giovedì, giugno 26, 2008

Bologna in A - Il pagellone


Massimo MARAZZINA: 9
Col gol ingrana alla quinta (a Trieste) e non si ferma più. Al top della carriera, al di là del record di reti. Leader mica tanto silenzioso (col Bari), a segno tra la 14ª e la 20ª, domina con Chievo (doppietta), a Bari, AlbinoLeffe, a Vicenza, le due col Messina, Mantova (tripletta), Triestina, Cesena, a Treviso, Frosinone, ad Ascoli. Perderlo sarebbe esiziale. In un anno, dallo stravacco di La Spezia all’olimpo: il paradiso sa attendere. Zaccarelli aveva visto giusto.

Daniele ARRIGONI: 8,5
«Sto in sede dalle 8,30 alle 20: potrei star qui altri cinque anni». Con Cazzola patron (soldi sicuri come le sfuriate), cure termali d’obbligo. Romagnolo schietto e spiccio sino all’autolesionismo, si presentò sotto il diluvio senza nascondersi: Serie A subito, e accordo annuale. O amici come prima. Con lui la manovra non fluirà mai alla Wenger, ma non si sbraca. Quando ci gioca troppo, “Il piccolo chimico” gli esplode in mano: dal 4-2-3-1 in Coppa Italia ai tre trequartisti a Ravenna, dal 4-3-2-1 o 4-3-1-2 col fantasista all’ala e troppi fuori ruolo fino alla quadratura del cerchio trovata nel 4-4-2 del finale. Tribolato ma vincente. E sancito col coupe de théâtre di Any Given Sunday. Tra infortuni, un torneo assurdo specie in testa, una rosa di qualità ma corta e incompleta, polemichette create ad arte da arruffapopolo in disarmo, ha cavato sangue dalle rape. Chapeau bas.

Francesco VALIANI: 8
Il contraltare di Lavecchia a sinistra, con in più un senso del gol da attaccante aggiunto e un bruciante cambio di passo. Arrivato dal Rimini a gennaio dopo aver fatto gol anche al Bologna, brilla come laterale o mezzala (splendido a Verona). Rinforzo di stralusso.

Francesco ANTONIOLI: 7,5
«Parate strappa-applausi», copyright di Castellini col Grosseto, per tutto il torneo. Crisetta annuale esaurita con la doppia papera col Brescia: chiede scusa e riparte da campione. Protagonista dalla prima col Rimini e nel ritorno in Riviera, poi a Frosinone, a Vicenza, a Brescia e (nonostante la barriera) a Bergamo. Alla seconda promozione in rossoblù, il suo posto è in A.

Davide CARRUS: 7,5
Che fosse l’anno buono i vecchi suiveur lo annusano già dal suo gol (il pallone gli casca in testa) del provvisorio pari col Ravenna. Sarà l’unico di questo trottolino dal moto perpetuo, tutto esperienza ed essenzialità. Protagonista senza esserlo, tesse il gioco ma non è un regista. È come il suo calcio: solo arrosto e niente fumo.

Nicola MINGAZZINI: 7,5
Tirata la carretta per tutto l’anno, il pupillo voluto da Mandorlini finisce in riserva. Timbra con Brescia e a Piacenza e forse, con quella castagna, è pure poco. Sballottato dal mezzo a mezzala destra, dà il meglio da mediano accanto a un play. Tifoso rossoblù da bambino, il vicecapitano è già una bandiera.

Christian AMOROSO: 7
Tanti guai fisici e un gran finale. Migliore in campo col Treviso (quell’assist per Marazzina è il suo marchio di fabbrica), a Lecce e nel ko col Piacenza, si salva a Grosseto e a Mantova ispira – da capotribù – la partita perfetta. Califfo declinante ma pur sempre da A. Giusto che la ritrovi con la maglia con cui gli fu scippata.

Riccardo BONETTO: 7
Se sta bene non delude. Fra i pochi ad aver spento Cerci e Lodi (ai tempi top scorer), patisce De Zerbi e Iunco e la panca a Bergamo. A Mantova, mandando in gol Fava, riscatta i tanti guai fisici (il clou è il colpo della strega col Vicenza). Arrivato sottotraccia dalla Lazio, merita di tornare in A. Non da Lotito, però.

Marcello CASTELLINI: 7
Ha detto tutto Arrigoni: «Ha avuto un problema che ne ha limitato la condizione rispetto lo splendido girone d’andata». Splendido capitano, quando s’è reso conto di non poter rendere da par suo (contro l’Ascoli e a Pisa gli zenit, a Bergamo il nadir), si è accomodato in panca senza fiatare. Leader vero.

Daniele DAINO: 7
Il migliore a Cesena e a Piacenza, goleador col Chievo e assistman su punizione per Terzi con lo Spezia. Solite spinta e generosità sulla destra, azzerate le “dainate” in difesa. Doveva andarsene con ignonimia (come dopo la retrocessione), ora è un idolo della Andrea Costa. Peccato per i due lunghi infortuni patiti nel ritorno.

Luigi LAVECCHIA: 7
Partito in sordina, è diventato determinante. Esterno alto o basso, in difficoltà solo a Bergamo come terzino sinistro. Cross puntuali (vedi l’assist per Bucchi col Cesena) e tanta corsa. Jolly prezioso.

Vangelis MORAS: 7
All’AEK, Lorenzo Serra Ferrer non lo vedeva. Qui, nessuno se lo filava. Invece, complici gli acciacchi e squalifche, il disciplinato lungagnone ha scalzato le gerachie dei centrali difensivi. Apripista con l’Avellino e match-winner col Vicenza, si è ritagliato un ruolo da primattore. Costato un tozzo di pane, è il capolavoro di Salvatori.

Claudio TERZI: 7
Subito titolare con Mandorlini, dopo un anno la promessa sembrava persa in partenza. Pure per Arrigoni: «Avevo dei dubbi e a fine ritiro l’avrei dato via, ma ha dimostrato quanto vale ed è tutto merito suo». La critica non gli perdona niente, nemmeno l’impeccabile girone di ritorno (Brescia esclusa, a Grosseto è tra i meno peggio), il gol allo Spezia, la perfetta prova di Mantova. Capitan presente (da vice del vice) e, magari, futuro. Scusate l’anticipo.

Davide DI GENNARO: 6,5
Colpi di prima da predestinato, specie da subentrato, e tanto da imparare per concentrazione, sostanza, agonismo. Firma il primo gol a Modena, subito bissato col Chievo. Nel bollente finale, scavalca Adailton e Bombardini: detto tutto. Il Milan però lo girerà altrove.

Dino FAVA PASSARO: 6,5
Adottato da compagni e tifosi per la vocazione al sacrificio (Marazzina gli deve un monumento), paga gli zero gol “in 40 partite”; in realtà 27 spezzoni, 12 dei quali da subentrato. La rete al Messina lo sblocca, quella di Mantova ne fa l’erede di Valtolina e Cornacchini. Araba fenice.

David GIUBILATO: 6,5
Giunto a gennaio (con pessime referenze) dal Vicenza, si conferma talismano-promozione: 3 consecutive, dalla C1 alla B col Napoli e ora in A. Il Golia di nome David si presenta con la sgroppata-show per il 2-0 di Adailton sulla Triestina. Bene da deb titolare (col Cesena), si conferma a Lecce. Mandato allo sbaraglio a sinistra nel 3-5-2 col Piacenza, sfortunato nell’autorete col Frosinone, a Mantova entra e sfiora due gol nel finale. Utile quanto Mastrolindo.

Bolzan Martins ADAILTON: 6
Accolto da fanfare, si rivede il flop di Parma e PSG più che la star di Verona e Genoa. Persa la preparazione, lo si attende come Godot sperando negli acuti su palla inattiva. Poi spariscono pure quelli (3 i rigori sbagliati, pesante quello di Cesena). Debutta con il piazzato-gol di La Spezia, risolve le due col Ravenna, a Trieste, col Brescia timbra su punizione il quinto centro in 5 scampoli. Arrigoni si stufa e lo relega lontano dalla porta, spesso all’ala. Lui non ha il passo, ma non alza la voce. In A dovrà fare la differenza.

Davide BOMBARDINI: 6
Talento da rilanciare, e accolto da infondati spifferi gossipari, ha dato meno di quanto è lecito attendersi da quel fatato mancino. Pennella la punizione-gol di La Spezia, incenerisce il Lecce e, da ragazzo della curva qual è, infierisce sul Modena. Però porta troppo palla e con Marazzina, abituato a Zauli, proprio non s’intende. Bravo a nascondere palla quando scotta, a Verona come a Mantova.

Cristian BUCCHI: 6
L’impatto si misura coi 5 gol in 19 presenze, perché gioca da fermo e come partner di Marazzina è più funzionale Fava. Sul palo l’ininfluente rigore contro la Triestina, fa la sua parte ma pare la pallida controfigura del centravanti ammirato nell’anno a Modena. Manda a rete Moras contro il Vicenza, poi l’infortunio col Messina tira la volata al gran finale di Fava.

Simone CONFALONE: 6
Il gladiatore ammirato allo Spezia qui non si è visto. Colpa degli infortuni prima e dopo, e degli automatismi ormai collaudati. Come warholiano quarto d’ora di celebrità il gol che sblocca il derby a Modena. Come premio-fedeltà, con annesso il ritorno di immagine in pieno stile cazzoliano, il rinnovo che lo farà debuttare in A 34enne.


GLI ALTRI:
Giacomo CIPRIANI (3 presenze): sv – In estate rifiuta Reggina e Catania in A, poi sceglie Avellino: errori capitali.
Roberto COLOMBO (nessuna presenza): sv – Con Antonioli davanti, una stagione alla Alessandrelli: l’eterno secondo di Zoff.
Andrea COSTA (8 presenze): sv – Con Arrigoni non si prendeva. Alla Reggina ha ritrovato (per un po’) Ulivieri, ma non se stesso.
Tomas DANILEVICIUS (3 presenze): sv – Già avuto al Livorno, Arrigoni gli ha dato via libera per Grosseto. Per il bene di tutti.
Francesco DELLA ROCCA (6 presenze): 6 – versatile e tecnico, nell’emergenza è stato utile sulla mediana sinistra.
Luca FERRARI (una presenza): sv – Sfumato il nuovo parcheggio in C, non poteva trovare spazio. A 22 anni, il tempo stringe.

IL PRESIDENTE - Alfredo CAZZOLA: 9
Alla presentazione di Arrigoni, alla domanda se il Bologna 2007-08 fosse il primo tutto cazzoliano, il patron rispose che sì, le scelte erano figlie della attuale dirigenza, senza più eredità del passato. Sarà un caso, ma la A è stata subito centrata. Il “pres” ha imparato e investito molto e parlato poco (per i suoi standard). Unico neo, il silenzio-stampa in vista del rush finale. Un peccato veniale. Perdere il ds Salvatori e il mister della rinascita, quelli sì, sarebbero capitali. Romilia o no, cordate anglo-svizzere o americane, il Two-Men Show con Joe Tacopina, l’eterna querelle con le istituzioni, i traghetti suoi e di Coffferati, la corsa sotto la curva dopo il 3-0 al Messina. È la manna dei media. Non ci fosse, andrebbe inventato.

CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@fastwebnet.it

mercoledì, giugno 25, 2008

La miglior difesa è il contrattacco


«Baldini e Auricchio dovrebbero vergognarsi. Io, vittima di una macchinazione». Finita l’udienza del 17 giugno, davanti la X sezione penale del tribunale di Roma, Moggi grida al complotto. Altroché mammasantissima della Cupola di Calciopoli.
Imputato con Zavaglia (ex agente di Totti e attuale di Aquilani), Moggi e Lippi Jr e gli ex collaboratori Francesco Ceravolo e Pasquale Gallo per associazione a delinquere finalizzata all’illecita concorrenza, “Big Luciano” ha rilasciato al presidente Luigi Fiasconaro mezz’ora di dichiarazione spontanea in cui ha ricusato i testimoni e riservato loro degna mercede.
L’ex ds della Roma e il maggiore dei carabinieri che ha coordinato le indagini napoletane? «Chiedete ai Sensi come lavorava, la società stava per fallire. Baldini e Auricchio hanno detto di non conoscersi, ma si vedevano da oltre un mese. È una cosa macchinata e predisposta, sono sconcertato: contro di me non ci sono prove, solo chiacchiere». E distintivo.
Giuseppe De Mita e Chiara Geronzi? «Dileguati, e noi qua col cerino in mano».
«Ho commesso degli errori come interrompere i testimoni, ma non sono pratico», la chiosa del fu “direttore” juventino. In aula, quanto di più lontano da un qualsivoglia Dio. Anche il più sgrammaticato.
CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@fastwebnet.it

mercoledì, giugno 11, 2008

Drogba, il DD-day




Spendere 45 milioni di euro per Andriy Shevchenko e scoprire che già ne avevi uno in casa. Può capitare se sei Roman Abramovich e un giorno di mezza estate ti prende l’uzzolo di scucirne 133 per lo sfizio di sfoggiare in Blue i preziosi monili Ballack e Cole, la ruvida bigiotteria spacciata per arte Boulahrouz, il diamante grezzo Kalou, tutti rigorosamente a sette zeri - per tacere dei 16 distribuiti fra Lyn Oslo e Manchester United per il cartellino di John Obi Mikel, 19enne di belle speranze da verificare - e, appunto, quel gioiello ucraino che tanto ti piace e che magari ti ricambierà con la coppa dalle grandi orecchie da lui già alzata nel Milan.


E pazienza se per accoglierlo José Mourinho dovrà stravolgere squadra e sistemi di gioco che hanno vinto due Premier League su due e sacrificare lo “Sheva” di due anni fa, inteso come investimento: Didier Drogba, arrivato dal Marsiglia per 37 e mezzo, e che una corrente di pensiero vorrebbe bravo, sì, ma non da farti vincere la Champions League. Pensieri e parole ribaltati dalla tripletta al Levski Sofia, nella seconda giornata di quella che una volta era la Coppa dei Campioni. Persino il Guardian si è arreso: «Shevchenko potrà non sembrare un centravanti da 30 milioni di sterline, al momento, ma nessuno dubita che Drogba valga in pieno i 24 spesi dal Chelsea per prenderlo».

In fondo è sempre andata così: perennemente sottovalutato, Tito, come prende subito a chiamarlo a Yop la mamma, imitata da parenti e amici. Yop sta per Yopougon, quartiere popolare della periferia sudoccidentale di Abidjan, la capitale economica della Costa d’Avorio (quella politica è Yamoussoukro, da dove i Drogba si erano trasferiti). 

È lì che inizia, l’11 marzo 1978, la storia di Didier Yves Drogba Tébily. Una trama come tante: giovane talento africano lascia la propria terra – meglio se dilaniata dalla guerra civile, dicono faccia vendere – per cercare fortuna nel Paese che di quella terra fu, e forse è, colonizzatore. Film già visto, script scontato. Ma il ragazzino, primo dei sette figli di un bancario e di una dattilografa, non è uno spiantato né uno sprovveduto. E ha nella manica ha un altro asso: conosce già il copione, colpi di scena compresi, interpretato con buon successo dallo zio Michel Goba, negli Anni 80 discreto centravanti (forte nel gioco aereo, come il nipote d’arte) della seconda divisione francese e della nazionale ivoriana.

Didier arriva in Francia a cinque anni, chiamato dallo zio per dargli «una vera chance di avere successo nella vita», e trova un altro mondo. Lascia i bagni nel fiume Agnebi, le piogge torrenziali come docce calde all’aperto, gli aromi che ti marcano il territorio dell’infanzia quindi per sempre : il puré di banane e le patate dolci con salsa di arachidi cucinati dalla madre. E la libertà: «Non ho mai troppo accettato le regole e gli obblighi. Lì, lasciati un po’ a noi stessi, abbiamo imparato a costruirci da soli». 

Magari tirando calci a un pallone nel parcheggio sterrato del centro commerciale Yopougon Sicogi. O nei tornei di “Maracana”, tre contro tre con dei palloni spesso bucati e vincitori premiati con trofei dal valore, là, inestimabile: una bottiglia di plastica piena di caramelle o di monetine. Didier Tébily - dal nome del nonno come da tradizione dei Bété, la sua etnia - dalla famiglia benestante ha ricevuto dei sandaletti in gomma, ma gioca a piedi nudi per non apparire diverso dagli amici, scalzi. E indossa una maglia a striscie verticali biancocelesti in omaggio al suo primo idolo, Diego Armando Maradona.

Goba, allora professionista con il Brest, in Bretagna, lo tiene con sé per tre anni e poi ne seguirà tutta la carriera, dai pulcini a Stamford Bridge. «Sono cresciuto guardando giocare mio zio Michel e le sue VHS di Marco van Basten, il più completo e il mio idolo - dice Drogba –, anche se quando ero ragazzino era mio zio il calciatore che più ammiravo. Quando ho cominciato voleva essere sicuro che sapessi bene in che “guaio” mi stavo cacciando, e una volta capito che facevo sul serio, ha fatto tanti sacrifici per vedermi arrivare. È stato lui ad aiutarmi a ottenere il primo contratto professionistico, al Le Mans. Gli devo tutto».

Goba, cambia squadra ogni anno (Brest, Angoulême, Dunkerque) e al nipotino regala maglie da calcio a dozzine. Tornato in patria a otto anni, Didier ritorna in Francia a undici a causa della crisi economica seguita all’embargo del 1989. I genitori, perso il lavoro, raggiungeranno il primogenito nel 1991, a Vannes, di nuovo in Bretagna. Nel frattempo Goba, dopo una parentesi a Besançon, era tornato al nord, portandosi dietro il nipote, che ne segue le orme anche in campo. Dunkerque (il suo primo club), Abbeville, Tourcoing e Vannes: per Didier coincidono con le prime tappe del tortuoso viaggio che lo porterà a Marsiglia. Lungo il percorso, oltre alle divise, il giovane talento cambia anche il ruolo. Agli esordi, nel Dunkerque, gioca terzino destro, ma questo non gli impedisce di spingersi in avanti e di segnare, come gli insegna lo zio: «Che fai incollato là dietro? Vai davanti! Nel calcio, la gente guarda solo chi fa i gol». Didier capisce e si adegua ma con ritrosia fino a quando, ai tempi di Abbeville, “decide” di diventare attaccante. I gol arrivano, ma a Tourcoing la situazione torna a capovolgersi. In rosa gli attaccanti sono tanti e in più, se c’è qualcosa che non gli garba, il Nostro non le manda a dire. Prova a giocarsela ma poi molla. «Ho sofferto. La rotazione degli effettivi c’era ma non seppi approfittarne». 

Drogba ha 13 anni e all’improvviso, in piena crisi adolescenziale, decide di lasciare perdere. Sul calcio aveva investito tutto. A scuola viene bocciato (lui che era sempre stato fra i primi della classe) e davanti ha una strada che gli appare un vicolo cieco. I genitori gli vietano il calcio e lo mandano a vivere da un suo cugino, Kriza, a Poitiers. Addio sogni di gloria? Per un anno, perché «senza il calcio io sono nulla». Infatti, quando torna a vivere con i suoi, nel 1993, si ritrova a Antony, nella regione Hauts-de Seine, vicino Parigi. Assieme ai sei tra ffratelli e sorelle ritrova anche il pallone. E il gol. Da attaccante del Levallois-Perret, dove muove i primi passi nel calcio vero. Sotto le cure del direttore tecnico ed ex nazionale jugoslavo Srebencko Repcic, Didier mostra subito la serietà delle proprie intenzioni: «Non andava in discoteca la sera prima delle partite come invece facevamo i suoi compagni». Suona strano per quello che a Yop aveva fama di miglior ballerino del quartiere, avvalorata dalle esultanze a passi di madiabe o di soukous che accenna dopo ogni gol. E che, secondo la leggenda, appartengono a coreografie studiate ai tempi di Brest con un altro zio, il ballerino Nolwenn Leroy.

«E poi, era sempre molto attento, ricettivo», chiosa Repcic. Infatti, terminati gli allenamenti Didier resta in campo per mettersi al pari dei compagni, che molti trucchi del mestiere li hanno imparati nelle scuole calcio, altro che il parcheggio sterrato del Sicogi. Presto i campetti della zona diventano il “suo” territorio e lui la stellina della squadra Under 17, allenata da Christian Pornin. In due stagioni (1994-95 e 1995-96), segna trenta reti e nella terza viene aggregato alla prima squadra, guidata da Jacques Loncar, in seconda divisione.
Didier continua l’apprendistato, comprese le lezioni per lui più dure, tipo pazientare fino a quando non arriva il tuo turno o rispettare le decisioni dell’allenatore specie se non le condividi. Anche se per Repcic è «il migliore nella squadra», non gode della completa fiducia del tecnico e si ritrova spesso in panchina. In campionato gioca appena dieci minuti, ma trova il gol, contro il Fontainebleau. Nonostante lo scarso impiego, le voci corrono e al giovane attaccante, si interessano Guingamp, Le Mans (dove gioca il suo connazionale Dagui Bakari), Lens e addirittura il Paris Saint-Germain.

«Mio zio non aveva la scorza adatta per la capitale», sorride al ricordo Didier. Subito dopo la proposta parigina, sfumata anche per la frattura a un alluce occorsagli contro il Caen, si fa avanti - su segnalazione di Loncar - il Le Mans, allenato da Marc Westerloppe. «Sapevo che aveva le doti per diventare un attaccante di livello mondiale – dice Westerloppe – Aveva tutte le qualità di cui una punta ha bisogno: gran tocco, lo scatto fulminante e il fiuto per la porta, ma a frenarlo era la scarsa fiducia in se stesso. Era uno di quei giocatori che maturano tardi». Anche fisicamente. Didier arriva a 1.88 x 74 kg, una montagna d’uomo dalla coordinazione straordinaria, come dimostra il recente gol in Premier League al Liverpool: controllo col petto a proteggere la palla da Carragher, avvitamento in un fazzoletto e bolide di sinistro che giustifica in pieno l’ultimo dei suoi soprannomi: Drogbazooka. 

Spinto dai dirigenti il ragazzo-prodigio che in CFA (il campionato dilettanti) segnava a ripetizione e in modi sempre più spettacolari, fa domanda a vari centri di formazione (come oltralpe chiamano i settori giovanili). Gli risponde il Rennes, ma una raccomandazione – in senso buono – di Loncar gli fissa un provino all’En Avant Guingamp. È il 1998 e il sogno che pareva realtà («rimanevo incantato nel vedere da vicino giocatori del calibro di Vincent Candela o Stéphane Carnot…») rischia invece di trasformarsi in incubo: «Una frattura a un alluce e finii presto nel dimenticatoio».

«Se non fosse stato per Marc probabilmente non sarei qui oggi – dice l’allievo prediletto riferendosi al proprio mentore – Mi ha insegnato tanto, non solo sul calcio, ma anche sulla vita fuori del campo. Mi ha fatto capire che le due cose inestricabilmente legate. Mi ha insegnato a non tirarmi mai indietro sul terreno di gioco, a non buttarmi, a non simulare». Sul tema, però, delle due l’una: o Westerloppe e il suo vice, Alain Pascalou, non hanno fatto un gran lavoro – improbabile, visto che da una gemma grezza, hanno tagliato un diamante – o Drogba, nello specifico, non è stato uno studente modello perché Didier predica bene e razzola malissimo. Ci arriveremo. A 19 anni, è finalmente un calciatore professionista, anche se con un contratto da apprendista.

Il Le Mans poteva essere il definitivo trampolino di lancio verso la grande ribalta, ma anche lì, nei due anni di praticantato, non tutto fila per il verso giusto. Il giovane virgulto fatica a sbocciare: 2 presenze nel secondo anno, il 1998-99, 30 (con 7 gol e il contratto da pro finalmente firmato) nel 1999-2000 e soltanto 11 (senza reti) nel 2000-01. Il computo delle fredde cifre non tiene però conto di alcune cosette mica da ridere: infortuni, paternità, il rapporto, mai nato, con Thierry Goudet, il successore di Westerloppe sulla panchina del Le Mans. «Ero spesso infortunato (quattro fratture: due a un metatarso, a una fibula e a una caviglia, ndr) e non sempre seguivo i consigli dei tecnici» si giustifica senza cercare scuse il futuro marsigliese. In più, in quel periodo nacque Isaac, il primo dei suoi due figli. «Fu il punto di svolta della mia vita. Misi la testa a posto».

Ma le prestazioni della squadra nel 2000-01 non soddisfano le aspettative dei dirigenti. A Westerloppe subentra appunto Goudet e nel frattempo, con Drogba in infermeria già dal precampionato, in avanti conquista posto e fiducia Daniel Cousin. Quando Didier torna in squadra non lo fa più al centro dell’attacco bensì all’ala. Gli zero gol in 11 presenze di cui sopra non sono un caso. La stagione seguente, i 5 in 21 gli valgono il redivivo interesse del Guingamp, dove aveva sostenuto un provino nel 1998. In cerca di un centravanti in seguito alla partenza di Fiorèse alla volta del PSG e dell’infortunio di Guivarc’h, il club neopromosso in massima divisione punta sul giovane africano. Nel mercato di gennaio 2002, alla veneranda età di 24 anni, Drogba lascia Le Mans, cui ha regalato 12 reti in 64 gare spalmate in tre stagioni e mezza, per la sua prima esperienza in Ligue 1.

«Convinsi i dirigenti del Le Mans a lasciarlo libero in gennaio – ricorda Guy Lacombe, allora responsabile tecnico del neopromosso Guingamp del lione futuro tecnico del Sochaux e oggi mago del Lione che a Drogba telefona quasi ogni giorno perché lo raggiunga – Dissi loro che avrebbero fatto meglio a venderlo subito, sennò lo avrei avuto gratis sei mesi dopo, da svincolato. Ero il solo, col presidente Le Graët, a volere Drogba in quel momento. Ed entrambi rischiammo la testa». Per 150 mila euro.

Lacombe se la gioca schierandolo subito titolare, il 30 gennaio, nella cruciale (e vittoriosa) trasferta al Saint-Symphorien di Metz. Drogba lo ripaga con un gol, nel primo di 11 match di Ligue 1, ma poi bollerà “solo” altre due volte. Non male per uno preso come cambio per i più quotati Bardon, Saci o Eloi, ma troppo poco per i soldi spesi e per quella messe di talento. Come non bastassse, la squadra, partita alla grande, si salva a stento. La testa di Lacombe e quella del suo presidente corrono seri pericoli di rotolamento, ma i fatti daranno loro ragione. «L’affare l’avevo fiutato sin dal suo primo giorno al Guingamp – s’infervora Lacombe – Era troppo forte, troppo tecnico per la L2. È raro che un giovane non necessiti di quella tappa di avvicinamento, ma per lui andò così. A quel livello, non aveva più niente da imparare, solo da perdere». 

Infatti, nel 2002-03, alla sua prima stagione intera in massima divisione, DD esplode e con lui il piccolo Guingamp (settimo in campionato e pass per la Coppa Intertoto). Allla prima di campionato, sotto 3-1 con l’OL campione uscente, Lacombe lo manda in campo a venti minuti dalla fine. Drogba firma la doppietta che vale il pareggio e fa venir giù il Roudourou. È la svolta, confermata nella gestione Bertrand Marchand: 17 gol in 34 partite di L1, chiusa al 17° posto, terzo cannoniere dietro Shabani Nonda (26), congolese allora al Monaco e futura meteora romanista, e Pedro Pauleta (23), nazionale portoghese ai tempi al Bordeaux, ma davanti a Henry Camara, senegalese del Sedan e Djibril Cissé dell’Auxerre, entrambi a 14.

Al Guingamp, il numero 11 forma una strana coppia di gemelli del gol con il 7, Florent Malouda, centrocampista mancino veloce e versatile capace di giocare su tutta la fascia sinistra, alle spalle delle punte e persino da attaccante esterno o seconda punta tout court. In quest’ultima veste, nel 2002-03 forma con Drogba uno degli attacchi più prolifici della Première Division: 27 gol. Inutile dire che insieme in Bretagna non possono durare. Drogba prova a portarselo al Marsiglia, Malouda preferisce l’Olympique Lione. Didier invece non ha avuto tentennamenti: «Non appena il Marsiglia ha fatto capire di essere interessato a me, avevo già deciso. Tifavo per loro da una vita, è sempre stato il mio sogno indossare la maglia con la famosa striscia bianca» (presente, nello stemma sociale, sotto la scritta “Droit au but”, che vuole dire “dritti all’obiettivo” ma anche “al gol”, in francese “but”, ndr).

PSG, Inter, Milan e soprattutto Juventus (l’addio a Trézéguet pareva certo) lo inseguono ma non concludono. Il Lione ci fa un pensierino per sostituire Sonny Anderson, a fine contratto e sicuro partente. Il Monaco, all’ultimo dei 28 anni di presidenza Jean-Louis Campora, non può permetterselo: 53 milioni di euro di deficit, e in Francia queste cose le prendono sul serio. Il Marsiglia vede in lui, innamorato dell’OM, l’erede mai trovato di Jean-Pierre Papin e per 6 milioni di euro ne frena la tentazione di attraversare la Manica. «Quando guardo in tv la Premiership mi rendo conto che il calcio vero si gioca lassù» dichiarava allora Didier con convinta ammirazione. Alla (retorica) domanda «Che cosa farebbe Didier in Premiership?» l’interessato parere del suo procuratore inglese, Willie McKay rispondeva: «Sfracelli. È un incrocio tra Nicolas Anelka (allora al Manchester City, ndr) e Frédéric Kanoute (maliano all’epoca al Tottenham Hotspur, ndr). Come dire, il perfetto mix tra la tecnica fusa con la velocità, la possanza del francese e la flessuosità del maliano. Proprio in Premier League, e in tempi non sospetti, McKay aveva provato a piazzare il suo assistito. «Nell’estate 2003 – prosegue – avevo preso contatto con otto club europei, consigliando loro di prenderlo al volo, ma non mi diedero retta. Diversi osservatori andarono a vederlo, ma al momento di mettere mano al portafoglio, hanno esitato troppo. In particolare il Southampton, che ha offerto 1,5 milioni di sterline. Se [i dirigenti] avessero capito di che razza di campione si trattava, non avrebbero offerto una cifra così ridicola».
Passi per il parere dell’agente, ma ad accodarsi provvede, all’epoca, anche Papin, uno che nel “clan dei marsigliesi” qualcosa conta: «È già fortissimo e ha ancora enormi margini di miglioramento. Se continua così, finisce al Real Madrid». Ironia della sorte, al Santiago Bernabéu l’ivoriano debutta in Champions League firmando contro le merengues l’illusorio vantaggio dei transalpini, poi travolti 4-2.

Dopo la batosta, sia pure contro i Galácticos che ancora erano tali, lo spogliatoio si ribella all’eccessiva prudenza tattica ma soprattutto ai modi inurbani del tecnico Alain Perrin, che declassa in panca il ribelle portiere Vedran Runje in favore del cavallo di ritorno Fabien Barthez, ma alla fine prende atto (e il ritardo gli costerà il posto per José Anigo) che la forza della squadra è nell’attacco Drogba-Mido. 

Dopo il buon avvio di stagione, l’Olympique tira il freno. Drogba no. Quasi 26enne, finalmente arrivato al top, Didier avrebbe fatto di tutto per restarci. La doppietta al Nizza in campionato, la tripletta contro il Partizan Belgrado (3-0) in Champions League: chiari segnali. Come il suo anno e mezzo in prima divisione: 20 gol in 45 partite.

Giocatore straniero della Ligue 1 2002-03 secondo France Football, sarà Miglior giocatore del torneo successivo. In diciotto mesi, era passato dalla panchina in D2 al Gotha del calcio europeo. Lo cercano Arsenal (per lo scontento Wiltord più robusto conguaglio), Barcellona, Roma e Valencia, ma lui nicchia: «Non voglio lasciare l’OM, posso migliorare molto e quando ho firmato ho detto sarei venuto per vincere. Non ho cambiato obiettivi. Voglio diventare campione qui». 

L’8 settembre 2002 Robert Nouzaret, Ct francese della Costa d’Avorio, lo fa debuttare in nazionale: 0-0 in Sudafrica nelle eliminatorie della Coppa d’Africa. Un anno dopo, il beniamino del Vélodrome è una colonna degli “Elefanti”, che falliscono la qualificazione per la Coppa d’Africa 2004 un po’ per l’assurdità del calendario internazionale e molto per lo scontro fratricida che dal 2002 all’aprile di due anni dopo si consuma fra i guerriglieri del nord (mussulmano), dell’ovest e le forze governative (cristiane) filofrancesi del presidente Laurent Gbagbo, obiettivo del golpe. Da allora quella martoriata terra è spaccata in due, e il “confine” è controllato da un contingente ONU. «La gente non ha ancora smesso di soffrire – dice all’epoca Drogba – Molti sono morti e il Paese è diviso. Le infrastrutture sono state distrutte e per ricostruire ci vorrà tanto tempo. Ho ancora dei parenti ad Abidjan, appena posso li contatto». Ma ormai la sua vera casa sembra l’OM, «un modello di integrazione, un esempio per le società in tutto il mondo. Il Marsiglia è il club del futuro». Non del suo, però. 

A fine stagione, culminata dalla finale di Coppa Uefa persa 2-0 col Valencia, unica nel torneo contro cui non ha segnato, il Miglior giocatore di Ligue 1 (chiusa a 18 gol in 35 gare, più i 5 da matricola in Champions League e i 6, con titolo di top scorer, in Uefa), approda al Chelsea. La Juventus offriva la metà, dirà il presidente dei marsigliesi Christophe Bouchet.

Il resto è cronaca troppo fresca per farne storia. Dieci gol (nonostante i due mesi persi per l’intervento inguinale) e titolo in Premier League, dodici nel bis in campionato più il Community Shield 2005. Al terzo anno in nazionale, nel frattempo passata a un altro transalpino, Henri Michel cui riconosce di «averci lasciato vivere all’africana. Ogni pasto sembra un banchetto di un matrimonio e una festa. La nazionale è diventata una famiglia fatta di semplice complicità dove rispolveriamo la nostra infanzia comune, le canzoni e i ricordi», arriva la fascia di capitano cui seguono, nel 2006, la finale di Coppa d’Africa persa con l’Egitto padrone di casa e lo storico Mondiale tedesco, raggiunto grazie soprattutto alle sue 9 reti (secondo miglior marcatore) e col rimpianto dell’infortunio che lo ha tenuto fermo nei due mesi prima. Affidata al tedesco Uli Stielike, la Costa dAvorio non è mai stata Drogba e altri dieci, ma è così che continuerà essere vista. 

Non avesse sfondato col pallone, il “dottore del gol” avrebbe conseguito la laurea in medicina, magari per sfruttarla in patria. Dove è amato quanto invidiato. In suo onore hanno scritto canzoni e inventato danze, la sua immagine promuove bevande e ogni genere di prodotti. Dopo la tripletta al Vasili Levski, tutta l’Europa ha capito perché. Quello del giovane talento africano con «più ricordi di Abidjan che di Brest», che non ha «mai dimenticato le radici africane» e, nel suo loft londinese di Cobham, prova «molta nostalgia del suo Paese» non era un film già visto. E lo script non era poi così scontato.
Christian Giordano, Guerin Sportivo

La scheda di DIDIER DROGBA
Nato: Abidjan (Costa d’Avorio), 11 marzo 1978
Statura e peso: 1.88 x 74 kg
Ruolo: centravanti
Club: Vannes (1991-93), SC Levallois-Perret (1993-97), Le Mans (D2; 1997-gennaio 2002), Guingamp (L1; gennaio 2002-2003), Olympique Marsiglia (L1; 2003-04), Chelsea (Inghilterra; 2004-)
Esordio in nazionale: 8-9-2002, Sudafrica-Costa d’Avorio 0-0 (qualificazioni Coppa d’Africa)
Presenze (reti) in Nazionale: 34 (24)
Palmarès: due Premier League (2005, 2006), Coppa di Lega inglese (2005), Community Shield (2005); Miglior giocatore di L1 2003-04
Scadenza di contratto: 30 giugno 2008

lunedì, giugno 09, 2008

Portogallo-Turchia 2-0 - LE PAGELLE


PORTOGALLO (4-2-3-1):

Ricardo 6 – Ordinaria amministrazione e una macchiolina: sfarfalla un’uscita ma senza conseguenze.

Bosingwa 6,5 – Continuo e possente nella spinta, in fase difensiva lo impensieriscono il giusto. Non sarà sempre festa.
Pepe 7,5 – In forma straripante, arremba da un’area all’altra. Segna un gol in offside e uno buono, quello che spacca la partita. Al Real Madrid, così, ancora devono vederlo.
Ricardo Carvalho 6,5 – Guida la retroguardia con carisma e mestiere. Una garanzia. Mourinho per lui stravede, e fa strabene.
Paulo Ferreira 6 – Riciclato a sinistra dalla indisponibilità diMiguel. Fa bene il compitino e tiene la posizione come contraltare allo stantuffo Bosingwa.

Petit 6,5 – Nerbo e sostanza a sostegno dei fini dicitori. Prezioso.
João Mutinho 7,5 – La veronica, da applausi, che prepara il raddoppio è la ciliegina su una torta di 90 di rara precisione ed efficacia. Meritava il gol sfiorato in almeno un paio di occasioni. Playmaker, interno e rifinitore: uno e trino. Di primo livello.

Cristiano Ronaldo 6 – Solo un paio di accelerazioni delle sue e una punizione-bomba che coglie il palo interno. Se carbura, addio avversari.
Deco 6,5 – Prezioso e continuo, mai visto così tonico in questa disastrata stagione blaugrana. Se l’Inter lo vuole, farà bene a darsi una mossa. (92’ Fernando Meira sv – Titolare e capitano dello Stoccarda, figurante in nazionale. Dov’è l’errore? Non c’è: i due centrali difensivi sono in forma strepitosa).
Simão (83’ Raul Meireles 7 – entra e segna un gran gol, quello che chiude i giochi. Di più non si può).

Nuno Gomes 7 – Più spartitraffico che bomber, ma un palo e una traversa gridano vendetta. A Firenze ancora non ci credono. Un gran bel modo di cominciare il canto del cigno. (69’ Nani – Gioca nel finale e fa il diavolo a quattro, sfiorando pure il raddoppio. Mehmet Aurelio ancora lo insegue. Sarà coprotagonista).

Ct: Scolari 7 – Non fa il fenomeno, azzecca adeguamenti tattici (Simão che si scambia con Cristiano Ronaldo, il 4-4-2 nel finale) e le sostituzioni. E la palla circola con ammirevole fluidità. Un capolavoro di fiducia il recupero di Nuno Gomes.


TURCHIA (4-3-2-1):
Volkan 7 – Contiene il passivo sin dove può e sulle reti non ha colpa.

Hamit Altintop 5,5 – Arremba, ma con poco costrutto. I piedi sono quello che sono. (76’ Semih 5,5 – Va a far mucchio dietro per difendere a cinque: non basta).
Servet 5 – Nel mezzo si aprono praterie. Non un gran segnale.
Gökhan 5 – Falloso e nervoso, Terim corre presto ai ripari. (55’ Emre Asik) -
Hakan Balta – Simao gli scappa e nella ripresa gli tocca Cristiano Ronaldo, prima che questi finisca al centro. Seratina difficile.
Kazim 5 – Dura un tempo, è pure troppo. (46’ Sabri 5,5 – Un giallo per proteste, peraltro giustificate).
Emre Belözoglü 6 – Nel vivo del gioco rivela insospettate doti di continuità e, da capitano, di combattente. Il rovescio della medaglia è che se lo allontani dalla porta, poi resti senza munizioni.
Mehmet Aurelio 6,5 – Fra gli ultimi ad arrendersi, su Nani persino troppo irruento.

Mevlüt – Terim lo rileva subito, detto molto.
Tuncay – Non pervenuto.

Nihat 6 – Si danna ma senza un partner al fianco rende la metà. Il tuffo olimpico per lucrare un penalty poteva risparmiarselo.

Ct: Terim 5,5 – Il materiale è quello ma non portare Halil Altintop e schierare solo una punta (perdipiù leggerina quale è Nihat) non aiuta. Che abbia perso il tocco?


Arbitro:
Herbert Fandel (Germania) 6 – Visto in serate migliori. Non commette sfondoni, ma il rigore per “mani” di Simão è sospetto e Mehmet Aurelio, per il proditorio tackle su Nani, doveva essere espulso.

CHRISTIAN GIORDANO

Portogallo-Turchia 2-0 - LA CRONACA


Habemus favorita. Gazzette e portali colorati avevano presentato la 13esima kermesse continentale lamentando, alla vigilia, l’assenza di una candidata al titolo capace di staccarsi su tutte già dal pronostico. Il Portogallo visto al debutto maramaldeggiare sulla Turchia ben oltre il 2-0 finale, peraltro arrotondato al 93’, ha smentito i professori del nulla. E ci è riuscito lasciando solo intravedere Cristiano Ronaldo, scontatissima stella annunciata della manifestazione.

Allo Stade de Gèneve, Scolari schiera il collaudato 4-2-3-1 ma senza l’infortunato Quaresma (sostituito all’ala sinistra dall’ottimo Simão). Cristiano Ronaldo non gioca da centravanti, come si vociferava prima del via, bensì sull’out destro, in appoggio alla punta unica Nuno Gomes, nella circostanza capitano. Terim invece opta per un 4-3-2-1 senza riferimenti offensivi eccetto Nihat, reduce da una gran stagione al Villarreal.

Il primo appunto sul bloc-notes, al 4’, è per il cartellino che il turco Kazim Kazim si merita dal tedesco Fandel - non in giornatona, ma nel caso specifico nel giusto – per aver tirato il pallone addosso a Simão. Proprio l’aletta sedotta e mai abbracciata dal Liverpool manda in gol, al 17’ con un cross da destra, Pepe, colto però in offside a mezzo metro dal portiere Volkan: come non detto.

Al 20’ punizione di Nihat, deviata dalla barriera. Anche Simão ci prova su calcio franco, al 29’, ma il suo destro a giro finisce alto. Un minuto dopo si materializza Cristiano Ronaldo: assolo centrale chiuso da un destro strozzato sul terreno. Al 38’ l’asso del manchester United fa capire perché vincerà a mani basse il Pallone d’oro 2008: punizione delle sue dalla trequarti sinistra, di quelle preparate a gambe larghe e, nell’occasione, scaldando le scarpe color verde prato; sventola terrificante e palla che coglie il palo interno alla sinistra di Volkan. La frazione si chiude con un bel controllo sinistro destro e la sparata alta di João Moutinho, sempre nel vivo del gioco.

La ripresa si apre con l’Imperatore Terim che, dopo le fanfaronate della vigilia («giocheremo sempre all’attacco, la paura la lascio ai miei avversari»), rimpiazza subito l‘attaccante Mevlüt con il difensore Sabri: 4-1-4-1 a voler essere generosi. Tre minuti dopo, Nihat si butta in area: Fandel non abbocca né lo ammonisce. Al 50’, dopo uno svarione Gökhan si becca il giallo per aver atterrato Simão, e Nuno Gomes centra di esterno destro il palo alla destra di Volkan, per la seconda volta graziato da un montante. L’altro.

Al 55’ la Turchia cambia ancora: esce lo scombussolato Gökhan per il difensore Emre Asik, parziale omonimo dell’ex interista Emre Belözoglü, capitano di giornata e mai così combattivo impiegato in mediana anziché sulla trequarti. Un giro di lancette e Cristiano Ronaldo torna a farsi vivo: destro morbido da sinistra, Volkan para a terra. Al 59’ è ancora Moutinho a provarci da fuori, destro alto di poco. Dall’altra parte lo imita Sabri in una delle sempre più rare azioni di alleggerimento turche. Quando tutto comincia a far pensare che per i rossoverdi la porta altrui sia stregata, ecco la magia.

Al 61’ Pepe scambia in uno-due con Nuno Gomes e di piatto destro, complice il tocco in scivolata di Emre Asik, infila Volkan: Portogallo 1, Turchia 0. Di lì in poi è dominio lusitano. Al 65’, terzo legno portoghese, il secondo a firma di Nuno Gomes, che stacca sul primo palo e centra la traversa girando di testa un cross da sinistra. Sul ribaltamento di fronte lo scatenato Pepe, mai visto così al Real Madrid, chiude su Nihat.

Al 68’ tocca a Scolari far rifiatare i suoi: Nuno Gomes lascia il posto a Nani, giusto per far capire a che rosa di ricambi possa attingere il guru veneto-brasiliano. La mossa sposta Cristiano Ronaldo da sinistra, dove era andato in avvio di ripresa, al centro dell’attacco. Dopo un giallo a Sabri (probabile rigore per “mani”, non visto, di Simão), una uscita di farfalle di Ricardo su punizione dalla sinistra, Terim prova ad acciuffare il pari inserendo la punta Semih per il laterale destro Hamit Altintop, fratello scarso (allo Schalke 04) dell’Halil attaccante di scorta del Bayern Monaco.

La contromossa di Scolari è Raúl Meireles che rileva l’esausto Simão e mette i suoi a un più guardingo 4-4-2 (con Cristiano Ronaldo e Nani di punta). Il centrocampista del Porto ripaga la fuiducia chiudendo la partita concretizzando col destro in corsa lo splendido contropiede condotto da Cristiano Ronaldo e rifinito dalla gran veronica di João Moutinho.

Poco prima, Nani aveva sfiorato il raddoppio con un destro rasoterra centrale, neutralizzato da Volkan, e si era beccato un’entrata da rosso da Mehmet Aurelio, graziato da un Fandel che ha conosciuto serate migliori. Registrato il cambio di Fernando Meira per il miglior Deco stagionale, sessanta secondi prima del gol di Raúl Meireles, ci si chiede: chi fermerà il Portogallo quando avrà il vero Cristiano Ronaldo?

CHRISTIAN GIORDANO


Il tabellino di Portogallo-Turchia 2-0
PORTOGALLO (4-2-3-1): Ricardo - Bosingwa, Pepe, Ricardo Carvalho, Paulo Ferreira - Petit, João Mutinho - Cristiano Ronaldo, Deco (92’ Fernando Meira), Simão (83’ Raul Meireles) - Nuno Gomes cap. (69’ Nani). Ct: Scolari.
TURCHIA (4-3-2-1): Volkan - Hamit Altintop (dal 76’ Semih), Servet, Gökhan (55’ Emre Asik), Hakan Balta - Kazim (46’ Sabri), Emre Belözoglü (C), Mehmet Aurelio - Mevlüt, Tuncay - Nihat. Ct: Terim.
Arbitro: Herbert Fandel (Germania).
Marcatori: 61’ Pepe, 93’ Raul Meireles.
Note. Ammoniti: 4’ Kazim (T), 51’ Gokhan (T), 73’ Sabri (T). Angoli: 7-3 Portogallo.

domenica, giugno 08, 2008

Svizzera-Repubblica Ceca 0-1 - LE PAGELLE


SVIZZERA (4-4-2):
Benaglio 6 – Incolpevole sulla fiondata-gol, inoperoso (o quasi) prima e dopo, sicuro nelle uscite.

Lichtsteiner 6,5 – Copre bene la corsia destra e si propone spesso in sovrapposizione con Behrami. Alla critica elvetica non piace: leggerezza fisica a parte, nessuno sa spiegarci perché. (75’ Vonlanthen 5 – doveva forse entrare prima, ma appena mette piede in campo perde palla, prende il giallo e la traversa. Solo sfortunato?)
Müller 6 – Guida bene il reparto, ma nel gol si fa prendere, come tutta la terza linea, di infilata.
Senderos 6 – Vedi Müller, meno pericoloso in avanti di quanto non sia nell’Arsenal.
Magnin 6,5 – Soliti, noti limiti e generosità. Sprovveduto nel fallo su Sionko che gli vale il giallo. Sgraziato nell’incedere, è sempre fra i più attivi.

Behrami 6,5 – Andar via dal fascettiano casino organizzato chiamato Lazio non potrà che fargli bene. Continuo e arrembante, quando Kuhn lo toglie suscita le ire di pubblica e critica. (84’ Derdiyok sv - Impalpabile).
Inler 6,5 – Porta quantità e ordine. Ci prova da fuori, con scarsa potenza e precisione. L’Udinese è una bella palestra.
Gelson Fernandes 6 – Mastino dellamediana, picchia in maniera indefessa e merita il giallo che invece non arriva.
Barnetta 5,5 – La delusione di giornata. Tecnico e potenzialmente fortissimo, alla faccia del fisichino, paga la posizione di esterno sinistro alto: troppo lontano dalla porta.

Frei 6 – Il suo Europeo dura meno di un tempo, nel quale batte a rete almeno un paio di volte. Grygera non ci mette cattiveria, ma lo farà stare fuori almeno sei mesi. (46’ Yakin 6 – spreca di testa, forse meritava maggiore spazio).
Streller 5 – A questi livelli c’entra poco. Si segnala solo per la spizzata su cui Ujfalusi commette il fallo da rigore non visto (o non sanzionato) da Rosetti.

Ct: Kuhn 6 – In panchina col groppo in gola per la moglie in coma, schiera una squadra solida ma priva di classe e fantasia. Nel bailamme finale, butta dentro attaccanti e mezzepunte à gogo. E quando toglie Behrami si attira gli strali della critica. Colpe vere, però, ne ha poche: il convento dei Cantoni passa quello.


REPUBBLICA CECA (4-1-4-1):
Cech 7 – Preciso come da fama di numero due globale dopo Buffon. Gli svizzeri lo impegnano soprattutto da fuori, e quando non azzarda la presa il portierone ci mette i pugni.

Grygera 6 – Duro e attento (tranne che in un liscio), è incolpevole sul contrasto che a Frei costa ginocchio e torneo. Non sale mai, e fa bene.
Ujfalusi 6,5 – Prestazione gagliarda. Sul rigore non fischiato gli va stragrassa, e nel dopogara lo fa intendere.
Rozehnal 6,5 – Diligente nelle chiusure e nel guidare il reparto dietro. Non si fa vedere in costruzione, compito che peraltro pare sia poco nelle sue corde.
Jankulovski 6 – Qualche punizione alta, poche le discese. Deve dare di più.

Galasek 7 – Solita diga davanti la difesa e sul petto la medaglia dell’incornata-assist per il gol-partita. Scusate se è poco.

Sionko 6 – Tanta corsa, la qualità è un’altra cosa. (83’ Vlcek sv – Puro garbage time).
Jarolim 6 - Tanta legna, poche idee. (87’ Kovac sv – Scampoli per difendere i tre punti).
Polak 6 – Falce e randello. Il suo lo fa, oltre non è lecito chiedere.
Plasil 6 – Persino il Nedved attuale gli darebbe due piste, ma la Furia Ceca ha detto stop (alla nazionale) e così il Ct deve fare di necessità virtù.

Koller 5 – Mai servito, del centravanti boa è rimasta la stazza. Da prepensionamento. (55’ Sverkos 7 – Alla prima palla, dopo un quarto d’ora, incrocia il gran esterno destro che vale tre punti. Detto tutto).

Ct: Brückner 6 – Non avere Rosicky ne ha azzerato estro e tasso tecnico, ma la compagnia è sembrata spremuta. Urgono modifiche, e con Koller così inguardabile sarà dura tenere fuori Baros e il match-winner Sverkos.

Arbitro: Rosetti (Ita) 6,5. Sarebbe stato perfetto senza quel rigore non visto su fallo di mano di Ujfalusi. Nel caso specifico non lo aiutano gli assistenti, i suoi connazionali Griselli e Calcagno, peraltro impeccabili nel valutare i fuorigioco (compreso quello, inesistente, sul gol). A voler trovare il pelo nell’uovo, Gelson Fernandes, picchiatore indomito, meritava il giallo.
CHRISTIAN GIORDANO

Svizzera-Repubblica Ceca 0-1 - LA CRONACA


Dopo neanche 45’ Euro2008 ha già la prima immagine-simbolo: le lacrime di Frei che esce, tenuto a braccia, con la borsa del ghiaccio incollata al ginocchio sinistro, sinistrato involontariamente da Grygera. La Svizzera è come il proprio capitano: attacca con generosità (e tanti limiti) e viene beffata dalla jella, prima ancora che dal neoentrato Vaclav Sverkos, 24enne carneade del Banik Ostrava che al 70’ firma il gol che premia oltre i meriti la controfigura della Repubblica Ceca, troppo brutta per essere vera.

Esaurita la breve (20’) e dimessa cerimonia di apertura (con la coreo-scenografia che compone prima il lago di Costanza, poi le montagne cui si aggiungono trampolieri, costumi tipici e l’immancabile mucca, scontata icona elvetica assieme alle meno spendibili banche), al Sankt Jakob Park di Basilea finalmente si gioca. Ma non prima di aver registrato il commento di un giornalista (non di sport) locale: «In Italia non credo che, come simbolo del folclore, avrebbero usato la pizza».

Squadre al via come previsto. Kuhn, in panca nonostante il dramma (la moglie è in coma), schiera il consueto 4-4-2. Brückner conferma la mediana a cinque con Galasek davanti la difesa e di punta il “gigante ceco” (lo scriviamo subito e poi basta, chiedendo scusa a Cassola) Koller, senza il fumoso e indisponente (in campo e fuori) Baros.

Al 3’ il primo tiro della gara, destro di Frei dai 25 metri che sfila largo alla destra della porta di Cech, illude tutti. Invece sarà una frazione soporifera (eufemismo). Al 19’ sinistro centrale telefonato di Inler, è l’unico sussulto ceco. Al 21’ buco di Rozenhal, Cech esce bene in anticipo su Frei. La Repubblica Ceca, se c’è, dorme. Il ritmo è bassino. Al 36’ svarione di Grygera e altro destraccio di Frei dalla distanza, Cech (che forse non si fida dei nuovi, tanto criticati palloni) respinge coi pugni; sulla respinta, Streller viene beccato in offside. A parte un traversone in area fatto da Barnetta (relegato a esterno alto, ma troppo lontano dalla porta) e un affondo di Behrami, che supera Plasil e Jankulovski e costringe la difesa ceca all’intervento aereo, si arriva senza sussulti sino al 44’. È allora che Frey va a sbattere contro Grygera con il ginocchio sinistro, e si capisce subito che è lui ad avere la peggio. Il capitano esce zoppicante e in lacrime, e con la probabile lesione ai legamenti collaterali il suo Europeo pare già finito.

La ripresa inizio con Yakin al posto di Frei, mossa a sorpresa visto che forse era il caso di inserire Vonlanthen e magari spostare sulla trequarti Barnetta. Neanche il tempo di passare la fascia di capitano a Magnin e di ascoltare i cronisti locali secondo i quali «le migliori partite Streller le ha fatte senza avere accanto Frei», che Yakin sembra voler dare ragione al suo Ct. Al 50’ Grygera lo atterra, e su punizione Yakin tenta il destro a giro: palla alta di poco. È il quarto tiro in porta e la avvisaglia che si sbadiglierà meno.

Al 56’ Brückner si stufa dell’immobilismo di Koller (peraltro mai servito) e lo rimpiazza con il più mobile Sverkos. Non sembra ma sarà la mossa decisiva. Gli animi si scaldano al 59’, quando Magnin stende da dietro Sionko: un fallo sciocco, perché il ceco era a un passo dalla linea laterale, innocuo. I cechi fanno capolino dalle parti di Benoglio al 60’: Jankulovski centra dalla trequarti destra, Sionko di testa (come Magnin) non ci arriva. Al 62’ primo acuto di Barnetta, che finalmente taglia dentro da sinistra e poi gira altissimo di destro al volo. 65’: punizione di Jankulovski dai 28 metri per fallo di Barnetta su Plasil, palla oltre la traversa.

Al 66’ palla-gol per Yakin, che di testa gira fuori un cross di Lichtsteiner da destra, poi Barnetta in scivolata manca l’impatto vincente. Il gol è nell’aria. Solo che lo segna chi non ti aspetti. Su un appparentemente innocuo rinvio della difesa svizzera, la terza linea sale troppo presto, Galasek ribalta il fronte con un colpo di testa che scavalca tutti e annulla il maldestro tentativo di fuorigioco, Sverkos si fionda dentro sul centro sinistra e incrocia l’esterno destro che fulmina Benaglio sul palo lontano. Come esultanza, un bacio al proprio bicipite destro, e non quello femorale. Al primo vero affondo, i fantasmi della Repubblica Ceca 1, Svizzera 0. Quando si dice il bello del calcio.

Cinque minuti dopo, Khun toglie il terzino destro Liechtsteiner per la mezzapunta Vonlanthen. Il neoentrato ne combina due in un amen, Subito palla persa e un pestone alla caviglia di Jarolim: ammonito. All’80’ l’occasione per riscattarsi: Barnetta conclude con un potente sinistro, centrale, dai sedici metri, Cech si supera e proprio lui, Vonlanthen, calcia di controbalzo a porta sguarnita. Traversa piena. Istanti prima, nella stessa azione, l’unico errore dell’altrimenti irreprensibile terna italiana: Rosetti e i suoi assistenti non vedono il malizioso “mani” di Ujfalusi, in area di rigore, sulla spizzata di Streller. A parziale discolpa degli ufficiali di gara, la velocità dell’azione e la vicinanza dei due giocatori.

Il tempo di registrare i cambi (per perdere secondi quelle di Vlcek per Sionko e di Kovac per Jarolim; mossa della disperazione, criticatissima dai media elvetici, quella di Derdiyok per Behrami) e la ammonizione per proteste del nervoso Barnetta, poi Rosetti sancisce la forse immeritata sconfitta dei copadroni di casa. Poco prima, il torinese aveva – stavolta giustamente – evitato di sanzionare un altro presunto mani di Ujfalusi in area di rigore, ma qui l’ex viola aveva il braccio appoggiato al petto e la palla gli era schizzata addosso.
Se Rockerduck non ci cita per uso improprio di copyright, ci mangiamo il cappello se una di queste due va in finale.
CHRISTIAN GIORDANO

Il tabellino di Svizzera-Repubblica Ceca 0-1
Basilea (Sankt Jakob Park), Gruppo A
SVIZZERA (4-4-2): Benaglio - Lichtsteiner (75’ Vonlanthen), Müller (C), Senderos, Magnin - Behrami (84’ Derdiyok), Inler, Gelson Fernandes, Barnetta - Frei (46’ Yakin), Streller. Ct: Kuhn.
REPUBBLICA CECA (4-1-4-1): Cech - Grygera, Ujfalusi (C), Rozehnal, Jankulovski - Galasek - Sionko (83’ Vlcek), Jarolim (87’ Kovac), Polak, Plasil - Koller (55’ Sverkos). Ct: Brückner.
Arbitro: Rosetti (Ita); assistenti: Griselli e Calcagno (Ita).
Rete: 70’ Sverkos.
Note: ammoniti: Magnin (S) e Vonlanthen (S) per gioco scorretto, Barnetta (S) per proteste. Recupero: 1’ pt, 3’ st. Corner: 6-3 per la Svizzera. Falli: 17-21 per la Repubblica Ceca. Spettatori: 42.500 (tutto esaurito).

venerdì, giugno 06, 2008

Bologna-Pisa 1-0, LE PAGELLE


Antonioli 6,5 – Una smanacciata, preziosa, come unica parata. Salvato dal palo sull’incornata di Pisano. Poi solo attesa della festA.
Lavecchia 6,5 – Crampi pure oggi, al polpaccio destro. Un tiro velleitario, e chiusure su Ciotola. Difficile non risponda presente. (23’ st Mingazzini 6,5 – entra e, da terra, manda in porta Fava, che spreca. Chiude da protagonista un’annata straordinaria).
Moras 6,5 – Il primavera Spanu (deb in B) gli fa il solletico, il greco lo manda a lezione di cadetteria. L’ultima di questo ex carneade.
Terzi 7 – Prestazione da capitano nel giorno più bello. Là davanti, i pisani non si affacciano. Da lui non si passa.
Bonetto 7 – Gli tocca il meno accomodante, Gabionetta, con Lorenzi uno dei big non risparmiati. Gli va via in avvio, poi lo fa ragionare.
Di Gennaro 6,5 – Scalza Adailton e Bombardini. E in un ruolo non suo. Alla seconda leziosità, Arrigoni lo manda a festeggiare. Peccato vada al Genoa. (17’ st Bombardini 6,5 – Come a Verona e a Mantova, protegge palla e attira falli. Sinistro fatato in attesa del triplice fischio, per uno della curva quello dell’apoteosi).
Amoroso 7 – “Cochise” si ripete, dopo Mantova. Sotterra l’ascia di guerra perché il calumet della pace lo portano i suoi concittadini.
Carrus 7,5 – Persino meglio dell’illustre compagno di mediana. Detta tempi e ritmi, senza sprechi. E quando la squadra è sbilanciata, rotea la clava tattica su Spanu. Giallo ben speso.
Valiani 6,5 – Prestazione giudiziosa quindi due volte da elogiare per uno portato ad arrembare. Sfiora il gol una volta per tempo, di testa e di piede. Sulla promozione la sua firma è a lettere d’oro.
Fava 6,5 – Suoi i due sigilli-promozione, stavolta grazie al (forse generoso) rigore assegnato da Rosetti per spinta di Pisano. Ha tre palle-gol, ma le spreca. (38’ st Castellini sv – Il capitano si gode il torello. Passerella meritata).
Marazzina 7,5 – Nel rabbioso mancino con cui spiazza Padelli nel penalty che vale la A, c’è tutto l’uomo-simbolo di questo Bologna: 23 reti, top in carriera. E uno stadio che vien giù dagli applausi per una sua giocata: difensiva. Monumentale.
CHRISTIAN GIORDANO

Bologna-Pisa 1-0, LA CRONACA


Serie A. Bastano 10’ al Bologna per arpionarla, col rigorissimo con cui Marazzina che affossa il Pisa, e non mollarla più. In un Dall’Ara da lucciconi in 35.000 spingono la truppa-Arrigoni, mai così sicura come nell’ora e mezza della verità.
Più che di episodi stalvolta il calcio è fatto di simboli. Pronti-via e il pisano in rossoblù, Amoroso, slalomeggia sulla sinistra e serve in mezzo un pallone basso su cui Fava – rinato – viene affossato da Pisano, il terzino sinistro scalato al centro a far danni. Rosetti, già in forma-Europei per presenza vicino all’azione, fischia. Forse un briciolo in ossequio per chi ha già apparecchiato per il dì di festa.
Il terrificante sinistro di Marazzina (23ª rete stagionale, record in carriera), a mezza altezza, spiazza Padelli, che non si spaventava così dalle bordate di Gerrard, ai tempi del Liverpool. Bologna uno, Pisa-baby zero. La madre delle non-partite finirà così.
Arrigoni, toccato dalla grazia, nulla cambia del 4-4-2 di Mantova. Il recuperato Bucchi va in panca. Ventura predica bene e razzola male: rinuncia a 12 apostoli della prima squadra (lo squalificato Mezavilla compreso) e risparmia per il Lecce benzina e cartellini. Dei sette vicino a sé, quattro primavera (Battini, Biagini, Caciagli e Cosi) e un allievo, Nieri, che nemmeno è in rosa. Spanu, un ’89, è all’esordio.
Il Bologna parte forte ma con giudizio. Il caldo spiega il ritmo basso, il resto è non voler rischi. Gabionetta, al 1’, scappa a destra per Vezzosi: alto. Sarà una spuma bianca in un mare rossoblù. Al 5’ sombrero di Marazzina in area ospite, “mani” sospetto di Viviani. Un minuto e Valiani in tuffo di testa manda fuori. Idem, al 29’, Fava su lob centrale di Amoroso. Prima, al 22’, Pisano, in cerca di riscatto, aveva incornato sul palo. Lo stellone c’è, ma il 90’ non arriva mai. Bologna sempre avanti adagio, il Pisa arretra anche con la palla. Ci vorrebbe il raddoppio. Marazzina lo sfiora al 31’: corner di DiGe, stacco imperioso del bomber. Traversa. Di Gennaro arzigogola un corner poi perde palla, l’Arrigo sbotta: dentro Bomba. La ripresa mica si gioca. Si finisce col torello e fra composti «olé».
La gara nasce e muore sul gol che vale la A, 12 anni (meno un giorno) dall’ultima promozione e tre stagioni di fiele in cadetteria. C’era Antonioli, il 2 giugno 1996. E c’erano Amoroso e Daino, in quel maledetto doppio spareggio col Parma. La scimmia è scesa dalla spalla, il Bologna (secondo a 84 punti) risale dove merita. Tutti in piedi, nessuno che invade, svelle porte, porta via pezzi di prato. Anche Bologna è da A.
Nel delirio, spunta uno striscione con citazione canora: «Mi dispiace, devo andare/il mio posto è lA». L’errore più sognato.
CHRISTIAN GIORDANO

Il tabellino della 42a giornata
BOLOGNA-PISA 1-0
BOLOGNA (4-4-2): Antonioli 6,5 – Lavecchia 6,5 (23’ st Mingazzini 6,5), Moras 6,5, Terzi 7, Bonetto 7 – Di Gennaro 6,5 (17’ st Bombardini 6,5), Amoroso 7, Carrus 7,5, Valiani 6,5 – Fava 6,5 (38’ st Castellini sv), Marazzina 7,5. All.: Arrigoni. A disp. Colombo, Giubilato, Adailton, Bucchi.
PISA (4-4-2): Padelli 6,5 – Zoppetti 5,5, Viviani 5,5, Lorenzi 5,5, Pisano 5 – Gabionetta 6,5 (20’ st Feussi sv), Braiati 5,5, Vezzosi 5,5 (26’ st Caciagli sv), Ciotola 6 – Colombo 5, Spanu 6. All.: Ventura. A disp. Battini, Juliano, Biagini, Nieri, Cosi.
Arbitro: Rosetti 7.
Reti: 10’ pt Marazzina rig.
Note. Ammoniti: Carrus (B) e Braiati (P) per gioco scorretto, Zoppetti (P) per proteste. Spettatori: 35 mila circa.