domenica, marzo 30, 2008

Bernacci, Toni a chi?


«Il nuovo Toni». Nel calcio, a mettere le etichette si fa presto, il problema è toglierle. Se giochi in attacco in provincia e in sorte hai un fisico da cestista (193 cm x 72 kg), da te si aspettano i gol. E pazienza se hai le spalle larghe la metà di quelle del bomberone azzurro e a te solletica più l’assist che la rete. E se anziché la boa ti senti «il perno dell’attacco -come spiega Marco Bernacci, promessa non più di primo pelo e da quest’anno in comproprietà all’Ascoli - Mi capita anche di segnare, certo, ma non è il mio compito proritario. Io devo appoggiare palloni per i compagni che si inseriscono. E con Soncin vicino, la formula funziona. Anche se abbiamo raccolto meno di quanto meritavamo».
È successo spesso a questa eterna promessa del vivaio cesenate, sin dalle giovanili, lasciate per la prima squadra nel 2000-01 in C1. Il debutto nella stagione seguente (unica presenza), poi due anni da 21 gare con 4 e 6 reti, con tanto di promozione in B. In cadetteria si ripete (ma in 33 uscite) e nel 2005-06 va per la prima volta in doppia cifra nelle marcature: 10 in 39 gettoni. Numeri che gli valgono la chiamata dal Mantova. Complice il brillante avvio, la sua carriera pare decollare invece un po’ il carattere, gli equivoci tattici (dovuti al fisicone) e il conflittuale rapporto con il tecnico Di Carlo gli tarpano le ali. Fino alla rinascita di Ascoli.
Troppo legato a Cesena (dove è nato il 15 dicembre 1983), dicevano. E la parentesi virgiliana sembrava avvalorare la tesi. «Era la mia prima stagione lontano da casa. Il Cesena è stato tutto quanto avrei potuto desiderare: esperienza umana e professionale fantastica, amicizie importanti, una sorta di simbiosi con la tifoseria. Ancora oggi mi capita di confondere la mia strada con quella del Cesena: la sua situazione (terzultimo a 25 punti, ndr) mi fa soffrire». Forse fuori, in campo no di certo visto che il 21 marzo al Manuzzi, al 17’ della ripresa, ha sbloccato da illustre ex la gara poi impattata da Moscardelli al 5’ di recupero. Un punticino che non ha aiutato la squadra allenata da Castori, secondo nella sua personalissima hit parade di tecnici che più e meglio lo hanno formato. «Al top metto Iachini (ora al Chievo, ndr), per la fiducia che mi ha dimostrato. Mi ha convinto a credere nelle mie doti e che potevo diventare un calciatore vero. Poi Castori per la pazienza. E Iaconi (suo attuale tecnico all’Ascoli, ndr), per lo spessore umano».
Forse è quello il segreto che lo ha fatto rinascere, oltre all’istintiva intesa - nel 4-4-2 privo di un dieci classico come il cesenate Salvetti - col gemello Soncin: 25 gol in due (12 e solo uno dal dischetto per Bernacci, contro i 5 penalty del compagno di reparto). «Non ci conoscevamo, ma a pelle ci siamo presi subito, in campo e fuori. Abbiamo caratteristiche diverse: lui ha corsa, facilità di tiro, inserimenti imprevedibili. Ci integriamo alla perfezione, ormai giochiamo a memoria. Merito del ds Di Santo, che ci ha messo insieme: ha capito che potevamo essere complementari e ha investito forte sulla sua scommessa. Come carattere invece siamo simili, amiamo le cose semplici». Che per Marco significano «la famiglia e i valori, innanzi tutto amicizia e correttezza. E poi la Golf, le piadine crudo e rucola, la musica pop».
Il classico articolo “il” in area invece esegue spartiti opposti. Grazie al gran lavoro delle stelline Pesce e Guberti a sinistra e Job a destra, in area piovono palloni: Bernacci li spizza, il Cobra - così Cosmi chiamava Soncin al Perugia, in omaggio a Tovalieri - li infila. E così il «Toni dei poveri», ritrovato il bianconero (i colori dei suoi idoli Buffon, cui un anno fa segnò col Mantova complice la deviazione di Kovacs, e Del Piero), è pronto a staccarsi di dosso un’altra etichetta. Nel calcio, il risultato più difficile.
Christian Giordano

venerdì, marzo 14, 2008

Gascoigne, la timeline


GAZZA TIMELINE

27 maggio 1967: nasce a Dunston (Gateshead, Inghilterra)

1980: la vecchia gloria Jackie Milburn lo segnala per gli schoolboys del Newcastle United

1983: firma come apprendista al Newcastle United.

13 aprile 1985: esordio da sostituto nella ripresa contro il QPR in campionato.

Settembre 1985: segna il primo gol da pro, in Newcastle-Oxford

Aprile 1986: prima espulsione, per aver colpito Robert Hopkin del Birmingham.

Luglio 1986: è sulla copertina del Rothmans Football Yearbook.

Aprile 1988: a 21 anni è Giovane dell’anno della PFA, il sindacato giocatori.

18 luglio 1988: dopo 25 gol in 99 gare di campionato con il Newcastle United, passa al Tottenham per 2,3 milioni di sterline.

3 settembre 1988: debutta proprio contro la sua ex squadra, Newcastle United-Tottenham 2-2.

14 settembre 1988: esordio in nazionale, Inghilterra-Danimarca 1-0 a Wembley da sostituto.

26 aprile 1989: segna il suo primo gol in nazionale, da sostituto in Inghilterra-Albania 5-0, a Wembley per le qualificazioni mondiali.

Giugno/luglio 1990: trascina l’Inghilterra alla semifinale mondiale, persa ai rigori contro la Germania Ovest. Diffidato, prende l’ammonizione che gli costerà la finale (poi finalina) e scoppia in lacrime. In patria, esplode la "Gazzamania".

Dicembre 1990: Sports Personality of the Year della BBC, secondo calciatore di sempre dopo Bobby Moore.

Aprile 1991: con la punizione-gol da trenta metri segna il primo gol di Tottenham-Arsenal 3-1, semifinale di FA Cup a Wembley.

18 maggio 1991: Nel proditorio tackle su Gary Charles, al 15’ della finale di FA Cup contro il Nottingham Forest, si rompe il legamento crociato del ginocchio destro. È l’ultimo dei suoi 112 match (con 33 gol) per gli Spurs. La Lazio lo ha prenotato per 5,5 milioni di sterline, sceso poi a 3,5 per i 16 mesi di inattività.

Settembre 1992: debutta in Serie A contro il Genoa.

Novembre 1992: primo gol in A, di testa all’89 nel derby: vale l’1-1 e la gloria imperitura nel tifo laziale.

Aprile 1994: in allenamento si rompe in due punti una gamba, starà fermo un anno. La sua carriera in A si chiuderà con 47 presenze e 6 reti.

Giugno 1995: firma un triennale coi Glasgow Rangers per 4,3 milioni di sterline.

Maggio 1996: guida i Rangers all’ottavo titolo consecutivo ed è nominato Giocatore dell’anno in Scozia.

Giugno 1996: La famigerata "poltrona del dentista" in un bar di Hong Kong durante il ritiro della nazionale inglese, che prepara Euro 96, lo schiaffa sulle copertine dei giornali britannici. Con i capelli ossigenati, risponde alle critiche segnando il sublime gol alla Scozia a Wembley. L’Inghilterra arriva in semifinale e come a Italia 90 perde ai rigori. Dopo la nascita del loro figlio Regan, sposa Sheryl Kyle.

Marzo 1997: Smith lo critica per le ben pubblicizzate notti brave londinesi.

Maggio 1997: rientra da un infortunio e guida i Rangers al nono titolo nazionale consercutivo, record eguagliato. In estate torna in nazionale.

Novembre 1997: espulso per condotta violenta contro Morten Wieghorst del Celtic.

Gennaio 1998: lui, cattolico, viene diffidato dalla Scottish FA, e multato dai Rangers, per aver "mimato latto di suonare il flauto" - gesto ritenuto deliberatamente protestante – e aver così provocato il pubblico del Celtic Park nell’Old Firm. È la seconda volta, quindi scatta la recidiva.

Marzo 1998: dopo 104 presenze e 39 reti passa dai Rangers al Middlesbrough di Bryan Robson per 3,45 milioni di sterline. Debutta perdendo la finale di League Cup.

Maggio 1998: il Boro viene promosso in Premiership

Giugno 1998: il ct inglese Glenn Hoddle lo taglia dai 22 per il Mondiale per "ragioni puramente calcistiche, era fuori forma". Prima dell’annuncio, Gazza era stato fotografato mentre usciva la sera con i dj radiofonici Chris Evans e Danny Baker. Secondo Bryan Robson, quelle immagini avevano influenzato la decisione di Hoddle. Nel ritiro spagnolo, Gascoigne mette a soqquadro la stanza del Ct e prende a calci una sedia da scalzo.

Agosto 1998: si separa da Sheryl, che presenta un occhio nero, la faccia pesta e un braccio ingessato dopo che il marito, ubriaco, l’aveva aggredita in un hotel di Gleneagles, in Scozia. «Considero il comportamento di Paul pericoloso per la mia incolumità», scriverà lei nella dichiarazione giurata al giudice per la causa di divorzio.

Settembre 1998: ultimatum di Bryan Robson: o smetti di bere o te ne vai.

11 ottobre 1998: viene ricoverato al Marzowood Priory per stress e per alcolismo.

27 settembre 1999: espulso per aver bestemmiato davanti a un guardalinee nel pari col Chelsea.

Gennaio 2000: torna in campo dopo l’intervento a un ginocchio.

Febbraio 2000: si rompe il braccio sinistro nello scontro - non di gioco - con George Boateng dell’Aston Villa. Squalificato per tre partite e multato di 5.000 sterline, non giocherà più per il club.

Luglio 2000: Walter Smith, già suo tecnico ai Rangers, lo porta all’Everton a parametro zero.

Giugno 2001: su insistenza di Smith, accetta il ricovero in una clinica specializzata dell’Arizona.

Agosto 2001: salta l’amichevole di precampionato contro il Tranmere, poi si saprà perché: era in Arizona a disintossicarsi.

12 settembre: gioca i 120’ della sconfitta ai rigori contro il Crystal Palace in Coppa di Lega.

14 dicembre: dona 10.000 sterline per salvare dalla bancarotta il Gateshead Town, club di non-League della sua città natale.

26 gennaio 2002: trascina l’Everton al quinto turno di FA Cup con una prestazione-monstre e gli assist per i gol di Kevin Campbell e Duncan Ferguson nel 4-1 sul Leyton Orient al Goodison Park.

16 marzo 2002: tre giorni dopo l’esonero di Smith, va in prestito al Burnley, in First Division. Dopo sei presenze, torna al Goodison Park ma non viene confermato. In luglio firma per nove mesi col Gansu Tianma, seconda divisione cinese, come giocatore-allenatore.

Luglio 2003: segna due gol nelle prime tre partite, poi nostalgia di casa e noia prevalgono. Annuncia che non tornerà finché il club non gli verserà gli emolumenti arretrati. Lo paura dovuta allo scoppio dell’epidemia Sars fa il resto.

23 luglio 2003 – Prova al DC United, ma il club della MLS non lo ingaggia. Lo stesso accade con Darlington, Dundee, Exeter e Gillingham, che pure lo avevano cercato.

16 ottobre: si allena coi Wolverhampton Wolves, ultimi in Premier League. Lascia dopo un mese.

29 gennaio 2004: si schianta con la sua BMW 4x4 contro un camion parcheggiato. Illeso.

30 giugno: lo contatta il Rhyl, campione gallese, in vista dei preliminari di Champions League, ma l’accordo sfuma.

30 luglio 2004: è giocatore-allenatore al Boston United, in League Two. Diserta la prima conferenza stampa per un’intossicazione alimentare da cibo avariato.

Ottobre 2004: lascia il Boston Utd, dopo due partite, «per motivi professionali, per dedicarmi alla carriera di allenatore». Annuncia di voler essere chiamato G8. «Suona grandioso, perlomeno nel mio accento Geordie».

Dicembre 2004: una settimana in ospedale per polmonite.

Giugno 2005: ringrazia pubblicamente il Newcastle Utd e Alan Shearer per averlo aiutato nella lotta contro la depressione.

Ottobre 2005: viene nominato tecnico del Kettering Town, club della Nationwide Conference North rilevato da un consorzio di cui Gascoigne è membro. Debutta battendo 1-0 il Droylsden.

5 dicembre 2005: licenziato dopo 39 giorni. Resta in carica per sei partite, equamente divise tra vinte, pareggiate e perse. Il presidente Imraan Ladak cita l’alcolismo come ragione per l’esonero. Gascoigne contesta la motivazione e dichiara di voler rilevare le quote societarie di Ladak. Nello stesso giorno viene arrestato per l’aggressione a un fotografo fuori da un hotel nel centro di Liverpool.

6 dicembre 2005: viene rilasciato su cauzione.

Febbraio 2007: accetta di comparire nel film di action-horror Final Run, le riprese inizieranno in estate.

28 maggio 2007: operato d’urgenza allo stomaco per un’ulcera perforante, dopo che, il giorno prima, si era sentito male alla festa per il suo 40° compleanno.

20 febbraio 2008: arrestato per incidenti in due alberghi nei dintorni di Newcastle, viene ricoverato a forza al Middleton St. George, a Darlington, secondo il Mental Health Act.

8 marzo 2008: dimesso, si trasferisce a casa del padre a Gateshead.
(ch.giord)

Nuovo cinema Somma


«Faccio non uno, ma tre passi indietro: chiedo scusa ai tifosi». Il vecchio Mario Somma, ruvido tecnico del Piacenza che dopo il deludente 0-0 interno col Treviso aveva detto di dover rendere conto solo alla società. Non ai fan, subito insorti dalle colonne del quotidiano locale Libertà.
Il nuovo Somma invece li ha percorsi come unica concessione alla diplomazia figlia della gavetta cominciata dai dilettanti (Pro Cisterna, Terracina, Baracca Lugo, Potenza e Albalonga) e proseguita nei semipro’ quando, dopo 4 punti in altrettante partite la Cavese lo chiamano al posto di Di Fusco. Apriti cielo, un ex Salernitana (Somma vi vinse da difensore il campionato 1989-90). Da quelle parti certe scelte non se le scordano, e già dal primo allenamento piovono insulti. Lui non fa una piega e in conferenza stampa dice che se lo aspettava, che la squadra è forte e farà un campionato di vertice: promozione in C2. L'anno successivo (2004) è all’Arezzo, ripescato in C1: promosso in B. Altro giro, a Empoli sale subito in A. E fanno tre. In fila. Nella massima serie parte a mille, ma dopo una striscia-no, il 19 gennaio, gli subentra Cagni.
Enfant prodige della nouvelle vague di Baldini, Spalletti, Marino, Gustinetti e Gasperini, icaro Somma vola a Brescia, dove si brucia le ali. Già in estate, la prima buccia di banana: «Moggi è al vertice da vent’anni e bisogna solo fargli onore». Ahia,
Ad Arezzo pagò la guerra intestina col dg Fioretti e le torbide voci messe in giro (forse ad arte, perché il tecnico non si piega ai diktat societari: gioca tizio e non caio) da una persona estranea al club e poi querelata, ma non alla Procura di Arezzo: la città è piccola e la gente mormora: «Gli mangiai pure la casa e diedi tutto in beneficenza». Alle rondinelle, il fare ombra al patron Corioni e, soprattutto, i due punti in 4 gare raccolti dopo aver doppiato a 28 la boa dell’andata: a febbraio dopo lo 0-0 casalingo col Verona e nonostante il tranquillo centro classifica, il benservito. Da lì il blackout.
Nel calcio certi marchi, veri o no, segnano carriere. Il tecnico di Latina (17-9-1963) si consola con la pesca e attende una chiamata «non per forza di A, va bene anche la D, purché ci sia un progetto serio». Il 23 ottobre, dopo il 3-1 di Pisa, glielo sottopone il Piacenza in B: soldi brisa, una eredità pesante (Iachini, andato a far tornare volanti i mussi del Chievo) e una piazza da rivitalizzare dopo l’addio di Gianmarco Remondina, teorico secondo di Felice Secondini, rimasto in società come viceallenatore, e del bomber Cacia, convalescente dalla frattura a una tibia e promesso per gennaio alla Fiorentina. Somma si presenta sfoggiando una T-shirt che cita Ligabue: “Niente paura, ci pensa Cacia, mi hanno detto così…”. «È un giocatore importante - dirà - non importa se lo avrò per poco». «Il mister è così - spiegherà la punta calabrese, che al rientro lo ripagherà col gol - ti stupisce sempre quando meno te lo aspetti».
A cominciare dalla maniacalità nello studio (al subbuteo, mostrando ai giocatori posizioni e movimenti) di partite, avversari e allenamenti, nei quali nulla è lasciato al caso. Per finire alle trovate herreriane come cerchiare sul calendario le partite da «fate come vi pare, ma queste vanno vinte».
Magari col 4-3-2-1, deroga all’amato 4-2-3-1 a cui si convertì dal 4-4-1-1 praticato all’Arezzo dei miracoli: esterni quasi sulla riga bianca, tre interni (occhio a Patrascu a sinistra) alle spalle degli incursori - l'ex parmense Dedic e il fedelissimo Serafini («il mio Ballack») - e in avanti l’unica punta Tulli. Film applaudito in amaranto (con Abbruscato) e Empoli (ma con Vannucchi-Tavano), meno a Brescia (Possanzini). E appena in programmazione a Piacenza, il Nuovo cinema Somma.
CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, marzo 12, 2008

La striscia di Gazza

«Sin da quando è apparso sulla scena del calcio inglese, questo talentuoso centrocampista è stato inseguito da guai e polemiche, in campo e fuori». Questo l'attacco di un articolo di BBC news del 19 marzo. Del 1998. Sembra scritto adesso, perché in dieci anni nulla è cambiato. Anzi, se possibile, le cose sono soltanto peggiorate. E ora hanno un nome: Mental Health Act, la legge che permette alla polizia inglese di internare chi, per disturbi psichici, è pericoloso per la pubblica incolumità. Perché tale era il protagonista di due incidenti avvenuti il 20 febbraio in altrettanti hotel del Tyneside, dopo che era stato cacciato dal Gateshead Marriott: il Malmaison di Newcastle e l'Hilton di Gateshead, dove oltre a devastare l'arredo, insultare e minacciare i clienti e attivare l¹allarme anticendio, si presentava nudo alle cameriere e con sulla fronte la scritta «Mad», matto. Nel trentennale della legge Basaglia, fa ancora più effetto.

È difficile spiegare - specie ai più giovani, a chi non l¹ha visto giocare o a chi non conosce appieno lo spirito primigenio del calcio inglese - chi e soprattutto che cosa è stato Paul John Gascoigne. Un talento pari solo alla forza autodistruttiva, che, più ancora della carriera, gli ha rovinato la vita. Oltremanica, non c¹è appassionato che non abbia visto in lui ciò che sognava di essere e il se stesso che invece era diventato. Giocatore "continentale" per tecnica e fantasia, britannico per il resto, tutto in uno: Gazza.

Secondo di quattro figli di John e Carol, Paul è nato il 27 maggio 1967 a Dunston, hinterland di Gateshead, sulla riva sud del fiume Tyne: terra che più Geordie non si può. Prima di procedere a svariati traslochi i Gascoigne vivevano in una stanza al piano superiore di una council house con bagno in comune. A dieci anni, col padre in Germania in cerca di lavoro, assiste alla morte di Steven Spraggon, il fratellino di un amico, investito da un¹auto di fronte ad una pasticceria. Poco dopo, altro trauma: il papà ha un'emorragia cerebrale e resta in ospedale per otto mesi. Il calcio, giocato per strada o al parco da quando ha quattro anni, è una via di fuga. A otto anni è nella squadra della scuola, poi, pur non avendo l¹età minima necessaria, entra nel Redheugh Boys' Club locale. Intanto, mostra i primi segnali di una personalità compulsiva. Malato di slot-machine, una volta, giocatosi tutti i soldi, rubò 15 sterline dalla borsetta della sorella e perse anche quelle. Affetto da cleptomania, ruba nei negozi, ma - dirà - più per il brivido che per la merce in sé.

Gli scout lo notano nei Gatshead Boys, ma fallisce i provini per Ipswich Town, Middlesbrough e Southampton prima che, nel 1980, la leggenda Jackie Milburn, la cui statua campeggia di fronte al St. James¹ Park, lo segnali al Newcastle United. Con i Magpies firma da praticante nel 1983, due anni dopo vince da capitano la FA Cup giovanile e debutta in prima squadra dove poi farà strana coppia con il brasiliano Mirandinha. Risalgono a quel periodo i primi, mitologici aneddoti di quando - preso di mira per l'incipiente pinguedine - raccoglieva le barrette di cioccolato tirategli dagli spalti, le scartava e se le mangiava uscendo dal campo.

Quando Terry Venables lo firmò per il Tottenham, nel 1988, Gascoigne divenne il primo calciatore britannico a sforare il tetto dei 2 milioni di sterline (2,3), etichetta pesante per un 21enne. Figurarsi se l¹esordio, in un torneo internazionale di precampionato, avviene a Wembley e gli Spurs le buscano per 4-0 dall'Arsenal. Stadio e avversaria, invece, gli porteranno bene. All'Imperial Stadium, un mese dopo, debutta in nazionale entrando nella ripresa di Inghilterra-Danimarca 1-0 (rete di Neil Webb). E sempre lì, contro i Gunners nella semifinale di FA Cup del 1991, dopo sei minuti segnerà su punizione da trenta metri il primo gol del 3-1 che varrà al Tottenham la storica, e per lui tragica, vittoriosa finale.

La prima stagione con il club nord-londinese gli porta anche il primo gol con l'Inghilterra, segnato da sostituto ­ sempre nel tempio della capitale ­ nel 5-0 sull'Albania. Italia 90 presenta invece il miglior Gascoigne visto in campo internazionale. Trascina la rappresentativa dei tre leoni sino alle semifinali, il miglior risultato post-Mondiale 1966, e quando contro la Germania Ovest (poi vincitrice ai rigori) prende, da diffidato, il giallo che gli costerà la squalifica, piange come un bambino. Così sconvolto da salire, a fine gara, sul pullman dei tedeschi. In patria, quelle lacrime scatenano la Gazzamania.

Cinque mesi più tardi la BBC lo sceglie come Sportivo dell'anno: è il secondo calciatore dopo Bobby Moore. Come ogni apice, lì inizia la discesa. Al 15' della finale di Coppa d¹Inghilterra 1991, contro il Nottingham Forest, il suo tackle da codice penale sul difensore Gary Charles gli procura la rottura del crociato del ginocchio destro. Il bello è che non se ne accorge: si alza e va in barriera, Pearce segna sulla susseguente punizione e lui, al 17¹, si accascia dal dolore. Sarà la sua ultima partita con il club del White Hart Lane e gli costerà 16 mesi di stop e 12 di ritardo nel trasferimento alla Lazio, dove, inseguito giorno e notte dai tabloid britannici, arriverà per 3,5 milioni di sterline. Il presidente Sugar, boss dell¹elettronica con la Amstrad, ce ne aveva rimessi un paio.

Delle sue tre stagioni in biancoceleste si ricordano il gran gol di testa all¹89¹ nel derby (il primo dei 6 in 43 presenze in Serie A), i rutti nel microfono (alla Norvegia andò peggio, con un «vaffa» via-etere), gli scherzi da spogliatoio e gli infortuni: eppure viene considerato, per il carattere e le sventure, un¹icona di una certa "lazialità". Forse perché campione lo era anche di sfortuna. All¹esordio, dopo 45' gli cede il ginocchio appena guarito, e messo a rischio - sempre nel settembre '92 - in una rissa in un night del Tyneside. Nel gennaio '94, si rompe una costola nel match contro la Sampdoria; in aprile, in allenamento, si frattura una gamba in due punti: un anno fermo.

Nel frattempo picchia per due anni la fidanzata, e futura moglie, Sheryl Kyle e occasionalmente i paparazzi. Nel '95, per 4,3 milioni di sterline, Walter Smith lo porta ai Rangers, subito trascinati dal Giocatore dell'anno al Double, e alla doppietta coppa di lega-campionato (il nono filato per i Blues, record eguagliato) l'anno dopo. Gazza ritrova la nazionale, ma tre anni dopo, nel ritiro spagnolo Glenn Hoddle lo taglia dai 22 per Francia 98 e quello gli sfascia la stanza, «come posseduto dal demonio». Così "fuori" da prendere a calci una sedia da scalzo.

Per tornare ad alto livello, dirà il Ct, a Gascoigne servono cinque cose:
smettere di bere, tornare più in forma che mai, cambiare alimentazione, imparare a controllare le emozioni e stare lontano dagli infortuni: «Deve guardarsi dentro e chiedersi che cosa vuole, dove sta andando e come ci arriverà. Se non lo farà, nessuno potrà aiutarlo». Mel Stein, consigliori di Gazza (passato in estate al Middlesbrough), non trova di meglio che prendersela con Hoddle per aver reso pubblici i dettagli. Il suo ex mentore Smith, invece, nel 2000 lo prende all¹Everton e l'anno successivo lo convince al ricovero in una clinica dell¹Arizona. Tutto inutile. Gascoigne è in caduta libera: prima in First Division, al Burnley, poi come allenatore-giocatore (finito) nella seconda divisione cinese, al Gansu Tianma, e al Boston United, in League Two. Nel 2005 è manager del Kettering Town, club di non-league, per 39 giorni prima che il presidente Imraan Ladak lo licenzi perché «sotto l¹influenza dell'alcool prima, durante e dopo parecchi allenamenti e partite».

Il resto è cronaca dell¹ultimo anno. L¹intervento d¹urgenza allo stomaco, per un'ulcera perforante all'indomani del 40° compleanno. Il ricovero coatto all¹ospedale di Middleton St. George, a Darlington, dove ha trascorso 18 giorni a curare una dipendenza da cocaina da 2.000 sterline quotidiane. La settima riabilitazione, stavolta nella modesta casa paterna a Gateshead - vicino quelle della madre, della sorella Lindsay, del fratello Carl - visto che, dopo l¹ennesima, furiosa lite - per 40 mila sterline non restituite - con lo storico compagno di bevute e coinquilino Jimmy "Five Bellies" (Cinque pance) Gardner, non ha più un posto dove abitare. A parte i cuori di chi l¹ha visto giocare e ha sognato di essere, in campo, come lui.

CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

La scheda di Paul John Gascoigne
Nato: Dunston (Gateshead, Inghilterra), 27 maggio 1967
Statura e peso: 1,81 x 90 kg
Ruolo: mezzala
Esordio in Nazionale: 14-9-1988, Wembley, Inghilterra-Danimarca 1-0
Primo gol in Nazionale: 26-4-1989, Wembley, Inghilterra-Albania 5-0
Presenze (e reti) in Nazionale U21: 13 (5)
Presenze (e reti) in Nazionale B: 4 (1)
Presenze (e reti) in Nazionale A: 57 (10)
Club da giocatore: Newcastle United (giovanili: 1983-85; prima squadra: 1985-88), Tottenham Hotspur (1988-92), Lazio (Italia, 1992-95), Rangers (Scozia, 1995-98), Middlesbrough (1998-2000), Everton (2000-02), Burnley (2002), Gansu Tianma (Cina, 2003), Boston United (USA, 2004)
Palmarès: FA Cup giovanile 1985, FA Cup 1991, 2 titoli scozzesi (1996, 1997), Coppa di Scozia 1996, Coppa di lega scozzese 1997; Giovane dell'anno 1988 PFA (sindacato calciatori), Giocatore dell¹anno in Scozia 1996 (per calciatori e giornalisti)
Club da allenatore: Kettering Town (non-league, 2005)

UK, un calcio a tutta birra


«Team which drinks together wins together», la squadra che insieme beve insieme vince. La nota citazione di Richard Gough, ex capitano dei Rangers, spiega molto della “drinking culture” del calcio britannico. A metà anni 90 i Blues dettavano legge in campo e al pub, ambiti dove Gascoigne, lo stesso Gough, Ally McCoist, Ian Durrant e compagni dettavano legge. Altri tempi.
Nel calcio britannico la “cultura del bere” era tradizione. E lo è ancora, nelle serie inferiori. Si gioca, e dopo si va a pinte. George Best, Paul “Gazza” Gascoigne, Paul Merson, Tony Adams (56 giorni di carcere alla Chelmsford Open Prison nel ’90 per guida in stato di ebbrezza; a Jamie Pennant del Liverpool, Jermaine Defoe del Portsmouth e tanti altri è andata meglio), sono solo i più famosi ad essersi spinti troppo oltre, fino a scivolare nell’alcolismo o in altre patologiche dipendenze. Merson (oltre 500 mila sterline perse alle scommesse) si ritrovò a guidare di notte a fari spenti in cerca di un muro, prima di rendersi conto dell’abisso - di droga, gioco d’azzardo, alcool - in cui era precipitato e che gli era costato la famiglia. Jimmy Greaves ne uscì, e per anni non toccò un goccio. Negli anni 70 in Stan Bowles, Alan Hudson, Rodney Marsh, Frank Worthington (e persino Robin Friday, il più grande mai giunto nei pro’) veniva identificata una intera generazione di Mavericks: purosangue in campo, senza controllo fuori.
Nel 1998 Malcolm McDonald, ex centravanti di Newcastle Utd e Arsenal e recordman di reti (cinque) in una partita con la nazionale, per disintossicarsi, convinto da Merson, entrò in una clinica da 325 sterline il giorno, cifra co-versata dalla PFA, il sindacato giocatori. Per emularlo, nel 2000, Adams – prostrato da anni di “Tuesday club”, le beveute del martedì – ne ha addirittura fondata una, la Sporting Chance (appena sovvenzionata con 50 mile sterline dalla FA), specializzata nella disintossicazione di sportivi professionisti affetti da varie forme di dipendenza: alcool, gioco d’azzardo, stupefacenti. Tra i primi a beneficiarne Adrian Mutu, l’attaccante romeno della Fiorentina licenziato dal Chelsea per uso di cocaina.
L’esempio di Adams è stato seguito anche da Alex Rae, oggi manager del Dundee ed ex giocatore di Sunderland, Millwall e Rangers. Ha smesso di bere nove anni fa, 29enne. E a Glasgow ha aperto una struttura no-profit di recupero per alcolisti e tossicodipendenti.
Bere in compagnia, in passato, veniva visto come lasciapassare per essere accettati dal gruppo, per non dire branco. O come passatempo sociale. Emblematici i casi degli irlandesi al Manchester United: Norman Whiteside (del nord), Roy Keane, compagno di sbronze dello sciupafemmine Lee Sharpe, e il nero Paul McGrath («bere mi dava coraggio»). O quello di Craig Bellamy, che due anni fa aggredì con una mazza da golf John Arne Riise nel ritiro del Liverpool. Gascoigne era così abituato alla “poltrona del dentista” – famigerata usanza da ritiro che toccò il culmine con l’exploit dei nazionali inglesi in un pub di Hong Kong prima di Euro 96– che dopo un gol con l’Inghilterra la mimò nell’esultanza: steso a terra a bocca e braccia aperte, beveva a getto dalla borraccia che Teddy Sheringham, in piedi, gli spremeva contro sotto gli occhi di Gary Neville. Per una volta, però, era acqua.
Tutto è cambiato con l’arrivo di calciatori e tecnici stranieri, primi fra tutti Dennis Bergkamp e Arsène Wenger, il quale all’Arsenal impose subito la chiusura del bar del club ai giocatori. Lo stesso hanno fatto al Liverpool lo spagnolo Rafa Benítez, e prima di lui il francese Gérard Houllier (quando i turbolenti giovani dei Reds venivano chiamati Spice Boys), e l’Aston Villa ai tempi di John Gregory. Il Manchester United di Alex Ferguson, uno della vecchia scuola, è arrivato a proibire ai suoi i nefasti party natalizi, l’ultimo dei quali (2007) sfociato con un mai chiarito episodio di violenza sessuale ai danni di una 26enne.
Con i bei soldoni in ballo dalla Premier League in giù, ogni club ora dispone di dietologi, nutrizionisti e specialisti che ragguagliano i giocatori sui disastrosi effetti di alcool e altri abusi. Con non infrequenti, spesso fragorose eccezioni (lo show di John Terry del Chelsea davanti agli atterriti passeggeri americani all’aeroporto l’indomani dell’Undici settembre; le 7-8 pinte di vodka e rum di Jonathan Woodgate la notte in cui venne attaccata Sarfraz Najeib e pagate con 100 ore di servizi sociali, il Lee Bowyer, allora suo compagno al Leeds United, «del tutto fuori di sé» al nightclub Majestyk di Leeds; l’intero Leicester City cacciato da un hotel spagnolo nel 2000; Stan Collymore che picchia la compagna Ulrika Jonsson, poi fiamma di Eriksson, o stacca un estintore), perlomeno nel calcio di alto livello la drinking culture è cessata di colpo. Adesso, la squadra che vince insieme beve insieme. Non viceversa.
CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, marzo 07, 2008

Il Tir e re Elvis, attenti a quei due


«Che sfiga». Poco oxfordiano ma chiaro Simone Tiribocchi, nella cena di sabato scorso a Verona con Pellissier, amico di sempre ed ex compagno d’attacco nel Torino e nel Chievo. I gialloblù, e il rigore sbagliato dal “gemello” Elvis Abbruscato (alle sue spalle nella foto), gli avevano fatto passare l’appetito e suggerito riflessioni su questo pazzo campionato: «Col Lecce ho fatto 56 punti e 13 gol, come lui (senza rigori), e dopo 28 partite loro sono secondi e inseguono la promozione diretta, noi siamo quarti e non siamo neanche sicuri dei playoff».
Nemmeno il Bologna capolista lo è, e al Dall’Ara (oggi alle 16) dovrà stare attento a non farsi male guardandosi allo specchio. Molto più simili di quel che non si racconti, emiliani e pugliesi si scimmiottano a vicenda sin dai proclami estivi dei tecnici. Arrigoni, dalla presentazione, e Papadopulo dal 15 luglio, primo giorno di raduno a Tarvisio, lo hanno detto chiaro: l’obiettivo è la A. E le squadre - i salentini subito, gli emiliani col corposo mercato di gennaio - sono state ritagliate sul Napoli promosso l’anno prima: un portierone e tre marcantoni dietro (anche col peso leggero bolognese Terzi, i migliori pacchetti del torneo: -17 gol Antonioli, -20 Benussi), mediana spesso a cinque e in attacco una coppia di big. I numeri non mentono: 16+3 reti per Marazzina-Bucchi, 23 per Tiribocchi-Abbruscato.
Attenti a quei due, insomma. Se non fosse che, mentre sotto le Due Torri il fantasista - Adailton, Bombardini, Di Gennaro - si è visto a sprazzi, a Lecce è esploso il cileno Jaime Valdés: dodicesimo di lusso da 4 gol in 1174’ spalmati su 23 presenze. Papadopulo lo impiega – da seconda punta, trequartista o esterno sinistro alto - quando gli avversari boccheggiano, ma “el Pajarito”, l’uccellino (versione andina di Kurt Hamrin, mito svedese viola-rossonero, per via delle misure, 1.72 x 66 kg), s’è stufato e a giugno se ne andrà. A parametro zero. «Ho varie richieste» ha detto mandando a monte il gioco di ruolo del ds Angelozzi («È nostro, e nessuno ce lo ha chiesto»). «Mi seguono Lazio, Genoa, Hertha Berlino» raccontava dieci mesi fa al quotidiano cileno La Tercera l’oggi 27enne gioiellino di Santiago. Ora, per farne il vice-Doni, l’Atalanta è corsa in Lega a depositare il preliminare del contratto da 1,5 milioni di euro fino al 2012.
Arrivato nel 1999 al Bari dal Palestino di Manuel Pellegrini (ora guru al Villarreal), approda alla Fiorentina nel 2004. Dopo l’unico gol, al Chievo, a gennaio è a Lecce come contropartita nell’affare-Bojinov. Una storia agrodolce con possibile lieto fine. Per tutti.
Forse anche per i gemelli del gol Tiribocchi e Abbruscato. All’andata la loro intesa mise a dura prova la difesa rossoblù, ma la magia del “Bomba” coprì le magagne. I due si trovano a occhi chiusi, e se il 30enne Tir ha tutto per la A (compresa la moglie vip, Gloria Zanin, Miss Italia 1992), l’ex flop milionario torinista gli è complementare. Cazzola se ne invaghì ai tempi di Mandorlini-Zaccarelli, ma la comproprietà da 4 milioni lo disarmò. Col senno del poi, il sogno sfumato rossoblù Zanchetta e il neoarrivato frugoletto Boudianski a dettare i tempi, re Elvis è tornato.
CHRISTIAN GIORDANO