martedì, febbraio 21, 2006

Tymoschuk, lo manda Sheva

Non è da tutti rifiutare la Dynamo Kyiv, figuriamoci farlo due volte e da ragazzini. Altro che il degregoriano calcio di rigore, è anche da questi particolari che si giudica un giocatore. A 17 anni Anatoliy Tymoschuk lascia il rinnovato settore giovanile della Dynamo Kyiv per tornare al Volyn Lutsk, club della sua città con cui nel 1995-96 (nonostante le 10 presenze e un gol) retrocede in seconda divisione. Dopo due stagioni fra i cadetti (6 reti in 38 gare nella prima, una in 14 nella seconda), la recidiva: al ritorno alla Dynamo preferisce, nel marzo ’98, lo Shakhtar Donetsk.
«Avrei potuto restare alla Dynamo e tornarci – ricorda – Ma ho scelto lo Shakthar perché si stavano gettando fondamenta solide, e volevo far parte di questo futuro. E ora, ogni volta che la affronto, devo dimostrare di aver fatto la scelta giusta. Una volta assaporata la vittoria, non smetteresti più. Il nostro presidente, Rinat Akhmetov, si è sempre posto l’obiettivo massimo e anche io sono così. Solo i codardi non ambiscono a essere i migliori e noi codardi non siamo. Da quando gioco qui sono cambiate due cose, una grande e una piccola. La grande, quella più generale, è che una volta il nostro club puntava a vincere in Ucraina, adesso in Europa. I primi frutti si sono visti e adesso ci consideriamo alla pari della Dynamo. La piccola è personale: prima volevo diventare un campione, adesso voglio essere campione dei campioni». Tradotto: vincere la Champions League.
Nato il 30 marzo 1979, Tymoschuk è un longilineo (1,81 x 70 kg) che in campo sa fare tutto, dal terzino all’attaccante. Fatte le debite proporzioni, una sorta di Nigel de Jong: dove lo metti sta. Destro naturale, in carriera ha coperto quasi tutti i ruoli. In Coppa Uefa, la scorsa stagione nel match casalingo di Coppa Uefa contro l’AZ Alkmaar è partito come centrale di centrocampo ma dopo mezz’ora è stato dirottato sulla destra; quest’anno, nei successi sul Paok (1-0) e a Stoccarda (0-2) e nello stop interno (0-1) col Rapid Bucarest ha giocato terzino sinistro, nella vittoriosa trasferta a Rennes (0-1) l’esterno destro di centrocampo. Posizione, quella di laterale, coperta anche con l’Ucraina nelle eliminatorie per Germania 2006 (contro la Danimarca si è trovato sulle piste del fiorentino Martin Jørgensen, ndr). Adesso sembra aver trovato collocazione da mediano centrale nel 4-4-2 di Mircea Lucescu nel club o nel 4-3-2-1 di Oleh Blokhin in nazionale.
Allo Shakhtar, da quando (luglio 2004) è arrivato il tecnico rumeno, le cose vanno meglio rispetto alla gestione Bernd Schuster. Tymoshchuck è sempre uno dei cardini della squadra, ma forse è un peccato tenerlo così lontano da quella porta che ha dimostrato di saper “vedere”: 29 centri in 201 match di campionato. Nella selezione guidata dal Pallone d’oro 1975, dall’out è finito mediano centrale dietro il finto tridente che il Ct ha modulato su Andriy Shevhcenko, prima punta assistita da due attaccanti esterni. La formula nella quale il milanista, liberato dal diktat presidenziale sulle due punte obbligatorie, ha dimostrato di rendere al meglio.
Ovvio che le speranze mondiali sono legate all’asse Tymoschuck-Sheva. Il gialloblù “Tolia” lo veste dal 26 aprile 2000, quando Valeri Lobanovski lo fece debuttare, da terzino sinistro, nell’amichevole contro la Bulgaria al “Georgi Asparukov” (“Gerena") di Sofia. Unico golletto, neanche dirlo, di Sheva, che di Tymoschuck è il primo pigmalione nonché successore come capitano (per la maggiore notorietà internazionale più che per la maggior anzianità di servizio, 63 presenze contro le 52 e un gol). Andriy lo ha consigliato al Milan, che ha seguito Tymoschuck per tutto il 2004 prima di raffreddare il proprio interessamento più per le resistenze di Lucescu che non per i 3.9 milioni di sterline considerati base d’asta. Perché sterline? Perché, risolti i problemi al tendine d’Achille, è il calcio inglese il più serio pretendente ad assicurarselo. Il Middlesbrough, che lo segue dal gennaio 2005, in pole position. Lo conferma il diretto interessato: «Il mio presidente è pronto a valutare ogni proposta e per quel che mi riguarda sono attratto dalla prospettiva di giocare in uno dei migliori campionati europei. Il calcio inglese mi ha sempre affascinato ma deve trattarsi di un club di almeno pari livello allo Shakhtar. Se il Boro potrà diventare una formazione di prima fascia della Premier League, sarò felice di giocarci. Così potrò migliorare e crescere professionalmente». Nella speranza di essere guarito ai problemi al tendine di Achille, che lo hanno portato a lasciare il raduno invernale spagnolo dello Shakhtar per curarsi in Italia. Prima al MilanLab, ovvio il mittente della dritta e poi all’Isokinetic, centro di riabilitazione di Castedebole (Bologna) che ha rimesso in piedi Roberto Baggio e Di Canio e dove Tymoschuck ha sudato per sei ore il giorno fino al 13 febbraio, quando ha raggiunto la squadra in Belgio, sede del ritiro in vista del match di Coppa Uefa con il Lille.
Uno dei pochi personaggi del calcio ucraino a dimostrarsi tale anche fuori del campo (ha un sito personale, per ora solo in cirillico, ndr), ma senza i macchiettismi tipici delle nostre latitudini, Anatolyi usa la testa non solo per colpire il pallone. Cita Winston Churchill («per avere successo bisogna saltare ostacoli con entusiasmo crescente», in riferimento alla storica qualificazione mondiale), è conscio che per la sua gente il calcio dura ben oltre i 90’ e osserva in modo non acritico i mutamenti che lo attraversano.
«Il calcio ucraino è migliorato e la crescente rivalità tra Shakhtar e Dynamo non è l’unico segnale. Stanno emergendo squadre ambiziose, come il Dnipro Dnipropetrovsk, in patria come in Europa».
I genitori hanno praticato atletica leggera, la sorella maggiore è stata capitano della nazionale di basket, lo sport è nel dna di famiglia. E dell’intera comunità. Forse anche più del Donetsk, la regione del Donbas è nota in Ucraina per la passione calcistica. E da buon capitano sente il peso di giocare non solo per il club ma per l’intero cuore industriale minerario ucraino. Soprattutto da quando la nazionale ha cominciato a disputare incontri fuori Kiev, come a Donetsk o a Lviv.
«Ovunque giochiamo, c’è una passione incredibile, lo capisci dal numero di bandiere gialloblù che i tifosi portano sugli spalti e dal trasporto con cui cantano l’inno. Nelle nazioni calcisticamente all’avanguardia disputare incontri in città diverse è normale, ma in passato le misere condizioni degli stadi fuori Kiev non lo permettevano. Molto è cambiato, comunque, e tanta gente è attratta dal calcio anche per questo. Il mio sogno è giocare con l’Ucraina a Lutsk, la mia città, anche se per ora non è possibile».
Lo stesso senso di identificazione vale per il club nel quale ha raccolto due campionati (2002 e 2005) e tre coppe d’Ucraina (2001, 2002, 2004), oltre ai cinque piazzamenti (dal ’99 al 2001, 2003 e 2004) in massima divisione e coppa persa in finale nel 2003. Una responsabilità in più in una multinazionale del pallone quale è lo Shakhtar, con l’allenatore rumeno (come i compagni Barcauan, Rat e Stoican), e una rosa con brasiliani (Leonardo, Elano, Fernandinho, Jadson, Matuzalem, Brandão), croati (Pletikosa e Srna), il ceco Lastuvka, il nigeriano Aghahowa, il serbo-montenegrino Vukic, il polacco Lewandowski, il turco Seyhan.
«La federazione sta introducendo misure per ridurre il numero di giocatori stranieri. La cosa più importante non è la quantità ma la qualità. Se sono di di alto livello aumenta la concorrenza per il posto e questo stimola un miglioramento generale. I calciatori provenienti dall’estero non tarpano le ali ai nostri giovani né impediscono loro di calciare bene in porta. Allenarsi e giocare accanto ai grossi nomi è un privilegio per un giovane, e col tempo un nome potrà farselo a sua volta. La fascia da capitano non è solo una striscia di stoffa da mettere al braccio, comporta responsabilità in più, in campo e fuori. Devi saper risolvere i problemi, in partita e nella vita quotidiana. E gli stranieri sono quelli che ne hanno di più, perché spesso, per la diversa mentalità, è difficile per loro ambientarsi subito in Ucraina. Ma dovrebbero essere più aperti verso la nostra cultura. Chi viene dall’estero sembra non possedere la schiettezza slava, il nostro candore d’animo. Se gli offri dei consigli vieni visto male, come se gli facessi uno sgarbo. Tuttavia, se in passato erano gli ucraini a cercare di abbattere la barriera della lingua, adesso sono più gli stranieri che cominciano a imparare la nostra». Anche qui, non è da tutti.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n. 8, 21 febbraio 2006

La scheda di ANATOLIY TYMOSHCHUCK
Nato
: Lutsk, 30-3-1979
Statura e peso: 1,81 x 70 kg
Ruolo: centrocampista centrale/esterno
Club: giovanili Dynamo Kyiv (1993-1996), Volyn Lutsk (1996-marzo 1998), Shakhtar Donetsk (marzo 1998-)
Presenze (reti) nel campionato ucraino: 211 (30)
Presenze (reti) nello Shakhtar Donetsk: 201 (29)
Esordio in nazionale “A”: 26-4-2000 a Sofia, Bulgaria-Ucraina 0-1
Presenze (reti) in nazionale “A”: 52 (1)
Presenze (reti) in nazionale U17: 5 (1)
Presenze (reti) in nazionale U21: 7 (1)
Presenze (reti) nelle coppe europee (Shakhtar Donetsk): 48 (1)
Palmarès: 2 Campionati ucraini (2002, 2005), 3 Coppe d’Ucraina (2001, 2002, 2004)