mercoledì, novembre 25, 2009

Macheda, lieto fine rimandato


La favola di Kiko e la grande occasione mancata.
Ferguson li aveva avvertiti: con la qualificazione già in tasca, a guidare la caccia al primo posto sarebbero stati loro, i ragazzini: Darron Gibson e Danny Welbeck subito. Federico Macheda a gara in corso.
All'Old Trafford contro il Besiktas, Sir Alex è stato di parola. Anzi, ha esagerato: fiducia alla coppia welbeck-macheda in attacco, e all'ala destra Gabriel Obertan.
Gibson, Macheda, Welbeck, Obertan: neanche 80 anni in quattro; 22 il suo pupillo nordirlandese, 18 "Kiko" l'italiano, 19 proprio oggi, il 26 novembre, il prodotto locale Danny-boy e 20 il francesino ex Bordeaux e Lorient.
Una iniezione di gioventù ma anche di inesperienza: perché l'unico titolare è Vidic e i veterani in campo non stanno tutti bene. Anzi, tutt'altro.
E così va a finire che la grande occasione diventa un boomerang: dopo 20' Tello beffa Foster e in Champions lo United torna a perdere in casa dopo quasi cinque anni. Non accadeva dal 23 febbraio 2005, 0-1 contro il Milan.
Peccato soprattutto per Macheda, che la sua grande chance l'ha avuta, e sprecata, al 93'. Con questo colpo di testa sul quale Rustu si è superato. Per Kiko e il suo anno da favola, il lieto fine è rimandato.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Questo è un lavoro per Supermac


Comincia la carriera da terzino nel Tonbridge prima di arrivare, nell’agosto 1968, al Fulham, dove Bobby Robson lo avanza a centravanti. Quando Robson se ne va, Macdonald cade in disgrazia e nell’estate 1969 viene ceduto al Luton Town per 30 mila sterline. 

In due stagioni agli Hatters viaggia a oltre un gol ogni due partite: 49 in 88 gare di campionato.

Nel maggio 1971 il Newcastle United lo firma per 180 mila sterline, allora record del club. Nel Tyneside, Madonald diventa l’idolo più grande dai tempi di Jackie Milburn. In uno dei suoi primi match coi Magpies (si dice “mègpìs”, non “megpàis”) rifilò una tripletta al Liverpool, e per tutte le sue cinque stagioni fu il miglior marcatore del Newcastle, segnando un totale di 138 gol in 258 presenze. 

Quando i Magpies raggiunsero la finale di FA Cup, nel 1974, andò a rete in tutti i turni della competizione, e l’anno seguente eguagliò il record realizzativo individuale con l’Inghilterra infilando una cinquina contro Cipro. Di conseguenza, l’intero Tyneside restò di sale quando, nell’agosto del 1976 per 333.333 sterline, lasciò St James’s Park per l’Arsenal.

Nella sua prima stagione ad Highbury, con 25 gol vinse la classifica marcatori della First Division. Nel 1977-78 trascinò i Gunners alla finale di FA Cup, persa 1-0 contro l’Ipswich Town. La stagione seguente, dopo appena quattro partite, subì un serio infortunio a una gamba in una trasferta di Coppa di Lega contro il Rotherham United.

Nel luglio 1979, a soli 29 anni, Malcolm Macdonald annuncia il ritiro. In poco più di due stagioni ad Highbury, aveva realizzato 27 gol in 107 partite fra campionato e coppe.

Al Craven Cottage torna come dirigente di marketing, poi viene nominato allenatore. Nei suoi primi mesi in carica, tiene il club alla larga dalla zona-retrocessione in Fourth Division e nell’1981-82 guida il club alla promozione in seconda divisione.

La stagione seguente per poco non porta i Cottagers alla massima serie, ma nel marzo 1984, in seguito a rivelazioni sulla sua vita privata, lascia il Fulham per gestire un pub a Worthing. Rientra nel calcio come manager dell’Huddersfield Town prima di trasferirsi, nel 1993, a Milano come impiegato nelle telecomunicazioni sportive. Per un periodo fa anche il procuratore calcistico e contribuisce a portare al St. James’s Park un suo assistito, la (presunta) stella brasiliana Mirandinha.

Da allora è nel cosiddetto “after-dinner circuit” come speaker, oltre che commentatore per radio locali e columnist del nord-est dell’Inghilterra. Celebre il suo talk-show radiofonico sull’emittente Century FM intitolato "The 3 Legends". Con Supermac, le altre due leggende sono Eric Gates e Bernie Slaven.
CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

MALCOLM MacDONALD
Attaccante
Fulham, 7-1-1950

LE CIFRE
In campionato:
Club Pres. Reti
Fulham 10 (3) 5
Luton Town 88 49
Newcastle United 187 95
Arsenal 84 42
TOTALE 369 191

In Nazionale: 14 6

Palmarès:
1 Torneo Anglo-Italiano 1972-73
2 Texaco Cup 1973-74, 1974-75

I Lampard: tale figlio, tale padre


Uno dei più grandi del West Ham United del secondo dopoguerra, debutta in campionato con gli Hammers a Upton Park contro il Manchester City nel novembre 1967. Verso la fine della stagione, si rompe una gamba nel 2-1 esterno sullo Sheffield United ma poi recupera e non esce più dalla prima squadra.

Segue immediato riconoscimento internazionale con 4 presenze nella Under 23 inglese e la prima delle sole due presenze da titolare in quella maggiore, contro la Jugoslavia nell’ottobre 1972. Per la seconda dovrà aspettare otto anni, fino al maggio 1980, quando l’ex boss degli Hammers, Ron Greenwood, lo convocherà per farlo giocare contro l’Australia a Sydney.

Con il West Ham vince la FA Cup nel 1975 (2-0 al Fulham) e la stagione seguente disputa, contro l’Anderlecht, la finale di Coppa delle Coppe. A pochi minuti dall’intervallo, con gli Hammers avanti 1-0, il secondo grave infortunio della carriera. Nel tentativo di liberarsi di palla Mervyn Day, resta impiantato coi tacchetti sul terreno e subisce un serio trauma allo stomaco. Come non bastasse, in quell’azione i belgi pareggiano e sullo slancio vinceranno 4-2. Lampard, invece, vola in patria per essere operato d’urgenza.

La ruota gira nel 1980, quando è grazie al gol del suo terzino sinistro se gli Hammers superano in semifinale l’Everton all’Elland Road e raggiungono la finale di FA Cup contro l’Arsenal. È l’apice della carriera per Lampard, che nel 1980-81 sfiora la doppietta conquistando la finale di Coppa di Lega e il campionato di Second Division.

Dopo 660 partite e 22 gol fra campionato e coppe in 18 annate all’Upton Park, alla fine della stagione 1984-85 gli Hammers gli concedono lo svincolo gratuito per accasarsi al Southend United, all’epoca allenato dall’ex capitano del West Ham United e dell’Inghilterra mondiale Bobby Moore. Ma dopo appena 38 presenze nel club di Roots Hall, in seguito a una sequela di persistenti infortuni, “big” Frank disse stop.

Tornato all’Upton Park come secondo del cognato Harry Redknapp, perde il posto nell’estate 2001 quando Redknapp va al Portsmouth come Managing Director. Il 24 novembre 2008, Lampard viene nominato “football consultant” dal neomanager del Watford, Brendan Rodgers, che poi seguirà al Reading per ricoprire lo stesso ruolo al Madejski Stadium.

Zio dell’ex nazionale inglese Jamie Redknapp, centrocampista di Liverpool, Tottenham e Southampton fra il 1989 e il 2005 e attualmente opinionista di Sky Sports, Frank Lampard senior ha perso la moglie Pat il 24 aprile 2008 per le complicazioni di una polmonite. Oggi ci si ricorda di lui come padre del fuoriclasse-simbolo del Chelsea e dell’Inghilterra di Fabio Capello. Prima, però, il campione di casa era papà.
CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

FRANK LAMPARD Sr.
Terzino sinistro
East Ham, 20-9-1948
Tale figlio, tale padre

LE CIFRE
In campionato:
Club Pres. Reti
West Ham United 546 (5) 18
Southend United 34 1
TOTALE 580 19

In nazionale: 2 0

Palmarès:
2 FA Cup 1974-75, 1979-80
1 campionato Second Division 1980-81

Vestivamo alla Mariner


Comincia a giocare dalle sue parti, nel Lancashire, al Chorley, club dilettantistico di non-League, prima di essere ceduto al Plymouth Argyle per quattro soldi nel luglio 1973. 
 
Poche settimane della nuova stagione e Paul Mariner ha già rubato il posto a Jimmy Hinch, mettendosi in luce come uno dei migliori attaccanti della Third Division. 
 
Nel 1975-76, in coppia con Billy Rafferty trascina l’Argyle alla promozione in Second Division. Su di lui mettono gli occhi club di First Division quali Ipswich Town, West Bromwich Albion e West Ham United, ma è di Bobby Robson, nell’ottobre 1976, la padriniana offerta che il club del Devon non può rifiutare. 
 
Con sette gol in dieci giornate di campionato, Mariner stava già dimostrando di saper segnare in Division Two come faceva in Division Three, e così l’Argyle ne accetta la valutazione fatta dall’Ipswich: 220.000 sterline più i cartellini di Terry Austin e John Peddelty.

La grande considerazione in cui Robson teneva Mariner al club continua quando il futuro Sir Bobby lascia l’Ipswich per la nazionale inglese, sogno che grazie a lui Paul realizza sei mesi dopo l’arrivo al Portman Road e che si spezzerà dopo 35 presenze e 13 reti.

Al primo anno coi Blues, in 31 partite segna 13 gol compresa la tripletta nel 4-1 casalingo sul West Ham United. Nel 1977-78, con 22 reti è il miglior marcatore dei suoi e si porta a casa il pallone firmando un hat-trick nel 6-1 esterno sul Millwall nel sesto turno di FA Cup. Campagna chiusa in gloria con l’1-0 in finale sull’Arsenal. 
 
Guida la classifica marcatori anche nel 1978-79 e nel 1979-80, annata conclusa con la tripletta nel 6-0 sul Manchester United. Nelle ultime tre stagioni al Portman Road bolla sempre meno, ma ha in carniere 131 gol in 339 partite quando, nel febbraio 1984, firma per l’Arsenal e 150.000 sterline.

Già nella fase discendente della carriera, ad Highbury vive i suoi anni migliori; e nell’agosto 1986, dopo aver timbrato 17 volte in 70 uscite coi Gunners, va a svernare al Portsmouth. Alla prima stagione al Fratton Park riporta i Pompey in First Division, traguardo che il club inseguiva da quasi trent’anni.

Divorziato dal 1989 e unitosi in seconde nozze con Dedi (dalla prima moglie Alison, sposata nel 1976, ha avuto tre figli), dopo il ritiro prova per un po’ a fare il “commercial manager” del Colchester United prima di allenare i ragazzini in Giappone come membro di un programma tecnico internazionale organizzato da Charlie Cooke.

Prima di metter su un’agenzia di rappresentanza di calciatori, lavora anche come opinionista alla BBC Radio Lancashire nel Friday-night Non-League Hour, talk-show del venerdì sera dedicato al calcio minore. Ma il richiamo del campo è troppo forte. Dopo un breve ritorno in Inghilterra come istruttore alla Bolton School, rientra negli States per allenare le giovanili dell’S.C. Del Sol a Phoenix, Arizona. 
 
Nell’autunno 2003, diventa assistente allenatore alla Harvard University. Nel 2004, lo chiamano come secondo di Steve Nicol, ex difensore del Liverpool e della nazionale scozzese, i New England Revolution della Major League Soccer.

Un mese fa, le voci di un suo ritorno a casa, come vice se non capo allenatore, al Plymouth Argyle, in ambasce nel Championship, la cadetteria inglese. Voci corroborate dalle sue dimissioni del 17 ottobre e presto confermate: già l’indomani gli viene affidata la panchina di head coach del suo vecchio club, con Paul Sturrock che resta come manager. Il cerchio si chiude là dove tutto era cominciato.
CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

PAUL MARINER
Attaccante
Farnworth (Bolton), 22-5-1953

LE CIFRE
In campionato:
Club Pres. Reti
Plymouth Argyle 134 (1) 56
Ipswich Town 260 96
Arsenal 52 (8) 14
Portsmouth 49 (7) 9
TOTALE 495 (16) 175

In nazionale: 35 13

Palmarès:
1 FA Cup 1977-78
1 Coppa UEFA 1980-81

domenica, novembre 22, 2009

Balotelli & Lanzafame, gioventù bruciante


Uno, è interista, gioca nel Parma, appartiene per metà al Palermo e metà alla Juventus e dedica al papà il suo 3-2 alla Fiorentina.
L'altro, a parole tifa Milan - e i tifosi rossoneri ringraziano - e coi gol zittisce tutti mantenendo l'Inter sempre davanti a tutti e rispondendo alle critiche proprio come Mourinho si aspetta.
Giovani, decisivi e non banali Davide Lanzafame (nella foto) e Mario Balotelli. Gente a cui basta un tempo (e anche meno) per cambiare i destini di una partita e, forse, di un campionato o addirittura di una stagione. La loro, innanzi tutto.
Al Franchi, nel secondo tempo Guidolin sente aria di impresa e dopo neanche 20' cambia l'autore del 2-1 gialloblù, Bojinov, per Lanzafame. Il ragazzino, 23 anni a febbraio, nato calcisticamente nella Juventus dove arrivò 15enne, e cresciuto in B con lo juventino Conte, quando vede viola si scatena. E in 4 minuti brucia così Natali e Frey.
Al Dall'Ara, in un tempo, per il fischiatissimo Supermario un gol divorato sull'1-1 e quello del vantaggio segnato quasi in surplace, tanta è la sua superiorità fisica su Guana. Prima di ricadere negli antichi vizietti. Teatrino che Rosetti sospende con l'ammonizione e a cui Mourinho mette fine facendo entrare Eto'o.
Lanzafame e Balotelli: altro che bamboccioni viziati e gioventù bruciata. A bruciarli, semmai, può essere solo la panchina.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com



sabato, novembre 21, 2009

Gol di Rocha


Accadde nel 1969. Il Peñarol giocava contro l'Estudiantes di la Plata.
Rocha si trovava al centro del campo, di spalle all'area avversaria e con due giocatori addosso, quando ricevette il pallone da Matosas. Allora l'addormentò col destro, con la palla al piede fece una giravolta, la agganciò col tacco dell'altro piede e sfuggì alla marcatura di Echecopar e Taverna. Fece tre passi, la lasciò a Spencer e continuò a correre. La ricevette di ritorno alta, nella lunetta del'area di rigore. Fermò il pallone col petto, si liberò di Madero e di Spadaro e sparò al volo. Il portiere Flores neppure lo vide.
Pedro Rocha sgusciava come un serpente nell'erba. Giocava con piacere e piacere regalava: il piacere del gioco, il piacere del gol. Faceva quel che voleva con la palla e "lei" gli credeva sempre.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Eusébio


Nacque destinato a lustrare scape, vendere noccioline o borseggiare la gente distratta. Da bambino lo chiamavano Ninguém (Niente, nessuno). Figlio di madre vedova, giocava a pallone coi suoi molti fratelli negli spiazzi di periferia, dalla mattina alla sera.
Fece il suo ingresso sui campi correndo come può correre solo chi fugge dalla polizia o dalla miseria che gli morde i talloni. E così, tirando e zigzagando, divenne Campione d'Europa a vent'anni. Allora lo chiamarono la Pantera.
Nel Mondiale del 1966, le sue zampate lasciarono un mucchio di avversari a terra e i suoi gol da angolazioni impossibili suscitarono ovazioni che sembravano non finire mai.
Fu un africano del Mozambico il miglior giocatore di tutta la storia del Portogallo: Eusébio, gambe lunghe, braccia cadenti, sguardo triste.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio


Golo Eusebio Mundial 66 - A funny movie is a click away

Hugo Sánchez


Correva l'anno 1992, la Jugoslavia era esplosa in mille pezzi, la guerra insegnava ai fratelli a odiarsi a vicenda, a uccidere e a violentare senza rimorsi.
Due giornalisti messicani, Epi Ibarra e Hernán Vera, volevano arrivare a Sarajevo. Bombardata, assediaa, Sarajevo era una città proibita per la stampa internazionale,e a più di un giornalista quell'audacia era costata la vita.
Nei dintorni regnava il caos. Tutti contro tutti: in quella confusione di trincee, case fumanti e morti senza sepoltura, nessuno sapeva chi era l'altro, né contro si combatteva. Carta geografica alla mano, Epi e Hernán si attrezzarono per passare attraverso i colpi dei cannoni e le raffiche delle mitragliatrici, fino a quando all'improvviso si imbatterono in un gruppo di soldati sulle sponde del fiume Drina. I soldati li buttarono a terra con uno spintone e gli puntarono le armi sul petto. L'ufficiale voleva non si sa bene che cosa; ma quando l'ufficiale si passò il dito sul collo e le armi fecero clic, i giornalisti capirono perfettamente che li stavano confondendo con delle spie e che davvero non c'era altro da fare che dirsi addio e pregare Dio, se esisteva.
Allora ai condannati venne in mente di mostrare i loro passaporti. E il volto dell'ufficiale si illuminò: "Messico", gridò, "Hugo Sánchez!".
Lasciò cadere le armi a terra e e li abbracciò.
Hugo Sánchez, la chiave messicana che aprì quei sentieri impossibili, aveva conquistato la fama universale grazie alla televisione, che mostrò l'arte dei suoi gol e le capriole con le quali festeggiava. Nella stagione 1989-90, indossando la maglia del Real Madrid, bucò la porta avversaria 38 volte. Fu il miglior cannoniere straniero di tutta la storia del cacio spagnolo.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Giornalismi


- L'INTERvallo è finito, non l'INTERvallo e' finito.
- José cerca il gol 100, non Josè cerca il gol 100.
Ma ci vuole tanto? Non vale l'alibi del programma di impaginazione, esistono il copia-incolla da Word e la tabella dei codici ASCII ma forse non la voglia.

venerdì, novembre 20, 2009

Gol di Meazza


Accadde nel Mondiale del 1938. Nelle semifinali, al Vélodrome di Marsiglia, Italia e Brasile giocavano il loro destino, o la va o la spacca.
L'attaccante italiano Silvio Piola crollò all'improvviso, come fulminato da un colpo di pistola, e col suo unico dito ancora vivo indicò il difensore brasiliano Domingos da Guia. L'arbitro svizzero Hans Wuetrich gli credette, soffiò nel fischietto: rigore. Mentre i brasiliani lanciavano grida al cielo e Piola si rialzava scrollandosi la polvere, Giuseppe Meazza collocò la palla sul punto dell'esecuzione.
Meazza era il bello della squadra. Un piccoletto elegante e innamorato, elegante esecutore di penalty, alzava la testa invitando il portiere come il matador col toro nell'assalto finale. E i suoi piedi, flessibili e sapienti come mani, non sbagliavano mai. Ma Walter, il portiere brasiliano, era bravo nel parare i rigori e aveva fiducia in se stesso.
Meazza prese la rincorsa, e nel preciso momento nel quale stava per assestare il colpo, gli caddero i pantaloncini. Il pubblico restò stupefatto e l'arbitro quasi si ingoiò il fischietto. Ma Meazza, senza fermarsi, afferrò con una mano i pantaloncini e vinse il portiere, disarmato da tanto ridere.
Questo fu il gol che lanciò l'Italia verso la finale del campionato.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

domenica, novembre 15, 2009

Barbosa


Al momento di scegliere il miglior portiere, i giornalisti del Mondiale del 1950 votarono all'unanimità il brasiliano Moacyr Barbosa. Barbosa era anche, senza dubbio, il miglior portiere del suo Paese, gambe come molle, uomo sereno e sicuro che trasmetteva certezze alla squadra, e continuò a essere il migliore fino al giorno in cui si ritirò dai campi, qualche tempo dopo, quando aveva più di quarant'anni. In tanti anni di calcio, Barbosa evitò chissà quanti gol e senza fare mai male ad alcun attaccante.
Ma nella finale del 1950 l'uruguagio Ghiggia lo aveva sorpreso con un tiro secco dal vertice destro dell'area. Barbosa, che era leggermente avanzato, spiccò un salto all'indietro, sfiorò la palla e ricadde. Quando si rialzò, sicuro di avere deviato il tiro, trovò il pallone in fondo alla rete. E quello fu il gol che sconvolse lo stadio Maracanã e consacrò campione l'Uruguay.
Passarono gli anni e Barbosa non fu mai perdonato. Nel 1993, durante le eliminatorie per il Mondiale degli Stati Uniti, volle fare gli auguri ai giocatori della nazionale brasiliana. Andò a trovarli in ritiro ma le autorità calcistiche gli vietarono l'ingresso. A quel tempo viveva ospite in casa di una cognata, senza altra entrata che una pensione miserabile. Barbosa commentò: "In Brasile la pena per un crimine più lunga è trent'anni di carcere. Io da quarantatré anni pago per un crimine che non ho commesso".
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Gol di Beckenbauer


Accadde al Mondiale del 1966. La Germania giocava contro la Svizzera.
Uwe Seeler si lanciò all'attacco assieme a Franz Beckenbauer, Sancho Panza e Don Chisciotte sparati da un invisibile grilletto, un dai e vai, un tua e mia, e quando tutta la difesa svizzera era divenuta ormai inservibile come le orecchie di un sordo, Beckenbauer guardò negli occhi il prtiere Elsener che si lanciò alla propria sinistra, e concluse in corsa: scartò sulla destra, tirò e fece centro.
Beckenbauer aveva vent'anni e quello fu il suo primo gol in un campionato mondiale. Poi partecipò ad altre quattro edizioni, come giocatore o come direttore tecnico, e non narrivò mai più giù del terzo posto. Per due volte alzò la Coppa del Modo. Nel 1974 da capitano e nel 1990 da selezionatore. Contro la dominante tendenza al calcio di pura forza, modello divisione Panzer, lui dimostrava che l'eleganza può essere più poderosa di un carrarmato e la delicatezza più penetrante di un obice.
Era nato in un quartiere operaio di Monaco, questo imperatore del centrocampo chiamato il Kaiser, che con gesti nobli comandava in difesa e in attacco: dietro non gli sfuggiva neanche un pallone; neanche una mosca, neanche una zanzara avrebbe potuto passare; e quando si lanciava in avanti era un fuoco che attraversava il campo.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Greaves


In un film di cowboy sarebbe stato il piede più veloce del West. Sui campi di calcio aveva fatto cento gol prima ancora di compiere vent'anni, e quando ne aveva venticinque non era ancora stato inventato il parafulmine che potesse afferrarlo. Più che correre, esplodeva: Jimmy Greaves si scatenava così in fretta che gli arbitri lo pescavano in fuorigioco per sbaglio, perché non sapevano mai da dove venivano i suoi affondi improvvisi né i suoi tiri secchi. Lo vedevano arrivare ma non riuscivano mai a vederlo partire.
"Desidero tanto il gol", diceva, "che anche il solo desiderio mi provoca dolore".
Greaves non ebbe fortuna al Mondiale del 1966. Non segnò neanche un gol e un atacco di itterizia lo lasciò fuori dalla finale.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

martedì, novembre 03, 2009

MMM, la Metralleta boliviana


Martins in Bolivia. Moreno in Brasile. Nessun sdoppiamento della personalità, ma cognome e passaporto doppi: quelli boliviani li deve a mamma Ruth, quelli brasiliani a papà Mauro. Marcelo Moreno Martins è il classico prodotto di due culture, calcistiche e no. Impara a giocare a Santa Cruz de la Sierra, la città boliviana dove è nato (quarto di sette figli) il 18 giugno 1987, e non in una “academia” ma a La Belgica (Belgio), villaggio dove è cresciuto agli insegnamenti del padre, centrocampista del Palmeiras negli anni settanta. 

Nel 2002 entra nella Under 19 dell’Oriente Petrolero, il più prestigioso club cittadino e nel 2003, a 16 anni ancora da compiere, debutta nella prima squadra di Antonio Gottardi, brasiliano oggi sulla panchina del boliviano Guabirá. A inizio 2004 si trasferisce nel nord-est del Brasile, al Vitória di Salvador de Bahía. Il mago dei giovani “Chiquinho” de Assis - sorta di Sergio Vatta locale che ha scoperto Dida, Dudu e l’altro Adailton (capitano del Brasile mondiale U20 nel 2003, ora difensore al Santos) - lo fa subito titolare. Già a marzo “Bolivia”, come lo chiamano tecnico e compagni, viene messo sotto contratto da un consorzio spagnolo che, dopo una stagione e mezza, lo gira al Cruzeiro per 400 mila dollari: l’80% versati al Vitória, il 20% al giocatore. Galeotto il titolo di top scorer (4 gol) della Philips Cup, torneo giovanile vinto in Olanda dal Vitoria. Per lui, il PSV offrì inutilmente 1,5 milioni di dollari.

Per tre mesi è ostracizzato, in campo (come riserva) e fuori (non parla bene il portoghese). Poi firma quattro gol in altrettante partite e dalla “Raposa” non esce più. Come l’accento bahiano, che gli resta dentro. È allora che si guadagna il soprannome di “Metralleta boliviana” (Metralhadora per gli autoctoni) per l’esultanza alla Batistuta nella quale mima il gesto di sparare a raffica. 

Considerato uno dei più promettenti talenti del Brasileirão, nel 2005 viene convocato dal Ct René Weber fra i 18 della Seleção Under 20 che in Giappone vinceranno la Sendai Cup. All’epoca suscita polemiche, in entrambi i paesi, la sua foto con la amarelinha numero nove: uno straniero non la vestiva da 63 anni.
«Nadie en profeta en su tierra», disse MMM. Parole tramutate, dopo 4 gol in 6 presenze coi verdeoro, in «boliviano en el corazón» alla prima conferenza stampa con la nazionale maggiore. Chiuso dai mille attaccanti di Dunga, sceglie infatti la Bolivia del suo mentore Erwin “Platini” Sánchez, che lo fa debuttare il 12 settembre 2007 nell’amichevole persa 2-0 a Lima contro il Perú. I primi due gol con “La Verde” arrivano il 20 settembre, nella sconfitta (5-3) di San Cristobal nelle qualificazioni mondiali contro il Venezuela.
Quella doppietta (gran sinistro nel sette e bis di testa, entrambe sue specialità) e il titolo di co-capocannoniere (8 gol come Salvador Cabañas del Club América) della Copa Libertadores 2008, stuzzicano gli appetiti di Liverpool, Real Madrid e Ajax, alla ricerca del successore di Huntelaar, l’ariete ceduto proprio ai merengue. Sulle sue orme anche Napoli e Fiorentina, per la quale il ds Corvino seguiva Fábio, il portiere dei biancoblù di Belo Horizonte. Lui sogna Inter e Real Madrid e si ispira ad Adriano e ai due Ronaldo.

A maggio 2008, dopo un ammiccamento col Werder Brema, la firma sul quinquennale con lo Shakhtar Donetsk, che su di lui investe 9 milioni di euro prima di prestarlo per due milioni – il 30 maggio 2009, dopo 2 gol in 14 partite – proprio al Werder, che si tiene il diritto di riscatto, fissato alla stessa cifra versata al Cruzeiro dagli ucraini. Somma così ridistribuita: 50% agli spagnoli proprietari del cartellino, 40% al club brasiliano, 10% al giocatore.

Attaccante completo di 1,87 x 82 kg, secondo Chiquinho de Assis, che lo ha allenato al Vitória, «ha la potenza di Adriano, lo scatto di Tévez e somiglia a Kaká». E «tiene una cabeceada única, como una piedra». Di testa, infatti, è fortissimo (specie in acrobazia). Quasi ambidestro, per mobilità e opportunismo ricorda lo juventino Amauri. Di Kaká, al più, ha il faccino da testimonial per riviste patinate. Ma è più letale su punizione, come dimostra quella “alla Platini” valsa il 2-1 nelle qualificazioni mondiali al già qualificato Brasile, seconda vittima illustre dei 3600 metri di La Paz dopo l’Argentina di Maradona (storico il 6-1 del 1° aprile).
Gran tocco e visione di gioco, gioca in profondità e apre spazi, ma a volte si estranea dal gioco e non ha nel dna i sincopati ritmi europei. Ecco perché Thomas Schaaf al Werder lo impiega come rincalzo per la vecchia volpe d’area Claudio Pizarro e il più grezzo ma straripante Boubacar Sanogo. Ora sta al Matador dimostrare che “O Guerreiro dos Gramados”, il guerriero in campo, non spara a raffica solo in Sudamerica.
Christian Giordano, Guerin Sportivo n. 44, 3 novembre 2009


Solo 5 gli oriundi “canarinhos”
Prima del boliviano Marcelo Moreno Martins, a ogni livello, solo quattro stranieri hanno giocato nella nazionale brasiliana. L’italiano Francisco Police in un’amichevole nel 1918; l’inglese Sidney Pullen (nato a Southampton nel 1895 e morto a Rio de Janeiro negli anni cinquanta), mezzapunta del Flamengo con tre presenze nel 1916; Casemiro do Amaral (1892-1939), portoghese di Lisbona che difese la porta del Brasile cinque volte fra il 1916 e il 1917. L’attaccante Rodolpho Barteczko “Patesko” (1910-1988), polacco di Curitiba titolare ai Mondiali di Italia 34 e Francia 38, che segnò 6 gol in 14 presenze, l’ultima il 5 febbraio 1942: 1-1 in Copa América a Montevideo contro il Paraguay. (chgiord)

LA SCHEDA di Marcelo Moreno Martins
Nato: Santa Cruz de la Sierra (Bolivia), 18 giugno 1987
Statura e peso: 1,87 x 82 kg
Ruolo: centravanti
Club: Oriente Petrolero (Bolivia; 2002-03), Vitória (Brasile; 2004-06), Cruzeiro (Brasile; 2007-08), Shakhtar Donetsk (Ucraina; 2008-09), Werder Brema (Germania; prestito 2009-)
Esordio nella Bolivia: Lima, 12 settembre 2007, Perù-Bolivia 2-0
Primo gol nella Bolivia: 20 novembre 2007, Venezuela-Bolivia 5-3 (doppietta)
Presenze (reti) nella Bolivia: 17 (7)
Palmarès: 2 campionati statali brasiliani (Vitória 2005, Cruzeiro 2008); Coppa Uefa (Shakhtar Donetsk 2008-09); Sendai Cup (Brasile Under 18, Giappone 2005)
Riconoscimenti: co-capocannoniere Copa Libertadores 2008 (8 gol ex-aequo con Salvador Cabanas del Club América)
Numeri di maglia: 9, 18, 25 (Vitória e Cruzeiro); 7 e 18 (Bolivia), 99 (Shakhtar Donetsk), 39 (Werder Brema)
Scadenza contratto: 2013