domenica, agosto 31, 2008

Ibra non basta, avanza


Deve essere ricominciato il campionato di Serie A.
Prima pagina de "La Gazzetta Sportiva" di domenica 31 agosto 2008: "Ibra non basta".
Prima pagina del "Corriere dello Sport-Stadio" di domenica 31 agosto 2008: "Ibra non basta".
Prima pagina dello sport di "Repubblica" di domenica 31 agosto 2008: "Ibra non basta".
Christian Giordano

giovedì, agosto 21, 2008

Basta, il Netzer della fascia


La stella che non c’è. Dusan Basta è dell’Udinese, anche se ai media italiani - nelle tabelle di calciomercato agostane - è sfuggito. Look, fisicone (1,83 x 73) e falcata (ma non piedone: 41) alla Netzer, questo cavallone biondo è un giocatore vero. Esterno destro d’assalto, copre la corsia e dalla distanza tira sassate micidiali, spesso pescando il sette più lontano. Guardare (You Tube) per credere.
Capitano della U21 (18 presenze; due Europei disputati: semifinalista a Portogallo 2005, secondo nel 2007 dietro l’Olanda padrona di casa), due caps (e il viaggio senza giocare a Germania 2006) nella selezione maggiore della Serbia-Montenegro. L’esordio il 30 marzo 2005 nella sua Belgrado: 0-0 al Marakana contro la Spagna nelle eliminatorie mondiali.
Comincia a giocare a otto anni nella squadretta locale PKB di Padinska Skela, sobborgo alla periferia della capitale nel quale è nato (il 18-8-1984) e cresciuto. A 13 anni è alla Stella Rossa, quattro anni dopo firma il suo primo contratto professionistico e si affaccia in prima squadra. Vi debutta nel giorno del 18esimo compleanno, nella sconfitta (1-0) contro i montenegrini dello Sutjeska di Niksic.
Lancio lungo e preciso, tecnica eccellente per il ruolo, gioca laprima stagione da pro in prestito ai serbi dello Jedinstvo di Ub. Poi rientra alla casa madre, di cui diventa uno dei giocatori-chiave prima di infortunarsi gravemente alla mano sinistra: 5 mesi out. Pallino del suo ex allenatore Zenga, se ne va da vicecapitano e con otto successi nazionali equamente ripartiti fra campionato e coppa. Seguito da Steaua, Lazio, Torino e Fiorentina, si sarebbe svincolato nel 2009, da qui il prezzo di saldo: un milione di euro anziché i 3,5 di cui si vocifera.
Nel ruolo, Maicon potrebbe non essere più l’uomo solo al comando.
Christian Giordano

Vujadinovic, difensore tuttofare


«Non sottovalutate questo atleta, vedrete che cosa è capace di fare». Pietro Leonardi non sarà simpatico ma il mestiere di dg lo sa fare. E non a caso ha usato la parola “atleta” (1,91 x 82 kg) per descrivere il difensore tuttofare con cui ha chiuso la campagna acquisti. Dulcis in fundo.
Serbo di Belgrado (17-7-1986), cresciuto nella Stella Rossa (dove ebbe per compagni il bianconero Lukovic e il neoarrivo Basta), Nikola Vujadinovic ha passaporto montenegrino (è stato nazionale giovanile) e bulgaro. Tesserato (fino al 2013, a 800 mila euro l’anno) da comunitario, proviene dal Cska Sofia dove era approdato a parametro zero.
Prima, aveva giocato per il Rad Belgrado, lo Zeta di Podgorica e, in Bulgaria, per sei mesi al Radnički di Pirot (la città del nonno Velichko, al quale deve la seconda cittadinanza), col quale ha conquistato la promozione. È stato in prova al West Bromwich Albion, seconda divisione inglese, ma non è sttao ingaggiato per problemi di visto. Seguìto da Spartak e Dynamo Mosca e da Legia Varsavia, scelse il CSKA Sofia, che, in piena crisi, lo ha ceduto per appena 300-400 mila euro.
Forte nel gioco aereo e nell'anticipo, dà il meglio come centrale di sinistra. «Qui parteciperò alla Coppa Uefa - le sue prime parole “friulane -, a Sofia avrei dovuto accontentarmi del campionato, dato che il club, per motivi economici è stato escluso dalle coppe europee. Giocherò nel campionato più affascinante e più difficile. Il mio sogno da quando avevo 9 anni. Sono stato accontentato, e tocco il cielo con un dito».
Personalità e sicurezza nei propri mezzi non gli mancano. «Se avessi avuto paura di non essere all'altezza, non avrei accettato. Sono pronto a farmi rispettare dai grandi campioni, a cominciare da Kaká, il più grande».
In bianconero dovrà vincere una agguerrita concorenza. «Non conosco tutti gli altri difensori, ma la fama di Zapata è giunta fino in Bulgaria, è un grande talento». È nata una coppia?
Christian Giordano

mercoledì, agosto 20, 2008

L'immagine al potere, "el dotor" non la cura


In campo come in panchina: professione sottovalutato. Troppo simili le due storie di Albertino Bigon (Padova, 31-10-1947). La prima inizia al Padova in B e decolla con l’esordio in A, nel 1967 alla Spal, raggiunta in novembre perché nel Napoli non c’era spazio. Un torneo fra i cadetti, la gavetta al Foggia di Maestrelli («un secondo padre») poi il Milan. Del paròn Rocco, che per le origini patavine lo chiama “el dotor”. Amico vero di Rivera, vince 3 Coppe Italia, la Coppa Coppe e lo scudetto della stella (1979). In nazionale, una presenza con la Under 21.
Estraneo al calcioscommesse, dai maestri, specie Liedholm, impara l’arte e la mette da parte per Reggina, Cesena, Napoli (per Bianchi; scudetto e Supercoppa italiana), Lecce («un errore»), Udinese, Ascoli, Sion (campionato e coppa), Perugia, Olympiacos, ancora Sion (nel febbraio 2007, per Pierre-Albert Chapuisat; ora da consulente). «Credo nel calcio all’italiana, che individua i punti deboli degli avversari e li colpisce dopo averne distrutto le fonti di gioco. Il contrario di quanto predicato da Sacchi. Siamo agli antipodi». Ma uno così che ci fa senza panchina? «Mai curata l’immagine». Ah, ecco.
CHRISTIAN GIORDANO

Kozák +


Ancora lo stereotipo del gigante ceco alla Jan Koller? Yesss. È questo e, si spera, molto di più la 19enne promessa Libor Kozák, top scorer (18 gol in 29 presenze) prelevato dallo Slezský Opava, seconda divisione della Repubblica Ceca, e fresco di Europei Under 19 (3 reti in 4 apparizioni) con la selezione diretta da Jakub Dovalil.
«Stiamo preparando un altro colpo alla Kolarov» disse il presidente Lotito in occasione dell’inaugurazione del Lazio Point, a Valmontone. È arrivato, per 1,2 milioni di euro e un quinquennale. Gli osservatori del club biancoceleste lo seguivano dallo scorso inverno. Ariete di 1,93 x 89 kg, «un po’ sgraziato nei movimenti, ma gioca alla Toni», si legge sui report. Anche se a vederlo nelle visite mediche, ha spalle larghe sì e no la metà. Di testa le prende tutte, sul resto c’è da lavorare e dovrebbe valerne la pena.
Nato il 30 maggio 1989 a Brumov-Bylnice, era allo Slezsky Opava da sette anni. A gennaio, ha trascorso una settimana in prova al Portsmouth. Ora cercherà di ritagliarsi spazio nella squadra del connazionale David Rozehnal.
CHRISTIAN GIORDANO

Toro puro, il Gustavo pieno della vita


Ulivieri e Mourinho? Dilettanti. Altro che cappotto, fino a maggio Gustavo Giagnoni indossava il colbacco. Con quello, lo issano in trionfo dopo Torino-Roma 2-0, penultima del torneo 1971-72 che portava il Toro -1 dalla Juve. Rincorsa vana: alla fine sarà solo terzo.
Interno “alla De Sisti”, gioca da fermo per Olbia e per due volte sia nella Reggiana sia nel Mantova, dove vivrà un’annata (1958-59, in C) da 10 gol e poi chiuderà da libero.
Nel 1968, il presidente Giuseppe Nuvolari gli affida il settore giovanile. Cinque anni dopo, fresco di patentino (il corso era biennale) sostituisce l’esonerato Mannocci in prima squadra.
Dal 1971 al ’74 è al Toro, casa sua, anche se da patron Zenesini, cuore bianconero come lui, era andata prima la Juve. Poi Milan (due stagioni), Bologna, Roma, Pescara, Udinese, Perugia, Cagliari (tre), Cremonese e Mantova. Nel ’92-93 capolinea pure della seconda carriera.
Oggi vive tra Mantova, la natia Sardegna e Zurigo (dove abita la figlia), segue i biancorossi e collabora con il quotidiano cittadino. Che spreco per uno che mai le mandava a dire. A Causio come a Rivera. Perché «quando ci vuole ci vuole».
CHRISTIAN GIORDANO

Lichsteiner, el Grinta


NEMO propheta in patria. Piace più all’estero che nella sua Svizzera, Stephan Lichtsteiner (nato a Adligenswil il 16 gennaio 1984). «Troppo leggerino» (1,80 x 75), secondo la stampa elvetica, il successore del connazionale Valon Behrami che in biancoceleste si giocherà il posto con l’azzurro olimpico Lorenzo De Silvestri. A meno che Delio Rossi non lo schieri esterno alto.
Nazionale “A” dal 15 novembre 2006 (Svizzera-Brasile 1-2 a Basilea), quando sciorinò personalità debordante affrontando impavido Kaká e il subentrato Ronaldinho e cazziando lo svagato Djourou, centrale dell’Arsenal che non azzeccava mai una diagonale. Il vizietto di litigare con arbitri, compagni e allenatori ce l’ha dalle giovanili, ma da tre anni - seguìto da uno psicologo - è migliorato. «Ho più pazienza, e chi mi conosce sa che non era il mio punto di forza». A Euro 2008, da esterno basso dietro Behrami, ha coperto la fascia destra della selezione di Köbi Khun.
Duro nel tackle e dotato di gran fondo, Stephan non ha classe cristallina ma vanta testa giusta e ampi margini di miglioramento. Juniores al Lucerna, dal 2001 è al Grasshopper con cui vince il titolo 2003 prima di costruirsi, dal 2005, una discreta esperienza internazionale (due Champions League disputate) col Lilla, subito terzo in campionato. Presente nel top 11 della Ligue 1 2007-08, è assistito dal fratello e da Pastorello jr. Seguìto a lungo da Real Madrid, dall’Everton e dal Paris SG, ha firmato con la Lazio un quinquennale da 500 mila euro a stagione. Al Lilla 1,8 milioni, mica male per uno che poteva svincolarsi con l’Articolo 17.
Fidanzato con Manuela, 29enne zurighese (per laurearsi in Economia non l’ha seguito in Francia, ma a Roma verrà), conosciuta ai tempi del Grasshopper, è un ragazzo umile che adora i Labrador e gli Husky. Si definisce «un maniaco del calcio», ma non sarà allenatore. Ristrutturatore-arredatore per hobby, da grande farà il progettista di interni. «Non conta sognare, conta lavorare e sudare».
Se all’estero, meglio.
CHRISTIAN GIORDANO

Pocho ma buono


«MI CHIAMANO El Pocho, ma non significa “il fulmine”: è un vezzeggiativo che si usa in Argentina. Come soprannome mi piace, quindi non chiamatemi più El Loco». Se il buongiorno si legge sul Mattino (del 9 settembre 2007), “matto” sa tanto di minimo sindacale per uno che a 17 anni lascia (per divergenze coi dirigenti) il Boca Juniors per tornare a Rosario ad aiutare il fratello come elettricista.
Vada allora per l’apodo, il mote, il sobrenombre appartenuto a un altro illustre connazionale, Juan Domingo Perón. A Ezequiel Iván Lavezzi, viene appiccicato quando comincia a giocare, in Argentina. Là Pocho è come il nostro Ciccio, intraducibile e privo di significati. Si dice, e basta. Al più sta per “scolorito”, se riferito agli indumenti; o per l’affettuoso “piccoletto” se rivolto a persone. Forse deriva da “pochoclo” (pannocchia di mais). Lavezzi lo ha confermato a Sky nella rubrica SpaccaNapoli: “pocho” non vuol dire niente. Loco, ma anche Gordo (grasso) e Bestia, gli altri appellativi incrociati in carriera, pure troppo.
Il primo glielo affibbia il suo tecnico all’Estudiantes di Buenos Aires. Il secondo lo deve ai 5 kg sovrappeso al momento in cui firmò per il Napoli, il 5 luglio 2007: 23 anni esatti dopo gli immortali palleggi di sua santità Diego davanti agli 80 mila fedeli del San Paolo. Il terzo, condiviso con il neoromanista Júlio Baptista, lo deve a come faceva ammattire la difesa del River Plate.
Nato il 3 maggio 1985 a Villa Gobernador Gálvez, provincia di Santa Fe, tira i primi calci nel Colonel Aguirre di Rosario. A 10 anni entra nel vivaio xeneize, che lascerà sette anni dopo sbattendo la porta. Talento e testa calda in proporzione, torna nella città rosarina a montare impianti. Come nel 2000, dopo il periodo di prova alla Fermana (C1). L’allora presidente Giovanni Battaglioni non lo ingaggiò a causa di problemi burocratici legati al passaporto comunitario. Lavezzi l’otterrà nel 2004 (ai tempi del Genoa), ma sull’agenzia di Maria Elena Tedaldi, condannata nel 2000 per il caso Veron (la Lazio ammise di averle versato 110 mila euro), è in corso un’indagine.
Una seconda chance gliela offre l’Estudiantes di Buenos Aires, club di Primera B (terza serie): 17 gol in 39 gare nel 2004 e carta d’imbarco per Genova, sponda rossoblù. Enrico Preziosi pesca il jolly a meno di un milione di euro ma per (illudersi di) poterlo calare deve aspettare un anno: il Genoa è in B e non può tesserare extracomunitari quindi lo parcheggia al San Lorenzo de Almagro. Coi liguri neopromossi, volo dalle Ande agli Appennini e precampionato col nuovo tecnico Francesco Guidolin. L’esordio, da titolare e in maglia numero 10, data 23 luglio 2005 nella vittoriosa amichevole contro il Val Stubai. Poi altre 2 recite (contro Olympiacos e Carrarese) prima che la condanna per illecito sportivo releghi il club in C1 e Lavezzi, da un mese in Italia, di nuovo in patria.
Su pressione del tecnico Ramón Ángel Díaz, vecchia conoscenza di Napoli, Avellino, Fiorentina e Inter, il San Lorenzo lo ripaga dei 9 gol in 29 presenze rilevandone il cartellino per 1,5 milioni di dollari.
Il futuro idolo del “Pedro Bidegain” (meglio noto come Nuevo Gasómetro) fa gola a tanti. Deportivo La Coruña e Valencia si defilano, il River Plate offre 4,5 milioni di dollari. Il presidente Rafael Savino s’impunta («o Lavezzi va al River, o smette di giocare»), ma poi si espone ancora Díaz: «Di milioni El Pocho ne vale almeno venti». Non se ne fa niente e allora Lavezzi porta al Boedo il Clausura 2007, decimo titolo del “Ciclón”, e a se stesso la nazionale, prima la maggiore poi l’olimpica (a Pechino 2008).
L’esordio avviene il 18 aprile 2007 al “Malvinas Argentinas” di Mendoza, nell’amichevole Argentina-Cile 0-0, quando Alfio “Coco” Basile lo mette in campo al 17’ della ripresa al posto di Rodrigo Palacio. Gemma così preziosa che il Boca non riesce a venderla.
Il San Lorenzo invece la sua piazza al Napoli ma quasi sottoprezzo: neanche 6 milioni di euro al club e quinquennale al giocatore, poi prolungato fino al 2013.
Un affarone per il lungimirante dg Pierpaolo Marino, che in Sudamerica compra spesso e bene. Stavolta si assicura uno che in tre stagioni di Primera división ha segnato 25 volte in 84 uscite. Non male per una saetta che, dicevano, in attacco sa fare tutto tranne che gol.
In azzurro, metabolizzate la diversa preparazione fisica e la ferrea dieta che lo asciugano fino a 2 kg oltre il teorico peso-forma, l’avvio è col botto: alla seconda gara ufficiale, tripletta al Pisa in Coppa Italia. Alla seconda di campionato, firma il terzo sigillo nel 5-0 di Udine. A fine stagione saranno 8 in 35 partite di A e 3 in 4 di Coppa Italia.
Numeri importanti ma che senza l’estro, la grinta e la “napoletanità”, in campo e fuori, non spiegherebbero la Pochomania scoppiata ai piedi del Vesuvio, e non solo: oltre che nel presepe, è finito su Topolino. Come Asciughezzi. «Ho firmato più autografi in un anno qui che nel resto della carriera» ha detto il numero 7, la maglia più venduta: sette esemplari ogni tre di qualunque altro elemento della rosa. Con Marek Hamsik staccatissimo secondo.
Tanto entusiasmo porta però inevitabili eccessi. Come il dover lasciare il centro tecnico di Castel Volturno, al termine di un allenamento in un dì di festa, nascosto nel bagagliaio dell’auto di un compagno. «Al momento, sono morto dalle risate, poi però mi sono messo a pensare: “No, Loco, non esiste. Il calcio smuove molte cose. Troppe”».
O come il trovarsi impelagato in un paio di risse che la dicono lunga sul perché di certi soprannomi. Una a novembre per un tamponamento. L’altra per una cena di squadra (organizzata per una scommessa persa da Manuele Blasi) finita a lanci di cubetti di ghiaccio e bottiglie con Fabiano Santacroce, altro peperino.
La prima accade poco dopo le 23,30 di un venerdì di libera uscita, trascorsa a cena in un noto ristorante di via Caracciolo, con la fidanzata Debora e il figlioletto Tomas di due anni e la signora Gargano (il consorte Walter era impegnato con l’Uruguay). In Via Chiatamone, nei pressi di Via Partenope, zona della movida “in” napoletana, alla guida della sua Renault Clio grigio scuro centra la Mini Cooper blu che, pare, gli aveva tagliato la strada. Sceso dall’auto, Lavezzi non gradisce la richiesta - o forse come gli viene fatta - di compilare il modulo per la constatazione amichevole. Volano parolacce e ceffoni, a uno dei due giovani, sorpresi dalla reazione spropositata del calciatore, subito riconosciuto. «Sembrava un indemoniato. Ha avuto una reazione spropositata rispetto all’accaduto», dirà un testimone. Per sovrammercato Debora, conosciuta a 14 anni, si toglie la cintura e colpisce (con la fibbia) al volto l’altro passeggero. A quel punto intervengono dei passanti, Lavezzi e compagna risalgono in macchina e si dileguano nel traffico per tornare nella loro Posillipo. L’episodio irrita assai Marino e ancora di più il presidente Aurelio De Laurentiis, che in privato lo cazziano di brutto.
All’argentino, del resto, esagerare piace. Nei falli subiti (è fra i più tartassati della Serie A), nei carpiati in area. E nei tatuaggi. Ne ha 17, fra i quali gli stemmi delle sue squadre (sulla schiena il Rosario Central di cui è tifoso, il San Lorenzo che lo ha rilanciato, il Napoli che gli sta dando la consacrazione); sul fianco destro la colt perché “sparava” ai compagni dopo ogni gol col club di Almagro; Maradona che palleggia di testa, sfoggiato a Napoli dopo la partita col Catania; l’icona di Gesù Cristo sul torace, dalla parte del cuore; dal collo all’avambraccio (sinistro) un ideogramma, le iniziali dei familiari e “donna” scritte in cinese, il nome del figlio Tomas; ultimo arrivo, mostrato su un polpaccio dopo il match con l’Atalanta, una squaw a seno nudo con una mantella inzialmente arancione poi tramutata in azzurro, in onore del Ciuccio, da Mario Tramacco del “Tattoo Enigma” di San Vitaliano.
Se il buongiorno di vede dal mattino, c’è da giurare che El Loco non si fermerà lì. «Se vinco con il Napoli, me ne farò fare uno speciale». Pocho, ma sicuro.
Christian Giordano


L’IDENTIKIT
Nome: Ezequiel Iván
Cognome: Lavezzi
Ruolo: attaccante
Nato il: 3 maggio 1985
Nato a: Villa Gobernador Gálvez (Santa Fe, Argentina)
Statura e peso: 1,73 x 75 kg
Club: Napoli (2013)
Giovanili: Boca Juniors, Estudiantes Buenos Aires
Club precedenti: 2003-2004 Estudiantes B.A. (2003-2004), Genoa (2004), San Lorenzo de Almagro (in prestito, 2004-2005; a titolo definitivo 2005-2007), Napoli (2007-)
Palmarès: Clausura 2007
Ingaggio netto annuale: 1,1 milioni di euro
Agente: Gustavo Ghezzi
Numeri di maglia: 10 o 22 (San Lorenzo de Almagro), 7 (Napoli), 9 (Argentina)
Esordio in Serie A: 26-8-2007, Napoli-Cagliari 0-2
Primo gol in Serie A: 2-9-2007, Udinese-Napoli 0-5
Esordio in nazionale “A”: 18-4-2007, Mendoza, Argentina-Cile 0-0
Presenze (reti) in nazionale “A”: 2 (0)
Stato civile: fidanzato con Debora; un figlio, Tomas
Piatti: pesce e pizza
Religione: cattolica (è devoto alla Madonna del Lujan)
Segni particolari: 17 tatuaggi

mercoledì, agosto 13, 2008

Da Tardelli a Desailly, cambiare serve


Bombardini terzino? «Non è più un esperimento. Io insisto, poi vedremo. In fase difensiva, nell’uno contro uno è già fortissimo». Se nessuno ha chiamato il 118 non è solo per il ko di Rodríguez, per non togliere Valiani alla mediana o perché Arrigoni gode dell’immunità da promozione. È che Bologna, per sperimentare, è l’humus ideale.
Lo scudetto del ’64 arrivò, nello spareggio, col terzino Capra ala sinistra su Corso. Genialata di Bernardini, già portiere (nell’Esquila) poi centr’half tutto fosforo. Recidivo, il Dottore: nella Fiorentina tricolore nel ’56, sull’out mancino schierava Prini. Bizzarri, il terzo attaccante, si era fatto male. Mazza, una mezzapunta, rientrava poco e così – dal Derby dell’Appennino – “Fuffo” lo fece tornante alla Armano.
Scelte contestuali, però. Non cambi di pelle per rigenerare carriere o farle svoltare. Senza pretese di esaustività, ecco alcuni cui è andata grassa. In porta il mini saltimbanco messicano Campos, una vita da opportunista d’area e un’altra, pittoresca come le sue coloratissime divise, a difendere pali. In difesa, Tardelli, Rijkaard, Chiellini e Maldini. Splendido terzino d’assalto agli esordi di Como, “Schizzo” diverrà interno totale: meglio di lui solo l’olandese Neeskens. Sull’altra corsia, un (ambi)destro naturale, spostato a sinistra, ha ridefinito il ruolo. Discorsi opposti per i centrali: lo juventino, che del fluidificante ha il fondo ma non il passo, all’Europeo è stato il migliore dei Donadoni boys. L’ex milanista, califfo di metà campo, sgradiva la retroguardia, toccatagli più in oranje che al Milan.
Lì, di uno stopper normale, Desailly, Capello fece l’archetipo del frangiflutti davanti la difesa: il mediano “alla Desailly”. Non potevano esserlo Baresi (provato da Bearzot davanti al collega “libero” Scirea) e Daino, pazza idea che Cazzola mai perdonò a Ulivieri: 3-0 in 45’ a Marassi contro l’uragano Genoa. Un incontrista nato, senza saperlo, era Salvatore Bagni. Prolifica e grintosa ala destra del Perugia, fu inventato interditore da Marchesi all’Inter e toccò l’apice nel Napoli scudettato di Maradona. Iter simile per Berti e opposto per Massaro. L’uno, da arruffone in viola a guastatore d’assalto nell’Inter dei record trapattoniana. Di quel cavallo pazzo e di bomber Signori (tre volte sul trono dei marcatori in A), Sacchi volle fare dei laterali tutto senno. Missioni impossibili, specie nell’afa di Usa 94. Fu allora che l’Ayatollah di Fusignano proclamò: «La prima finale dell’Italia senza libero». Bearzot, che Massaro lo portò da imberbe senza ruolo a Spagna 82, entrò duro: «E la prima senza punte». L’unica, accanto a Baggio rotto, era “Bip bip” che imprendibile lo era già a Monza e a Firenze. Al Milan, fra mille infortuni, si ritrovò davanti e si scoprì cecchino. Come Vialli, improbabile centrocampista nella Juve-bis del Trap, e Henry, plasmato due volte da Wenger: ala destra al Monaco e punta unica all’Arsenal.
In controtendenza, Totti: da “10” moderno a unica punta nel 4-2-3-1 che Spalletti gli ha cucito su misura. Con la maturità, una volta i campioni arretravano: Boniperti e Sandrino Mazzola docet. Oggi avanzano. Con qualche eccezione: il miglior play contemporaneo è Pirlo, un ex rifinitore. Nel 2002, chiuso da Rui Costa, chiese ad Ancelotti: «Mi provi davanti la difesa, l’ho fatto con Mazzone a Brescia». Anche lì, questione di humus.
CHRISTIAN GIORDANO

sabato, agosto 09, 2008

Ligue1 - I giornata


In attesa del Lione campione in carica, in campo nel posticipo domenicale contro il Tolosa, il campionato francese parte nel segno del Bordeaux, fresco del successo
nella Supercoppa francese. Gourcuff (in prestito dal Milan), un gol da trenta metri e un assist, e Cavenaghi firmano il 2-1 in rimonta sul Caen, passato in vantaggio con Nivet.
"Prima" vincente anche per il Monaco, che ha superato 1-0 il PSG dell'ex romanista Giuly, tolto dopo un'ora da Le Guen. Il gol vincente lo segna a 12' dalla fine il neoacquisto Nimani.
Pirotecnico 4-4 nell'attesa sfida tra il Rennes e il Marsiglia, che ha subito messo in mostra il suo super attacco: Bakari Koné (ex Nizza), Ben Arfa (preso dall'OL per 12 milioni di euro) e Niang. Anche se a salvare l'OM, quasi a tempo scaduto, è stato Grandin. Del doppiettista Olivier Thomert (a sinistra nella foto), invece, la prima rete (al 6') della Ligue 1 edizione 2008-09.
Vincono in casa Auxerre, il neopromosso LeHavre e Valenciennes; fuori, Lorient e la matricola Grenoble. Solo Nancy-Lille finisce senza reti.

Risultati:
SABATO 9/8
Auxerre-Nantes 2-1 - 35' pt Jelen (A), 22' st de Freitas (N), 27' st Quercia (A)
Bordeaux-Caen 2-1 - 14' pt Nivet (C), 9' st Gourcuff (B), 35' st Cavenaghi (B)
Le Havre-Nizza 1-0 - 27' st Lesage
Le Mans-Lorient 0-1 - 8' st rig. Jallet
Monaco - Paris Saint-Germain 1-0 - 34' st Nimani
Nancy-Lilla 0-0
Rennes-Olympique Marsiglia 4-4 - 6' pt Thomert (R), 13' pt Kone', (M), 15' pt Ben Arfa (M), 27'
pt Niang (M), 5' st Thomert (R), 44' st aut. Mandanda (M), 45' st Cheyrou (R), 47' st Grandin (M)
Sochaux-Grenoble 1-2 - 32' st Erding (S), 41' st Akrour (G), 43' st Moreira (G) -
Valenciennes - Saint-Étienne 1-0 - 27' pt Danic

DOMENICA 10/8
Olympique Lione-Tolosa

Classifica: Auxerre, Bordeaux, Grenoble, Le Havre, Lorient, Monaco e Valenciennes 3 punti; Marsiglia, Rennes, Lille e Nancy 1; Lione, Tolosa, Caen, Nantes, Sochaux, Le Mans, Nizza, PSG e Saint-Etienne 0.
(Le prime due si qualificano per la fase a gironi della Champions League 2008-09, la terza al terzo turno preliminare di Champions. La quarta, la vincitrice della Coppa di Francia e la vincitrice della Coppa di Lega in Coppa Uefa. Le ultime tre retrocedono in seconda divisione).

martedì, agosto 05, 2008

Godot è tornato


CHI TROVA un amico trova un tesoro. Se vale o no anche il viceversa dev’esserselo chiesto spesso, lo scout Vittorio Scantamburlo, da quando, il 10 novembre 1987, setacciò la pepita grezza e purissima di nome Alessandro Del Piero.
“Alex”, come già lo chiamano in famiglia, è un filo d’ossa, con occhi grandi da cerbiatto, che l’allora osservatore del Padova notò nel vivaio del Conegliano. E a precisa richiesta, ancora oggi Scantamburlo si commuove (pure in tv), nel tirar fuori il quadernino dove ne appuntò le straordinarie doti. Prima di inforcare la Conegliano-Oderzo e precipitarsi a Borgo Saccon, frazione a sud della vicina San Vendemiano dove quell’inafferrabile numero 7 viveva assieme a papà Gino, elettricista dell’Enel, mamma Bruna, casalinga e al fratellone Stefano, calciatore dilettante di nove anni più grande. Beatrice, di origini romene e adottata a cinque anni, sarebbe arrivata dopo.
Dopo aver scoperto un certo Girardi (centrocampista classe ’63 tranistato nelle giovanili di Padova e Vicenza prima di prendere i voti) e Filippo Maniero (attaccante del ’72, a 9 anni), il cacciatore di talenti si fa un nome portando al Padova - oltre a Del Piero - Gabriele Gava, che in Serie A ci arriverà da arbitro, e il difensore Luigi Sartor, eterna promessa poi ceduta a peso d’oro, e in età da latte, alla Juventus.
Non a caso il club della vita del futuro “Pinturicchio”, nome d’arte di Bernardino di Betto, allievo del Perugino. In bianconero, Alex lo sarà di Roby Baggio, alias Raffaello per Gianni Agnelli, proseguendo la tradizione di grandi numeri dieci che va da Boniperti a Platini. Nomi buttali lì non per caso. Del primo raccoglierà ogni record e, si dice, il futuro da presidente. Del secondo, il suo idolo, ha appeso il poster sopra il letto, in cameretta, seconda stanza a destra. Un giorno lo rimuoverà, e non senza veleno.
Alessandro nasce a Conegliano (Treviso) il 9 novembre 1974. Il padre, juventino da sempre, è un appassionato del calcio, praticato a livello amatoriale e trasmesso al primogenito Stefano, arrivato sino alla Sampdoria primavera, con Lippi allenatore. «Giocavo con Gambaro e Melchiori, nella Berretti c’erano Ganz e Zanutta - ricorda - Dopo due anni, tutto finito e senza un perché. Lì capii molte cose, le stesse che poi spiegai ad Ale quando prese il volo. Anche per questo, oggi, è un ragazzo così umile, posato, mai sopra le righe». «L’esperienza di mio fratello - conferma il predestinato - è un richiamo alla realtà, ai rischi delle illusioni, all’importanza dei valori della vita».
È proprio Stefano il primo (pardon, il secondo) a “scoprire” il talento del fratellino, quando, vedendolo giocare vicino casa, dice alla madre: «Alex finirà sui giornali, è un fenomeno».
Il primo campetto è quello che papà Gino costruisce sotto casa, per le partite serali. Tra l’orto e la strada c’è una striscia di terreno, e per uno del mestiere è un gioco da ragazzi attaccarci quattro pali e altrettante lampadine (dietro le porte e a metà lato lungo del campo), portare la corrente dal garage, dove l’auto resta a fari accesi.
«Mi pare ancora di vederlo, mio padre, mentre si arrampica - ricorda Alex - Noi zitti in attesa del miracolo, e le luci che si accendono. Un momento fantastico». Ripetuto a comando, in sfida agli amici, calciando morbido il pallone a centrare l’interruttore: «Guardate come vi accendo la luce». Detto, fatto.
Alex gioca sino allo sfinimento con gli inseparabili Nelso, Pierpaolo e Giovanni Paolo. Tra i gli amici d’infanzia ci sono anche Mazzer e Basei.
Il primo allenatore, a otto anni, è Umberto Prestia, al San Vendemiano. «Gli diedi il pallone - racconta - e si mise a palleggiare. Non la smetteva più. Era il più bravo, e per misurarsi cercava i più grandi. Le sue fortune sono state l’esperienza del fratello e i sani princìpi dei genitori. È così che è cresciuto, un ragazzo perbene e un gran giocatore».
Se ne accorge, sei anni dopo, Adriano Buffoni, tecnico che nel 1987-88 sta portando il Padova dalla C1 alla B e che vive lì a due passi. A Buffoni la dritta arriva da quel Pierpaolo Mazzer che da bambino giocava sempre con Alex. E il mister la gira al proprio ds, Giambattista Pastorello: «Guarda che in una squadretta qua vicino c’è un ragazzino che pare sia un gran talento». E il Padova manda Scantamburlo. L’uomo delle pepite.
Alessandro non ha ancora 14 anni e i genitori preferirebbero terminasse le medie prima di pensare sul serio al calcio. Ma il 18 agosto 1988 Romolo Camuffo, responsabile del settore giovanile del Padova, va a prenderlo a casa per tesserarlo nei Giovanissimi di Bozzao e Cavasin e subito scudetto. Negli Allievi, lo allena Maurizio Viscidi. «Un giorno, lo prendo da parte - ricorda - e gli chiedo come fa a smarcarsi sempre e a ricevere comunque la palla. Lui mi spiega un paio di cose che avrei letto un anno dopo, sui libri di tattica. In pratica, mi ha insegnato lui l’autocreazione degli spazi».
Il 15 marzo 1992 Bruno Mazzia lo fa esordire in prima squadra: a Messina, in B. Per Alex altre 4 gare e zero gol. Il primo lo firma il 22 novembre, con Mauro Sandreani allenatore: in Padova-Ternana, di destro. Sarà l’unico (in 10 presenze) della stagione. Eppure l’allora ds Piero Aggradi parla di «nuovo Van Basten». E come tale lo propone (come diritto di prelazione) a Juventus e Milan nel pacchetto-Sartor. L’altro nel taccuino di Scantamburlo.
Come i compagni che vengono da fuori, Alex abita nella foresteria vicino lo stadio e viene seguìto negli studi. Del Piero li completa col diploma di ragioniere, il più bel gol per ripagare i tanti sacrifici di mamma e papà.
Finalmente, testa ed energie sono tutte per il calcio. Il ragazzo che davanti alla tv sognava di vendicare Platini (sdraiato per protesta), cui era stato ingiustamente annullato il gol della vita contro l’Argentinos Juniors nella finale Intercontinentale ’85, vorrebbe la Juventus, che ha fatto un’offerta. Il Milan la giudica troppo alta e si defila. E a fine 1992-93, quando si rifà sotto, è tardi: Giampiero Boniperti telefona ad Aggradi e per 4 miliardi di lire, più la cessione del portiere Adriano Bonaiuti, veste di bianconero il gioiello. «Il Milan ha preso Van Basten? E noi Del Piero» dirà il presidentissimo, che placa così Aggradi: «Se diventerà qualcuno come dici, ti regalerò la nostra miglior Fiat».
Aggregato alla Primavera, vince scudetto e “Viareggio” (già giocato nel Padova, 6 partite e 2 reti), e fa capolino nella prima squadra di Giovanni Trapattoni. Non prima della ramanzina-bis (dopo quella di Boniperti) sul taglio dei capelli.
Nelle nazionali giovanili non salta una tappa dalla Under 15, con l’unico neo del rigore sbagliato con la U17 all’esordio mondiale di Montecatini: Italia-Usa, 16 agosto 1991. Nel match successivo si rifà segnando alla Cina, ma la maglia numero 7 - lo stesso che aveva da ragazzo e che poi indosserà in azzurro nei tornei “dei grandi” - finirà incorniciata nella sua stanza. A imperituro ricordo.
Il debutto in A il 12 settembre a Foggia (1-1), il primo gol la settimana dopo: di sinistro contro la Reggiana. Dopo la tripletta al Parma, il 20 marzo, il Guerino si sbilancia: «È nata una stella». Prima copertina.
Cinque gol in undici spezzoni potrebbero significare il prestito proprio ai gialloblù, invece al via della nuova stagione Roberto Baggio si fa male e per lui si aprono nuove strade. Compresa quella del marketing societario, a lungo sua croce e delizia. I nuovi dirigenti intuiscono d’avere in casa l’erede del Codino e, perorando la causa con qualche ultrà-energumeno in spogliatoio, “convincono” Roby ad accettare il Milan.
Come d’incanto Del Piero esplode. La rete - in spaccata d’esterno destro su cross da sinistra - del 3-2 sulla Fiorentina, il 4 dicembre 1994, è da cineteca. Idem i successivi “gol alla Del Piero” (con buona pace di Robbie Fowler, che pure ne aveva fatti): conversione da sinistra e palla “a giro” d’interno destro spedita sotto l’incrocio lontano. Il resto si ammira in bacheca. E si conta in banca.
Champions, scudetti e coppette col mentore Lippi e Pubblicità in proporzione. Discutibili, ma efficaci, strategie commerciali gli fanno fare figure barbine ma ne fanno un simbolo: dei tempi e del club, che gli dedica la mascotte. Lui ci mette multimedalità e amicizie vip (Nash, Byant, gli Oasis, Kylie Minogue, Fiorello).
I maligni sussurrano che senza uccellino (lo sponsor), in nazionale, dopo i flop euromondiali (nel ’98 pagò i postumi dell’infortunio patito in finale Champions col Real Madrid; nel 2000 si mangiò i due gol del titolo contro la Francia), non sarebbe tornato. Lui ha dimostrato di meritarsela quanto più rischiava di perderla. Vedi l’ultima stagione (21 gol), la prima da top scorer in A (dopo esserlo stato in B, con 20), unico con Paolo Rossi), quando disse al Ct Donadoni: o punta, o niente. Sacchi, Maldini sr, Zoff, Trap, ci sono cascati tutti: a cotanto talento non si rinuncia. Costi quel che costi.
Un prezzo alto lo paga anche Alex. Al destino. L’8 novembre 1998, al 92’ di Udinese-Juventus, gli saltano crociati anteriori e posteriori del ginocchio sinistro: 9 mesi fuori. È l’episodio-spartiacque della carriera, e forse della vita insieme con il matrimonio con Sonia Amoruso, conosciuta quell’anno, e la nascita del loro Tobias.
Al rientro, non pare più lui. È titolare senza un perché tecnico. Segna e offre assist, ma il cambio di passo sembra ritardato di un paio di frame. Per Agnelli diventa il beckettiano Godot: lo aspetti e non arriva mai.
A L’Espresso, Zeman parla di «calcio che deve uscire dalle farmacie» e di giocatori come Vialli e Del Piero che non sembrano più loro, tanto paiono “gonfiati”. Il pm Guariniello indaga ma, oltre ai 200 tipi di medicinali dei bianconeri, trova (assieme alla frode sportiva) solo la prescrizione.
Godot comincia a palesarsi in Bari-Juventus del 18 febbraio 2001: segna in serpentina ed esulta con un pianto liberatorio. La dedica è al padre, deceduto pochi giorni prima. Lì comincia il terzo Del Piero, record all-time di presenze (560) e gol (241) in bianconero. Dal 2004, Capello, con mille sostituzioni, lo manda fuori di testa, ma dice una verità colpevolmente trascurata: «Un giorno mi ringrazierà». Calciopoli sprofonda la Juve in B. Il capitano la riporta in A, dove a 34 anni vive la sua miglior stagione. «È come il vino: invecchiando migliora», le coccole di Ranieri nella Emirates Cup. C’è da credergli: glielo ha detto l’uccellino.
Christian Giordano

L’IDENTIKIT
Nome: Alessandro
Cognome: Del Piero
Ruolo: attaccante
Nato il: 9 novembre 1974
Nato a: Conegliano Veneto (Treviso)
Statura e peso: 1,73 x 73 kg
Club: Juventus (2010)
Giovanili: San Vendemiano, Conegliano, Padova (1990-91); primavera Juventus (1993-94)
Club precedenti: Padova (1991-1993)
Palmarès: campionato Giovanissimi (1990) e Primavera (1994); Torneo di Viareggio (1994); 5 scudetti (1995, 1997, 1998, 2002, 2003; revocati quelli del 2005 e 2006); campionato Serie B (2007); Coppa Italia 1995; 4 Supercoppe italiane (1995, 1997, 2002, 2003); Champions League, Supercoppa europea e Coppa Intercontinentale (1996); coppa Intertoto (1999); Bravo 1996; 2 Europei U21 (1994, 1996); Mondiale 2006
Ingaggio netto 2008-09: 3,5 milioni di euro
Numeri di maglia: 10 (Juventus), 7 (da bambino e in nazionale)
Esordio in Serie A: 12-9-1993 Foggia-Juventus 1-1
Esordio in Nazionale “A”: 25-3-1995, Italia-Estonia 4-1
Primo gol in Nazionale: Terni, 24 gennaio 1996, Italia-Galles 3-0
Presenze (reti) in Nazionale: 89 (27)
Stato civile: sposato (12-6-2005) con Sonia Amoruso; un figlio, Tobias (22-10-2007)
Piatto: risotto
Vini: bianchi veneti (prosecco di Valdobbiadene)
Film: Tre uomini e una gamba
Attori: Al Pacino, Robert De Niro
Attrice: Angelina Jolie
Auto: Lancia Delta integrale, Ferrari, Hummer
Interessi: cinema, lettura (thriller, classici italiani), tennis, golf, abbigliamento, musica (pop/rock)
Altri sport seguiti: basket NBA
Altri sport praticati: basket, golf, tennis
Città: Venezia
Sogno nel cassetto: la serenità dei miei cari
(C.G.)

lunedì, agosto 04, 2008

L'Inter di Orrico? Una gabbia di matti


Venne, vide, perse. Da signore. All’Inter, Corrado Orrico (Massa, 1940) aprì il post-Trap con dichiarazioni acchiappagonzi («voglio il WM, ma a zona») e chiuse rinunciando alla grana. «Se il problema sono io, me ne vado».
Sfiorata la A col miracolo-Lucchese, la risposta a Sacchi, «ma con uno stipendio da operaio specializzato, per sentirmi in sintonia col partito che ho sempre votato», sbarca all’Inter tedesca (i declinanti Matthäus e Brehme, più Klinsmann) e fresca di Coppa Uefa. Non funzionerà. La gabbia fatta costruire ad Appiano imprigionò lui in primis. «L’Inter detentrice eliminata dal Boavista al primo turno? Più facile crolli il Duomo di Milano». Appunto. Salutò all’ultima di andata (1-0 dall’Atalanta), venne Suarez. Inter ottava, niente coppe.
I flop dopo il ritorno a Carrara (Avellino, Alessandria e Empoli retrocesse, poi Treviso, Massese e ancora Carrarese) non fanno storia. Il Maestro aveva perso la voglia. Ora, da pensionato, rinuncia alla tenuta di Volpara: «Non ho debiti ma costava troppo».
CHRISTIAN GIORDANO

Cassano, il Pibe di Bari

CASSANATE. Copyright di Fabio Capello (novembre 2002, alla Roma), e aneddotica tale da non esaurirsi in due volumi - “Vota Antonio” (2004) e “Il mio piede destro” (2005) - anche perché in continua espansione. Perlomeno fino a quando il Pibe di Bari non ha incontrato l’Amore: Carolina Marcialis, 17enne pallanuotista della Diavolina Nervi, neopromossa in A. Messi alle spalle flirt giovanili (Valentina e Damaris), vallette (Stefania Orlando), Paperette (Rosaria Cannavò, ora lady Panucci) e le 500 rose rosse (con biglietto “Tifo per te”) vanamente inviate in pieno Sanremo a Michelle Hunziker, Cassano ha messo la testa a posto.

«Mi ha cambiato la vita» ha detto il genio (chissà se ex) ribelle. «Ho smesso con le cassanate». Come a dire, ricomincio da 26 (anni, festeggiati il 12 luglio senza la dolce metà, già in ritiro con le azzurre juniores, ma gustando una torta decorata con una foto di loro due che si baciano). Nato il 12 luglio 1982, Day After del trionfo bearzottiano in Spagna, in un sottano (equivalente del “basso” napoletano) di strada San Bartolomeo, quartiere popolare di Bari vecchia, ad Antonio, oltre al jolly di un talento smisurato, il destino smazza solo scartine. 

Figlio dell’amatissima Giovanna, bidella d’asilo, e Gennaro (sposato con un’altra donna, dalla quale ha già quattro figli), che «arrangia» contrabbandando sigarette, Anto’ doveva chiamarsi Paolo, in onore del fantasma Rossi, che in quei giorni - dal Sarriá al Bernabéu - stava girando la sua settimana da Dio: 6 miracoli in tre gare; contro Brasile (3), Polonia (2) in semifinale e Germania Ovest in finale. A spuntarla invece è mammà, votata al santo patavino. 

Fin da piccolissimo, con la palla tra i piedi il “pettirosso da combattimento” regala magie sui vicoli, storti eppure perfetti, fatti di chianche, lastroni chiari di pietra calcarea spessi dai tre ai sette centimetri. Il marmo dei poveri, di taglio irregolare perché ottenuto «a spacco di cava». Su quegli spiazzi, sul sagrato della cattedrale o della basilica di San Nicola e nel fossato del Castello Svevo, quel tracagnotto col busto più lungo delle gambe e la faccia butterata, i piedi piatti e il sedere largo, è nato capetto. Lì perde il più fido dei suoi “affiliati”, l’amico Francesco detto Remì, ucciso a revolverate il 10 settembre 1998. E lì umilia avversari e compagni, tutti tranne uno: Nicola detto “Tovalieri” (come l’ex bomber Sandro, il Cobra di Pomezia degli Anni 80-90). La scena ripete se stessa. A quel ragazzino poliomelitico, cresciuto per strada con e come lui, “spetta” il gol decisivo. Antonio, dopo averne infilati a caterve, glielo fa fare: scarta tutti e sotto porta gli passa il pallone impossibile da sbagliare. E poi, sprezzante, grida agli avversari: «Non solo vi ho battuto, ma vi ho fatto beccare un gol da uno senza gambe».

Spirito greve che acuirà da grande, alla Roma, sfottendo crudamente Damiano Tommasi che, al minimo sindacale (1400 euro mensili), suda per 18 mesi per farsi rieducare il ginocchio destro spappolato; facendo infuriare Batistuta («Sei vecchio», il solito dito nel cappuccino e altre amenità), Aldair (al millesimo tunnel: «Tieni sempre le gambe aperte, come tua madre») e Zebina (il quale, preso un dribbling di troppo, gli spiega, non a parole, che certe cose non si fanno); o nella Under 21, sbeffeggiando i compagni che guadagnavano una miseria. Storielle che ancora oggi riempiono i vuoti, spesso esistenziali, di chi popola sale e tribune stampa.

Il calcio organizzato “Totò” inizia a conoscerlo alla Pro Inter, società giovanile di periferia, nel quartiere Carbonara, presieduta da Tonino Rana. Su insistenza di mamma e zio, ecco l’agognato provino. «Aveva sette anni» ricorda Rana «non avevamo una formazione per bambini così piccoli. Ma gli diedi un’occhiata. Fu straordinario: infilò una impressionante serie di palleggi, mi venne voglia di abbracciarlo. “Fermi tutti” dissi allo zio e agli allenatori presenti: questo resta con noi, anche se non abbiamo la squadra per lui».
Il primo autografo a sette anni, nella finale di un torneo per Under 10, in Abruzzo: prima di quel pezzo di carta firma tutti i 12 gol (a zero) della Pro Inter su una squadra norvegese. La improvvisa notorietà però è già un abito troppo stretto: «Ma chi sei? Vai via. Ma che vuoi da me?» la mediterranea accoglienza al barbuto vichingo, dirigente sconfitto e ammaliato da cotanta classe (calcistica). 

Nel 1995 lo chiama in prova al Casarano il ds Pantaleo Corvino. Lo stesso che nella Fiorentina, per alleanze, competenza e influenza, in tanti reputano il nuovo Moggi. Cassano resta per un paio di settimane, assieme all’astro nascente Fabrizio Miccoli, poi cede alla nostalgia e torna a casa. Falliti i provini con l’Inter e con il Parma, viene notato dagli osservatori del Bari, che presto lo aggrega alla Primavera. L’allenatore della prima squadra, Eugenio Fascetti, lo fa debuttare l’11 dicembre 1999, 17enne, nel derby (perso 1-0) contro il Lecce. Una settimana dopo, all’88’ segna il gol-spot che vale il 2-1 sull’Inter e per sé la vetrina mondiale: su un lancio dalle retrovie, tutto al volo si porta avanti la palla col tacco destro, controlla di testa alla Nappi, entra in area, con una finta manda a spasso Blanc e Panucci - non proprio due baluba - e con un destro all’angolino tira giù il San Nicola. 

Il 7 marzo 2001, vincendo un lungo tira e molla con la Juventus, la Roma presto neoscudettata l’acchiappa con 60 miliardi di lire. Il patròn dei galletti, Vincenzo Matarrese, ripiana metà buco societario. Cassano corona il sogno di giocare accanto al proprio idolo, Francesco Totti. Il Capitano ai tempi vive ancora coi genitori e lo ospita in villa a Casal Palocco. Antonio si sente a casa, pure troppo. Una sera in piscina si rivolge così a donna Fiorella: «A ma’, so’ le due, perché non te ne vai a dormì?». Nero bifamiliare.
L’idillio, bullo e impossibile, si spegnerà ben prima dei quattro anni e mezzo (conditi da 38 gol del barese in A) di convivenza giallorossa. Mai nato invece quello col Ct della Under 21, Claudio Gentile, che prima lo manda a casa e poi non lo convoca più. Totò fa spallucce: io merito la Nazionale “vera” e non devo dimostrare niente a nessuno, il pensiero di chi sin dalla culla è accostato a Maradona e non vede motivo per dubitarne.

Neanche quando le cassanate, in campo e fuori, diventano proporzionali alle sostituzioni in serie cui lo sottopongono i tecnici che si bruciano nel tirare le briglie a un mustang indomabile: Capello, Völler, Sella e Del Neri. Il tedesco va giù di testa, l’ultimo (sussurrano da spogliatoio) una testata se la piglia. «Con Cassano abbiamo cercato di stabilire un dialogo, ma non ci siamo riusciti» la resa di Rosella Sensi. «Adesso qui si respira aria pulita», il tackle di, e alla, De Rossi, sull’ex separato in casa, fuggito da Trigoria senza salutare Spalletti e gli ex compagni. 

«Antonio al Real Madrid? Notizie farneticanti» la foglia di fico di Baldini: a gennaio 2006, Cassano smette il tamarrissimo giubbotto col pelo per presentarsi in camiseta blanca, il colore dei saldi: 5 milioni di euro. Un affare per tutti. E che invece, come rivelato dalle intercettazioni, doveva essere per pochi. «Cassano ce lo dobbiamo fare noi due e basta», la pazza idea del successore di Baldini, Pradè. «Certo, io e te e basta» la risposta del vecchio agente Zavaglia, «ho una squadra inglese che lo prende per 25 milioni». E Pradè: «Te lo do, facciamolo noi, io e te e basta». Alla fine della fiera: Cassano e Baldini, silurato dai Sensi, al club merengue; la scalata Moggi-Gea alla Roma, troncata da Calciopoli. 

A Madrid, l’ultimo “galactico” preso da Florentino Perez recapita al traghettatore López Caro un fardello di 8-10 kg sovrappeso. Cassano se ne andrà mediaticamente linciato da Gordito (il grassottello, il Gordo originale era Ronaldo). Con la maglia numero 19 (scelta abiurata la stagione seguente per l’amato 18), debutta segnando. Poi tanta panca e atteggiamenti irriverenti, per i quali parodiato con successo dal popolare comico tv Carlos Latre. Una nemesi anticipata, per uno che avrebbe monopolizzato youtube imitando Capello davanti all’aeroporto di Madrid, alla vigilia della cruciale sfida di Valencia.

La stagione successiva è quella del cavallo di ritorno Capello. Ma Don Fabio si stufa e lo mette fuori rosa. Reintegrato a febbraio 2007, Cassano viene poi invitato a nemmeno presentarsi alla Ciudad Deportiva. L’anno dopo, Bernd Schuster, successore del tecnico bisiaco, addirittura lo depenna dai convocati per il ritiro. È il punto di non ritorno. Il 13 agosto 2007 Giuseppe Marotta cesella il capolavoro della vita: lo porta alla Samp come prestito con diritto di riscatto a 5,5 milioni e clausola rescissoria di 20 milioni (15 per la Samp, 5 al Real). Cinque giorni dopo, bagno di folla allo Starhotel di Genova: il 99 (come Ronaldo). Il 29 maggio 2008 la Sampdoria lo acquista a condizioni di realizzo: assistito dal procuratore Giuseppe Bozzo, Cassano firma fino al 2013 per 2,8 milioni di euro a stagione. Il cartellino la Samp non lo paga, ma al Real andranno 7 milioni in caso di cessione nell’estate 2008, scongiurata, 5 se avverrà entro il 2013.

Inevitabilmente snobbato nell’era-Lippi, il suo fantastico primo passo-arresto-dribbling si rivede in azzurro nelle qualificazioni e per la fase finale di Euro2008. A Firenze, il 30 maggio, entrando nel secondo tempo di Italia-Belgio 3-1, ultima amichevole prima del torneo nel quale raccoglie 4 presenze. Scommessa vinta a metà, perché il Cassano imbrigliato, da compitino, visto nella gestione-Donadoni è un giocatore “normale”. Cioè inutile. Alla Samp, invece, può fare quel che vuole. Tranne le cassanate. Ma quelle, da quando c’è Carolina, non esistono. Fino a prova contraria.
Christian Giordano, Guerin Sportivo

L’IDENTIKITdi Antonio Cassano
Ruolo: attaccante
Nato: Bari, 12 luglio 1982
Statura e peso: 1,75 x 81 kg
Numero di scarpe: 42
Club attuale: Sampdoria (2013)
Club precedenti: Pro Inter (giovanili, 1989-1993), Bari (giovanili, 1993-1999; prima squadra 1999-2001), Roma (2001 - gennaio 2006), Real Madrid (gennaio 2006 - giugno 2007)
Esordio in Serie A: 11-12-1999, Lecce-Bari 1-0
Primo gol in Serie A: 18-12-1999, Bari-Inter 2-1
Esordio in Nazionale A: 12-11-2003, Polonia-Italia 3-1 (gol)
Presenze (reti) in Nazionale A: 11 (3)
Stato civile: celibe; fidanzato con Carolina Marcialis (pallanotista della Diavolina Nervi)
Cantanti: Gigi D’Alessio, Nino D’Angelo
Attrice: Sabrina Ferilli
Film: comici, polizieschi
Idoli d’infanzia: Giannini, Maradona, Baggio, Zola
Hobby: playstation, giocare a carte (tressette)
Squadra del cuore: Inter (da bambino)
Parco auto: Ferrari, Mercedes SLK, Mercedes fuoristrada, Mini Cooper, Golf GTI
Piatto: cornetti alla crema, nutella, pesce crudo, cavatelli con fave, cozze e pomodorini
Città: Bari
Religione: cattolica
Sogno nel cassetto: aprire una scuola calcio a Bari

Non sono un pirata, sono un signore


Rino Marchesi (San Giuliano Milanese, 11 giugno 1937), mediano laterale lento ma di buone tecnica e visione di gioco, debutta con l’Atalanta nel 1957-58. Due campionati in A inframmezzati da uno di B e poi è alla Fiorentina, dove gioca sei stagioni, tutte da titolare tranne l’ultima (2 presenze nel 1965-66).
L’anno dopo, con gli altri ex viola Morrone e Castelletti, approda alla Lazio con cui - arretrato a libero - disputerà cinque campionati (125 presenze e 4 reti su rigore, più 10 gare in Coppa Italia) prima di chiudere la carriera al Prato, in Serie C.
Subentrando a inizio ripresa a Nello Governato in Lazio-Catanzaro 1-1 del 29 settembre 1969, è il primo biancoceleste di movimento ad effettuare una sostituzione in campionato.
Nel palmarès, la Coppa Italia 1966-67 con la Fiorentina e con la Lazio la Coppa delle Alpi del 1971. In nazionale, 2 caps.
Da allenatore inizia nel 1973 al Montevarchi, poi guida Mantova, Ternana, Como, Udinese, Venezia, Spal, Lecce e Avellino. Nel 1981 il terzo posto col Napoli sembra il preludio a una carriera di successi, e che invece lo porta a grandi club in ambasce. L’Inter che Fraizzoli sta per cedere a Pellegrini, il primo Napoli di Maradona, la Juventus del dopo-Platini. Competente e garbato, sigaro perenne, rifuggiva polemiche e mezzucci. Ovvio fosse destinato al repentino oblio.
CHRISTIAN GIORDANO

Sorridicolo


Aic: Lega Pro sciopera, A e B in campo con 30' di ritardo

Roma, 3 ago. (Apcom) - Le squadre di Serie A e B scenderanno in campo nella prima giornata di campionato con mezz'ora di ritardo in segno di solidarietà con lo stato di sciopero proclamato dall'Associazione italiana calciatori contro le limitazioni alle rose decise dalla Lega Pro (l'ex serie C), le cui società non scenderanno in campo. "Il Consiglio Direttivo dell'Associazione Italiana Calciatori - si legge in una nota - comunica che nella prima giornata di campionato le squadre di prima e seconda Divisione non scenderanno in campo in segno di protesta contro le delibere della Lega Pro sulla limitazione delle 'rose' che di fatto estromettono centinaia di calciatori. Nella prima giornata di campionato le squadre di Serie A e B, in segno di solidarietà, scenderanno in campo con 30 minuti di ritardo".

domenica, agosto 03, 2008

Scarpette grosse, cervello fino


Nevio Scala nasce a Lozzo Atestino (Padova) il 22 novembre 1947. Discreto mediano, tra il 1965 e il 1980 veste le maglie di Roma - in prestito dal Milan (al quale rientra nel 1967, dopo solo una stagione) - Vicenza, Fiorentina, Inter, di nuovo Milan (da rincalzo, doppietta scudetto-Coppa Coppe 1968 e Coppa Campioni 1969), Foggia, Monza e Adriese.
Inizia ad allenare nel 1985, nel settore giovaanile del Vicenza. Dopo due anni è alla Reggina e al primo colpo centra la promozione in Serie B. L’anno successivo, il sogno Serie A si spezza nello spareggio perso ai rigori contro la Cremonese. Nel 1989-90 sostituisce Gian Pietro Vitali al Parma e sale subito in A.
In sette stagioni con lui in panchina, i gialloblù - matricole in massima divisione – si issano stabilmente ai vertici del calcio italiano prima e continentale poi. E portano sempre a casa qualcosa: nel 1992 la Coppa Italia, nel 1993 la Coppa delle Coppe 1993 (3-1 allAnversa nella storica finale di Wembley) e la Supercoppa europea, nel 1995 la Coppa Uefa nel derby italiano con la Juventus, rivale storica di quei tempi. Il tutto giocando con uno spettacolare 5-3-2 “a ovale”: sull’asse Taffarel-Minotti-Zoratto-Melli poggiano e scintillano le volate degli esterni (Benarrivo e Gambaro, poi Di Chiara), la fantasia del “Sindaco”, gli inserimenti di Grun, il mestiere di Cuoghi, la durezza di Apolloni, il talento di Asprilla e Brolin, talento folle il primo, in perenne rischio sovrappeso il secondo.
Sedotto dai soldi di Gaucci, Scala buca al Perugia nel 1996-97 e poi emigra: Germania (patria della moglie Janny), Turchia, Ucraina, Russia. Al Borussia Dortmund conquista la Coppa Intercontinentale. Nel 2000 è al Besiktas (dove commise l’errore, mai più ripetuto, di non imparare la lingua), nel 2002 allo Shakhtar Donetsk (doppietta campionato-coppa ucraini), nel 2003 allo Spartak Mosca. Per puro caso lascia il centro di allenamento mezz’ora prima dell’attentato all’Hotel National del 9 dicembre (una donna-kamikaze si fa esplodere nella centralissima via Tverskaia). Pur privo del gioiello Titov (out per doping), mette in bacheca la Coppa di Russia. E lancia giovani quali Akhmedov, Pavlenko, Kalinichenko, Ivanov e Pavlyuchenko. Da allora è a spasso. Senza un perché. O forse con uno, nessuno e centomila: mai avuti, né cercati, santi in paradiso.
CHRISTIAN GIORDANO