domenica, maggio 31, 2009

Montevideo 1930: Uruguay in vista

«Da noi si dice che un uruguaiano a cui non piace il fútbol non è un vero uruguaiano»
    – Osvaldo Heber Lorenzo, più noto come “Hache Ele”, decano dei giornalisti sportivi uruguaiani

L’Idea
Il 18 maggio 1929 nasce ufficialmente un evento di portata – è il caso di dirlo – mondiale: il Congresso della Fifa (la Federazione calcistica internazionale) si riunisce a Barcellona, dove i delegati di ventitré paesi decidono di assegnare all’Uruguay l’organizzazione del primo campionato del mondo di calcio. In realtà, l’idea di un torneo tra rappresentative nazionali risaliva almeno al ’21 ma era stata formalizzata soltanto il 5 febbraio 1927, quando una commissione della Fifa si era riunita a Zurigo per dare vita ad un campionato fra Paesi da disputarsi con professionisti, e quindi in aperto contrasto con quello olimpico dove, in teoria, doveva regnare il più rigido dilettantismo. Ma l’ideatore della manifestazione, Jules Rimet, guarda caso presidente della Fifa proprio dal 1921, si era sempre battuto per il professionismo e così sotto la sua guida il massimo ente calcistico mondiale decide di «mettersi in proprio» affrancandosi dal giogo del Cio (il comitato internazionale olimpico) che già nel 1900 aveva ammesso il calcio alle olimpiadi pur ritenendolo, nel migliore dei casi, uno sport di serie B.

I motivi per cui viene scelto come primo Paese organizzatore la «Republica Oriental del Uruguay» sono molteplici. Uno è strettamente tecnico: la selezione uruguaiana ha vinto gli ultimi due tornei olimpici (Parigi 1924 e Amsterdam 1928). L’altro, forse ancora più importante, è politico: quell’anno si celebra il centenario della Costituzione (il cui testo era già stato corposamente emendato nel 1917).

Il movimento calcistico uruguagio si muove per tempo. Tre mesi prima due membri del Nacional di Montevideo, José G. Usera Bermúdez e Roberto Espil, presenta alla Commissione direttiva della società un progetto per l’organizzazione di un Mondiale di calcio, progetto subito fatto proprio dalla Auf, la Federcalcio locale, che a sua volta lo aveva proposto al Congresso della Confederación Sudamericana, una sorta di Uefa ante litteram per il subcontinente latino-americano. In quella sede, la partecipata relazione del dottor Horacio Baqué finì tra gli applausi e l’approvazione fu pressoché immediata. Il piccolo e orgogliosissimo Uruguay, già allora tradizionale fucina di campioni, brucia di fierezza per la Grande Occasione, che va sfruttata a tutti i costi. Metaforicamente e no.

La stampa di Montevideo, città capitale e anima di un Paese che in essa si identifica quasi completamente e senza «quasi» se si parla di calcio, si trasforma in grancassa dell’evento grazie soprattutto alla campagna promozionale condotta da El Diario, quotidiano della sera fondato da Héctor R. Gómez e da sempre particolarmente sensibile agli avvenimenti sportivi in genere e calcistici in particolare. Ma in mezzo a tanto entusiasmo qualcuno si produce in esercizi di scetticismo non del tutto ingiustificati: sarebbe riuscito un Paese così piccolo e neanche troppo avanzato ad allestire una manifestazione di quella portata, e senza fare figuracce davanti al mondo?

I dubbi, leciti e numerosi, aumentano a dismisura con l’avvicinarsi del grande evento. Il 20 ottobre di quello stesso anno, all’Ospedale Italiano, muore settantenne don José Battle y Ordóñez, lo statista che ha introdotto in patria il concetto di «socialismo di Stato». La Grande Depressione susseguente al crollo della Borsa di Wall Street (1929) provoca sconquassi anche nel lontano Paese rioplatense che, come il resto del subcontinente sudamericano, è (come oggi) strettamente legato alle vicende economico-finanziarie degli Stati Uniti. E si sa che in America Latina uno starnuto dell’economia Usa diventa sintomo, nella migliore dellle ipotesi, di broncopolmonite acuta.

Ma le paure sulle eventuali reazioni della pubblica opinione alla notizia che il Paese avrebbe ospitato la rassegna iridata vengono ben presto spazzate via dalla grande illusione chiamata vittoria. Le forze di un’intera nazione si uniscono per raggiungere un duplice obiettivo comune: dare dell’Uruguay un’immagine dignitosa e possibilmente vincente. In tutti i sensi.

Il primo «successo» da cogliere riguarda lo stadio, che deve essere all’altezza di una grande – la più grande – manifestazione internazionale. I due maggiori impianti cittadini, il Parque Central, la cancha (il campo) del Nacional, e il più vecchio stadio di Montevideo, il Pocitos dell’arcirivale Peñarol – che ospiterà la prima partita dei Mondiali – vanno bene per le esigenze nazionali e al massimo per alcuni incontri del torneo ma non possono bastare. Così si decide di realizzare il monumentale «Estadio Centenario» che sorgerà sul Parque Battle y Ordóñez, meglio noto come Parque de los Aliados. Progettato da un architetto, Juan Scasso, il cui nome gli avrebbe precluso in Italia qualsiasi gara d’appalto, il faraonico impianto viene portato a termine a tempo di record (operai al lavoro per 24 ore al giorno per dodici mesi di turni massacranti) al costo (stimato) di un milione di pesos e fra le mille polemiche per i terreni scelti per l’edificazione, perfidamente cavalcate dall’altro grande quotidiano nazionale, El País.

E così, il 10 luglio 1930, nasce con il torneo la più grande storia di calcio mai raccontata. Una storia che almeno sulle prime tanto grande non pare se è vero che le grandi Nazionali europee ne snobbano per vari motivi l’invito a parteciparvi. Un discorso a parte va fatto per le quattro federazioni britanniche (Galles, Inghilterra, Irlanda del Nord e Scozia), già autoeclusesi dalla Fifa nel 1926 per diversità di vedute sulla questione del professionismo. Per le altre, in particolare le rappresentative mitteleuropee, con l’eccezione della Romania di re Carol, grande appassionato di calcio, la rinuncia, accompagnata a un certo scetticismo sull’opportunità di una simile manifestazione, ha motivazioni di natura prettamente economica: ai tempi la traversata oceanica è praticabile solo via mare e dura dalle sei alle otto settimane, un po’ troppo per giocatori che (almeno allora) per campare devono lavorare.

La partita
Neanche il tempo di cominciare e già c’è un intoppo, il pallone di gioco. Entrambe le squadre vogliono giocare con il proprio. Novello Salomone, John Langenus, che per arbitrare la gara ha ottenuto un’assicurazione sulla vita, decide di accontentare tutti usandoli entrambi, uno per tempo.

Partono subito forte i padroni di casa, instancabili nel costruire gioco in virtù di una collaudata linea mediana che secondo il classico Metodo schiera, da destra a sinistra, Andrade, Fernández, Cea e Gestido. Casomai, è dietro che nei primi minuti la «Celeste» fa fatica; infatti la retroguardia va spesso in affanno nel coprire i pericolosi varchi creati dall’imprendibile Andrade, anche se poi a metterci una pezza c’è l’onnipresente Nasazzi, nell’occasione autore di una prestazione semplicemente memorabile. «Il campo è un imbuto», ama ripetere “el Terrible”, «e nella bocca dell’imbuto c’è l’area». Superfluo aggiungere che nell’area chi comanda è lui.

Al 12’ l’Uruguay sfonda il muro argentino. Gestido appoggia a Fernández che gira svelto a Castro. Questi converge al centro, attirandosi Monti e Della Torre che cercano di chiuderlo, poi serve astutamente Scarone che sta salendo al gran galoppo in sovrapposizione. “El Mago” ha un controllo difficoltoso, ma nonostante l’opposizione di Paternoster e Suárez, riesce ad eseguire il passaggio di ritorno a Castro chiudendo così un elaborato triangolo. A quel punto, “El Manco” (soprannome dovuto al «regalo» fattogli da una sega circolare mentre svolgeva il suo lavoro di falegname, nda) lancia di piatto sulla destra per l’accorrente Dorado. L’ala riceve il pallone e incrocia un fortissimo shoot che termina la propria corsa alle spalle di Botasso, vanamente proteso in tuffo a coprire sul primo palo. Uno a zero per la «Celeste». Dopo neanche un quarto d’ora di gioco la gara degli «orientales» sembra in discesa.

Invece, anziché volare sulle ali dell’entusiasmo per il repentino vantaggio, la manovra degli uruguaiani si fa via via sempre più involuta lasciando spazio al rabbioso ritorno argentino. La Selección ci mette soltanto sette minuti a pareggiare. La manovra si articola da Monti a Stábile e da questi a capitan Ferreyra, che mette in mezzo un pallone rasoterra sul quale si avventa Peucelle, che anticipa d’un soffio Gestido. L’interno «blanquiceleste» lascia partire un tiro secco e preciso che sorprende un non impeccabile Ballestrero, probabilmente fuori posizione. La situazione, al 20’ del primo tempo, è di nuovo in parità. L’Argentina non ripete però l’errore commesso dagli avversari dopo essere andati in vantaggio, e non si «siede». Per venti minuti buoni, in campo c’è una sola squadra e non è quella di casa.

Al 37’ arriva addirittura il (meritato) sorpasso. Lancio di Juan Evaristo per Monti, che prolunga la traiettoria con un pallonetto a scavalcare la difesa avversaria. Intuite al volo le intenzioni del compagno, Ferreyra e Stábile scattano immediatamente, incuranti del braccio alzato di Nasazzi che, a mo’ di Baresi ante litteram, ne contesta la regolarità della posizione. L’arbitro Langenus non è dello stesso avviso e, scambiata una rapida occhiata di assenso con uno dei suoi collaboratori, il francese Christophe, lascia proseguire. Sulla palla arriva per primo Stábile, che avanza indisturbato e batte imparabilmente Ballestrero con una bordata dal basso verso l’alto. 1-2 per l’Argentina, lo stadio ammutolisce in un’atmosfera da tregenda. «En todo el stadium soplaba viento de angustia», scriverà l’inviato di un quotidiano della capitale.

Si va avanti senza sussulti fino alla pausa quando di sussulti ce ne saranno sin troppi. Appena rientrato negli spogliatoi, Andrade viene colto da una violenta crisi nervosa. La Maravilla Negra si getta a terra e si mette a gridare: «Non possiamo perdere! Loro sono argentini e noi uruguaiani!». Una scena irreale. Ma che riesce a scuotere i compagni. Primo fra tutti Fernández che, come il leggendario Valentino Mazzola un quindicennio dopo, suona la carica con il suo abituale gesto di rimboccarsi le maniche. “El Patron” si piazza al centro del campo e da lì detta il gioco alla squadra e severi ordini ora a questo, ora a quel compagno. Fernández è la mente e Scarone è il braccio di una compagine lontana parente di quella della seconda metà del primo tempo. Solo un eccesso di precipitazione impedisce alla formazione padrona di casa di pareggiare prima del 57’, allorché proprio Fernández batte una punizione servendo Castro, che tocca per Scarone il quale, spalle alla porta e pressato dai terzini Paternoster e Della Torre, rovescia all’indietro un morbido pallonetto. La palla cade nei pressi di Cea pronto a girare di piatto al volo superando Botasso. 2-2, e tutto da rifare.

Con il morale di nuovo alle stelle per lo scampato pericolo, gli uruguagi hanno adesso le ali ai piedi e nove minuti dopo, al 68’, si riportano in vantaggio. Mascheroni porta via il pallone a Varallo, avanza palla al piede per una trentina di metri senza che nessuno si sogni di contrastarlo. Quando Monti va finalmente a chiuderlo, il terzino apre largo sull’accorrente Iriarte che si aggiusta il pallone e dai venticinque metri lascia partire una sventola che si insacca sotto l’incrocio. In 9’ il sorpasso è cosa fatta: 3-2 Uruguay.

Sessanta secondi dopo, ecco il segnale che, come diranno poi gli inviati di Buenos Aires, la vittoria era già scritta nel destino. L’Argentina batte la palla al centro, si fionda immediatamente in avanti e va alla conclusione con Varallo, l’uomo che ha perso palla nell’azione del terzo gol uruguaiano. Ma la sfera viene intercettata sulla linea da Andrade. Negli ultimi venti minuti, si assiste al prevedibile assalto di Ferreyra e compagni, ma non succede nulla fino al penultimo minuto del tempo regolamentare, quando si ha l’azione forse più spettacolare della partita: il portiere uruguaiano rimette in gioco la palla servendo Cea, che a sua volta attiva Iriarte; l’ala sinistra dribbla Juan Evaristo e Della Torre prima di lanciare in avanti. Sulla palla si catapulta Suárez che in scivolata tenta di rinviare come può ma il pallone finisce sui piedi di Dorado, che dalla sua posizione di esterno destro fa partire un traversone sul quale vanno a saltare il centravanti uruguagio Castro e il suo controllore Della Torre. A spuntarla è “el Manco”, che sale più in alto e va ad impattare la palla del 4-2. È finita. 

Già dal 43’ l’arbitro si è avvicinato all’imbocco degli spogliatoi: ha fretta perché non vuol perdere il piroscafo che partirà un’ora dopo la fine della gara. Gli «orientales» si aggiudicano la prima Coppa Rimet. Espletati i due minuti di recupero, esplode il delirio di tutta una nazione. Piccola geograficamente ma nel calcio grande come il mondo.


La tattica
Su questo piano, il Mondiale di Montevideo può far testo solo relativamente vista la mancanza delle migliori formazioni europee. Quelle presenti, Belgio, Francia, Jugoslavia e Romania, non sono certo la crema calcistica del Vecchio Continente come invece sarebbe accaduto avendo la scuola britannica o quella mitteleuropea. Ma in questi casi gli assenti hanno sempre torto quindi tanto vale soffermarsi su chi a giocarsela in campo c’è andato per davvero. Per gli altri, un’occasione persa.

Le grandi sudamericane dell’epoca sono, non a caso, le due finaliste, Argentina e Uruguay. Il Brasile, a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, perlomeno tatticamente, è ancora un paio di gradini sotto. Sulle due sponde del Río de la Plata, però, il modo di intendere il fútbol è già assai diverso. Entrambe le scuole sono giocoforza ancorate allo schema in voga allora, la cosiddetta «piramide» d’importazione scozzese, un sistema di gioco che a quei tempi consentiva un discreto equilibrio tra la fase offensiva e quella difensiva. Juan Harley, scottish di nascita che è approdato al Peñarol nel 1909, aveva imposto ai gialloneri di Montevideo un modulo, che oggi descriveremmo con un 2-3-5, il cui attacco «ad abanico» (una sorta di attacco rovesciato) prevedeva il centravanti più arretrato rispetto agli attaccanti esterni. Il lavoro iniziato da Hurley e trasposto sul campo prima dal “Maestro” José Piendibene poi dalla freccia nera Isabelino Gradin, ariete capace di correre i cento metri in 11’’ netti, aveva pagato fino alla modifica della regola dell’offside (1925). 

Da allora, e con l’affermarsi della nuova stella Pedro “Perucho” Petrone, il cui tiro al fulmicotone si sarebbe poi visto, nel 1931, alla Fiorentina, tutto è cambiato, perché con il velocissimo “Artillero” nasce il concetto del movimento senza palla: la punta centrale diventa il cardine dell’attacco e non si limita più a costruire o rifinire la manovra offensiva, deve anche concluderla in prima persona oppure dettare con il proprio movimento il passaggio proveniente dal compagno in possesso di palla.

Calcio criollo (locale) e calcio gringo (straniero) si distinguono per delle peculiarità che sono tuttora patrimonio tecnico di due Paesi tanto vicini geograficamente quanto calcisticamente lontani. Gli uruguagi, che con quello schema avevano trionfato alle Olimpiadi del ’24 a Parigi e del ’28 ad Amsterdam, rispetto ai rivali tradizionali vantano, oltre alla proverbiale garra (un misto di grinta, orgoglio, determinazione e voglia di vincere), una maggiore propensione al gioco collettivo e al contrasto ma senza trascurare la tecnica tipica della scuola argentina, secondo alcuni superiore persino a quella brasiliana. In tal senso il prototipo del fuoriclasse «oriental» è il laterale destro Andrade, tanto deciso negli interventi sull’uomo quanto abile con la palla fra i piedi. La chiave dell’Uruguay vincitutto degli anni ’20 e ’30 è però la straordinaria compattezza del centrocampo. Il reparto sa arroccarsi nei pressi della propria area per poi ripartire servendo le rapidissime punte, specie l’ala sinistra Iriarte e il centrattacco Castro, che in finale sostituirà il «pavido» Anselmo a sua volta titolare in luogo del leggendario Petrone, protagonista mancato del torneo, o gli interni Scarone e Cea. Una formazione, la «Celeste», che ha fatto di un atteggiamento difensivo, divenuto proverbiale, un’arte: è la cortada, la verticalizzazione breve che assieme alla finta in corsa è il sale del Metodo inteso alla uruguaiana.

In porta, Ballestrero è fra i primi discepoli di Andrés Mazali, il profeta dei portieri che non hanno paura di abbandonare i pali per lanciarsi in coraggiose uscite. In difesa, come tradizione schierati a zona, capitan Nasazzi, fortissimo di testa e nei contrasti, e il futuro interista Mascheroni, più portato al tackle. Il primo, che per i compagni è “el Caudillo” o “el Mariscal” e per gli avversari “el Terrible”, spesso si «allarga» sulla destra per coprire le avanzate del fuoriclasse Andrade, una sorta di antesignano del terzino fluidificante per di più dotato di tecnica sopraffina. Con la Meraviglia Nera al posto di Silva si riforma così in Nazionale la celeberrima «cortina metalica» del Peñarol, l’irresistibile linea mediana formata da Andrade, Fernández e Gestido.

In attacco, schierato a «M» rovesciata (o a «W»), il quintetto meraviglia Dorado-Scarone-Castro-Cea-Iriarte. Le ali, Dorado e Iriarte, giocano larghe per favorire gli sfondamenti centrali del grezzo ma grintoso Castro e gli inserimenti delle mezzeali, il settepolmoni Cea e il fuoriclasse Scarone, anche lui all’Ambrosiana-Inter dopo il Mondiale.

Ma al di là dei nomi o delle facili schematizzazioni da lavagna, la vera modernità di quella formazione sta nella sua capacità di essere corta: certo, è ancora l’epoca in cui si gioca «da fermi», ma una volta entrati in possesso di palla gli uomini di Suppicci sanno immediatamente salire con la linea difensiva. Neologismi quali ripartenze, diagonali, gioco senza palla e marcature a scalare sono ancora di là da venire, ma fa piacere scoprire come tutto, nel calcio, decenni prima di certi maghetti della panchina, sia già stato inventato.

La Selección degna vicecampione del mondo a Montevideo non ha troppi motivi di lamentarsi per l’occasione persa. È una squadra forte, ma un filo inferiore alla compagine uruguaiana, come dimostrano le due battute d’arresto subite in tre anni dai «cugini». Intendiamoci: il livello tecnico-tattico è quello, più tecnici e individualisti gli argentini, più portati al collettivo e alla difesa gli uruguagi. A fare la differenza sono quindi, come spesso accade, i dettagli, le piccole cose che alla fine fanno vincere le partite.

In porta Juan Bottasso rileva Angel Bossio senza farlo rimpiangere, anche se in finale l’ex rincalzo palesa qualche incertezza dovuta forse più all’emozione che ad inadeguatezze tecniche. La coppia di terzini, Paternoster e Della Torre, non ha la classe di quella uruguaiana, Nasazzi e Mascheroni, più tecnica e agonisticamente «cattiva». A centrocampo, la manovra ruota sul perno Monti, per vent’anni la quintessenza del centromediano metodista: duro come la roccia in difesa quanto abile nel battere a rete di potenza o nel lanciare i compagni. Al suo fianco, ad occuparsi delle ali avversarie – secondo i tradizionali dettami del Metodo – due mastini come Juan Evaristo e Suárez. Sulla trequarti, accanto alla mezzala Federico Varallo giganteggia la figura di Manuel “Nolo” Ferreyra, capitano e simbolo della squadra. Ferreyra, di professione avvocato, è un giocatore dalla classe sopraffina al quale non fanno difetto coraggio, grinta e temperamento, doti che unite al suo tasso tecnico ne fanno un leader naturale. In più è dotato di una botta micidiale. Per rendere l’idea: il giornale Critica arrivò ad offrire un premio in denaro al portiere capace anche solo di respingerne un tiro.

In attacco il goleador Stábile, per tutti “el Filtrador” per come sa infilarsi, a tutta velocità, nelle maglie difensive avversarie eseguendo alla perfezione quelli che oggi chiameremmo «tagli» dentro l’area. Sulle corsie esterne, assistono il centravanti che a suon di gol ha rubato il posto a Roberto Cherro, l’estroso «motorino» Carlos Peucelle e il mestierante Mario Evaristo, futuro genoano come Stábile. La prima finale mondiale si colora così di «Celeste», ma se avesse vinto l’Argentina nessuno si sarebbe scandalizzato. Questione di Metodo.

CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com


Il tabellino
30 luglio 1930, Montevideo (Estadio Centenario), ore 14
Uruguay-Argentina 4-2 (1-2)
Uruguay: Ballestrero; Nasazzi, Mascheroni; Andrade, Fernández, Gestido; Dorado, Scarone, Castro, Cea, Iriarte. Ct: Alberto Suppicci.
Argentina: Botasso; Della Torre, Paternoster; J. Evaristo, Monti, Suárez; Peucelle, Varallo, Stábile, M. Ferreyra, E. Ferreyra. Ct: Olazar.
Arbitro: John Langenus (Belgio).
Marcatori: 12’ Dorado (U), 20’ Peucelle (A), 37’ Stábile (A), 57’ Cea (U), 68’ Iriarte (U), 89’ Castro (U).
Spettatori: 70.000 circa.

martedì, maggio 26, 2009

Il risiko delle panchine

Fuori uno. Con il rinnovo fino al 2012, José Mourinho è uscito dal risiko delle panchine.
Con 10 milioni di euro netti l'anno, il portoghese ha resistito alla sua ultima tentazione, vera o presunta: il Real Madrid.
Esaurito l'entusiasmo portato in dicembre da Juande Ramos, le merengues, col presidente, cambieranno anche allenatore. E Florentino Pérez non è tipo da basso profilo.
Sfumato il sogno Arsène Wenger, accasatosi al Bayern Monaco l'ex blaugrana Louis van Gaal, il Real Madrid sfoglia una margherita con sempre meno petali. Il 53esimo allenatore della "Casa Blanca" non sarà Carlo Ancelotti, il cui passaggio al Chelsea, ormai, non è più nemmeno quotato. In pole position, oltre a Manuel Pellegrini, l'ingegnero cileno artefice del miracolo-Villarreal, restano due bandiere del club: il messicano Hugo Sánchez che tanto bene sta facendo all'Almería e Michel, il Guardiola merengue riparato al Getafe perché in rotta con Ramón Calderón.
La candidatura Michael Laudrup è precipitata con il flop allo Spartak Mosca. Contattato dal Wolfsburg neocampione di Germania per il dopo-Felix Magath, già promessosi allo Schalke 04, il danese ha declinato perché non parla tedesco. Il Wolfsburg si è così consolato con un madrelingua, l'ex Stoccarda Armin Veh.
In Francia, da quando il Marsiglia ha annunciato Didier Deschamps come successore di Eric Gerets, la Ligue 1 sembra aver preso la strada di Bordeaux.
In Olanda, l'Ajax preferirebbe Martin Jol dell'Amburgo alla soluzione interna Danny Blind come successore di van Basten, mentre l'AZ, portato da van Gaal al titolo dopo 28 anni, ha firmato un biennale con Ronald Koeman, a spasso dall'aprile 2008 dopo l'esonero al Valencia. Un altro ex Valencia, Quique Sánchez Flores, è stato confermato al Benfica nonostante il terzo posto dietro Porto e Sporting.
Il secondo posto, in Scozia dietro i Rangers, è stato invece fatale a Gordon Strachan: dopo 3 Scottish League in 4 stagioni, ha lasciato il Celtic. Strachan: un altro nome, dei tanti, da giocare al risiko delle panchine.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Real, un posto in panca


C'era una volta il Real Madrid degli Zidanes y Pavones. Un Real da favola, quello del primo Florentino Pérez. Che al secondo anno di presidenza credeva di aver trovato la pozione magica: ogni anno, una stella di livello mondiale e un giovane del vivaio lanciato in prima squadra. Un Pavon per ogni Zidane, appunto. Per continuare a vincere, in campo e fuori, senza intaccare l'identità madrilena, anzi madridista, del club.
Oggi, in piena recessione globale, anche Pérez deve volare basso: per le presidenziali 2009, altroché Cristiano Ronaldo, Ribéry o il tormentone Kaká.
Stavolta, per le elezioni del 14 giugno, Florentino ha promesso innanzi tutto un allenatore, e uno dei pochi obiettivi raggiungibili: David Silva, esterno del Valencia già monitorato dalla Juventus per il dopo-Nedved.
Quanto all'allenatore, chiuse sul nascere le trattative - vere o presunte - con Arsène Wenger e José Mourinho, in pole position per la panchina restano, in ordine non casuale, le bandiere merengue Hugo Sánchez, messicano ora all'Almería e sponsorizzato anche dal candidato debole Juan Onieva, e Michel, il Guardiola del Real che ha lasciato il club dopo aver rotto con Ramòn Calderòn, il presidente uscente. Come terza via, a rifare la squadra dalle fondamenta, potrebbe essere "El Ingeniero": Manuel Pellegrini, cileno del Villarreal. Oppure Laurent Blanc, a un punto dal titolo di campione di Francia col Bordeaux e amico di Zidane, futuro consulente di mercato di Florentino e del suo braccio destro Valdano.
Con quella sorta di candidato unico che è Pérez, sono poco più che suggestioni i nomi proposti dai suoi rivali per la Casa Blanca: a cominciare dal croato Slaven Bilic per Eduardo García, il concorrente che ha promesso anche Didier Drogba a una rosa che la prossima stagione, con Huntelaar, riavrà Van Nistelrooy. Un errore capitale, perché il Real Madrid dei Galàcticos appartiene al passato.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it
Nella foto, Juande Ramos, allenatore del Real Madrid dal 9 dicembre 2008

domenica, maggio 17, 2009

Mettete Fioranelli nei vostri cannoni

Tecnicamente Luciano Spalletti ha ragione: un'offerta formale non c'è stata. Ma l'agente FIFA italosvizzero Vinicio Fioranelli è già riuscito là dove gli altri avevano fallito: farsi nominare, e fare ammettere alla Roma, con un comunicato congiunto con la controllante Compagnia Italpetroli, l'esistenza di "un interesse da parte di una società di diritto svizzero ad acquisire il pacchetto azionario di controllo di AS Roma".
La Roma, quindi, per ora non è disposta a concedersi, ma stavolta non ha negato addirittura l'esistenza di un pretendente.
Fioranelli, ex consulente della Lazio cragnottiana, guida una cordata che fa capo al tedesco Volker Flick. Italpetroli e Unicredit, gruppo bancario di cui la holding Sensi è debitrice per oltre 400 milioni di euro, stanno verificando le garanzie finanziarie. L'offerta, quando verrà formalizzata, si aggirerà sui 283 milioni, la stessa cifra proposta un anno fa dalla Inner Circle Sports per conto del'americano George Soros.
Quale che sia il futuro, suo o della società, Spalletti deve però pensare al Catania. E al sesto posto, unico obiettivo di una stagione da dimenticare.
A campionato finito, poi, ci sarà da parlare. Resta da capire con chi.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

venerdì, maggio 15, 2009

Un weekend di paura e di speranza

Un tranquillo weekend di paura. Paura di perdere anche la speranza, per chi insegue. Paura di vincere, il braccino del tennista che si accorcia proprio nel momento decisivo, a un passo dall'afferarre il sogno inseguito per una stagione.
Se sabato sera il Milan perderà a Udine, l'Inter festeggerà il suo 17esimo scudetto senza passare dal posticipo col Siena.
In Serie B, al Parma, per la promozione diretta, basta un pari a Cittadella, che però cerca punti per la salvezza.
E a proposito di salvezza, anche lì potrebbero arrivare sentenze senza appello: scongiuri autorizzati per i tifosi della Reggina e dell'Avellino: se la squadra di Orlandi perde e il Torino vince, è addio alla A. L'Avellino, invece, in casa col retrocesso Treviso, deve fare meglio della Salernitana, impegnata ad Ascoli, altrimenti non avrebbe più chance.
Nella Liga, il Barcellona ha 8 punti di vantaggio sul Real Madrid, che sabato sera giocherà in casa proprio di quel Villarreal che una settimana fa ha annullato il match-ball dei catalani. Se il Real non vincerà, i blaugrana proprio come l'Inter celebreranno il 19esimo titolo prima ancora di scendere in campo, domenica, a Maiorca.
Per poi aspettare nella finale di Champions il Manchester United, che a sua volta potrebbe rilassarsi già da domani.
In Premier League, dopo il vittorioso recupero di Wigan in settimana che lo ha portato a +6 sul Liverpool, ai Red Devils basta un punto in casa con l'Arsenal per diventare, per la 18esima volta, campione d'Inghilterra.
Ma non c'è solo il calcio.
Nel volley maschile, la finale-scudetto è arrivata a gara5. Domenica alle 18.30 in 5000 spingeranno Trento contro Piacenza per il titolo di campione d'Italia.
E in NBA, domenica, due gara7 decideranno le finaliste di Conference. A Est, Boston-Orlando: chi vince sfiderà Cleveland. A Ovest, Los Angeles Lakers-Houston. Chi sopravvive troverà Denver.
Da un oceano all'altro, un tranquillo weekend di paura, e di speranza.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

giovedì, maggio 14, 2009

Là dove osano gli Aquilani


Non lo dice, Alberto Aquilani. Ma i "vari motivi" che da due anni lo tormentano si chiamano infortuni. Gravissimi mai, condizionanti sempre. Anche se qualcuno non ci crede.
Altro che malato immaginario o bizze per il rinnovo fino al 2013.
Per rivedere il vero Aquilani, che Lippi aspetta per Sudafrica 2010 come fece con Totti per Germania 2006, è servita un'operazione: alla caviglia destra, all'Academic Medical Center di Amsterdam dal professor Niet Van Dijk. Come Cristiano Ronaldo lo scorso 7 luglio.
In Olanda per Aquilani si è forse conclusa l'odissea iniziata la scorsa stagione, col ko muscolare del 2 ottobre 2007 all'Old Trafford. Una maledizione, quella dell'Inghilterra, che si è ripetuta il 22 ottobre 2008 contro il Chelsea in Champions League: lesione al bicipite femorale sinistro. Primo stop dopo un inizio super, col gran gol al Napoli nella prima di campionato, e la doppietta a Lecce contro il Montenegro: le sue prime reti in nazionale. Ora, dopo ricadute, dubbi e illusioni, come lo spezzone con l'Arsenal dell'11 marzo, ancora l'Inghilterra, il piccolo principe sta per tornare. Per il Mondiale e per riportare la Roma dove l'anno prossimo non sarà: in Champions. Con o senza Spalletti.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

domenica, maggio 10, 2009

Europa League, corsa a quattro


Adesso ci si è messa pure l'aritmetica. Ora, è ufficiale: la Roma non parteciperà alla prossima Champions League. Anzi, se non si darà una mossa, nelle ultime tre di campionato, non giocherà nemmeno l'Europa League: così si chiamerà la Coppa Uefa del futuro. Per i due posti disponibili - l'altro andrà alla vincitrice della Coppa Italia: Lazio o Sampdoria - corrono in sei: uno però andrà alla perdente del duello fra Fiorentina e Genoa.
Per l'altro sono in 4: dalla Roma con 54 punti, al Cagliari con 50.
Il pari del Sant'Elia, con tutti i suoi veleni per il 2-2 di Perrotta con Cossu a terra per crampi, rischia così di sancire non solo l'arrivederci Roma alle coppe europee, ma anche gli addii di Spalletti alla società e della società alla famiglia Sensi.
Per Spalletti non è questo il momento giusto per parlare di certe cose, e chissà come lo giudica l'imprenditore farmaceutico Angelini: fa più gola la Roma in Europa o quella più economica, tutta italiana?
La Roma si giocherà tutto in tre partite: Catania, Milan e Torino. Non un calendario semplice. Forse non come quello del Palermo, almeno sulla carta. Cavani e Miccoli se la vedranno con Lazio e Samp al Barbera, e con l'Atalanta a Bergamo. Tutte squadre tranquille. L'Udinese e il Cagliari potrebbero farsi fuori da sole con lo scontro diretto.
Insomma Spalletti deve tirar fuori il massimo anche nel rush finale.
Altrimenti la Roma senza Europa, sarebbe un vero fallimento. Non solo di Spalletti.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

martedì, maggio 05, 2009

Petrucci-Chimenti, bipolarismo all'italiana


Tre candidati alla presidenza CONI. Anzi no. Pronti-via, dopo il ritiro di Paolo Barelli, presidente della federnuoto, a contendersi la prima poltrona dello sport italiano sono rimasti in due. Pur sempre un passo avanti rispetto alla candidatura unica del 2005.
Oggi come allora il candidato forte è il presidente uscente Gianni Petrucci. A sfidarlo - da sfavorito - il numero uno della federgolf Franco Chimenti, che tenterà di togliere al capo dello sport italiano - in carica dal 1999 - il quarto mandato. L'ultimo possibile, visto che dal 2005 è stato inserito il limite di due mandati.
Probabile, quindi, che sarà lui il timoniere fino a Londra 2012. Quei Giochi saranno la conclusione di una carriera olimpica nata in seguito allo scandalo dell'Acqua Acetosa: nel 1998 l'allora presidente Mario Pescante si dimise quando si scoprì che per un decennio i controlli antidoping erano stati fatti su provette conservate a temperature sbagliate.
Proprio la battaglia contro il doping è stata uno dei punti di forza della decennale gestione-Petrucci. Romano, classe '45, una laurea in scienze politiche con specializzazione in diritto del lavoro, dopo otto anni di segreteria Coni e uno in Lega calcio, è stato segretario della federcalcio per 6 anni, periodo durante il quale è stato anche commissario straordinario dell'Aia, l'associazione arbitri.
Nel 1991, Franco Sensi lo chiamò a ricoprire la carica vicepresidente esecutivo della Roma, dove restò sei mesi prima di assumere, dal '92 al '99, la presidenza della federbasket.
Più scarno il curriculum del suo concorrente. Appena rieletto presidente del Golf fino al 2012, Chimenti, napoletano classe '39, è entrato in federazione nel '96 e nella Giunta Coni dal 2004. Si è candidato lo scorso 29 settembre e ha incentrato la sua campagna sull'autonomia finanziaria.
Secondo Chimenti lo sport deve trovare le risorse per autofinanziarsi.
Per Petrucci invece lo slogan deve essere: no al doping, più sport per tutti, più medaglie.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, maggio 03, 2009

I Volpi e "la civilissima Bologna"


03/05/2009 17.24.31
(ANSA) - BOLOGNA, 3 MAG - Non c'è ancora una denuncia formale ma il Bologna calcio ha già informato la Questura dell'aggressione verbale subita dalla compagna del calciatore rossoblù Sergio Volpi mentre, prima della partita di ieri tra emiliani e Reggina, stava facendo spesa in un supermercato a Casalecchio di Reno, alle porte del capoluogo. Il giocatore per questo ieri non era poi sceso in campo.
"Nell'imminenza della delicata gara con la Reggina la compagna di Sergio Volpi è stata vittima dell'inqualificabile episodio di inciviltà - ricorda il sito della società rossoblù - Il Bologna Fc 1909, che ha dovuto rinunciare all'apporto del calciatore perché gravemente turbato da quei fatti (che ieri erano stati taciuti per ragione di privacy), deplora vivamente l'accaduto e confida che i responsabili vengano presto individuati e perseguiti nelle forme di legge".
In base alle notizie arrivate in Questura la signora stava facendo la spesa quando due uomini vicino a lei, parlando tra loro, hanno cominciato a insultare con vari epiteti il marito. Una volta uscita dal supermercato aveva trovato bucata una gomma della sua auto.
Il giocatore e la moglie già ieri sera sono tornati a Brescia per recuperare un po' di tranquillità. Probabilmente la denuncia verrà formalizzata al rientro a Bologna e poi sarà trasmessa alla Procura, che aprirà un fascicolo.
Sulla vicenda è intervenuto Paolo Nanni, capogruppo regionale dell'Italia dei Valori: "Sono a stigmatizzare l'aggressione dando la mia solidarietà, come capo gruppo regionale dell'Italia dei Valori, alla famiglia Volpi. Simili atti, vigliacchi, sono una testimonianza ulteriore del come provvedimenti, come la restrizione alle trasferte da parte dei tifosi, sono norme obsolete e senza alcuna validità. Non soffochiamo l'idiozia proibendo alle persone normali di assistere ad una partita di calcio!". (ANSA)