domenica, febbraio 28, 2010

L’ultima ruota di Carr

Leggerino ma instancabile suggeritore alle spalle delle punte, il pel di carota William McIanny Carr aveva nella naturale capacità di calcio il suo punto di forza. Gran tocco di palla e visione di gioco, e spiccata propensione alla fatica, ne fanno un cardine di ogni centrocampo eppure passerà alla storia per una punizione, e la variazione di regolamento che ne seguirà.

Scozzese di Glasgow, dove è nato il 6 gennaio 1950, “Willie” cresce al Kinning Park prima di trasferirsi coi genitori, tredicenne, a Cambridge ed essere scelto in un provino scolastico per la selezione inglese di categoria.

Arrivato come praticante nel Coventry City, il “nuovo Alan Ball” (per il fisico minuto e la fulva chioma) debutta in Youth Cup segnando a Peter Shilton, 3-1 sul Leicester nel 1965. Due anni dopo, salta la finale contro il Burnley perché la prima squadra, neopromossa in First Division, per salvarsi ha bisogno anche di lui.

Negli Sky Blues esordisce ad Highbury nel settembre 1967 subentrando contro l’Arsenal. A fine stagione toglie il posto alla bandiera Ronnie Rees, l’anno dopo è titolare fisso.

Gli infortuni costringono Cantwell a schierarlo di punta accanto a Neil Martin. E Willie, tutto meno che un realizzatore, il 12 agosto 1969, firma la tripletta del 3-1 casalingo sul West Bromwich Albion alla seconda giornata.

Ma non sono i gol a renderlo celebre, bensì l’indimenticabile donkey-kick, il calcio del somaro, per Ernie Hunt nel 3-1 all’Everton del 3 ottobre 1970. La punizione a due che il numero 8, alzando all’indietro il pallone con l’interno dei piedi, tocca per il numero 7 che di destro al volo la infila sotto la traversa alla sinistra del portiere Andy Rankin. Alla faccia dei quattro (più uno, staccato) in barriera, rimasti a bocca aperta come il pubblico, che dopo un momento di incertezza rumoreggia per la presunta irregolarità dell’esecuzione. Secondo l’arbitro Tommy Dawes, invece, il gol è buono. E sarà "Gol del mese" e "Gol della stagione" di Match of the Day, programma-cult della BBC con il commento di Barry Davies che ne farà un classico del folklore pallonaro nazionale.

«All’intervallo – racconta Hunt – l’allenatore, Noel Cantwell, voleva sapere perché non ci avevamo provato anche nel primo tempo, quando ne avevamo avuto l’occasione. Gli risposi che volevo una posizione più centrale. Quando ci è ricapitata, nella ripresa, pensavo di far passare la palla fra le gambe di Willie per lasciare tirare Dave Clements, ma poi abbiamo deciso di provare il donkey kick, così, per dare un segnale. Il resto è storia».

Alla lettera. Perché in seguito a quell’episodio, la Football Association vieterà di battere le punizioni toccando il pallone con entrambi i piedi. Giusto per la cronaca, il calcio franco era arrivato a 10’ dalla fine e con il Coventry avanti 2-1 sui campioni uscenti.

Sei mesi prima, il 18 aprile, Carr aveva debuttato nella Scozia maggiore, 1-0 esterno sull’Irlanda del Nord nella prima di 6 presenze da titolare in due anni. Sicuro del posto per il Mondiale di Germania Ovest 1974, nell’aprile 1973 si rompe un ginocchio contro Phil Boersma del Liverpool all’Highfield Road e salta il resto della stagione.

La squadra, dopo due sofferte salvezze, chiude col sesto posto che vale l’unica campagna europea nella storia del Coventry: l’ultima Coppa delle Fiere, che poi diventerà Coppa UEFA e infine Europa League. Eliminati i bulgari del Trakia Plovdiv, al secondo turno i blu-cielo battono 2-1 il Bayern Monaco del giovane Franz Beckenbauer prima di uscire perdendo 6-1 al ritorno.

Sotto Joe Mercer e Gordon Milne, i successori di Cantwell, Carr aveva sviluppato un’ottima intesa con Tommy Hutchison e Colin Stein, ma quando torna in squadra, sette mesi dopo l’infortunio, è la controfigura del "Giocatore del club" 1971. E così, dopo otto anni e 37 reti in 298 gare (33 in 252 di campionato), nel marzo 1975 la dirigenza lo cede al Wolverhampton per 240.000 sterline salvo vederselo rispedire indietro dalle visite mediche. In crisi finanziaria, il City ribassa a 100 mila poi svende a 80.000.

Nello stesso mese Willie debutta con un gol nel memorabile 7-1 sul Chelsea, ma il suo primo campionato al Molineux si chiude con la retrocessione. I Wolves risalgono subito vincendo la Second Division 1976-77, poi entrano nella storia conquistando in tre anni due semifinali di FA Cup e la Coppa di Lega 1980: 1-0 dell’altro scozzese Andy Gray al 67’ sul Nottingham Forest a Wembley il 15 marzo. Il 28 maggio al Bernabéu di Madrid, il Forest alzerà contro l’Amburgo la seconda Coppa dei Campioni consecutiva.

Nell’agosto 1982, dopo 26 gol in 289 gare di campionato coi Wanderers, Carr è al Millwall. Otto partite e un gol coi Lions poi saluta il “the Den” per tornare nelle Midlands e chiudere in non-League con Worcester City (1983), Willenhall Town (1983-84), Maidstone United (1984-85), Stafford Rangers (1985-1987) e Stourbridge (1987-88).

Lasciato il calcio e le 20.000 sterline annue guadagnate negli ultimi anni da professionista, per la stessa ferramenta vende dadi e bulloni per quasi vent’anni. Oggi, vive fuori Wolverhampton con i quattro figli (tre maschi e una femmina) e fa il rappresentante nell’area di Birmingham per un’azienda di forniture meccaniche.

John Terry, al Chelsea, di pounds ne porta a casa 120 mila la settimana: 300 volte lo stipendio del Carr giocatore. Willie, però, si divertiva: «Era una vita fantastica, essere pagati per giocare a calcio. Ho visto posti che altrimenti mai avrei visitato, e giocato con gente come Archie Gemmill e Billy Bremner. E questo ai calciatori di oggi non può capitare».

A lui capita invece di andare alle partite del City o dei Wolves e di dare una mano nelle iniziative di ospitalità, talvolta in coppia con l’ex compagno Ernie Hunt. Quello del donkey-kick.
CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

LE CIFRE
In campionato:
Club Pres. Reti
Coventry City 245 (7) 33
Wolverhampton 231 (6) 21
Millwall 8 1
TOTALE 484 (13) 55

In nazionale: 6 0

Palmarès:
1 Second Division 1976-77
1 League Cup 1979-80

sabato, febbraio 27, 2010

Dinho e i 5 punti cardinali

Prima i fatti, poi le parole. Ronaldinho è unico in tutto, anche nei proclami.
Nell'intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, il Gaucho spiega in 5 punti la sua tabella-scudetto. Ma lo fa portando a sostegno cifre record: 12 gol stagionali, 3 in Champions e 9 in campionato, 1 in più dell'intero torneo 2008-2009, e 14 assist (13 un campionato, 1 in Champions): 5 a testa per Pato e Borriello, 2 ciascuno per Huntelaar e Seedorf.
Il più bello? Dinho non riesce a scegliere: "il più bello è quello che consente all'attaccante di fare un gol facile facile".
Facile facile per i campioni, magari. E pure in fotocopia, come quelli in sforbiciata al volo griffati Borriello. Tutti quasi uguali, uno più spettacolare dell'altro. Giocate spettacolari e capaci di risolvere le partite anche quando il gruppo non gioca bene.
Già, il gruppo. E' il primo dei 5 punti cardinali tracciati dal Gaucho per "riprendere Inter e United" [titolo gazza].
Il secondo è se stesso: "credo nelle mie qualità, sto giocando bene, perché sono felice, mi diverto".
E uno così, se sta bene di gambe e di testa, fa la differenza. Anche se, come da punto 3, nel Milan tutti sono utili: "Un esempio? Huntelaar a Firenze è entrato ed è stato decisivo".
Punto 4, Leonardo: "Un grande allenatore. Fa scelte coraggiose, vuole un calcio offensivo: ci dà serenità e sicurezza". E, quando serve, schiena dritta.
Infine, ma non per ultimi, i tifosi: "Ci seguono dappertutto con grande passione. E con l'Atalanta dovranno aiutarci a vincere la partita più difficile dell'anno".
Con questo Dinho, che al Milan si sente a casa anche quando fa tardi, un sogno possibile. Come il Mondiale.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

venerdì, febbraio 26, 2010

Il derby della Ruhr come Meisterschale


Quest'anno, Schalke 04-Borussia-Dortmund non è "solo" il derby della Ruhr, la sfida più sentita fra le tifoserie più calde di Germania.
Quest'anno, finalmente, è anche uno scontro di alta classifica. I blu di Gelsenkirchen, terzi a -4 dalla coppia di testa Bayer Leverkusen-Bayern Monaco, hanno la miglior difesa della Bundesliga (solo 17 gol subiti) e in casa hanno vinto 8 partite, solo una in meno delle due capolista.
Prima della sconfitta di Wolfsburg, 2-1 la scorsa settimana, in Bundesliga lo Schalke non perdeva dal 28 novembre, 1-0 esterno con l'altro Borussia, il Moenchengladbach.
Il Dortmund quinto - per cui le vittorie in Champions e Intercontinentale sono solo un lontano ricordo -, viene invece da due vittorie negli ultimi tre turni e adesso insegue gli "avversari di sempre" a 6 punti, mentre l'Amburgo è a +1 e il Werder Brema, al sesto posto, l'ultimo utile per l'Europa League, è a -4.
Ma a Gelsenkirchen, dove il primo "test" per i nuovi acquisti dello Schalke è una giornata in miniera al fianco degli operai-tifosi - stasera c'è in palio qualcosa in più di un piazzamento europeo. C'è il calore della gente. Nella Ruhr, l'unico Meisterschale che conti davvero.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

L'Inter e le altre: così vicine, così lontane

Così lontana, l'Inter, eppure mai così vicine, le altre.
Un campionato che, toni a parte, non è mai stato così aperto - e quindi così bello -. Almeno da quando la capolista ha cominciato a vincere - ovvero dallo scudetto assegnato a tavolino del 2005-2006 -. Dopo 25 giornate non era mai successo che le inseguitrici fossero così a ridosso dei nerazzurri.
Quest'anno, a giocarsi il titolo, ci sono tre squadre in 5 punti.
Il Milan, con la vittoria di Firenze nel recupero di mercoledì, si è arrampicato a -4, ma ha già perso i due derby e quindi deve solo sperare in qualche passo falso dei campioni.
La Roma, a -5, giocherà invece all'Olimpico entrambi gli scontri diretti rimasti: Roma-Milan alla 27esima giornata il 6 marzo, Roma-Inter alla 31esima il 28 marzo.
Due anni fa, con la Roma campione d'Italia per un'ora a Catania nell'ultima giornata, in attesa che nel diluvio di Parma Ibra firmasse con una doppietta l'ultimo titolo di Mancini, la squadra allora di Spalletti, a 13 giornate dalla fine, inseguiva a -13. Insomma Ranieri può sognare.
Anche l'anno scorso, alla 25esima, il podio era quello di quest'anno: ma il Milan era secondo a -9 (come nel 2008), la Roma terza a -11. Rispetto ad Ancelotti, quindi, Leonardo ha più chance di riaprire un campionato tutt'altro che chiuso.
Tutto, quindi, è ancora possibile. Anche perché l'Inter di Mourinho, a differenza del suo predecessore Mancini, che nel 2007 guidava a +14 su Ancelotti e addirittura a +22 su Spalletti, più che le rivali deve temere soprattutto se stessa. Anche se il rumore dei nemici non si è mai fatto sentire così vicino.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

giovedì, febbraio 25, 2010

Bridge: InghilTerry addio


Il tormentone è sempre quello: lui, lei, l'altro. Ma non un'altra, intesa come prossima convocazione nell'Inghilterra.
Wayne Bridge, tradito due volte, dalla ex fidanzata Vanessa Perroncel e dall'ex amico John Terry, dui cui è stato compagno di squadra e testimone di nozze, ha detto no a Capello.
Il Ct che - al contrario di Ancelotti nel Chelsea - ha tolto a JT la fascia di capitano della nazionale.
Nazionale che il prossimo 3 marzo ospiterà a Wembley l'Egitto fresco campione d'Africa e che è rimasta senza terzini sinistri. Ashley Cole, il titolare, si è rotto una caviglia ed è in dubbio per il Mondiale. Bridge, suo rincalzo prima nei Blues e poi nell'Inghilterra, in un comunicato ha spiegato che "in squadra la situazione sarebbe insostenibile" e la sua "presenza potrebbe creare divisioni".
«Ho pensato a lungo alla mia posizione in nazionale e ho deciso di lasciare».
Al suo posto, nella speranza di portare Ashley Cole in Sudafrica non da spettatore, Capello chiamerà Leighton Baines dell'Everton o Stephen Warnock dell'Aston villa come soluzione-ponte.
A proposito: "ponte" in inglese si dice Bridge. E sabato, al Bridge inteso come Stamford, ci sarà Chelsea-Manchester City.
Dopo lo scandalo, la prima volta di lui e l'altro senza lei. E senza l'altra .
PER SKY SPRT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

martedì, febbraio 23, 2010

Abusi, gatti selvatici e Santànder

Saremo anche degli snob presuntuosi, machissenefrega. Nessuno può sapere tutto, ma da telespettatori PRETENDIAMO giornalisti sportivi che siano - almeno nella loro materia - preparati, competenti e possibilmente che si sforzino di migliorare, di offrire a chi guarda/ascolta/legge ciò che non sa.
Invece siamo all'opposto, da casa ne sanno sempre di più e, viceversa, chi ne fa un lavoro sempre meno.
Sentite, nel giro di pochi minuti e su reti diverse, queste perle.
"Santànder" (?) al posto di "Rasing Santandèr", la pronuncia corretta.
xy "abusa" di zw, che nell'inglese americano ha tutt'altro significato (e cioè di strapotere fisico) rispetto all'accezione italiana di "abuso/abusare", e "gatti selvatici" (improbabile traduzione di Wildcats, che significa linci). Ma prepararsi, leggere, chiedere, documentarsi, no? Brutto?
E giovedì ci toccheranno, anche da parte di insospettabili, i soliti, inesistenti "lancieri".
Ma basta.

lunedì, febbraio 22, 2010

Da Merk a Tagliavento, è sempre Mou


Lo show del monitor in Chelsea-Blackburn 0-0 del 2007 non è che una delle sue perle.
Un rapporto, quello fra José Mourinho e gli arbitri, tutto fuorché speciale. In Italia, come in Europa.
Nel 2004, fu proprio SKY a raccogliere il primo sfogo del futuro Special One, dopo Porto-Deportivo La Coruna, semifinale di andata di Champions League diretta dal tedesco Merk e finita 0-0 grazie anche alle rudezze del Depor.
"Un buon risultato, se al ritorno avremo un arbitraggio normale, altrimenti addio Champions.", disse Mourinho, che pure aveva finito con un uomo in più per l'espulsione di Andrade.
A marzo 2005, durante Chelsea-Barcellona, ritorno degli ottavi di Champions, accusò l'arbitro svedese Frisk e Rijkaard di aver violato le norme FIFA perché all'intervallo l'allenatore blaugrana era andato a parlare nello spogliatoio dell'arbitro, che però lo aveva mandato via. I Blues chiusero in 10 per l'espulsione di Drogba e Frisk, minacciato di morte, decise di ritirarsi. Volker Roth, capo della commissione arbitri dell'UEFA definì Mourinho "un nemico del calcio" e il portoghese fu squalificato per 2 giornate, e multato assieme alla società.
Polemiche ripetute anche negli ottavi del 2006. A Stamford Bridge, il Barça passa 2-1 ma il Chelsea gioca in 10 dal 37' perché il norvegese Hauge espelle Del Horno. Al ritorno, dopo l'1-1 del Camp Nou che eliminò i Blues, Mourinho disse "Contro di loro abbiamo giocato 4 partite in due stagioni e in 11 contro 11 non ci hanno mai battuti. Questa è la realtà".
Fuori dalla realtà, era stato anche l'euroderby inglese nella semfiinale dell'anno prima, con lo storico gol-fantasma di Luis García, convalidato dallo slovacco Michel, che qualificò il Liverpool.
Gli strali di Mou non hanno risparmiato nemmeno Poll, il Collina inglese. Nel novembre 2006, Tottenham-Cherlsea 2-1 di Premier, annullò un gol di testa a Drogba per un fallo di Dawson e mandò fuori per doppia ammonizione Terry.
Merk, Frisk, Michel e Poll ieri. Orsato, Rocchi, Saccani e Damato oggi.
Dalla prima espulsione italiana, firmata Celi a gennaio 2009, a Tagliavento.
Dalla Sampdoria alla Sampdoria, il cerchio è tutt'altro che chiuso.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

domenica, febbraio 21, 2010

A.A.A. Ancelotti cerca terzini


Nella giornata quasi perfetta del suo Chelsea, primo in campionato a +4 sullo United inciampato al Goodison Park contro l'Everton, Ancelotti non ha tempo di festeggiare la seconda vittoria nelle ultime 7 trasferte di Premier.
Mercoledì, c'è l'Inter e la formazione dei Blues dovrà farla il medico sociale.
Senza gli esterni titolari Bosingwa e Ashley Cole in difesa più Essien e Joe Cole a centrocampo, a preoccupare Ancelotti è soprattutto il ruolo di terzino sinistro.
A destra dovrebbe giocare Ivanovic, sulla fascia opposta è in dubbio Zhirkov (nella foto), uscito precauzionalmente al Molineux dopo aver mandato in gol Drogba.
Il russo sente dolore al polpaccio sinistro ma potrebbe farcela.
In caso contrario, a sinistra andrebbe Belletti, che ha ripreso ad allenarsi ma non gioca da un mese per la distorsione a un ginocchio.
In alternativa, con Paulo Ferreira fuori dalla lista Champions, due ragazzini: Bruma, il Santon del Chelsea classe '91 subentrato a Zhirkov contro i Wolves, o l'ancora più acerbo Hutchinson, un '89 con appena 5' in Premier League contro il Fulham e un quarto d'ora in Carling Cup col QPR. Improbabile che giochi contro l'Inter.
Per il resto, la formazione è fatta. Davanti a Cech, strepitoso in almeno due occasioni col Wolverhampton, i ventrali saranno il recuperato Ricardo Carvalho e Terry. Alex al massimo potrà sedersi in panchina, come Deco. Davanti la difesa, Mikel. Gli interni saranno Ballack e Lampard, guarito dal virus che gli ha fatto saltare l'ultima trasferta di campionato. In attacco, Malouda farà da pendolo con Lampard alle spalle di Anelka e Drogba, che in stagione ha già segnato 31 gol: 25 con il club e 6 in nazionale. Altro che infermeria, per Carletto - come per Mou - è lui la preoccupazione numero uno.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Poveretto


Un povero ricco. Anzi un poveretto.

World Wide Webb


Elogio dell’eclettismo. Uno dei più popolari giocatori del Chelsea pre-Roman Abramovich, David Webb (londinese di Stratford, 9 aprile 1946) sbarca a Stamford Bridge nel febbraio 1968 dal Southampton nell'affare che al "the Dell" porta Joe Kirkup. Ai Saints invece era arrivato nel marzo 1966, in cambio di George O’Brien, dopo 62 presenze e 3 gol con gli O’s.

A segno già al debutto nell’1-1 contro il Wolverhampton, rivale per la promozione, lascerà il club della South Coast con 75 presenze e 2 reti. Centrale adattato a terzino destro, viene riportato al centro della difesa da Dave Sexton, già suo manager al Leyton Orient, dove Webb nel 1965-66 aveva esordito da pro’ dopo gli inizi da dilettante nel West Ham United.

Con la tripletta all’Ipswich Town nel Boxing Day (Santo Stefano) del 1968 dimostra di non aver perso l’istinto per la porta. Ma quando, di lì a breve, viene acquistato il centrale irlandese John Dempsey, è lui, Webb, a infilarsi la maglia numero 2 liberata da Kirkup.

Sulla fascia, però, i suoi limiti di velocità e agilità emergono brutalmente contro Eddie Gray, ala sinistra del Leeds United che lo ridicolizza nella (prima) finale di FA Cup del 1970, l’11 aprile a Wembley. Dave chiude il calvario compiendo, davanti ai propri tifosi, un decisivo salvataggio nei supplementari; poi, nel replay del 29 aprile, davanti ai 100 mila dell’Old Trafford di Manchester, si prende la più gustosa delle rivincite. Spostato nel mezzo, accanto a Dempsey, corona una super prestazione infilando Gary Sprake sul palo lontano su lungo lancio di Ian Hutchinson. È il gol che vale la Coppa. Decisiva, però, anche l’intuizione di Sexton che in marcatura su Gray aveva dirottato il più adatto Ron Harris.

Webb e Dempsey fanno coppia anche la stagione successiva, culminata con un’altra finale ripetuta, quella di Coppa delle Coppe ad Atene contro il Real Madrid: 1-1 il 19 maggio (55' Osgood, 90' Zoco), 2-1 per i Blues due giorni dopo (33’ Dempsey e 39’ Osgood per i londinesi, 75’ Fleitas).

Quanto Webb sia votato alla causa del Chelsea, per cui occasionalmente gioca anche centravanti, si apprezza appieno il 27 dicembre 1971: infortunati i tre portieri, contro l’Ipswich gioca 90’ tra i pali e chiude con il clean sheet (zero gol a referto).

Per lui, però, dopo 33 gol in 298 partite e la partenza di Hudson e Osgood, l’aria si fa pesante. Nel luglio 1974, per 120.000 sterline, approda così al Queens Park Rangers. In coppia con Frank McLintock nel cuore della difesa, raggiunge lo storico secondo posto del 1975-76, miglior piazzamento del club, poi retrocede sia col Leicester City sia col Derby County.

Ai Foxes arriva nel settembre 1977 per 50.000 sterline dopo 116 gare coi ’Gers. Al Filbert Street, resta per poco più di un anno e 33 partite, poi debutta nel Derby County: 0-0 casalingo con l’Aston Villa il 23 dicembre 1978. A maggio 1980, lascia il Baseball Ground dopo 26 gare e un gol.

Nello stesso anno, scendere in campo 11 volte e a dicembre il Bournemouth, club di Fourth Division, lo nomina player-manager. Con lui al timone i Cherries terminano al quarto posto, l’ultimo utile per la promozione in Third Division. Ma la stagione successiva, dopo il 9-0 esterno col Lincoln City del 18 dicembre, viene esonerato.

Nel febbraio 1984, quando s’è già messo in proprio come rappresentante, subentra a Bruce Rioch con il doppio incarico di giocatore-allenatore del Torquay United. Chiude nono, ma l’anno dopo, ultimo in classifica, se ne va dopo aver segnato nelle sue ultime due apparizioni in campionato.

Il 21 agosto 1985, firma come managing director del club, e chiama in panchina prima John Sims poi Stuart Morgan. Il Torquay chiude ancora ultimo. In quelle due disastrose stagioni accade di tutto: appena insediato, gli cedono cinque dei migliori giocatori e altri, come Keith Curle, vengono svenduti o rimpiazzati con elementi di gran lunga inferiori; last but not least, dei tre colori sociali storici – giallo, blu e bianco – resta il secondo, e una tribuna del Plainmoor va a fuoco.

Webb passa al Southend United il 17 giugno 1986, ma abbandona a marzo, due mesi prima che gli Shrimps conquistino la promozione per la Third Division. Richiamato nel novembre 1988, non evita la retrocessione ma con due promozione consecutive (1990 e 1991) li riporta subito in Second Division. E addirittura in testa fino al gennaio 1992, prima di scivolare a metà classifica. A marzo si dimette, a fine stagione se ne va.

Nel febbraio 1993 torna al Chelsea come manager per rimpiazzare un altro ex, Ian Porterfield. Ma il club è in caduta libera e la squadra, senza vittorie in campionato da oltre due mesi, rischia di retrocedere. Sotto Webb, chiude 11esima ma la dirigenza lo rimpiazza con Glenn Hoddle.

Pochi giorni dopo, in maggio, firma col Brentford, appena sceso in Division Two. Nel 1997, dopo quattro anni e due playoff chiusi con la mancata promozione in Division One, saluta il club del Griffin Park.

Nel marzo 2000 scende in non-League, allo Yeovil Town, ma a settembre si dimette per tornare, per la terza volta, al Southend United. Lasciato poi nell’ottobre 2001 e ritrovato, nel novembre 2003, da traghettatore fra l’addio di Steve Wignall e l’arrivo di Steve Tilson. Nel dicembre 2005 rileva la società da Jon Goddard-Watts e ne assume la carica di presidente operativo. Ruolo da cui si dimette nel febbraio 2006, quando vende le proprie quote azionarie al presidente John Fry.

È la sua ultima avventura nel calcio. Mondo nel quale ha cercato di sfondare anche il figlio Daniel, attaccante classe 1983 che il papà d'arte cerca, senza fortuna, di strappare alle serie minori. Nel settembre 2000 scuce 10 mila sterline per portarselo al Southend United, ma dopo le dimissioni paterne (ottobre 2001) i 4 gol del pargolo in 39 presenze fra il 2002 e il 2002 non bastano. Dopo un lungo girovagare, adesso gioca in difesa nel Salisbury, in attacco con Tubbs se le altre punte sono infortunate. E come contro il “suo” ex Wimbledon, per l’espulsione di James Bittner nella ripresa, persino in porta. Tutto suo padre. O quasi.
Christian Giordano
ch.giord@gmail.com

DAVID WEBB
Difensore
Stratford, 9-4-1946

LE CIFRE
In campionato:
Club Pres. Reti
Leyton Orient 62 3
Southampton 75 2
Chelsea 230 21
Queens Park Rangers 116 7
Leicester City 32 (1) 0
Derby County 25 (1) 1
Bournemouth 11 0
Torquay United 2 1
TOTALE 553 (2) 35

Palmarès:
1 FA Cup 1969-70
1 Coppa delle Coppe 1970-71

Club da allenatore:
Bournemouth 1980-1982 (player-manager)
Toruqay United 1984-1985 (player-manager)
Southend United 1986-87, 1988-1992, 2000-01
Chelsea 1993
Bretford 1993-1997
Yeovil Town 2000

sabato, febbraio 20, 2010

Milano, Inghilterra


Da Milano a Liverpool il Manchester United, da Londra a Milano, via-Wolverhampton, il Chelsea.
Avversarie dirette per il titolo in Premier, rivali incrociate con le milanesi in Champions, le grandi d'Inghilterra continuano il duello a distanza.
Neanche il tempo di godersi il sacco di San Siro in Europa e Ferguson cade subito al Goodison Park contro l'Everton. Proprio come era successo ad Ancelotti dieci giorni fa. Stavolta, il super Rooney incubo di Leonardo ha lasciato il posto a un ex mai così nervoso. E a nulla è valso il ritorno al gol di Berbatov, o "Berbaflop" come la stampa inglese ha ribattezzato il centravanti bulgaro preso, un anno e mezzo fa, dal Tottenham per 38 milioni di euro più il prestito di Fraizer Campbell.
Ma se la sconfitta dello United, stanco per la faticaccia di Champions eppure sempre in partita, non può tranquillizzare il Milan, allo stesso modo la vittoria del Chelsea, da dieci giorni senza gare, non deve allarmare troppo l'Inter.
Perché al Molineux i londinesi sbrigano con più difficoltà del previsto la formalità Wolves. Decisivo il solito, strepitoso Drogba di questa stagione: al 40' per poco non entra in porta col pallone dopo una splendida azione rasoterra; a metà ripresa, se ne va alla sua maniera, in campo aperto, e raddoppia a porta vuota.
Il resto ce lo mette Cech, con almeno due parate salvarisultato e i suoi avanti solo 1-0. Blues quindi ancora primi in campionato ma a +4 sullo United, e Ancelotti più tranquillo in vista del suo ritorno a San Siro. Per lui gli euroderby non sono una novità.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

La dura legge del Goodison Park


Implacabile la legge del Goodison Park: in dieci giorni, il piccolo grande Everton di David Moyes ha affondato le due corazzate destinate a giocarsi la Premier: 2-1 al Chelsea il 10 febbraio, 3-1 al Manchester United del miglior Rooney in carriera.
Il "traditore" mai perdonato per essersene andato, quasi sei stagioni fa, non ancora19enne.
A proposito di memoria lunga. Ricordate questo striscione nell'ultimo derby milanese?
La battuta, ripresa da Peppino Prisco, appartiene a Bill Shankly, leggendario manager del primo Liverpool europeo: quando nel Merseyside c'erano solo due squadre, il Liverpool e le riserve del Liverpool.
I Blues sono sempre stati i parenti poveri dei Reds. E avendo vinto i due derby lo sono anche quest'anno, il peggiore dell'èra-Benìtez ad Anfield.
Senza i soldi delle "Big Four", però, Moyes ha costruito un mix-capolavoro fra stranieri di prospettiva, giovani del vivaio e scarti delle grandi.
A cominciare dai tre ex United - Howard, il Neville meno famoso, Phil, e Saha, che, con meno infortuni, chissà che carriera avrebbe avuto.
Con Fellaini fuori per il resto della stagione, gli eroi sono stati i ragazzini entrati dalla panchina: Dan Gosling, un '90 già decisivo contro lo United in FA Cup un anno fa; e Jack Rodwell, un '91 entrato a 2' dalla fine e subito in gol, festeggiato col giallo per essersi tolto la maglia color cielo.
L'Everton non batteva lo United da 29 partite di campionato, 1-0 il 20 aprile del 2005 con gol di Duncan Ferguson. L'altro Ferguson, Alex, invece, è finito come Ancelotti e Mancini, che proprio lì, dopo 4 successi, ha conosciuto la prima sconfitta inglese. La legge del Goodison Park, quest'anno, non guardia in faccia a nessuno.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

venerdì, febbraio 19, 2010

Van der Wiel, un Maicon per la Juve


Anche la Juventus vuole il suo Maicon. E stavolta, forse, lo ha trovato. È Gregory Van der Wiel, 22enne terzino destro olandese dell'Ajax, battuto nell'andata dei 16esimi di Europa League da quelli che saranno i suoi futuri compagni, se le società si metteranno d'accordo sul prezzo. Base d'asta altina, in stile Ajax: 15 milioni trattabili.
Gli osservatori bianconeri lo seguono almeno da novembre. Da quando, cioè, come si è fatto sfuggire l'allenatore dell'Ajax, Martin Jol, vengono regolarmente accreditati alla Amsterdam Arena per le partite dell'Ajax.
Una delle poche cose buone del Van Basten allenatore, che lo lanciò titolare al posto di Bruno Silva, arrivato per 5 milioni al Groningen. Escluso dai 23 di Pechino 2008 perché non giocava bnel club, 6 mesi dopo debuttava da titolare nell'Olanda maggiore di van Marwijk dopo esserlo stato, la scorsa estate, anche contro l'Italia, ai Giochi del Mediterraneo di Pescara.
La fucina è doc. Si tratta di capire, però, se la merce è di specie pregiata, alla Suurbier, media alla Silooy, sconfitto dalla Juve nella finale romana di Champions '96, o mediocre alla Reiziger, flop di Milan e Barcellona a fine anni novanta.
David Endt, team manager dell'Ajax che parla benissimo italiano ed è innamorato dell'Inter dai tempi di Suarez, giura che Van der Wiel è il miglior talento in rosa dopo Christian Eriksen e perfino più della stella Suarez.
Oltre al calcio ama sfilare in passerella e incidere dischi.
Ambidestro, nelle giovanili giocava da centrale di sinistra, ruolo che in prima squadra, con Ten Cate allenatore, ha ricoperto anche nel Torneo di Amsterdam 2007 contro l'Arsenal.
A proposito di inglesi, sul ragazzo c'è il solito Manchester City di Mancini. E se la Juve vuole il suo Maicon farà bene a non tirare sul prezzo.
PER SKY SPORT 24 , CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Del Piero-Amauri coppia mondiale, o no?


Sangue e arena. Anzi, Amsterdam Arena: è lì, in casa Ajax, che la Juventus guerriera di classe ha ritrovato se stessa.
E Lippi due autorevoli ricandidature mondiali: Del Piero e Amauri, la mente e il braccio, anzi i piedi - sempre sopraffini - e la testa.
Il capitano inventa e suggerisce, diverte e si diverte [TACCO PER DE CEGLIE SULL'1-1], ma soprattutto gioca 90' duri e veri, da trascinatore. Infortuni permettendo, quel che è sempre stato e che più è mancato alla Juventus di Ferrara.
Zaccheroni, invece, lo ha sempre avuto, e adesso se lo coccola dopo averlo ammirato in tv.
E chissà che in televisione, Zac non possa tornare a guardarlo la prossima estate, magari con di nuovo indosso quell'azzurro che Del Piero mai ha smesso di sognare.
Se quei due continueranno così, magari potrebbe riaprirsi un capitolo che sembrava chiuso: per Del Piero, mai convocato nel Lippi-bis, e per Amaurì, respinto dalle ultime esternazioni sugli oriundi del CT campione del mondo.
Difficile, soprattutto per Del Piero, ma non impossibile. Con loro, Lippi potrebbe contare su una coppia d'attacco alternativa a quella di Berlino 2006, Totti-Toni, appena riformata alla Roma ma non ancora in campo.
Dovesse funzionare come ai bei tempi, con la stagione d'oro di Borriello e Di Natale, l'attacco azzurro sarebbe completo e fortissimo. E il bis mondiale un sogno più vicino.
PER SKY SPORT 24 , CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

giovedì, febbraio 18, 2010

Fine dell'Øvrebø Horror Show


La buona notizia è che questo signore, ai Mondiali, non ci sarà.
Blatter lo aveva già deciso e sicuramente non si sarà pentito della scelta dopo l'horror show della Allianz Arena a cui Platini ha assistito impotente: il signor Tom Henning Øvrebø, 44enne psicologo fuori forma da Oslo, era l'unico norvegese nella lista dei 14 europei pre-selezionati per Sudafrica 2010, ma la Fifa lo ha tagliato dai 10 che dirigeranno il torneo.
E così, la prossima estate, potrà dedicarsi ad altro.
Con l'arbitraggio, perlomeno ai massimi livelli, potrebbe aver chiuso. Soprattutto se si considerano i precedenti.
Nella Champions 2008 i panni della Fiorentina li indossò l'Inter; quelli di Gobbi, Burdisso, espulso nel ritorno degli ottavi contro il Liverpool al 4' della ripresa.
Tre mesi dopo, agli Europei, fu Øvrebø - su segnalazione del connazionale Randen - ad annullare per fuorigioco un gol valido a Toni nel primo tempo di Italia-Romania 1-1 e a concedere ai romeni un rigore forse generoso.
Per quel gol annullato che irritò persino un sottile diplomatico come Abete, il giorno dopo il norvegese si scusò, ma il mea culpa non gli evitò l'immediato ritorno a casa.
Ma più che per il dubbio rigore concesso alla Grecia nel match di qualificazione mondiale contro la Lettonia lo scorso 10 ottobre, Øvrebø è, e resterà, quello inseguito da Ballack e insultato in eurovisione da Drogba per il purtroppo indimenticabile arbitraggio di Chelsea-Barcellona, semifinale di Champions League di un anno fa. L'ivoriano ha scontato 4 turni di squalifica. Il norvegese che contro la Fiorentina ha dato il rigore su un gol buono e avallato - su dritta di un altro connazionale, Nobben - un fuorigioco grande così, pagherà con la pensione anticipata. Quanto meno ai prossimi mondiali.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Milan, serve un 10 marzo "normale"


Va bene che per il Milan, in Champions, è normale essere eccezionale. Ma conquistare il "Teatro dei sogni" proprio normale non è. Lo dicono i numeri: da quando esiste la Champions, stagione 92-93, lo United ha perso in casa solo 8 volte e sempre con solo un gol di scarto, l'unica col Milan nel 2001 grazie a Crespo.
Leonardo però ha almeno due motivi per sperare nel miracolo del 10 marzo: perché in questa Champions, per il Milan il vero tabù è San Siro, dove non ha ancora vinto.
E perché, già dalla trasferta di domenica sera a Bari in campionato, al centro dell'attacco tornerà titolare Borriello, guarito dalla distrazione del retto addominale, infortunio più unico che raro per un calciatore.
Continuano invece i misteri Zambrotta e Jankulovski. L'azzurro è fuori da quasi due mesi e ha già saltato 11 partite, 9 in campionato e 2 in Champions. Il ceco, sfumato il suo passaggio all'Inter nell'operazione-Mancini, è sparito dai radar.
Ferguson ha tolto Nani per Valencia, Leonardo ha dovuto far entrare il 38enne Favalli per Antonini (fuori un mese): e per questo Rooney è stato un giochetto mettere dentro la palla del 2-1.
Quello degli esterni non è però l'unico nodo da sciogliere per Leo. Oltre a Kaladze in difesa, Gattuso e Flamini a centrocampo e Inzaghi in attacco, gli altri scontenti di stagione, c'è anche quello del portiere. Dida è stato sfortunato in questo gol di Scholes, che calcia col destro e segna di rimpallo col sinistro. Ma la reattività del brasiliano non è quella dei giorni migliori. Sicuri che non sarebbe più "normale" sbancare l'Old Trafford avendo in porta Abbiati?
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

mercoledì, febbraio 17, 2010

Rooney sei Bootiful

Ferguson lo aveva predetto, alla vigilia: Wayne Rooney non è mai stato così in forma.
Lo hanno confermato la prestazione e la doppietta con cui il "toro di Croxteth" ha matato il Milan a San Siro, la Scala del calcio. Uno dei pochi templi non ancora profanati dalla sua nuova vocazione cui lo ha convertito Capello: il gol.
Già 101 in Premier League, non male per un 25enne che fa della generosità e della completezza il suo verbo in campo.
Di questi 101 solo 5 sono arrivati di testa, e la percentuale, presto fatta, indica che non è esattamente quella la specialità della casa.
Eppure, nella super sfida di San Siro, è stata questa l'arma letale che nella ripresa, in dieci minuti, ha colpito e affondato il gran bel Milan del primo tempo.
Per una volta, due gol di testa su due. Un piccolo evento per un giocatore sempre più grande. Giustamente festeggiato da Evra in versione sciuscià, rito che in Italia ha un copyright ben preciso: Moriero, lustrascarpe di Recoba in Inter-Brescia stagione 97-98. Esportato in Inghilterra, il rito ha scatenato la fantasia dei tabloid: il Wayne Rooney show è diventato "bootiful". Una telenovela che ha per protagonista la scarpa da calcio - boot, in inglese - del piccolo principe mai stato così in forma. Per fortuna di Ferguson che non sembra rimpiangere Cristiano Ronaldo e di Capello che non vede l'ora di sfoggiarlo in Sudafrica. Chissà se il vicino di tribuna Lippi avrà ancora voglia di ritrovarselo davanti in finale...
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

domenica, febbraio 14, 2010

I mitici anni del Boam


Centre-half inglese nel senso più tradizionale, Stuart Boam è il classico figlio del cuore minerario del Nottinghamshire. «Six foot two, eyes of blue, Stuey Boam is after you» l’ancor più classico coro anni 70 che i tifosi del Middlesbrough intonavano dalla Holgate End dell’Ayresome Park: più o meno, e in rima, “unoeottantasette e più, occhi blu, Stuey Boam non ti molla più”.

Nato il 28 gennaio 1948 a Kirkby-in-Ashfield, primi calci al Kirkby Colliery, da pro debutta nel club locale, il Mansfield Town, perdendo 4-2 all’ultima giornata, il 12 maggio 1967 a Londra, contro il Leyton Orient. Poi, salterà due gare in tre stagioni (nessuna nelle ultime due), chiuse con a dir poco sofferte salvezze in Third Division.

Memorabile la notte del quinto turno di FA Cup 1968-69 in cui il Mansfield, che al terzo round aveva eliminato lo Sheffield United, seppellisce 3-0 il West Ham United. Boam si guadagna i riflettori a livello nazionale annullando il nazionale Geoff Hurst, all’epoca forse il miglior attaccante del calcio inglese. Il centralone si ripete nel combattutissimo quarto di finale, perso 1-0 contro il Leicester City dell’astro nascente Allan Clarke. Nel 1970-71 salta per infortunio il doppio confronto col Liverpool, bloccato sullo 0-0 al Field Mill ma poi vittorioso 3-2 ai supplementari all’Anfield Road. Con Boam, forse, sarebbe andata diversamente.

A maggio, dopo 170 presenze negli Stags, per 50.000 sterline arriva al Boro. Capitano (dal ’73 al ’79) in uno dei decenni più luminosi nella storia del club, prima sotto Stan Anderson, poi Jack Charlton e infine John Neal, davanti al portiere Jim Platt è lui l’altra metà del cielo difensivo col più celebrato Willie Maddren, centrale ancora oggi venerato nel Tyneside. “Quei due mi hanno reso la vita facile – ricorda Stu – Platty lo chiamavano «Dracula” perché sui cross non usciva mai. Ma lo sapevi e ti regolavi di conseguenza, per il resto era un gran portiere».

Con la fascia al braccio, ereditata da Nobby Stiles, vince col Middlesbrough la Second Division nel 1973-74 e la Anglo-Scottish Cup nel 1975-76, ma in campionato arrivano solo dignitose salvezze.

Grande e grosso come il suo cuore, implacabile nel tackle, ma mai noto per velocità e cambio di passo, Boam, partito Charlton, ha problemi col nuovo manager, John Neal, che gli toglie i gradi salvo restituirglieli subito dopo aver capito quanto contava Stuart in spogliatoio.

Alla vigilia della stagione 1979-80, dopo otto anni e 393 partite, Boam lascia il Boro ma non il nord-est: storico il trasferimento-choc, per 100.000 sterline, al Newcastle United, rivale anche di Second Division. In due stagioni al St James’ Park, porta esperienza e stabilità ma i Magpies restano a metà classifica (nono e undicesimo posto).

Nel luglio 1981 torna al Field Mill per due non esaltanti stagioni come player-manager del Mansfield Town, prima del colpo di coda con l'Hartlepool United (una presenza) e, in non-League, al Guisborough Town.

Chiusa la carriera in un calcio che certo non consentiva grandi guadagni, torna nella sua Kirkby-in-Ashfield come manager, inteso senza panchina, della Kodak Photographic Company. Poi lavora a lungo in una rivendita di giornali. Adesso che è in pensione, ha più tempo per andare al Riverside Stadium a guardarsi un Boro lontano parente del suo. «Se non prendi gol non perdi», la filosofia imperante nei mitici anni del Boam, non fa per questi tempi. Tempi televisivi.
Christian Giordano
ch.giord@gmail.com

STUART BOAM
Difensore centrale
Kirkby-in-Ashfield, 28-1-1948

LE CIFRE
In campionato:
Club Presenze Gol
Sheffield United 186 (4) 4
Middlesbrough 322 14
Newcastle United 69 1
Hartlepool United 1 0
TOTALE 578 (4) 19

Palmarès:
1 Division Two 1973-74
1 Anglo-Scottish Cup 1975-76

sabato, febbraio 13, 2010

Milan e Man U, lotta di Klaas


Ferguson non si fida, e si è scomodato di persona.
Il manager del Manchester United si è presentato a San Siro per verificare lo stato di salute del Milan e magari raccomandare l'anima della sua difesa al Diavolo: se proprio devo perdere Vidic, meglio a voi che a quei "banditi senza morale". Così definì il Real Madrid di Calderòn, che voleva scippargli Cristiano Ronaldo, ceduto poi a Florentino Pérez l'anno dopo.
Stavolta la storia potrebbe ripetersi, ma Vidic - scoperto dal solito Corvino per la Fiorentina - è un sogno rossonero almeno da un anno. E nel 2010 potrebbe trasformarsi in realtà.
Quello del centrale serbo è uno dei tanti incroci di questo stellare ottavo di finale di Champions.
Che da una parte ha già perso Giggs, fuori un mese per la frattura al braccio destro forse disponibile per il ritorno all'Old Trafford del 10 marzo, e dall'altra teme di perdere Thiago Silva, uscito contro l'udinese per problemi muscolari dopo 40' e ben sostituito da Bonera.
Il brasiliano però, specie in coppia con Nesta, è un'altra cosa. E con lui in campo, anche per un fenomeno come Rooney sarà più dura rivivere una serata come quella del 24 aprile 2007. Un incubo che Nesta non ha simenticato. E che, se dirà sì a Lippi, potrebbe rivivere in Sud Africa.
Oltre al brasiliano, a preoccupare Leonardo sono anche le condizioni di Zambrotta e Antonini in difesa, Seedorf a centrocampo e Borriello in attacco. Reparto, quello offensivo, che proprio di fronte a Sir Alex ha visto tornare al gol Huntelaar, pupillo di Ferguson sin dai tempi dell'Ajax. Un anno fa, Vidic - sotto contratto fino al 2012 - costava 20 milioni. Con Huntelaar sul piatto, ne basterebbero la metà.
Prima, però, ci sono in ballo i quarti di Champions. E se di mezzo c'è Ferguson, meglio non fidarsi.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

venerdì, febbraio 12, 2010

San Valentino? Uscite col Barcellona


Nel weekend di San Valentino, torna, con il quinto turno, la più romantica FA Cup degli ultimi anni.
Il Manchester United è uscito col Leeds, il Liverpool col Reading, l'Arsenal con lo Stoke City.
E allora per Manchester City, Tottenham e Aston Villa, potrebbe essere la volta buona per tornare a vincere. Chelsea permettendo, però. I detentori sono infatti l'unica delle "Big Four" ancora in corsa per un posto nei quarti di Coppa d'Inghilterra.
E saranno proprio i Blues, sabato in casa contro il Cardiff City, quarto nel Championship, la Serie B inglese, ad aprire il fine settimana di calcio estero su SKY. Ancelotti non avrà Terry, volato in Dubai dalla moglie Toni Poole per ritrovare, proprio a San Valentino, l'amore perduto.
Il City, ospiteranno invece lo Stoke, che Mancini ha battuto all'esordio sulla panchina dei Citizens.
Completano il tabellone del sabato, Derby County-Birmingham, Reading-West Bromwich Albion e il derby del St. Mary's dove il Southampton, 13esimo in League One, la terza divisione, riceverà il Portsmouth, vincitore nel 2008 e oggi quasi spacciato in Premier League.
Domenica toccherà a Bolton-Tottenham e Crystal Palace-Aston Villa.
Sabato è giorno di campionato anche in Scozia, Germania e Spagna.
Per la 25esima di Scottish Premier League, al Pittodrie di Aberdeen arriva il Celtic, che cerca punti per avvicinarsi ai Rangers.
In Bundesliga, entrambe le capolista giocano in casa la 22esima: il Bayer Leverkusen con il Wolfsburg, il Bayern Monaco con il Borussia Dortmund.
Nella Liga, il Real Madrid ritrova Cristiano Ronaldo, dopo i due turni di squalifica, e continuare la rincorsa al Barcellona sul campo del neopromosso Xerex. Nel Villarreal, 5 punti nelle ultime sei gare, debutto al Madrigàl contro il Bilbao per Garrido, l'allenatore che ha preso il posto di Valverde.
La 22esima giornata si chiuderà domenica con Siviglia-Osasuna e il big match fra l'Atlético Madrid fresco finalista di Coppa di Spagna col Siviglia, e il Barcellona. A San Valentino, per gli innamorati del calcio, un appuntamento da sogno.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Da sinistra nella foto, Lionel Messi e Xavi, entrambi in gol nel 2-1 del Barcellona sul Getafe al Camp Nou lo scorso 6 febbraio

giovedì, febbraio 11, 2010

Palle inattive, il Chelsea ha un punto debole


E con questo fanno 16. 16 dei 22 gol subiti in 26 giornate di Premier League il Chelsea li ha concessi su palla inattiva.
Il momentaneo 1-1 di Saha nel ko al Goodison Park contro l'Everton evidenzia bene uno dei pochi punti deboli della squadra di Ancelotti, prima in campionato a +1 sul Manchester United.
E' andata meglio, sin qui, in Champions League: delle 4 reti incassate in sei gare i Blues - imbattuti in Europa e qualificati agli ottavi con due turni di anticipo - solo una è arrivata su calcio piazzato. Questa, magnifica, del "Kun" Agüero, che al 91' firmò così la sua doppietta in risposta a quella di Drogba per il 2-2 di Madrid contro l'Atlético.
Mourinho, sul suo leggendario taccuino, avrà preso due volte nota. Ancelotti si può battere sfruttando corner e punizioni. La specialità di casa Sneijder, che dalla sua zolla ha già colpito tre volte in campionato.
In 49 gol fatti in 23 partite dall'Inter, 11 sono arrivati su calcio piazzato, 5 su punizione: 3 trasformate dall'olandese, 1 a testa da Pandev e Balotelli, andato a segno anche in Champions, a San Siro nel decisivo match di ritorno col Rubin Kazan.
Mourinho, che del suo ex club, ha già detto di conoscere tutto, sa quindi dove colpire. E soprattutto come e con chi.
L'ultima volta che ha visto dal vivo la sua ex squadra è stata il 28 dicembre, vittoria del Chelsea per 2-1 sul Fulham. "Il modo di difendere su palla inattiva è lo stesso di quando allenavo io" disse in quell'occasione. Un modo di difendere che quest'anno però non funziona, come ha confermato Saha. e come spera di ribadire presto anche l'Inter. Che però deve tenere alta la guardia. Con quello di Bojinov a Parma, la difesa dello Special One ha incassato da palla ferma 4 gol su 20 in campionato, in Champions 2 su 6. Addirittura 1 su 7, invece, nei gol fatti.
Un altro segnale che chili e centimetri pagano in Italia, ma in Europa forse non bastano.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

mercoledì, febbraio 10, 2010

Cantona, Kung Fu Panda

«Oh-ah, Cantona!». A un certo punto ti aspetti che la sala s’alzi in piedi e, dopo essersi tirata su il colletto, intoni, sull’aria della Marsigliese, la strofetta a “The King”. Come se fosse tornato, il Re, e quell’ala del cinema fosse una stand dell’Old Trafford. Il Teatro dei Sogni dove, con lui, tutto era possibile. 

Invece, l’appena inciccito Le Dieu, il dio, secondo i suoi vecchi tifosi, buca il grande schermo per vestire non la maglia del Manchester United, bensì i panni dell’amico immaginario.Quello di Eric Bishop, 55enne postino della periferia di Manchester la cui esistenza va a ramengo, è Éric Cantona, idolo incartonato a grandezza naturale in camera che gli si materializza per dargli consigli su come ricominciare a vivere. Cioè ad amare.

- Che faresti, campione, se i sogni e le cose belle della tua vita ti si stessero afflosciando davanti agli occhi come sacchi di spazzatura?
«Ci sono sempre più scelte di quelle che ci appaiono, mon ami». La risposta da locandina del più amato nella storia dello United (plebiscito del 2001) che, ne “Il mio amico Eric”, interpreta se stesso. Ken Loach, regista impegnato e coraggioso, ne sfrutta l’icona per la sua penultima denuncia sociale. L’ultima, “Irish Route”, ambientata in Iraq, è già in lavorazione. 

Qui, il film-maker nemico di ogni governo inglese –ultraconservatore alla Thatcher o finto laburista alla Blair e Brown – racconta con la consueta levità ma non la solita maestria nella sceneggiatura del sodale Paul Laverty, e un farsesco quanto improbabile lieto fine (forse esiziale per la Palma d’oro a Cannes 2009), i disagi socioeconomici dei poco ruggenti anni Duemila.
Prossimo al punto di rottura, Eric Bishop (il misconosciuto Steve Evets, palindromo nome d’arte del protagonista), bidivorziato e pieno di guai economici e familiari, ha smesso di seguire dal vivo lo United perché costa troppo. Prima critica all’Inghilterra che dai suoi stadi, insieme con l’acqua sporca della violenza, ha buttato via il bambino: la working class, sostituita con la ben più facoltosa clientela degli skyboxes, i palchi-suite per vip e autorità.

Preso dal panico di giovane sposo-padre, trent’anni prima aveva lasciato l’amore della sua vita, Lily (Stephanie Bishop), per poi ritrovarsi estraneo in casa propria con i due figliastri che la seconda moglie gli ha lasciato in affidamento. Col più grande, Ryan (Gerard Kearns) diventato lo scagnozzo di un gangsterello locale. Altro classico di Loach.

Bishop (purtroppo doppiato da Vittorio Stagni, più secondo violino che protagonista) è messo così male che comincia a confidarsi con un “dio” di cartone, la gigantografia a grandezza naturale di Eric Cantona, tappezzeria fisica di un’esistenza da rottamare e sottosopra come il disordine anche morale che in casa regna sovrano.

- Che cosa faresti tu, campione, se vivessi con un misero stipendio e due figliastri sfaccendati e ricettatori? Se avessi una moglie sposata e lasciata troppo presto, e da lei una figlia già grande che per laurearsi ti desse da accudire la tua nipotina, costringendoti a rivedere il grande amore che mai hai smesso di amare? Se uno dei tuoi figli si cacciasse nei guai nascondendo in casa tua una pistola, facendoti riperdere Lily proprio quando stavi per riconquistarla? E come hai fatto a non andare via di testa, in quegli otto mesi senza calcio dopo il colpo di kung fu a Matthew Simmons, quando Alan Wilkie ti aveva appena espulso in quella folle notte del 25 gennaio 1995 al Selhurst Park col Crystal Palace?

È a quel punto che il francese più amato d’Inghilterra si trasforma in consigliere spirituale: «La tromba. Ho imparato a suonare la tromba». E lì, la sala esplode come l’Old Trafford dei bei dì per uno degli indimenticabili gol del numero 7 col colletto alzato. Gesti tecnici così estemporanei da «sorprendere te stesso: a volte l’unico modo per battere l’avversario». È con gol così – montati come cameo – che è diventato il primo straniero ad alzare da capitano la FA Cup. E a farlo nella prima squadra vincitrice per due volte (1994 e 1996) del Double campionato-coppa nazionali.

Ma non è solo per le vittorie, tante e importanti, che Cantona è diventato Cantona. Che Guevara in tacchetti e calzoncini che le guerre però le vinceva. E spesso da solo. Per il popolo dello United, molto più che un mito transitorio fra i grandi numeri sette del club, idolo generazionale dopo George Best e Bryan Robson e prima di David Beckham e Cristiano Ronaldo. «Non l’ho scelto io quel numero. È successo per caso. Quando sono arrivato, era libero perché Robson era infortunato». 

Ma se Cantona è entrato nei cuori della gente è soprattutto per il carisma, per il genio calcistico che nelle Cantonate nascondeva insospettabili doti di professionalità e competitività. Eric voleva vincere. E alla sua maniera. Un Cassano con dimensione internazionale e implacabile sottorete, specie quando contava.
Ribelli nel sangue, i Cantona, famiglia di emigranti: il nonno paterno, Joseph, lasciò la Sardegna per Marsiglia, i genitori della madre erano separatisti catalani. Pedro Raurich, il nonno materno, aveva combattuto contro l’esercito del “Generalisímo” Francisco Franco nel 1938, quando, ferito al fegato, con la moglie Paquita per curarsi riparò in Francia, prima a Saint-Prest poi a Marsiglia.

Lì il secondogenito di Albert (infermiere in un ospedale psichiatrico) e Eleonore nasce il 24 maggio 1966, quattro anni dopo Jean-Marie e 17 mesi prima di Jöel, che imiterà il mezzano in tutto: calciatore professionista, anche in Inghilterra e nel beach soccer, e attore. 

Il calcio Éric lo conosce a 7 anni nei Les Caillols, squadretta dell’omonimo quartiere tra l’11esimo e il 12 arrondissement sulle colline dove i Cantona possiedono una cava (nonno Joseph faceva lo scalpellino). Quel vivaio ha sfornato un talento come Jouve e aveva futuri campioni come Tigana e Galtier. Cantona inizia seguendo le orme del padre, portiere. Poi estro e istinto spostano in attacco uno che «a nove anni, giocava già come uno di quindici». 

Dopo oltre 200 partite, il provino fallito al Nizza, nell’81 entra nelle giovanili dell’Auxerre. Il 5 novembre 1983 (4-0 in campionato al Nancy) il debutto in prima squadra grazie al ruvido Roux, il Mazzone d’oltralpe. Il 1984 è sacrificato al servizio militare, poi il prestito al Martigues, in seconda divisione. Nel 1986, il ritorno alla base per il primo contratto da professionista. L’anno dopo, l’esordio in nazionale e la prima Cantonata: un pugno in faccia a un compagno, il portiere Martini. Nel 1987 l’entrataccia su Der Zakarian del Nantes gli costa tre giornate di squalifica, poi ridotte a due, e la minaccia del club di non mandarlo in nazionale. Coi Blues vince l’Europeo Under 21 e poi, per 22 milioni di franchi – record di Francia – approda al Marsiglia, la squadra per cui tifava da ragazzo. 

All’OM, nel gennaio ’89, in amichevole contro la Torpedo Mosca, sostituito, scalcia il pallone verso il pubblico e getta via la maglia. Il club lo sospende per quattro settimane. Pochi mesi prima, sostituito anche nella Francia, nel dopopartita aveva dato del «sac de merde» al Ct Michel in diretta tv. In prestito per un anno al Montpellier, tira in faccia gli scarpini al compagno Lemoult. Incidente che porta sei senatori a chiederne la cessione, sventata dai buoni uffici di Blanc e Valderrama che inducono la dirigenza alla mano morbida: 10 giorni di stop. Come ricompensa, la Coppa di Francia e per lui il rientro all’Olympique.

Tapie frulla allenatori (Gili, Beckenbauer) prima di innamorarsi di Goethals, che però, come il patron, con Éric non lega. In premio per la vittoria in campionato, il passaggio al Nîmes. Lì, nel dicembre ’91, palla contro l’arbitro e squalifica per un mese. Diventati tre dopo l’«idioti» alla commissione federale.

Cantona pensa al ritiro, Platini e Houllier lo convincono, col suo psicanalista, che la risposta si chiama Inghilterra. Il 6 novembre ’91, dopo il 3-0 del Liverpool ad Anfield sull’Auxerre in Coppa Uefa, Platini lo consiglia ai Reds. Souness declina per non turbare lo spogliatoio (sic). A gennaio ’92, allo Sheffield Wednesday dell’ex doriano Francis, la settimana di prova raddoppia: il Nostro prende cappello e resta nello Yorkshire, ma al rivale Leeds United. Portato al titolo con 3 gol in 15 presenze e assist sfornati in serie. 

Primo a centrare il back-to-back con due club diversi, dà il “la” alla propria leggenda. Come Ibra, vince sempre il campionato: cinque dal ’92 al ’97, gli ultimi 4 con il Manchester United cui Howard Wilkinson lo svende per 1,2 milioni di sterline. Un furto senza scasso per Ferguson, che aveva McClair e Hughes fuori forma e il colpo estivo Dublin fuori sei mesi per una frattura. 

Il titolo vinto dal Blackburn arriva nei 248 giorni, 18 ore e 22 minuti di Cantona senza calcio per il colpo di karate più famoso della storia. Ancora oggi celebrato, nei pub attorno all’Old Trafford, dagli adesivi sui fusti di birra: «Il 1974 è stato un anno terribile per il calcio inglese: è nato Simmons». Annus horribilis mai quanto il 1997, quando “The King” – sogno proibito di Moratti per la sua Inter – abdica. A 31 anni, come “le Roi” Platini. Fra re, colletto alzato o maglietta fuori, ci si intende. «Oh-ah, Cantona!».
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

LA SCHEDA di Éric Daniel Pierre Cantona
Nato: Marsiglia (Francia), 24 maggio 1966
Ruolo: attaccante
Statura: 1,88 x 87 kg
Giovanili: Auxerre (1981-1983)
Club: Auxerre (1983-1985; 1986-1988), Martigues (1985-86), Olympique Marsiglia (1988-89; 1990-91), Bordeaux (1989), Montpellier (1989-90), Nîmes (1991), Leeds United (Inghilterra, 1992), Manchester United (Inghilterra, 1992-1997)
Presenze (reti) in Nazionale (1987-1994): 45 (20)
Palmarès con i club: 2 Ligue 1 (Marsiglia 1989, 1991), 2 Coppe di Francia (Marsiglia 1988, Montpellier 1990), 5 campionati inglesi (Leeds United 1992; Manchester United 1993, 1994, 1996, 1997), 4 Charity Shield (Leeds United 1992; Manchester United 1993, 1994, 1996), 2 FA Cup (Manchester United 1994, 1996)
Palmarès in nazionale: 1 Europeo Under 21
Riconoscimenti individuali: Giocatore dell’anno PFA (1994) e FWA (1996), Straniero del decennio (1990-99) in Premier League

La scheda de Il mio amico Eric
Titolo originale: Looking for Eric
Produzione: Gran Bretagna, Italia, Francia, Belgio (2009)
Durata: 119’
Interpreti: Éric Cantona (se stesso), Steve Evets (Eric), John Henshaw (Meatballs), Stephanie Bishop (Lily), Lucy-Jo Hudson (Sam), Gerard Kearns (Ryan), Stephan Cumbs (Jess)
Regia: Ken Loach
Sceneggiatura: Paul Laverty
Produttori: Tim Cole, Rebecca O’Brien
Fotografia: Barry Ackroyd
Scenografia: Fergus Clegg
Montaggio: Jonathan Morris
Costumi: Sarah Ryan
Musiche: George Fenton
Premi e riconoscimenti: Premio Giuria Ecumenica Festival di Cannes 2009, Miglior attore non protagonista (John Henshaw) secondo il British Independent Film Awards 2009

domenica, febbraio 07, 2010

Beattie Generation

«L’inglese più forte che ho visto giocare». Parole senza musica di Bobby Robson, il primo a intravedere un campioncino in quei due occhioni grandi così arrivati in treno da Carlisle con in tasca sei pence e sottobraccio le scarpe da calcio avvolte in carta marrone.

A 15 anni lo voleva il Liverpool di Bill Shankly. Ma il ragazzino, sceso senza soldi a Lime Street Station, scappò a casa. «Uno che non ha il cervello di trovare la via di Anfield non lo vogliamo», dirà il guru dei primi Reds europei, che si scuserà solo alla propria partita di addio: «Di errori non ne ho fatti tanti, ma tu sei uno dei più grossi. Non dire a nessuno che te l’ho detto». Promessa mantenuta fino alla morte di Shankly, autore di quel «complimento che per me vale più dei trofei».

Prodotto-simbolo della politica giovanile che è stata il capolavoro di Robson all’Ipswich Town, Thomas Kevin Beattie debutta alla prima giornata del campionato 1972-73, 2-1 all’Old Trafford contro il Manchester United dei tre Palloni d’oro: Denis Law (1964), Bobby Charlton (1966) e George Best (1968).

Due settimane dopo, primo gol in campionato nell’entusiasmante 3-3 esterno col Leeds United. Il club del Portman Road finirà la stagione al quarto posto, miglior risultato dal titolo di undici anni prima.

Titolare al centro della difesa, “Diamond” – diamante, come lo chiamava Robson – diventa presto la prima opzione per avviare la manovra e un beniamino dei tifosi. Dopo neanche 10 partite da pro’, viene chiamato da Sir Alf Ramsey nell’Inghilterra Under 23 e ad allenarsi con la nazionale maggiore.

La stagione seguente, iniziata male nei risultati, trascina l’Ipswich a un altro quarto posto, mentre in Coppa UEFA, eliminate Real Madrid, Lazio e Twente, esce ai quarti senza perdere col Lokomotive Lipsia (doppio 1-1, decisivo il gol segnato in trasferta).

Sempre presente come il terzino destro e capitano Mick Mills, Beattie è il Giovane dell’anno 1974 della PFA, l'assocalciatori inglese, che gli consegna il neonato trofeo tramite Don Revie, manager del Leeds United. Lo stesso che da Ct dell’Under 23, verso Natale, lo convoca a Manchester per uno stage al quale Beattie però non si presenta. Un paio di giorni dopo si saprà che era andato dalla famiglia, a Carlisle, perché stanco e stressato e che sperava di non essersi bruciato il futuro in nazionale.

Pericolo inesistente. Nella stagione seguente, Revie succede a Joe Mercer come Ct della selezione maggiore e per il suo quarto match, il 16 aprile 1975 a Wembley contro Cipro nelle qualificazioni europee, schiera Beattie centrale difensivo titolare. L’Inghilterra vince 5-0, storica cinquina di Malcom Macdonald (record del dopoguerra in nazionale). In realtà aveva segnato anche Beattie, ma il gol era stato annullato per carica al portiere. Sarà buono, e bellissimo – votato fra i top 50 nella storia dell’Inghilterra – quello di un mesetto dopo, sempre a Wembley, nel 5-1 sulla Scozia. L’unico in 9 presenze con la maglia dei tre leoni, eccetto una tutte sotto la gestione-Revie; l’ultima il 12 ottobre 1977, 2-0 sul Lussemburgo nelle eliminatorie mondiali. Pochi mesi prima, a Pasqua, un assurdo incidente mentre brucia delle foglie in giardino lo aveva escluso dallo sprint finale per il titolo. Le fiamme, attizzate dalla benzina buttata nel tamburo di latta usato come contenitore, gli divampano in faccia e sui capelli. Nessun danno fisico permanente, ma ultime sei partite saltate, 4 sconfitte per i Blues e First Division al Liverpool per un punto. Ma si può?

Wembley è anche il campo in cui il 6 maggio 1978 col suo Ipswich batte 1-0 (77' Roger Osborne) l’Arsenal nella finale di FA Cup. Un braccio rotto nella sconfitta in semifinale di FA Cup contro il Manchester City gli farà saltare la doppia finale di Coppa UEFA 1981, conquistata vincendo 3-0 al Portman Road e perdendo 4-2 all’Olympisch Stadion di Amsterdam.

Ingiustizia somma per chi i Blues li aveva trascinati sino in finale, Beattie, infortunato, non riceverà la medaglia riservata ai vincitori del trofeo. Torto ripagato grazie alla petizione firmata online dal giornalista Rob Finch, curatore della sua biografia: The Greatest Footballer England Never Had: The Kevin Beattie Story. La riparatoria consegna ufficiale da parte di Michel Platini, presidente dell'UEFA, è avvenuta in occasione della finale 2008, 2-0 dello Zenit San Pietroburgo sui Glasgow Rangers al City of Manchester Stadium il 14 maggio. Pochi giorni dopo Beattie l’ha esibita in tv al The Suffolk Show, in posa per una foto attesa 27 anni.

L’ascesa del “nuovo Bobby Moore”, persino “più forte di Duncan Edwards” e destinato, secondo Robson, a battere il record di presenze nell’Inghilterra, sarà invece spezzata dalle cinque operazioni al ginocchio destro in quattro anni.

Dopo 32 gol in 307 partite in prima squadra, la controfigura del miglior Beattie raccatta 4 presenze nel Colchester United di Allan Hunter, suo ex compagno di reparto all’Ipswich, e altrettante nel Middlesbrough in Second Division prima che l’artrite alle ginocchia lo costringa a chiudere a neanche 29 anni, nel 1982. Per la sua partita d'addio, organizzata dall’Ipswich contro la Dynamo Mosca, si presentano in 14.525.

A proposito di controfigura, nel 1981 è lui l’alter ego calcistico di Michael Caine, protagonista dell’immortale Fuga per la vittoria. Aneddoti, qui, à gogo. A cominciare dalla doppia vittoria (di destro e sinistro) ottenuta a braccio di ferro contro un Sylvester Stallone «zuccone arrogante», evidentemente ancora lontano da Over the Top e nel tuffarsi così presuntuoso da voler far di testa sua anziché ascoltare Paul Cooper, il portiere che doveva insegnargli i rudimenti del mestiere. Stallone prese così male le sconfitte che a Kevin non parlò più fino a fine riprese.

Beattie raccoglie gli ultimi spiccioli come semiprofessionista in Svezia (al Sandvikens), e da allenatore-giocatore in Norvegia (al Kongsberg). Cominciano i problemi della seconda vita iniziata troppo presto, e l’alcool non è la soluzione. «Devo essere onesto, ti mancano essere al centro dell’attenzione e anche l’adulazione, se vuoi. Rientrati dalla Norvegia, Maggie e io gestivamo un pub e sai com’è: cominci con qualche birra e quando sei pieno passi allo scaffale più in alto. Poi il mio pancreas ha ceduto, stavo per morire. Non aveva senso, e ho smesso. Devo prendermi cura di Maggie (in carrozzina per la SLA contratta dieci anni fa, nda), e voglio vedere crescere i nostri sei nipotini».

Altri gravi problemi di salute, tra cui l’ictus del 1998 dal quale si è ripreso, gli hanno impedito di allenare a tempo pieno, ma non part-time per il Carlisle United, squadra della città nel Cumberland dove è nato il 18 dicembre 1953.

Oggi vive nel Suffolk, come tanti ex Blues, frequenta il Portman Road e cura una rubrica settimanale per l’Evening Star, quotidiano locale di Ipswich. Certo non per soldi. «Sono nato nella generazione sbagliata». Quella del “più grande calciatore che l’Inghilterra non ha avuto”. Un muro che ti metteva palla sui piedi da sessanta metri, ma con fondamenta di cristallo.
CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

Da sinistra nella foto, Kevin Beattie dell'Ipswich Town contro Paul Walsh del Charlton Athletic in un match del 1981

KEVIN BEATTIE
Difensore centrale
Carlisle, 18-12-1953

LE CIFRE
In campionato:
Club Presenze Gol
Ipswich Town 225 (3) 24
Colchester United 3 (1) 0
Middlesbrough 3 (1) 0
TOTALE 231 (5) 24

Palmarès nei club:
1 Coppa UEFA 1980-81
1 FA Cup 1977-78
1 Texaco Cup 1972-73

In nazionale: 9 1