Spendere 45 milioni di euro per Andriy Shevchenko e scoprire che già ne avevi uno in casa. Può capitare se sei Roman Abramovich e un giorno di mezza estate ti prende l’uzzolo di scucirne 133 per lo sfizio di sfoggiare in Blue i preziosi monili Ballack e Cole, la ruvida bigiotteria spacciata per arte Boulahrouz, il diamante grezzo Kalou, tutti rigorosamente a sette zeri - per tacere dei 16 distribuiti fra Lyn Oslo e Manchester United per il cartellino di John Obi Mikel, 19enne di belle speranze da verificare - e, appunto, quel gioiello ucraino che tanto ti piace e che magari ti ricambierà con la coppa dalle grandi orecchie da lui già alzata nel Milan.
E pazienza se per accoglierlo José Mourinho dovrà stravolgere squadra e sistemi di gioco che hanno vinto due Premier League su due e sacrificare lo “Sheva” di due anni fa, inteso come investimento: Didier Drogba, arrivato dal Marsiglia per 37 e mezzo, e che una corrente di pensiero vorrebbe bravo, sì, ma non da farti vincere la Champions League. Pensieri e parole ribaltati dalla tripletta al Levski Sofia, nella seconda giornata di quella che una volta era la Coppa dei Campioni. Persino il Guardian si è arreso: «Shevchenko potrà non sembrare un centravanti da 30 milioni di sterline, al momento, ma nessuno dubita che Drogba valga in pieno i 24 spesi dal Chelsea per prenderlo».
In fondo è sempre andata così: perennemente sottovalutato, Tito, come prende subito a chiamarlo a Yop la mamma, imitata da parenti e amici. Yop sta per Yopougon, quartiere popolare della periferia sudoccidentale di Abidjan, la capitale economica della Costa d’Avorio (quella politica è Yamoussoukro, da dove i Drogba si erano trasferiti).
È lì che inizia, l’11 marzo 1978, la storia di Didier Yves Drogba Tébily. Una trama come tante: giovane talento africano lascia la propria terra – meglio se dilaniata dalla guerra civile, dicono faccia vendere – per cercare fortuna nel Paese che di quella terra fu, e forse è, colonizzatore. Film già visto, script scontato. Ma il ragazzino, primo dei sette figli di un bancario e di una dattilografa, non è uno spiantato né uno sprovveduto. E ha nella manica ha un altro asso: conosce già il copione, colpi di scena compresi, interpretato con buon successo dallo zio Michel Goba, negli Anni 80 discreto centravanti (forte nel gioco aereo, come il nipote d’arte) della seconda divisione francese e della nazionale ivoriana.
Didier arriva in Francia a cinque anni, chiamato dallo zio per dargli «una vera chance di avere successo nella vita», e trova un altro mondo. Lascia i bagni nel fiume Agnebi, le piogge torrenziali come docce calde all’aperto, gli aromi che ti marcano il territorio dell’infanzia quindi per sempre : il puré di banane e le patate dolci con salsa di arachidi cucinati dalla madre. E la libertà: «Non ho mai troppo accettato le regole e gli obblighi. Lì, lasciati un po’ a noi stessi, abbiamo imparato a costruirci da soli».
Magari tirando calci a un pallone nel parcheggio sterrato del centro commerciale Yopougon Sicogi. O nei tornei di “Maracana”, tre contro tre con dei palloni spesso bucati e vincitori premiati con trofei dal valore, là, inestimabile: una bottiglia di plastica piena di caramelle o di monetine. Didier Tébily - dal nome del nonno come da tradizione dei Bété, la sua etnia - dalla famiglia benestante ha ricevuto dei sandaletti in gomma, ma gioca a piedi nudi per non apparire diverso dagli amici, scalzi. E indossa una maglia a striscie verticali biancocelesti in omaggio al suo primo idolo, Diego Armando Maradona.
Goba, allora professionista con il Brest, in Bretagna, lo tiene con sé per tre anni e poi ne seguirà tutta la carriera, dai pulcini a Stamford Bridge. «Sono cresciuto guardando giocare mio zio Michel e le sue VHS di Marco van Basten, il più completo e il mio idolo - dice Drogba –, anche se quando ero ragazzino era mio zio il calciatore che più ammiravo. Quando ho cominciato voleva essere sicuro che sapessi bene in che “guaio” mi stavo cacciando, e una volta capito che facevo sul serio, ha fatto tanti sacrifici per vedermi arrivare. È stato lui ad aiutarmi a ottenere il primo contratto professionistico, al Le Mans. Gli devo tutto».
Goba, cambia squadra ogni anno (Brest, Angoulême, Dunkerque) e al nipotino regala maglie da calcio a dozzine. Tornato in patria a otto anni, Didier ritorna in Francia a undici a causa della crisi economica seguita all’embargo del 1989. I genitori, perso il lavoro, raggiungeranno il primogenito nel 1991, a Vannes, di nuovo in Bretagna. Nel frattempo Goba, dopo una parentesi a Besançon, era tornato al nord, portandosi dietro il nipote, che ne segue le orme anche in campo. Dunkerque (il suo primo club), Abbeville, Tourcoing e Vannes: per Didier coincidono con le prime tappe del tortuoso viaggio che lo porterà a Marsiglia. Lungo il percorso, oltre alle divise, il giovane talento cambia anche il ruolo. Agli esordi, nel Dunkerque, gioca terzino destro, ma questo non gli impedisce di spingersi in avanti e di segnare, come gli insegna lo zio: «Che fai incollato là dietro? Vai davanti! Nel calcio, la gente guarda solo chi fa i gol». Didier capisce e si adegua ma con ritrosia fino a quando, ai tempi di Abbeville, “decide” di diventare attaccante. I gol arrivano, ma a Tourcoing la situazione torna a capovolgersi. In rosa gli attaccanti sono tanti e in più, se c’è qualcosa che non gli garba, il Nostro non le manda a dire. Prova a giocarsela ma poi molla. «Ho sofferto. La rotazione degli effettivi c’era ma non seppi approfittarne».
Drogba ha 13 anni e all’improvviso, in piena crisi adolescenziale, decide di lasciare perdere. Sul calcio aveva investito tutto. A scuola viene bocciato (lui che era sempre stato fra i primi della classe) e davanti ha una strada che gli appare un vicolo cieco. I genitori gli vietano il calcio e lo mandano a vivere da un suo cugino, Kriza, a Poitiers. Addio sogni di gloria? Per un anno, perché «senza il calcio io sono nulla». Infatti, quando torna a vivere con i suoi, nel 1993, si ritrova a Antony, nella regione Hauts-de Seine, vicino Parigi. Assieme ai sei tra ffratelli e sorelle ritrova anche il pallone. E il gol. Da attaccante del Levallois-Perret, dove muove i primi passi nel calcio vero. Sotto le cure del direttore tecnico ed ex nazionale jugoslavo Srebencko Repcic, Didier mostra subito la serietà delle proprie intenzioni: «Non andava in discoteca la sera prima delle partite come invece facevamo i suoi compagni». Suona strano per quello che a Yop aveva fama di miglior ballerino del quartiere, avvalorata dalle esultanze a passi di madiabe o di soukous che accenna dopo ogni gol. E che, secondo la leggenda, appartengono a coreografie studiate ai tempi di Brest con un altro zio, il ballerino Nolwenn Leroy.
«E poi, era sempre molto attento, ricettivo», chiosa Repcic. Infatti, terminati gli allenamenti Didier resta in campo per mettersi al pari dei compagni, che molti trucchi del mestiere li hanno imparati nelle scuole calcio, altro che il parcheggio sterrato del Sicogi. Presto i campetti della zona diventano il “suo” territorio e lui la stellina della squadra Under 17, allenata da Christian Pornin. In due stagioni (1994-95 e 1995-96), segna trenta reti e nella terza viene aggregato alla prima squadra, guidata da Jacques Loncar, in seconda divisione.
Didier continua l’apprendistato, comprese le lezioni per lui più dure, tipo pazientare fino a quando non arriva il tuo turno o rispettare le decisioni dell’allenatore specie se non le condividi. Anche se per Repcic è «il migliore nella squadra», non gode della completa fiducia del tecnico e si ritrova spesso in panchina. In campionato gioca appena dieci minuti, ma trova il gol, contro il Fontainebleau. Nonostante lo scarso impiego, le voci corrono e al giovane attaccante, si interessano Guingamp, Le Mans (dove gioca il suo connazionale Dagui Bakari), Lens e addirittura il Paris Saint-Germain.
«Mio zio non aveva la scorza adatta per la capitale», sorride al ricordo Didier. Subito dopo la proposta parigina, sfumata anche per la frattura a un alluce occorsagli contro il Caen, si fa avanti - su segnalazione di Loncar - il Le Mans, allenato da Marc Westerloppe. «Sapevo che aveva le doti per diventare un attaccante di livello mondiale – dice Westerloppe – Aveva tutte le qualità di cui una punta ha bisogno: gran tocco, lo scatto fulminante e il fiuto per la porta, ma a frenarlo era la scarsa fiducia in se stesso. Era uno di quei giocatori che maturano tardi». Anche fisicamente. Didier arriva a 1.88 x 74 kg, una montagna d’uomo dalla coordinazione straordinaria, come dimostra il recente gol in Premier League al Liverpool: controllo col petto a proteggere la palla da Carragher, avvitamento in un fazzoletto e bolide di sinistro che giustifica in pieno l’ultimo dei suoi soprannomi: Drogbazooka.
Spinto dai dirigenti il ragazzo-prodigio che in CFA (il campionato dilettanti) segnava a ripetizione e in modi sempre più spettacolari, fa domanda a vari centri di formazione (come oltralpe chiamano i settori giovanili). Gli risponde il Rennes, ma una raccomandazione – in senso buono – di Loncar gli fissa un provino all’En Avant Guingamp. È il 1998 e il sogno che pareva realtà («rimanevo incantato nel vedere da vicino giocatori del calibro di Vincent Candela o Stéphane Carnot…») rischia invece di trasformarsi in incubo: «Una frattura a un alluce e finii presto nel dimenticatoio».
«Se non fosse stato per Marc probabilmente non sarei qui oggi – dice l’allievo prediletto riferendosi al proprio mentore – Mi ha insegnato tanto, non solo sul calcio, ma anche sulla vita fuori del campo. Mi ha fatto capire che le due cose inestricabilmente legate. Mi ha insegnato a non tirarmi mai indietro sul terreno di gioco, a non buttarmi, a non simulare». Sul tema, però, delle due l’una: o Westerloppe e il suo vice, Alain Pascalou, non hanno fatto un gran lavoro – improbabile, visto che da una gemma grezza, hanno tagliato un diamante – o Drogba, nello specifico, non è stato uno studente modello perché Didier predica bene e razzola malissimo. Ci arriveremo. A 19 anni, è finalmente un calciatore professionista, anche se con un contratto da apprendista.
Il Le Mans poteva essere il definitivo trampolino di lancio verso la grande ribalta, ma anche lì, nei due anni di praticantato, non tutto fila per il verso giusto. Il giovane virgulto fatica a sbocciare: 2 presenze nel secondo anno, il 1998-99, 30 (con 7 gol e il contratto da pro finalmente firmato) nel 1999-2000 e soltanto 11 (senza reti) nel 2000-01. Il computo delle fredde cifre non tiene però conto di alcune cosette mica da ridere: infortuni, paternità, il rapporto, mai nato, con Thierry Goudet, il successore di Westerloppe sulla panchina del Le Mans. «Ero spesso infortunato (quattro fratture: due a un metatarso, a una fibula e a una caviglia, ndr) e non sempre seguivo i consigli dei tecnici» si giustifica senza cercare scuse il futuro marsigliese. In più, in quel periodo nacque Isaac, il primo dei suoi due figli. «Fu il punto di svolta della mia vita. Misi la testa a posto».
Ma le prestazioni della squadra nel 2000-01 non soddisfano le aspettative dei dirigenti. A Westerloppe subentra appunto Goudet e nel frattempo, con Drogba in infermeria già dal precampionato, in avanti conquista posto e fiducia Daniel Cousin. Quando Didier torna in squadra non lo fa più al centro dell’attacco bensì all’ala. Gli zero gol in 11 presenze di cui sopra non sono un caso. La stagione seguente, i 5 in 21 gli valgono il redivivo interesse del Guingamp, dove aveva sostenuto un provino nel 1998. In cerca di un centravanti in seguito alla partenza di Fiorèse alla volta del PSG e dell’infortunio di Guivarc’h, il club neopromosso in massima divisione punta sul giovane africano. Nel mercato di gennaio 2002, alla veneranda età di 24 anni, Drogba lascia Le Mans, cui ha regalato 12 reti in 64 gare spalmate in tre stagioni e mezza, per la sua prima esperienza in Ligue 1.
«Convinsi i dirigenti del Le Mans a lasciarlo libero in gennaio – ricorda Guy Lacombe, allora responsabile tecnico del neopromosso Guingamp del lione futuro tecnico del Sochaux e oggi mago del Lione che a Drogba telefona quasi ogni giorno perché lo raggiunga – Dissi loro che avrebbero fatto meglio a venderlo subito, sennò lo avrei avuto gratis sei mesi dopo, da svincolato. Ero il solo, col presidente Le Graët, a volere Drogba in quel momento. Ed entrambi rischiammo la testa». Per 150 mila euro.
Lacombe se la gioca schierandolo subito titolare, il 30 gennaio, nella cruciale (e vittoriosa) trasferta al Saint-Symphorien di Metz. Drogba lo ripaga con un gol, nel primo di 11 match di Ligue 1, ma poi bollerà “solo” altre due volte. Non male per uno preso come cambio per i più quotati Bardon, Saci o Eloi, ma troppo poco per i soldi spesi e per quella messe di talento. Come non bastassse, la squadra, partita alla grande, si salva a stento. La testa di Lacombe e quella del suo presidente corrono seri pericoli di rotolamento, ma i fatti daranno loro ragione. «L’affare l’avevo fiutato sin dal suo primo giorno al Guingamp – s’infervora Lacombe – Era troppo forte, troppo tecnico per la L2. È raro che un giovane non necessiti di quella tappa di avvicinamento, ma per lui andò così. A quel livello, non aveva più niente da imparare, solo da perdere».
Infatti, nel 2002-03, alla sua prima stagione intera in massima divisione, DD esplode e con lui il piccolo Guingamp (settimo in campionato e pass per la Coppa Intertoto). Allla prima di campionato, sotto 3-1 con l’OL campione uscente, Lacombe lo manda in campo a venti minuti dalla fine. Drogba firma la doppietta che vale il pareggio e fa venir giù il Roudourou. È la svolta, confermata nella gestione Bertrand Marchand: 17 gol in 34 partite di L1, chiusa al 17° posto, terzo cannoniere dietro Shabani Nonda (26), congolese allora al Monaco e futura meteora romanista, e Pedro Pauleta (23), nazionale portoghese ai tempi al Bordeaux, ma davanti a Henry Camara, senegalese del Sedan e Djibril Cissé dell’Auxerre, entrambi a 14.
Al Guingamp, il numero 11 forma una strana coppia di gemelli del gol con il 7, Florent Malouda, centrocampista mancino veloce e versatile capace di giocare su tutta la fascia sinistra, alle spalle delle punte e persino da attaccante esterno o seconda punta tout court. In quest’ultima veste, nel 2002-03 forma con Drogba uno degli attacchi più prolifici della Première Division: 27 gol. Inutile dire che insieme in Bretagna non possono durare. Drogba prova a portarselo al Marsiglia, Malouda preferisce l’Olympique Lione. Didier invece non ha avuto tentennamenti: «Non appena il Marsiglia ha fatto capire di essere interessato a me, avevo già deciso. Tifavo per loro da una vita, è sempre stato il mio sogno indossare la maglia con la famosa striscia bianca» (presente, nello stemma sociale, sotto la scritta “Droit au but”, che vuole dire “dritti all’obiettivo” ma anche “al gol”, in francese “but”, ndr).
PSG, Inter, Milan e soprattutto Juventus (l’addio a Trézéguet pareva certo) lo inseguono ma non concludono. Il Lione ci fa un pensierino per sostituire Sonny Anderson, a fine contratto e sicuro partente. Il Monaco, all’ultimo dei 28 anni di presidenza Jean-Louis Campora, non può permetterselo: 53 milioni di euro di deficit, e in Francia queste cose le prendono sul serio. Il Marsiglia vede in lui, innamorato dell’OM, l’erede mai trovato di Jean-Pierre Papin e per 6 milioni di euro ne frena la tentazione di attraversare la Manica. «Quando guardo in tv la Premiership mi rendo conto che il calcio vero si gioca lassù» dichiarava allora Didier con convinta ammirazione. Alla (retorica) domanda «Che cosa farebbe Didier in Premiership?» l’interessato parere del suo procuratore inglese, Willie McKay rispondeva: «Sfracelli. È un incrocio tra Nicolas Anelka (allora al Manchester City, ndr) e Frédéric Kanoute (maliano all’epoca al Tottenham Hotspur, ndr). Come dire, il perfetto mix tra la tecnica fusa con la velocità, la possanza del francese e la flessuosità del maliano. Proprio in Premier League, e in tempi non sospetti, McKay aveva provato a piazzare il suo assistito. «Nell’estate 2003 – prosegue – avevo preso contatto con otto club europei, consigliando loro di prenderlo al volo, ma non mi diedero retta. Diversi osservatori andarono a vederlo, ma al momento di mettere mano al portafoglio, hanno esitato troppo. In particolare il Southampton, che ha offerto 1,5 milioni di sterline. Se [i dirigenti] avessero capito di che razza di campione si trattava, non avrebbero offerto una cifra così ridicola».
Passi per il parere dell’agente, ma ad accodarsi provvede, all’epoca, anche Papin, uno che nel “clan dei marsigliesi” qualcosa conta: «È già fortissimo e ha ancora enormi margini di miglioramento. Se continua così, finisce al Real Madrid». Ironia della sorte, al Santiago Bernabéu l’ivoriano debutta in Champions League firmando contro le merengues l’illusorio vantaggio dei transalpini, poi travolti 4-2.
Dopo la batosta, sia pure contro i Galácticos che ancora erano tali, lo spogliatoio si ribella all’eccessiva prudenza tattica ma soprattutto ai modi inurbani del tecnico Alain Perrin, che declassa in panca il ribelle portiere Vedran Runje in favore del cavallo di ritorno Fabien Barthez, ma alla fine prende atto (e il ritardo gli costerà il posto per José Anigo) che la forza della squadra è nell’attacco Drogba-Mido.
Dopo il buon avvio di stagione, l’Olympique tira il freno. Drogba no. Quasi 26enne, finalmente arrivato al top, Didier avrebbe fatto di tutto per restarci. La doppietta al Nizza in campionato, la tripletta contro il Partizan Belgrado (3-0) in Champions League: chiari segnali. Come il suo anno e mezzo in prima divisione: 20 gol in 45 partite.
Giocatore straniero della Ligue 1 2002-03 secondo France Football, sarà Miglior giocatore del torneo successivo. In diciotto mesi, era passato dalla panchina in D2 al Gotha del calcio europeo. Lo cercano Arsenal (per lo scontento Wiltord più robusto conguaglio), Barcellona, Roma e Valencia, ma lui nicchia: «Non voglio lasciare l’OM, posso migliorare molto e quando ho firmato ho detto sarei venuto per vincere. Non ho cambiato obiettivi. Voglio diventare campione qui».
L’8 settembre 2002 Robert Nouzaret, Ct francese della Costa d’Avorio, lo fa debuttare in nazionale: 0-0 in Sudafrica nelle eliminatorie della Coppa d’Africa. Un anno dopo, il beniamino del Vélodrome è una colonna degli “Elefanti”, che falliscono la qualificazione per la Coppa d’Africa 2004 un po’ per l’assurdità del calendario internazionale e molto per lo scontro fratricida che dal 2002 all’aprile di due anni dopo si consuma fra i guerriglieri del nord (mussulmano), dell’ovest e le forze governative (cristiane) filofrancesi del presidente Laurent Gbagbo, obiettivo del golpe. Da allora quella martoriata terra è spaccata in due, e il “confine” è controllato da un contingente ONU. «La gente non ha ancora smesso di soffrire – dice all’epoca Drogba – Molti sono morti e il Paese è diviso. Le infrastrutture sono state distrutte e per ricostruire ci vorrà tanto tempo. Ho ancora dei parenti ad Abidjan, appena posso li contatto». Ma ormai la sua vera casa sembra l’OM, «un modello di integrazione, un esempio per le società in tutto il mondo. Il Marsiglia è il club del futuro». Non del suo, però.
A fine stagione, culminata dalla finale di Coppa Uefa persa 2-0 col Valencia, unica nel torneo contro cui non ha segnato, il Miglior giocatore di Ligue 1 (chiusa a 18 gol in 35 gare, più i 5 da matricola in Champions League e i 6, con titolo di top scorer, in Uefa), approda al Chelsea. La Juventus offriva la metà, dirà il presidente dei marsigliesi Christophe Bouchet.
Il resto è cronaca troppo fresca per farne storia. Dieci gol (nonostante i due mesi persi per l’intervento inguinale) e titolo in Premier League, dodici nel bis in campionato più il Community Shield 2005. Al terzo anno in nazionale, nel frattempo passata a un altro transalpino, Henri Michel cui riconosce di «averci lasciato vivere all’africana. Ogni pasto sembra un banchetto di un matrimonio e una festa. La nazionale è diventata una famiglia fatta di semplice complicità dove rispolveriamo la nostra infanzia comune, le canzoni e i ricordi», arriva la fascia di capitano cui seguono, nel 2006, la finale di Coppa d’Africa persa con l’Egitto padrone di casa e lo storico Mondiale tedesco, raggiunto grazie soprattutto alle sue 9 reti (secondo miglior marcatore) e col rimpianto dell’infortunio che lo ha tenuto fermo nei due mesi prima. Affidata al tedesco Uli Stielike, la Costa dAvorio non è mai stata Drogba e altri dieci, ma è così che continuerà essere vista.
Non avesse sfondato col pallone, il “dottore del gol” avrebbe conseguito la laurea in medicina, magari per sfruttarla in patria. Dove è amato quanto invidiato. In suo onore hanno scritto canzoni e inventato danze, la sua immagine promuove bevande e ogni genere di prodotti. Dopo la tripletta al Vasili Levski, tutta l’Europa ha capito perché. Quello del giovane talento africano con «più ricordi di Abidjan che di Brest», che non ha «mai dimenticato le radici africane» e, nel suo loft londinese di Cobham, prova «molta nostalgia del suo Paese» non era un film già visto. E lo script non era poi così scontato.
Christian Giordano, Guerin Sportivo
La scheda di DIDIER DROGBA
Nato: Abidjan (Costa d’Avorio), 11 marzo 1978
Statura e peso: 1.88 x 74 kg
Ruolo: centravanti
Club: Vannes (1991-93), SC Levallois-Perret (1993-97), Le Mans (D2; 1997-gennaio 2002), Guingamp (L1; gennaio 2002-2003), Olympique Marsiglia (L1; 2003-04), Chelsea (Inghilterra; 2004-)
Esordio in nazionale: 8-9-2002, Sudafrica-Costa d’Avorio 0-0 (qualificazioni Coppa d’Africa)
Presenze (reti) in Nazionale: 34 (24)
Palmarès: due Premier League (2005, 2006), Coppa di Lega inglese (2005), Community Shield (2005); Miglior giocatore di L1 2003-04
Scadenza di contratto: 30 giugno 2008