorrisini, diciamo così, non di apprezzamento.

In pochi mesi la vita di Johan II cambia. “Vivevo con tutta la famiglia in una casa molto piccola, otto persone in tre camere. Io dormivo col mio fratellino, con me c’erano mio fratello maggiore, la moglie e il loro figlio piccolo. Sjaak Swart (l’ex capitano e storica ala destra, ndr) si offrì di ospitarmi a casa sua nella vigilia delle partite. Finalmente la notte potevo dormire”.

Partito Cruijff alla volta di Barcellona, nell’estate 1973, George Knobel, il successore di Stefan Kovacs, lo reinventa trequartista-attaccante: 15 gol in 31 partite. Numeri impressionanti persino per un attaccante di ruolo, e invece ripagati col mobbing dopo che lui, con la consueta schiettezza, aveva comunicato al club la propria volontà di andarsene alla scadenza del contratto (1976).

Come succede spesso ad altre latitudini, cercano di farlo passare per traditore. Con lui però il vecchio trucco non funziona. Capocannoniere dell’Olanda al Mondiale, raggiunge Cruijff al Barcellona nella stessa estate ’74, con due anni di anticipo sulla scadenza del contratto con l’Ajax.

“Nees” era un raro esempio di centrocampista completo, dinamico come un mediano che sapeva annullare la mezzapunta avversaria (i suoi scontri con Wim van Hanegem nei “De Klassieker” fra Ajax e Feyenoord erano epici), rubare palla e istantaneamente trasformarsi in attaccante aggiunto in appoggio al tridente. Quello che gli inglesi chiamano shadow striker, il centravanti-ombra. Come non bastasse, è glaciale dal dischetto. E lo dimostrerà, al secondo minuto, anche in quel maledetto (o, forse, benedetto) 7 luglio a Monaco.

In cinque anni al Barcellona, 53 gol in 219 partite. Vince meno del previsto, ma mette in bacheca la Copa del Rey 1978 e, senza Cruijff (sbarcato, come Fievel, in America), la Coppa delle Coppe 1979.

Quando – complice l’acquisto del danese Allan Simonsen, pallone d’oro 1977, dal Borussia Mönchengladbach – il presidente Josep Lluís Núñez, nemico storico del Cruijff giocatore e allenatore, cede Neeskens ai New York Cosmos della NASL, la prima lega professionistica nordamericana, i tifosi culé sono in rivolta.

Con i bianchi di Chinaglia, Pelé e Beckenbauer resta sei stagioni e vince l’undicesimo e ultimo titolo della sua carriera.

Già alla frutta in Spagna, tra improvvisi cali di forma e tanti problemi fuori del campo. Su tutti il lancinante divorzio dalla prima moglie Marianne Schiphof, sposata nella sua Heemstede il 16 luglio 1974. Nove giorni dopo la finale mondiale di Monaco.

Rientrato in Olanda nel febbraio 1985, quasi undici anni dopo la sua ultima gara con l'Ajax, gioca sette partite nel Groningen poi torna subito negli States per gli ultimi scampoli con il Fort Lauderdale Sun, il calcetto (il calcetto! Uno con quel passo…) con i Kansas City Comets.

In Svizzera, tra le montagne e il lago di Lucerna, si rifà una vita. Sposa in seconde nozze Marlies, che gli dà due femmine (Tamara e Bianca) e un maschio (Armand) e fino a metà anni 90 si teneva in forma nella vicina Francia, giocando nel Club Variete con Michel Platini, Jean Tigana e Alain Giresse più qualche ex compagno di nazionale.

Nel 1987, a 36 anni, abbandona l'America per la Svizzera, dove si regala un tramonto dorato da giocatore con i dilettanti del Löwenbräu, poi tre anni daplayer-manager al Baar e, nell’estate 1990, allo Zug.

Lì comincia la seconda vita di allenatore vero, e in pieno stile Neeskens: rifiutando il "grande salto" al Grasshopper. Due anni allo Stäfa, poi nel 1996 i dilettanti del Singen.

L'accordo viene interrotto dalla chiamata della Federazione olandese che lo vuole vice del Ct della nazionale maggiore Frank Rijkaard prima e Guus Hiddink poi.

Nel 2000, la prima esperienza da capoallenatore in Olanda, e porta il NEC Nijmegen – per la prima volta in vent'anni - in Coppa UEFA.

In linea col personaggio, rifiuta – si dice – le panchine di Barcellona e Schalke 04 “per portare a termine il lavoro iniziato con la qualificazione UEFA". L’anno dopo, lo esonerano.

Ancora una stagione ed è Hiddink a richiamarlo, come assistente della Nazionale australiana per i Mondiali del 2006. Un altro mondiale tedesco, 32 anni dopo Monaco.

Sulla panchina del Barcellona poi ci si siede davvero, ancora come vice di Rijkaard. Poi, come vice Dennis Bergkamp, allena l’Olanda B. Tra i convocati c’è l’attaccante Ricky van Wolfswinkel, futuro fidanzato della figlia Bianca, avuta dalla seconda moglie. Neeskens sarà decisivo nel convincerlo a lasciare lo Sporting Lisbona per andare a giocare in Premier League, al Norwich City. Il bello della storia però è che prima di mettersi con Bianca, e di avere il suocero come vice in nazionale, non sapeva niente della carriera di Johan giocatore e tantomeno che Bianca fosse la figlia. Oggi, “The Wolf” è testimonial della Johan Neeskens Foundation.
Tipica Neeskens story, se ne esiste una.

Dal 1º luglio 2009 al 20 ottobre 2010 è per la terza volta vice di Rijkaard, al Galatasaray. Ultimo domicilio conosciuto, i Mamelodi Sundowns di Pretoria, Sudafrica. Dove è stato esonerato a fine 2012, dopo una violenta contestazione. Nelle immagini, umilianti più per la forma che per la sostanza della contestazione, lo si vede difendersi coprendosi con le mani la testa, protetto dalla security. In pieno stile-Nees, i tifosi lo avevano aggredito a colpi di vuvuzelas.
E non stiamo scherzando.

Come non scherzavano, purtroppo, due futuri papà suoi gradni ammiratori che chiameranno così gli eredi: Neeskens Kebano del Paris Saint-Germain e John Neeskens Ramirez del Villarreal.
Ah, non sono parenti.
CHRISTIAN GIORDANO

Houseman, El Loco Impresentable

«Se avessi saputo dei soldati, probabilmente quel Mondiale non lo avrei giocato. Non sapevamo nulla di ciò che stava succedendo»
- René Orlando Houseman, ala destra dell'Huracán e dell'Argentina '74 e '78


Cognome inglese, pronuncia (“Usmán”) e indole sin troppo argentine.
Nato poverissimo, padre poliomielitico (quando lui aveva 12 anni), madre lavandaia: no, il destino ha giocato subito con carte truccate con René Orlando Houseman. 
Il calcio sarà il suo riscatto, ma non durerà. Inventiva, un sinistro letale (specie da destra) e fiuto del gol. Ma anche troppa l'indisciplina. 

Con Omar Sivori Ct, abbandonò il ritiro e fu cacciato dalla Selección. Perdonato nel '74, 3 gol in 6 gare (uno all'Italia) al Mondiale tedesco. Buon rincalzo nel '78: 6 presenze e un gol (il quinto nel 6-0 della ignobile “Marmelada Peruana”). 
A quasi sessant'anni, finirà a dormire sotto un ponte. Alla lettera.


CHI ERA
Uno dei giocatori più importanti nella storia del Club Atlético Huracán.
Estroso, brillante. I pochi video ancora oggi reperibili ci mostrano la maestosità del suo dribbling. Ma il suo polemico modo di essere, i suoi problemi di alcool, gli imepedirono di arrivare ancora più in alto e, soprattutto, di durare più a lungo ai massimi livelli. 

Houseman era immarcabile, in campo e fuori. La domenica scivolava via ai difensori come faceva il sabato notte in ritiro. Per i 60 anni del Loco, hanno chiesto a un suo vecchio compagno all'Huracán, l'ex Ct argentino Alfio “Coco” (testone) Basile, un ricordo di Houseman: 

«Nos fuimos a dormir la siesta. Al rato me despertó el Flaco Menotti y me preguntó dónde estaba René (Houseman). Me doy vuelta y el Loco no estaba. Houseman apareció cinco minutos antes del partido y la rompió. Así era él».
«Stavamo schiacciando un pisolino. A un certo punto, mi sveglia “el Flaco” Menotti (l'allenatore dell'Huracán, ndr) e mi chiede dov'è René. Mi volto e “el Loco” non c'era. Riapparve cinque minuti prima della partita, e la spaccò. Era fatto così».

Protagonista di aneddoti irripetibili, l'ex numero sette dell'Huracán fu capace di segnare un gol in stato di ebbrezza a Ubaldo (Pato, il papero) Fillol, il portiere del Mundial 78:

“Una sola vez jugué borracho. Fue contra River, por el Metro 77. Me fui a la madrugada de la concentración al cumpleaños de mi hijo y volví borracho a las 11 de la mañana. Metí el gol, pedí el cambio y me fui a dormir. No daba más”

«Solo una volta ho giocato ubriaco. Fu contro il River Plate, al Metropolitano del 1977 (il campionato di andata, vinto proprio dal River; quello di ritorno si chiamava Nacional, ndr). Lasciai il ritiro all'alba, era il giorno del compleanno di mio figlio e tornai un po' su di giri alle 11 del mattino. Feci gol, chiesi il cambio e me ne andai a dormire. Non è più successo».

Come tutti i grandi giocatori, anche el Loco Houseman segnò un'epoca. Con l'Huracán ha segnato 109 gol in 277 partite, ha vinto il Metropolitano nel 1973, è arrivato secondo nel 1975 e 1976 e ha giocato la Copa Libertadores (la Champions League del Sud America) nel 1974.

Con l'Argentina ha disputato due Mondiali: sei presenze e 3 gol (uno all'Italia) a Germania Ovest 74, sei presenze e un gol e il titolo di campione in casa ad Argentina 78.

Identificato come simbolo del “Globo” (la mongolfiera, il soprannome del club e raffigurata anche nello stemma del club), dove visse i migliori anni dela sua carriera, proseguita poi con River Plate, Colo Colo, Amazulu, Independiente e Excursionistas, dove si ritirò nel 1985. 

Che la passionalità dell Loco fosse intatta, si scoprì durante la Copa Argentina 2011, quando si attirò le critiche di molti tifosi dell'Huracán under 40 per lo smodato entusiasmo con cui ai rigori tifò per il Bajo (Basso) Belgrano. Non sapevano, poveri, che El Loco è sempre stato e sempre sarà “más allá del bien y del mal”, al di là del bene e del male. E il suo iconico numero sette resterà per sempre legato alla camiseta del “Globo”.


Nato a La Banda, provincia di Santiago del Estero il 19 luglio 1953. Arrivò a Buenos Aires con la famiglia a cinque anni (secondo altri a due anni, ndr) «supongo que para buscar otro povenir, un mejor futuro» (in cerca di un avvenire, un futuro migliore), e da allora ha sempre vissuto nel quartiere Bajo Belgrano.

Prima del Mondiale, il suo quartiere nel Basso Belgrano era stato sgomberato e smantellato dai militari così che i visitatori stranieri non potessero riferire di tanta povertà così vicina al centro della Capitale Federale. «Me ne resi conto – dirà el Loco – quando rientrammo da un lungo ritiro di Villa Marista a Mar del Plata. Mi venne una grande tristezza ma in quel momento non dissi niente»

Villero nella più completa accezione del termine, tutto quel che aveva era il pallone: «Con eso nos criamos», ci siamo cresciuti. 

Dopo essere passato per diverse scuole, smise di studiare a 14 anni, nel Colegio Mariscal Sucre. E diventò uno de “Los Intocables”, gli Intoccabili. 

«Era un equipo en el que jugaba mi hermano mayor Carlos. Me acuerdo que era un conjunto imbatible. Yo, a los 14 años, ya estaba jugando ahí, que era como jugar en Primera. Para mí, era comparable a estar en la Selección. En esa época jugaba de 3».
In quella squadra gioca il fratello Carlos. Per René «era come giocare in Primera, o in nazionale», e il suo ruolo era terzino sinistro. Giocava per divertimento, si alza alle sei e faceva il “muro” coi due piedi. Soprattutto il sinistro, tanto sinistro. Per puro divertimento.

Intanto lavora al reparto consegne in macelleria, la Carnicería El Triunfo. «Il proprietario era un tifoso dell'Huracán, ci lavoravo da ragazzo. Era durissima, lavoravo tutta la notte, poi avevo altri lavoretti. Per tirare su due soldi, andavo a un negozio di frutta e verdura e finito l'orario di lavoro andavo a giocare al campo di Pampa y Dragones con “Los Intocables”».

Il pomeriggio, camminava per le strade sterrate del barrio in cerca di unop spiazzo verde su cui tuffarsi. Giocava con tutto e con tutti contro operai, studenti, criminali, tossicodipendenti. 

Comincia sul serio nelle serie minori con l'Excursionistas (dove, romanticamente, chiuderà la carriera) ma in Primera debutterà con la maglia dei rivali, i Defensores de Belgrano. A 18 anni. In Primera C resta fino al 1972. Vince il campionato e passa al Defensores. Altro campionato vinto, lo vogliono Ríver e Independiente, invece la spunta l'Huracán.

Nel gennaio 1973, César Luis Menotti lo schiera contro il San Lorenzo. Negli spogliatoi del vecchio stadio San Martín di Mar del Plata che a posteriori suonerà come una premonizione: “Ese flaquito desgarbado que ustedes vieron hoy, va a ser figura del fútbol argentino”.
Questo spilungone che vedete qui oggi, sarà un grande del calcio argentino.

Il 4 marzo 1973, debutta nel Torneo Metropolitano. Cinque giornate dopo, l'Huracán rivelazione dell'anno sarà vincerà lo storico titolo con lo squadrone di Miguel Brindisi e Carlos Babington.

Il 9 agosto, Houseman segna (al Newell's Old Boys ) il suo primo gol con l'Huracán.

I dirigenti del club cercano di portarlo via dalla “villa” per evitargli di le cattive compagnie e il facile accesso all'alcool e gli presero in affitto un appartamento nel cuore del Parque Patricios (a Uspallata y Saenz). Resisterà venti giorni, prima di tornare dalla «sua gente».
Per dirla con le sue parole: «Medio que se me fue todo a la mierda cuando me sacaron la villa». 

Due settimane dopo, il Ct Enrique Omar Sívori, lo convoca contro l'Uruguay (1-1) per la Copa Lipton. Sì, quel Sir Thomas Lipton. 

COPA LIPTON
Il torneo fu creato nel 1905 dal magnate del tè, grande appassionato di calcio, che ideò in quegli stessi anni anche la Coppa Lipton (in palio dal 1909 e il 1915 tra i club dell'Italia meridionale) e il Sir Thomas Lipton Trophy (a Torino nel 1909 e nel 1911).
La Copa Lipton si giocava ogni anno tra Argentina e Uruguay, all'epoca le uniche nazionali sudamericane esistenti. L'incasso della partita, riservata a nati nei due Stati, andava in beneficenza. Si giocava a turno a Buenos Aires e a Montevideo. In caso di parità al 90', la vittoria veniva assegnata alla squadra ospite.


L'anno successivo (1974), il nuovo Ct Vladislao Cap lo porta al Mondiale tedesco.
Ad Argentina 78 non era allo stesso livello, e perse il posto. 
Tutta colpa della preparazione, sostiene ancora oggi Housman tra il serio e il faceto. 


ALCOOL
Houseman ha smesso di bere nel 1990. Tanta gente sostiene di averlo visto altre volte ubriaco, ma lui nega. Come l'aneddoto secondo cui gli avrebbero sparato a un ginocchio da un balcone mentre fuggiva da un ritiro. Più verosimile invece quella volta che, costretto ad andare in ritiro pur non potendo giocare per un infortunio, per andare a trovare la famiglia saltò giù dal secondo piano. E senza farsi niente, prese l'autobus 29 e se ne tornò tranquillamente a casa.

Secondo Miguel Brindisi, i suoi idoli erano Ángel Clemente Rojas in Argentina (detto Rojitas, fu bandiera anni 60 del Boca Juniors) e all'estero Johan Cruijff, «una gazzella». Poi, ovvio, Maradona. 

Per i tifosi più anziani, era la reincarnazione di Oreste Osmar Corbatta, il vero “El loco” ante litteram, El Garrincha argentino, El dueño de la raya (il capobanda) o un Jugador de dibujos animados (giocatore da cartone animato). 

Per tanti vecchi cronisti, «el mejor puntero derecho del fútbol argentino de todos los tiempos, por arriba de Peucelle, Boye, Houseman y Bernao».


MITO POPOLARE
Il gruppo Attaque 77 gli ha dedicato un verso nella canzone “Fuego”.
Ha avuto un cameo nel film da Oscar “El secreto de sus ojos” di Campanella. Nella scena in cui cerca l'assassino allo stadio dell'Huracán, in un apartita contro il Racing, si sente il giornalista che dice «Elude Houseman perfectamente». 
Ha vinto il campionato in tutte le squadre in cui ha giocato: Defensores, Huracán, Independiente, Colo Colo e River Plate, ha alzato la Coppa del mondo nel suo barrio e ha pure vinto un Oscar. Un predestinato al successo che è riuscito anche a coronare il suo ultimo sogno, ritirarsi giocando negli Excursionistas (i viandanti), la sua prima squadra.

A Germania 2006, ha assistito alla cerimonia d'apertura con tutti i campioni del mondo viventi. 
Ma quel giorno a farlo soffrire non fu l'incontro coi vecchi compagni, ma le scarpe nuove del completo pagato dalla federazione argentina. Per trovare sollievo, se le tolse: nessuno credeva ai propri occhi. Era l'unico in giacca e cravatta e con le scarpe da ginnastica. 
El Loco era sempre el Loco.

Nel 2007, era finito a dormire sotto un ponte. Una piccola società sportiva, mossa a compassione, per toglierlo da quella situazione, gli permise di abitare nella casetta del custode del campo sociale. 

Al Mondiale del 1974 fece impazzire Giacinto Facchetti (anche se nell'azione del gol anticipò Tarcisio Burgnich): 1-0 per l’Argentina, pareggio su autorete di Perfumo, e occasioni argentine per Kempes e Ayala. Poi ci avrebbe buttato fuori la Polonia del mitico portiere Jan Tomaszewski. 

Nel 2008 il suo club storico, l'Huracán, complice il cambio di dirigenza e soprattutto il nuovo presidente Carlos Babington, suo ex compagno di nazionale, lo ha inserito nei quadri tecnici. "Se spreco anche questa chance sono proprio un coglione", il commento del Loco.
La retrocessione in Nacional B del 2011 costò la rielezione a Babington, sostituito da Alejandro Nadur, ancora in carica.

Se non avesse fatto il calciatore?
«Mi sarei messo in proprio. Ma non avevo la stoffa. Se avevo i soldi, li spendevo. Alla fine, se la famiglia e amici stanno bene, coi soldi cosa ci fai?»

Aveva la stoffa dell'idolo, il bel René. Non quella dell'eroe. Come quella volta che negli spogliatoi c'era Videla che guardava i giocatori che cantavano nudi sotto le docce. In quell'occasione del millantato aneddoto di Tarantini (che si insapona le parti intime prima di uscire dalla doccia e dare la mano al dittatore), quando Houseman si rese conto che quello in borghese era Videla (mai il generale mise piede in uno stadio in uniforme militare), el Loco uscì e gli strinse la mano.

Se ne pentirà. Con Luque (un fralettlo desaparecido) e pochi altri, sarà uno dei pochi dei campioni del 78 a farsi vedere nelle manifestazioni con le Madri e le Nonne di Plaza de Mayo.
Non più Impresentable, El Loco.
CHRISTIAN GIORDANO

Spalletti ha spento il gas

Una vittoria nelle ultime undici, la quasi certa eliminazione negli ottavi di Champions dopo il 2-4 col Dortmund in casa e il deludente 0-0 con il Tomsk penultimo in campionato. 
O la dichiarazione pacifista, piena di buon senso ma quanto mai coraggiosa per chi allenava lo Zenit, club di cui è proprietario Gazprom, nonché munifico sponsor (anche di Chelsea, Schalke e UEFA), il colosso energetico Gazprom. 
Luciano Spalletti magari sarebbe stato comunque sostituito con Sergey Semak, ma la presa di posizione sulla situazione politico-militare in Crimea, di certo non lo ha aiutato.

Ci sarà sotto anche un filo di dietrologia tutta italiana, ma è difficile non pensare male a una settimana esatta da quell'intervista rilasciata a Coverciano in occasione della premiazione della Panchina d'oro 2013.

Dopo quasi quattro anni e mezzo a San Pietroburgo, con due titoli nazionali, una Coppa e una Supercoppa di Russia, il ciclo di Spalletti allo Zenit forse era finito.

Gli 80 milioni spesi per Witsel e Hulk avevano prodotto "solo" la grana-Shirokov, mandato in prestito al Krasnodar forse perché aveva chiesto un aumento.

E a inizio gennaio, mentre si intensificavano le voci di Seedorf come successore di Allegri, si era esposto come mai in passato. "Sarebbe positivo arrivare al Milan in questo momento", aveva detto, facendo intuire di poter dare i "consigli giusti" a Balotelli, magari mettendogli alle spalle la coppia Kakà Honda, attaccante esterno nel 4231 del CSKA Mosca affrontato tante volte col suo Zenit.

Pur sotto contratto fino al giugno 2015, Spalletti aveva forse subodorato qualcosa: "Nel calcio ci sono accelerazioni improvvise, bisogna essere pronti a cambiare rotta". E la sua vale più dei tre punti.
CHRISTIAN GIORDANO


lunedì, marzo 10, 2014

Saldanha, o militante comunista que comandou a Seleção


Estamos numa época em que o futebol, esporte tão amado pelo povo, foi transformado em mercadoria. Em que o povo brasileiro vai às ruas, em plena Copa das Confederações, protestar pela redução das passagens de ônibus, contra os superfaturados gastos bilionários com os estádios, contra a interferência da Fifa na soberania nacional, contra as remoções dos pobres que moravam nas áreas onde os estádios foram construídos.Numa época em que o futebol tem sido instrumento de corrupção, lavagem de dinheiro, enriquecimento de uma minoria, refúgio para agentes da Ditadura Militar.

Pois bem, nada mais oportuno então do que resgatar o nome de um cidadão consciente, engajado, militante, amante do futebol e profissional bem sucedido como técnico e comentarista esportivo. É preciso que a juventude rebelde conheça e se mire no exemplo de João Saldanha.

João Alves Jobim Saldanha já nasceu lutando, no dia 3 de julho de 1917, ano abençoado, em que os bolcheviques tomavam o poder na Rússia, instalando o primeiro governo popular da História, que construiria a primeira experiência de socialismo científico na vida humana. Não. Não quero dizer que o menino já nasceu comunista. É que o casal que o gerou – Gaspar Saldanha e Jenny Jobim Saldanha –estava refugiado no Uruguai por conta de sua participação no enfrentamento dos maragatos contra os chimangos, no Rio Grande do Sul. Voltou pouco tempo depois às terras gaúchas, e, aos seis anos de idade, ajudava os irmãos mais velhos – Aristides e Maria – a carregar armas e munições por baixo da roupa.


Maragatos x Chimangos
Um breve intervalo para compreendermos melhor essa luta. Começou em 1893, com os maragatos defendendo uma Federação com maior autonomia para os Estados, considerando que o governo central exercia um controle quase absoluto, negando, na prática, a República Federativa proclamada em 1889. O apelido tem origem no fato de que os líderes da Revolução Federalista estiveram exilados no Uruguai, numa região chamada de Maragateria. Defendendo o Governo Central, estavam os Pica-Paus, assim denominados por conta de um chapéu branco que deixava suas cabeças parecidas com a do pássaro. O conflito terminou em 1895 com a derrota dos maragatos. Mas estes não desapareceram. Retomaram o combate em 1923, contra o governo de Borges de Medeiros. Este era acusado de fraude eleitoral, corrupção e repressão, agindo como verdadeiro ditador. A luta durou 11 meses, terminando em dezembro com uma negociação intermediada pelo Governo Federal. Borges permaneceu no Governo, mas foram abolidas a reeleição e a indicação de intendentes prefeitos. Os defensores do Governo do Estado foram denominados chimangos, uma ave de rapina parecida com o carcará.

Futebol e Militância
A família mudou-se para o Paraná, onde morou em várias cidades do interior, fixando-se finalmente em Curitiba, a dois quarteirões do Atlético Paranaense. O gosto pelo futebol começou ali, jogando com os meninos da vizinhança e assistindo aos treinos atleticanos. Uma curiosidade: no curso primário, teve como colega de escola um garoto que se tornaria personagem marcante na História do Brasil: Jânio da Silva Quadros.Nova mudança, agorapara o Rio de Janeiro, em 1931;João Saldanha tinha 14 anos. Aos 18, conseguiu mudar seu registro de nascimento,oficializando-se como natural de Alegrete (RS), onde a família vivia antes de deixar os pampas. No Rio, continuou seus estudos, cursou a Faculdade de Direito, ingressou no PCB, então denominado Partido Comunista do Brasil, e jogou profissionalmente pelo Botafogo, pouco tempo, parando após fraturar uma perna.

João SaldanhaO cronista Rubem Braga assim o descrevia: “Um cara que não perdeu aquele topete gaúcho e incorporou muito da malícia carioca”. E Nelson Rodrigues, escritor e teatrólogo, deu-lhe uma alcunha: João Sem Medo.

Na fase mais dedicada à militância política no PCB, João Saldanha foi assistente político do grupo que conduziu a guerrilha camponesa do Porecatu, no Paraná (1947-1951); ele era o “Professor Siqueira”, lembra JeaneteGouvea, que o conheceu na época e escreveu sobre esta revolta para o jornal A Verdade,nº 67.

Com larga experiência na redação dos jornais e boletins clandestinos do PCB, Saldanha estreou como comentarista esportivo no Rádio Nacional, tendo se tornado muito popular e festejado pelo modo enfático e simples de comentar e pela criação de frases inesquecíveis, que se tornaram bordões populares, a exemplo de “Se concentração ganhasse jogo, o time da penitenciária seria campeão” e “Se macumba ganhasse jogo, o campeonato baiano terminaria empatado”.Em 1957, o Botafogo o convidou para técnico. Ele não tinha experiência, mas o clube ganhou o campeonato estadual. Mais um êxito profissional.

Na Copa do Mundo de 1966, o Brasil teve um fraco desempenho. A imprensa, o povo todo, criticava. Era geral o descrédito para a Copa de 1970. João Saldanha também criticava, mas de forma construtiva, dava sugestões. A direção da CBD (Confederação Brasileira de Desportos) pensou uma cartada. Ele era super-respeitado como comentarista, tinha levado o Botafogo à vitória como técnico. Então, que venha comandar a Seleção Brasileira.

João Sem Medo aceitou o desafio. E disse: “Só vou convocar feras”. Por isso, a imprensa batizou a seleção como “As Feras do Saldanha”. E eram. Pelé, Tostão, Gérson, Rivelino, Carlos Alberto Torres, Jairzinho… “Tive a sorte de contar com um celeiro de craques; lamentei não convocar Ademir da Guia, por exemplo…”1 (Ademir era um grande jogador, ídolo da torcida palmeirense).

“Na seleção, mando eu”
O Brasil vivia sob ditadura militar. Quando Saldanha foi convocado, o ditador de plantão era o general Artur da Costa e Silva, que mantinha uma fachada “democrática”. Mas 1968 foi um ano de grandes mobilizações de massa, especialmente do movimento estudantil, e, em dezembro, veio o AI-5, o golpe dentro do golpe.A dita, que alguns consideravam branda, endurece de vez.Uma polêmica, aliás, inócua, porque como bem definiu o poeta “dita é sempre dita, tanto faz dita mole ou dita dura, tanto faz”, pois, “cala a voz, mata a canção, joga o direito no chão…”2

Em agosto de 1969, Costa e Silva, considerado da ala moderada das Forças Armadas, adoece. Assume uma Junta Militar e, a seguir, é nomeado para a chefia da Ditadura o general Emílio Garrastazu Médici. Este não simpatizava com um comunista dirigindo a Seleção,especialmente quando convocou a CBD para uma reunião, e João Saldanha não compareceu. Ele justificou: “…Eu não teria prazer em apertar a mão de um homem que tinha matado vários amigos meus. Não sei se foi ele quem mandou ou deixou. O caso é que, coincidentemente, trezentos e tantos morreram naquele Governo, o mais assassino da História do Brasil”.

As eliminatórias foram um sucesso, mas, uma semana antes da Copa de 1970, João Saldanha é demitido. A versão corrente, assumida pelo próprio Saldanha, é que Médici queria mandar em tudo e começou a pressionar em favor da convocação de jogadores de sua preferência, especialmente Dario Maravilha (Atlético Mineiro), pois queria agradar Minas Gerais. Segundo Saldanha, Dario era “…um bom jogador. Era de alto nível, mas não de tão alto nível como os jogadores de que a Seleção Brasileira precisava”.

Médici pressionava a diretoria da CBD, e esta transmitia a pressão para João Saldanha, até chegar ao ponto de João Havelange dizer: “João, não podemos aguentar mais. Pelo amor de Deus, convoque Dario”. “Se convoco Dario, eu ia me avacalhar. Não me avacalhei”.

Há um boato, não comprovado, de que a cúpula do regime se reunira para debater o tema João Saldanha. Houvera uma divisão. Parte considerava que não ficava bem a taça ser levantada por um comunista. Outra parte afirmava que o Partido teria decidido que a Seleção não poderia ser vitoriosa, pois isto serviria de propaganda para o Governo. A minoria confiava em Saldanha e acreditava que ele não se submeteria a pressão de ninguém. Por via das dúvidas, foi decidido demiti-lo. A ordem de convocar Dario teria sido apenas um pretexto.

O fato é que veio a demissão. Assume Zagallo às vésperas da Copa. Manteve o mesmo time. Só teve o trabalho de levantar a taça. Um desempenho fenomenal “As Feras de Saldanha” tiveram no México, levando o Brasil ao tricampeonato mundial.

João Saldanha voltou à sua função de comentarista renomado e continuou militando no PCB até o fim da vida, que aconteceu em 12 de julho de 1990, em Roma, onde fora cobrir a Copa do Mundo, por conta de um enfisema pulmonar. O Brasil caiu nas oitavas de final.

José Levino,
historiador

Notas:
As citações de João Saldanha foram extraídas da entrevista concedida a Geneton Moraes Neto, em Globo.com.
Trecho da canção VIOLA, VIOLAÇÃO, letra de Joaquim Alencar e Camilo de Lélis, que driblou a censura e foi campeã, aplaudida de pé, no Festival de Música de Cajazeiras (PB), ano de 1973.

Fontes de Consulta:
Crônica de Gustavo Grohmann em terceiro tempo.bol.com.br 

«Ha segnato il più ex di tutti»

Un sentito grazie a Vincenzo Cito e alla sua rubrica "Zupping". Così so per certo che lavoro bene.

«E chi se non lui, Marco Sansovini, il più ex di tutti, appena arrivato a gennaio.» (Christian Giordano, Novara-Spezia, diretta gol Sky serie B). 

Gazzetta dello Sport 10 marzo 2014

domenica, marzo 09, 2014

Wigan Uwe Alles

Cuore e tradizione, ancora, non sono in vendita. Neanche agli sceicchi. Dieci mesi dopo quello di Wembley, un altro miracolo del Wigan. Sempre in Coppa d'Inghilterra, il torneo per club più antico e affascinante al mondo. Sempre contro il multimilionario Manchester City, che in Champions League rischia di uscire col Barcellona, ma ha già in bacheca la Coppa di Lega e in Premier corre per il titolo.

L'11 maggio 2013, il gol di Ben Watson al 91' costò a Mancini la panchina; il Wigan festeggiò, ma col groppo in gola, perché tre giorni dopo retrocesse in Championship, la serie B inglese.
Stavolta, a festeggiare col groppo in gola è Uwe Rösler. Un tedesco dal cuore tenero, che oggi allena il Wigan ma in un'altra vita, vent'anni fa, del City era il centravanti: e di retrocessioni ne visse un paio.
Al Main Road, ci arrivò nel marzo '94 per mezzo milione di sterline. Fu accolto con T-shirt così: "Il nonno di Roesler bombardò Old Trafford - 21 febbraio 1941".

Segnò 64 gol in 176 partite, uno ogni tre, ebbe sette allenatori e non alzò neanche un trofeo. Ma a quei colori ha dato tutto se stesso. Come il suo Wigan, bravo e fortunato.
La sua vittoria più grande, undici anni fa, fu contro il cancro. Ma anche festeggiare all'Etihad non deve essergli stato facile. Perché il cuore, come la tradizione, non si compra.
CHRISTIAN GIORDANO

I due João

di Christian Giordano

Nel 1968 il calcio in Brasile è in pieno caos. Dopo il flop mondiale a Inghilterra 66, il presidente federale João Havelange rimette a capo della commissione tecnica Paulo Machado de Carvalho, ruolo che aveva già ricoperto nelle due vittoriose spedizioni di Svezia 58 e Cile 62 prima di essere messo da parte dallo stesso Havelange per questioni commerciali (i due erano soci in una azienda di trasporti).

Senza Carvalho il calcio brasiliano, a livello di nazionale, era sprofondato nell'assurdo. Al momento di convocare i giocatori per il Mondiale del 1966, Vicente Feola (il Ct del titolo '58) fu convocato a Rio de Janeiro e davanti ai presidenti dei grandi club brasiliani dovette anticipare la lista delle convocazioni che aveva in mente.

«Se Maurilio sta fuori, la torcida farà la rivoluzione», sbraitò il patron del Flamengo, Luiz Roberto Veiga Brito. “Come, non chiami Paraná?” urlava il numero uno del San Paolo, Laudo Natel.

Quando Feola arrivò a ventun nomi, prima di sentire pronunciare il ventiduesimo e ultimo nome il presidente del Corinthians, Wadih Helu, gli si avvicinò e gli sussurrò in un orecchio: «Il mio clube è troppo grande per non avere un giocatore ai Mondiali».

Feola allora guardò il presidente e gli chiese chi, secondo lui, avrebbe meritato la convocazione. 
«Ditão, che sta giocando alla grande», la risposta di Helu.
Al che Feola chiese quale fosse il nome completo di Ditão. I nomi dei convocati sono, per esempio, Edson Arantes do Nascimento, Hilderaldo Luis Bellini, José Ely de Miranda, e per Ditão non si può fare un’eccezione. 
Il presidente del Corinthians così se ne tornò a San Paolo sicuro che il suo Ditão – meglio: Geraldo de Freitas Nascimento – sarebbe stato tra i ventidue di Messico 70. 
Feola chiese alla segreteria della Federazione il nome completo di quel Ditão ma l’impiegato, che non lo conosceva, telefonò al Flamengo, dove giocava un altro Ditão, ma Gilberto, anch'egli difensore ma fratello dell'idolo del Corinthians.

E fu così che Feola portò al Mondiale d'Inghilterra (dove non giocherà mai) il Ditão sbagliato. L'aneddoto, incredibile solo per chi non conosce il Brasile, e specie il Brasile dell'epoca, è riportato anche nella storia ufficiale dei due club, e in almeno due libri: Subterraneos do futebol e O anjo torto.

Torniamo a Carvalho, e alla sua Comissão Selecionadora Nacional, subito ribattezzata Cosena, composta anche dal supervisore Aymoré Moreira (Ct del titolo a Cile 62) supevisore e Oswaldo Brandão, un altro idolo del Corinthians, nel ruolo di “orientador”.

In Brasile c’è la dittatura militare e i militari, si sa, amano le sigle. Convinto che anche il calcio debba adeguarsi al momento socio-politico, il presidente João Havelange vuole dare anche alla federazione una struttura gerarchica simil-militare. Per questo pensa a João Saldanha, da anni un giornalista, ma che in passato aveva fatto mille mestieri, tra i quali l’allenatore.
Saldanha è molto critico, ricorderà poi lo stesso Havelange, ma in modo costruttivo, ponderato e obiettivo.
Quando Havelange ne accenna a Saldanha, si sente rispondere: «È un invito o un sondaggio?».
Il giorno dopo Saldanha, che aveva accettato, ma senza farne parola coi colleghi de Ultima Hora, esce dalla redazione assieme a un fotografo al qualche chiede: «Dove vai?».
«In Federazione, presentano il nuovo Ct», la risposta.
- Sai chi è?
“No”, replica il fotografo.
In conferenza stampa, quando Havelange rivela chi guiderà il Brasile a Messico 70, João Saldanha, si alza e va a sedersi al centro del tavolo, a fianco del presidente. E lì fa il celebre annuncio: «Questi gli undici titolari e queste le undici riserve che tra due anni in Messico…»

Saldanha mette una mano in tasca, tira fuori un foglietto di carta e comincia così: «Cari colleghi, so che in passato gli altri selezionatori hanno prima fatto una lista di quaranta-cinquanta nomi di pre-convocati e soltanto a due mesi dai Mondiali hanno poi resi noti i ventidue da comunicare alla FIFA. Mancano quasi due anni ai Mondiali e io vi comunico ufficialmente gli undici titolari e le loro rispettive riserve». Una bomba.

Nel 1969 il Brasile di Saldanha vince tutte e sei le gare di qualificazione. Centocinquantamila torceadores al Maracanã cantano tutti assieme l’inno nazionale, in un momento storico in cui sono in tanti a pensare che farlo significhi in qualche modo appoggiare, se non legittimare, la dittatura.

Saldanha sceglie i giocatori più forti e dispensa buon senso e concetti di calcio semplici, immediati. Ma in enorme anticipo sui tempi.

«Quattro uomini in linea vanno bene solo per le parate militari».
«Nessuno è proprietario di una zona del campo, non esistono posizioni fisse».
Secondo i sondaggi dell'epoca, Saldanha è popolarissimo. A Rio lo appoggia il 78% della popolazione, a San Paolo il 68%. Mai nella storia del calcio brasiliano un Ct aveva, e avrebbe, riscosso tanti consensi. Saldanha, però, era troppo moderno per essere amato: per lui contavano solo i campioni.

Oltre alle partite di qualificazione, il suo Brasile vince anche importanti amichevoli internazionali. Al Maracanã, davanti a 160 mila spettatori, batte 2-1 l'Inghilterra campione del mondo due anni prima. 
A fine partita, il Ct inglese Alf Ramsey invita Saldanha in Inghilterra. João accetta, ma prima di atterrare a Londra sbarca in Germania. 
Ad Amburgo interviene in un popolarissimo programma tv e alla domanda: “Che cosa ne pensa del genocidio degli indios in Amazzonia?», risponde così: “In 469 di storia brasiliana, abbiamo ammazzato meno persone di voi tedeschi in dieci minuti di una delle troppe guerre che avete fatto».
A Londra è ospite della BBC assieme a Ramsey, che per l'occasione si improvvisa intervistatore.
- I problemi che noi europei troveremo in Messico non deriveranno soltanto dall’altura, ma anche dagli arbitri e dai guardialinee sudamericani…», la butta lì il futuro Sir Alf.
«E perché mai?», ribatte Saldanha.
- Perché i sudamericani in genere sono disonesti...», incalza Ramsey.
«E gli inglesi invece lo sono?»
«Certo...» 
«E allora se gli inglesi sono così onesti, a che cosa si deve la fama di Scotland Yard?»

All’inizio del 1970 per Saldanha cominciano i primi problemi. In squadra c’erano tre coppie gay e circolava droga.
Il generale Emílio Garrastazu Médici, presidente del Brasile, lancia una campagna contro i giovani universitari che rivendicano più libertà, perseguita i comunisti e quando il ministro della Pubblica Istruzione, Jarbas Gonçalves Passarinho, viene a sapere che Saldanha è un seguace di Stalin e di Mao, dà ordine al capitano dell’esercito Cláudio Coutinho (che nel 1977 erediterà la Seleção proprio da Osvaldo Brandão e sarà il Ct del Brasile ai Mondiali del Argentina 78) di riferire al presidente Médici che la nazionale brasiliana è nelle mani di un uomo in totale disaccordo con le idee della rivoluzione militare, insomma un sovversivo bolscevico.

Il presidente cominciò a rilasciare dichiarazioni nelle quali parlava sempre più di calcio in pubblico. E a un certo punto disse in tv che, se fosse stato lui il Ct, al Mondiale di Messico 70 avrebbe portato Dario, centravanti dell’Atlético Mineiro di Belo Horizonte, al secolo Dario José dos Santos ma meglio noto come Dadá Maravilha.

Durante le eliminatorie, Saldanha aveva rilasciato interviste che certo non erano piaciute alla giunta militare.
«Nel calcio i migliori hanno la pelle colorata. Sono veloci, leggeri, abili e hanno inventiva. Di Stéfano e Puskás sono stati calciatori favolosi, ma nessuno di loro era capace di dribblare senza palla alla Pelé, o in una al contempo prevedibile e imprevedibile discesa sulla fascia destra alla Garrincha».
«Sono più veloci dei bianchi perché i loro trisavoli africani sono rimasti vivi sfuggendo ai leoni affamati».
«I negri non emergono nel nuoto perché per loro le piscine sono sempre chiuse».

Saldanha difende anche le proprie convinzioni sull'omosessualità e sull'assunzione di droghe. Anni dopo, avrebbe dichiarato (e scritto) che metà della squadra che vinse i Mondiali del 1970 aveva provato, almeno una volta, marijuana, cocaina o altre sostante stupefacenti. E che in quella squadra c’erano almeno tre coppie gay.

Più ci si avvicinava ai Mondiali più era chiaro che Saldanha non sarebbe durato. A una televisione di Porto Alegre, alla domanda: “Lo sa che il presidente Médici vorrebbe Dario in nazionale?, il Ct rispose: «Il presidente scelga i ministri e lasci stare le cose serie…»

João Havelange lo aveva scelto, è fu lo stesso Havelange a esonerarlo, 406 giorni dopo la nomina. Avvenne il 17 marzo 1970, un martedì. Il giorno successivo al suo posto fu chiamato Mário Zagalo (ai tempi, ancora con solo una elle).

La prima cosa che Zagalo fa da Ct è convocare Dario. Lo porterà in Messico, ma non gli farà giocare nemmeno un minuto.

La squadra (riserve comprese) che vincerà il Mondiale, battendo 4-1 in finale l'Italia, è la stessa annunciata da Saldanha due anni addietro, nella sua prima conferenza stampa da Ct.

Titolari:
1 FELIX; 4 CARLOS ALBERTO (cap.), 16 EVERALDO; 5 CLODOALDO, 2 BRITO, 3 WILSON PIAZZA; 7 JAIRZINHO, 8 GÉRSON, 9 TOSTÃO, 10 PELÉ, 11 RIVELINO.

Riserve:
12 ADO (p), 22 LEÃO (p); 6 MARCO ANTONIO, 13 ROBERTO, 14 BALDOCHI, 15 FONTANA, 17 JOEL CAMARGO, 18 PAULO CÉSAR, 19 EDU, 20 DARIO, 21 ZÉ MARIA.






sabato, marzo 08, 2014

Il signor Rossi TROVA la felicità

Con quel cognome lì, il signor Rossi, Rossi Fausto, è condannato a non essere banale. Non gli bastava più essere - con Samuele Longo del Rayo Vallecano - l'unico italiano della Liga. Adesso, rischia pure di deciderla, la Liga. Con due mesi di anticipo.

Il gol invece gli mancava da due anni. E per ritrovarlo, quale migliore occasione di matare con il Valladolid nientemeno che il Barcellona, alla quinta sconfitta in stagione, la seconda consecutiva in trasferta dopo il 3-1 con la Real Sociedad.

Torinese cresciuto nella Juventus, con cui ha vinto due Tornei di Viareggio, il secondo da capitano; in prima squadra non ha mai esordito, ma era in rosa nella Supercoppa 2013 vinta 4-0 a Roma contro la Lazio.

Ceduto in comproprietà al Vicenza, poi in prestito al Brescia, non segnava dal primo maggio 2012. Serie B, il suo Brescia conduceva 1-0 a Bergamo contro l'Albinoleffe, gol di Jonathas. Che infatti due anni dopo, nello stesso giorno di Rossi, non esulterà infierendo col Latina. 

Rossi entrò al 32' della ripresa per Piovaccari, un altro che poi avrebbe trovato fortuna all'estero, alla Steaua Bucarest. Due minuti dopo, batté Tomasig in quello che è pur sempre un derby. E nel recupero, per poco non fece doppietta proprio sotto gli occhi del Mondo. Poco male. Il mondo intero, due anni dopo, allo José Zorrilla lo vedrà affondare il Barca. E il Signor Rossi che "cerca la felicità", non è più solo un cartone animato.
CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, marzo 05, 2014

Cruijff, Nureyev in tacchetti

De Cruijff draaj (The Cruyff Turn), la veronica di Cruijff

«Ho giocato ai massimi livelli per diciotto anni e sette volte per la Svezia, ma quel momento contro Cruijff è il ricordo di cui più vado fiero. Non fu umiliante. Non avevo chance. Cruijff era un genio»
Jan Olsson, vittima
di CHRISTIAN GIORDANO
(si ringrazia David Winner, Brilliant Orange: The Neurotic Genius of Dutch Football)

Meglio di chiunque altro l'ha raccontato il giornalista anglo-olandese David Winner nel suo Brilliant Orange: The Neurotic Genius of Dutch Football, godibilissimo trattato sulla genialità nevrotica e ossessiva (per lo spazio) che permea ogni forma espressiva olandese. In primis il calcio.

Che il totaal voetbal fosse arte è pacifico. Ma quale arte? La risposta più ovvia è il balletto. Il concetto che quei calciatori in generale e Johan Cruijff in particolare fossero come dei ballerini classici risale al 1973, e deriva dal film-documentario Nummer 14. Il numero-talismano di Cruijff. Diretto da Maarten de Vos e prodotto da Cor Coster, re dei diamanti prima ancora che suocero di Cruijff, fu girato all'apice del grande Ajax, nella stagione 1972-73. E ciò che più colpisce – oggi come allora – non sono tanto gli effetti cinematografici tipo lo schermo splittato de “Il caso Thomas Crawford” né il filmato amatoriale del Cruijff amorevole papà col figlioletto Jordi; o le interviste a Cruijff che guida la sua auto sportiva (una Datsun 240Z grigio metallizzato, targata 49 66 SN) o, infine, lo stesso Johan “casalingo” alle prese con uno dei primi videoregistratori Philips.

Quadretti familiari poi riproposti ne Il Profeta del gol di Sandro Ciotti (1976), il primo a stupirsi della entusiasta risposta di pubblico alla memorabile “prima” a Bologna. Le immagini che più restano indelebili, anche a quarant’anni di distanza, sono quelle della sua straordinaria grazia, per la prima volta catturata alla moviola.

Il coreografo Toer van Schayk, per esempio, era affascinato dai calciatori di quell'Ajax. «Cruijff era un artista, anche se non credo se ne sia mai davvero reso conto. Lui semplicemente giocava a calcio meglio che poteva. Aveva un’incredibile velocità (in realtà, per sua stessa ammissione, Cruijff aveva un fulminante primo passo, ndr) e un tale controllo del corpo e delle movenze da risultare bellissimo da guardare. Lo vedi subito quanto era aggraziato. Una grazia inconscia, e quindi più bella di una “consapevole”». A ispirare Van Schayk erano le foto pubblicate su giornali e riviste. «Quando cominciavo a studiare la coreografia di solito ritagliavo quelle splendide foto in azione, con i giocatori che creavano composizioni e gruppi “impossibili” anche solo da immaginare: svariati corpi che si libravano nell'aria allo stesso tempo e collidevano. A volte riuscivo a usare quelle composizioni, a ricrearle nella danza». I suoi balletti, però, erano più profondamente ispirati dal Club of Rome (ONG no-profit di pensatori che studia i cambiamenti sociali, ndr) ed esploravano i timori di Van Schayk di un'apocalisse ambientale. «I miei primi balletti trattavano attività umane in apparenza futili che per secoli sembrava potessero costruire un futuro più luminoso, ma poi si erano rivelate autodistruttive. E in quei balletti, la violenza di certe accidentali composizioni di corpi nel calcio, mi tornava utile».

Per il ballerino Rudi van Dantzig, invece, la bellezza era nel calcio in sé – e specialmente in Cruijff. I due diventarono amici dopo che van Dantzig, scomparso il 19 gennaio 2012, girò per la televisione un film su come si allenavano i ballerini classici e i calciatori delle giovanili.

«Normalmente, i calciatori sono noiosi, ma con Cruijff e gli altri era come andare a vedere i fuochi d’artificio. O a teatro per sentire cantare Maria Callas. Cruijff era la Callas in campo. La Callas fu la prima a infiammare una parte all'opera, e la stessa passione la avvertivi in Cruijff e compagni. C'era qualcosa di fortemente drammatico in lui, come in una tragedia greca – una questione di vita o di morte, quasi, anche quando si trattava di giocare una normale partita di campionato. Glielo leggi in faccia anche adesso, negli occhi, anche quando se ne sta lì seduto a guardare – che riflessi! È fantastico da vedere».

«Ma era l'intera squadra a essere ispirata. La loro agilità e quei virtuosismi producevano incredibili “esplosioni” di corpi insieme. Per certi versi tutti loro osavano molto. C'era qualcosa di speciale in quell'intera generazione. Piet Keizer, nel modo di muoversi, sembrava un grosso monolite. Cruijff nelle sue movenze era molto più delicato e aggraziato, come un pesce nell’acqua. Aveva quella rapidità e poi – phwhoosh! – faceva qualcosa di totalmente inaspettato! Andava da una parte e all'improvviso cambiava completamente direzione. Io credo che quel genere di movimenti a sorpresa crei delle fantastiche immagini. I giocatori oggi sono più grezzi, il calcio oggi è più atletico e fisico, ha più forza e velocità; ma è molto meno interessante.

Nel balletto ogni movimento è studiato e talvolta può diventare noioso, se non brutto. Il calcio è istantaneità, è l'impulso del momento; non puoi mai sapere cosa sta per accadere. Cruijff invece sembrava sempre in controllo. Faceva sì che le cose accadessero». Van Dantzig era un amico intimo oltre che collega di Rudolf Nureyev e per la carismatica superstar russa ideò numerosi balletti. Nureyev, secondo Van Dantzig, era affascinato da Cruijff. «Rudolf diceva che Cruijff avrebbe dovuto fare il ballerino. Lo intrigavano le movenze, i virtuosismi, il modo in cui d’un tratto cambiava direzione lasciandosi tutti alle spalle, il tutto sempre con perfetto controllo, grazia ed equilibrio. Era sbalordito dalla velocità di pensiero di Cruijff. Lo vedevi che stava pensando così veloce e in avanti. Come un giocatore di scacchi». Nureyev non andava mai alle partite dell'Ajax, ma le guardava in televisione. «Una prestazione “alla Cruijff” è qualcosa che gli sarebbe piaciuto essere capace di fare. Che magnetismo! E per certi versi, Cruijff fu un ballerino classico persino migliore di Nureyev. Si muoveva “meglio”».

Per il mondo incollato alle tv, il più grande momento di Johan Cruijff fu la sua veronica al mondiale '74 contro la Svezia. Mentre cercava un varco sulla sinistra, vicino al lato corto dell'area di rigore svedese, si trovò la strada bloccata dall’esperto Jan Olsson, un terzino destro abbastanza robusto. Cruijff si guardò alle spalle per trovare lo spazio per andare a crossare. Quel che fece subito dopo, fu votato come uno dei cinquanta “più grandi gesti tecnici di sempre” dai lettori della rivista inglese Total Football, pubblicata dal settembre 1995 al settembre 2001.

È stato tramandata per generazioni di allievi delle scuole calcio come la “Cruijff Turn” (“De Cruijff draaj” in olandese), la veronica di Cruijff. Persino l'affabile Olsson, che progetta sistemi informatici alla Electrolux e raccoglie fondi per il suo vecchio club, l'Atvidabergs, ne apprezza ancora oggi che se ne parli. Olsson ricorda di aver reagito d’istinto per cercare di impedirgli di crossare. «Sul momento pensai “Non mi scappi”, ma...». Anziché andare al cross, Cruijff sembrò quasi avvitarsi su stesso, toccando la palla all'indietro con l'interno del destro per farsela passare fra le gambe, e cambiando completamente direzione. In una frazione di secondo, era tre metri avanti a danzare verso la porta. Frastornato, Olsson incespicò e cadde e poté solo assistere impotente mentre Cruijff se ne scappava via a disegnare una perfetta parabola con l'esterno destro. Un classico del suo repertorio. Il successivo colpo di testa finì sopra la traversa.

Solo in seguito, studiando alla tv il movimento di Cruijff, Olsson capì cosa gli era capitato. «La gente me lo chiede spesso. Io rispondo che ho giocato a calcio ai massimi livelli per diciotto anni e sette volte per la Svezia, ma quel momento contro Cruijff è il ricordo nella mia carriera di cui vado più fiero. Ero sicuro che gli avrei rubato quel pallone, invece mi ha fregato. Ma non fu umiliante. Non avevo chance. Cruijff era un genio». Nureyev in tacchetti.
CHRISTIAN GIORDANO