lunedì, febbraio 28, 2011

Giro di Walter

"Il campo ci ha penalizzato sui tempi. Il viaggio, la partita di giovedì. Il rigore. Il fallo netto su Cannavaro prima del rigore. C'erano anche dei fuorigiochi e altre cose." Un mito. 

Mani negate

Chi sarà il prossimo? Gli ultimi a perdere la partita delle buone maniere sono il religiosissimo Lucio con Maccarone; e, proprio nella patria del fair-play, Mancini e Hughes, presente e (livoroso) passato in panchina al Manchester City.
I due non si amano, e si era capito già prima del match di andata: Hughes aveva punzecchiato il Mancio, che aveva preferito far rispondere il campo, il Craven Cottage: 4-1 sul Fulham il 21 novembre, con doppietta di Tévez, il pupillo di Hughes.
E non a caso il primo a salutarlo, al City of Manchester Stadium, è proprio lui, l'Apache, che invece, con Mancini, s'è scornato spesso.
Davanti all'antico maestro, però, il capitano è rimasto a secco. E a Balotelli, che Mancini ha ripreso a mezzo stampa per eccesso di individualismo, ha risposto Duff. E il Fulham ha pareggiato.
Ma la sconfitta, per le due primedonne, è arrivata al 90': quando Hughes ha teso la mano a Mancini, che gliel'ha stretta senza guardarlo in faccia. Mark se l'è presa e lo ha mandato a quel paese.
Già densamente popolato. Domenech che rimbalza Parreira al Mondiale. Bridge che in Manchester City evita il suo testimone di nozze e traditore Terry dopo il tirangolo con Vanessa Perroncel. Gerrard, sbeffeggiato nel tunnel prima di Chelsea-Liverpool da un piccolo tifoso dei Blues. Zaccheroni e Spalletti che una mano da Felipe Melo e Aquilani la volevano in campo, non fuori. Come Mancini, ancora lui, con Adriano. Uno che una mano dovrebbe darla a se stesso, e che invece è sempre il prossimo a rifiutarla.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

domenica, febbraio 27, 2011

Juventus, anatomia di un quasi fallimento

Viaggio dentro la crisi Juventus. Tutti sotto esame, sotto gli occhi - adesso più severi - dei tifosi: il nuovo corso firmato Andrea Agnelli, ma anche Marotta-Paratici-Delneri, e Blanc defilato, ha raccolto più punti a bilancio che in campo: 41 in 27 giornate, 3 meno dell'anno scorso. Altro che Champions, continuando così è a rischio persino l'Europa League.
Da quando c'è il girone unico, solo 10 volte la Juventus ha chiuso sotto il 5°posto. Il peggior piazzamento di sempre, il 12esimo nel 1961-62, resta lontano, ma a far riflettere Delneri non c'è solo l'atteggiamento della squadra. Ci sono i numeri. Otto sconfitte in campionato, 4 in casa dove ha la peggior difesa: 27 dei 34 gol subiti li ha presi all'Olimpico.
Un anno fa, alla 27esima, le sconfitte erano 9, una in più come i gol fatti, 42 contro 41; 36 quelli subiti. Insomma, le carenze sono le stesse: l'attacco segna ma non quanto le grandi; e il problema-difesa è rimasto irrisolto. Nonostante i 14 acquisti, una squadra intera.
A parte Lanzafame ceduto al Brescia, e gli infortunati Quagliarella e Rinaudo, solo Storari, il discontinuo Krasic, che però non si è mai fermato, e Matri non hanno fatto rimpiangere i soldi spesi. E quelli da spendere per riscattare, eventualmente, i tanti prestiti strappati da Marotta.
Resta poi il problema panchina. Deschamps e Corradini in B, Ranieri e Ferrara, Zacceheroni e Delneri: sei allenatori in quattro anni. Una media non da Juventus. In viaggio verso un nuovo corso che sembra non arrivare mai.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, febbraio 25, 2011

Catenaccio: di Banas in meglio

Verrou in francese, riegel in tedesco, cerrojo in spagnolo, door-bolt o chain in inglese. Chiamatelo come volete: è Catenaccio (meglio: chiavistello, per il movimento “scorrevole” dei terzini centrali), e a partire dagli anni 30 ha rivoluzionato il calcio, il modo di intenderlo, giocarlo e giudicarlo.

Helenio Herrera ne fece la testata d’angolo dell’Inter euromondiale degli anni 60, aiutato da una super difesa che davanti al libero Picchi schierava due marcatori puri (Burgnich e Guarneri) e, a sinistra, Facchetti, il primo fluidificante moderno del nostro calcio.

Nel Verrou, dal quale il Catenaccio deriva, la difesa è assicurata da due difensori d’ala e due centrali (che si alternano sul centravanti avversario); e protetta da almeno uno dei due centrocampisti, chiamati a fare da raccordo in una sorta di 4-2-4 ante litteram. Una delle migliori interpretazioni la diede la Svizzera a Brasile 1950.

In Italia, già dagli anni 20 predicava calcio l’ungherese Josef Banas. Ex centromediano metodista di Cremonese, Milan, Venezia e Padova (dove ebbe come allievo il giovane Nereo Rocco), da allenatore riteneva che il WM, importato dall’Inghilterra e in rapida diffusione continentale, fosse destinato a scontrarsi con i colpi di coda del gioco danubiano, ancora troppo radicato.

Nel contempo aveva intuito che, soprattutto da noi, in attacco si cercava subito di verticalizzare la manovra e quindi serviva rafforzare la retroguardia, magari a scapito del centrocampo. Fu tra i primi a tentare il cosiddetto “mezzo sistema”, una sorta di anticamera del Catenaccio.

Esigentissimo, specie con gli apprendisti, l’ungherese viene ricordato ancora oggi da chi lo ebbe come maestro. Luigi “Cina” Bonizzoni, futuro tecnico, sotto la supervisione di Gipo Viani, del settimo scudetto milanista (1958-59), raccontava che un giorno, durante una partitella (si era negli anni 30), Banas lo beccò mentre, palla al piede, in mezzo al campo, girava su stesso anziché servire subito un compagno smarcato: Banas lo punì per la «inutile giostra» spedendolo subito negli spogliatoi. Chissà cosa avrebbe detto o fatto, oggi, davanti a certi ghirigori di una star come Zidane o il primo Ibrahimovic. Quello (pre-Capello) che non segnava mai.

Nel 1946-47 Viani allena la Salernitana, squadra sul piano tecnico modesta promossa in A (che abbandonerà l’anno dopo, per un punto) grazie soprattutto al Vianema. In quel modulo un finto centravanti, il marcatore Alberto Piccinini (padre del Sandro telecronista e conduttore Mediaset) che, da mediano, avrebbe poi vinto uno scudetto con la Juventus, controllava il centravanti avversario, permettendo così al difensore centrale, Ivo Buzzegoli, di trasformarsi in battitore libero.

Resta un mistero se il primo libero del calcio italiano sia stato Buzzegoli e non Blason, che Rocco impiega nello stesso modo nella Triestina, seconda nel ’47, e al Padova, promosso in Serie A nel 1954-55. Un rebus irrisolvibile se si tiene conto del “campionato di guerra” del ’44. Lo vinse, contro il grande Torino, la squadra dei Vigili del Fuoco di La Spezia. L'allenatore era l’ex secondo di William Garbutt al Genoa nel ’38, Ottavio Barbieri, che schierò da “ultimo uomo” Wando Persia e fece marcare a uomo Valentino Mazzola.

Stratagemma, questo, al quale non ricorrevano soltanto le piccole. Anche la Juventus campione d’Italia 1949-50, allenata dall’inglese Jesse Carver, dirottava il mediano Giacomo Mari sul centravanti avversario, trasformando di fatto in libero l’acrobatico centromediano Carletto Parola. Quello della rovesciata in copertina nell'Album delle figurine Panini.

Ma la più famosa interprete del Catenaccio fu un’altra Inter, quella che Alfredo Foni condusse a due scudetti consecutivi (1953 e 1954): Blason dietro la maginot Neri-Giovannini-Giacomazzi, per spazzare la propria area, e la finta ala destra Armano arretrata a centrocampo. La squadra perdeva un attaccante e guadagnava un difensore, ma là davanti Skoglund-Lorenzi-Nyers bastavano e avanzavano. Come premio, Foni fu esonerato. Perché non divertiva. Già vista-letta-sentita?

CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

giovedì, febbraio 24, 2011

Il Professore de 'sti du Madrid

Ah, il Professore. Intervista di Marca a Diego Armando Maradona, che parla del genero, Sergio Kun Agüero, l'attaccante dell'Atlético Madrid e della nazionale argentina, che due anni fa lo ha reso nonno con Benjamin.
Il titolo recita "Diego: 'Vedo el Kun al Madrid'".
Il Professore in quanto tale DEVE fare sfoggio del proprio magistero e non si capacita che "ma Agüero gioca già a Madrid, nell'Atlético". E lo dice con l'aria come a dire, "chissà a cosa pensava, Maradona".
Il Professore non ha capito. Non sa che in Spagna il Real Madrid, che in Italia viene chiamato solo "Real", è semplicemente "el Madrid".
Ah, il Professore.

mercoledì, febbraio 23, 2011

Anelka, il bomber che non sorride mai

Chissà come si dice in francese, o in inglese, "segna semper lü". A Carlo Ancelotti potrebbe servire perché il suo Ganz, in Champions, è Nicolas Anelka: uno che quella coppa l'ha già vinta, da protagonista, al Real Madrid, nel 2000.
E che se continua così, potrebbe trasformare l'annata più difficile dell'era-Abramovich, per usare le parole di Carletto, "nella stagione più importante nella storia dei Blues". Blues che magari non staranno tanto bene, ma che non sono ancora morti. Ancelotti aveva ragione alla vigilia, e ha avuto ragione anche sul campo. Con la scusa dei 120' costati l'eliminazione ai rigori in Fa Cup con l'Everton, a Copenhagen è andato sul sicuro: 4-4-2 con Torres e Anelka di punta, e panchina per Drogba, entrato a partita, e qualificazione, già in ghiacciaia. E non solo in senso metaforico, nella gelida serata danese.
Decisivo, come in tutta questa Champions, è stato proprio questo ombroso e lunatico attaccante che, quando vuole, fa la differenza: 20 gol in carriera nel torneo, più reti che partite in questa edizione; 7 in 6 gare.
Da titolare, ha sempre segnato e l'unica che non ha giocato è la sola che il Chelsea ha perso: 2-0 a Marsiglia. Ma il primo posto era già sicuro con due turni di anticipo.
E mentre Torres ha perso il sorriso alla ricerca del primo gol coi Blues, Carletto si gode l'attaccante che non sorride mai. Anche se segna semper lü.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

lunedì, febbraio 21, 2011

Non un lavoro per Tinkerman

Questo era un lavoro per Superman, non per Tinkerman. Claudio Ranieri, l'uomo degli SOS disperati, stavolta non ce l'ha fatta. Il comandante che mai avrebbe abbandonato la nave, non poteva sapere che, 24 ore dopo, la tempesta di Marassi lo avrebbe lasciato alla deriva.
Era già successo a Spalletti, un anno e mezzo fa: 3-2 proprio del Genoa in rimonta, poi 3-1 della Juventus all'Olimpico e addio. Con tanto di sfogo contro "tacchi, punte, si perde palla e nessuno fa contropalla". Il riferimento, neanche tanto velato, era a Totti. L'uomo che Spalletti, a Genova ma contro la Samp il 18 dicembre 2005, aveva reinventato centravanti nel 4-2-3-1 delle 11 vittorie consecutive in Serie A, della Coppa Italia, della Supercoppa Italiana.
A Ranieri, romano e romanista, si chiedeva di più, forse troppo: ricompattare l'ambiente, un posto fisso in Champions e lo scudetto.
L'ex Tinkerman, come in tutta la carriera, ha gestito bene l'emergenza, ha compattato la difesa, compiuto scelte forti. Mexes in panchina, come a metà derby, Totti e De Rossi: capitan presente e futuro.
E lui, di derby ha fatto l'en-plein: quattro su quattro. Ha centrato la finale di Coppa Italia e sfiorato uno scudetto che solo l'Inter poteva perdere. E che invece l'ha fatto perdere, alla Roma, Pazzini.
Aspettando gli americani, attesissimo porto sicuro dopo due anni di precarietà, ha perso la scommessa Adriano, ma ha avuto Borriello e Simplicio.
Poi il giocattolo si è rotto: Totti "umiliato" alla Rivera, Vucinic che scalcia dopo i cambi, Pizarro convalescente immaginario. Troppo, per un signore che per non finire sbranato s'era messo a fare Mourinho: contro i giornalisti, contro Blanc, contro tutti.
Meglio l'Inghilterra, allora. Là nessuno ti chiede un lavoro da Superman, al massimo... da Tinkerman.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

sabato, febbraio 19, 2011

Leeds United, bianco Real

Il Leeds United inizia nel 1919 in seguito alla chiusura del Leeds City, che non aveva permesso alla Football League di ispezionarne i conti durante le indagini per pagamenti illegali ai giocatori.
Dopo che il Leeds City, fondato nel 1904, fu espulso dalla Lega, si pensò alla fusione con l'Huddersfield Town, che era in crisi finanziaria. Ma alla fine, il consulente legale Alf Masser decise che il Leeds avrebbe dovuto continuare ad avere il proprio club, "che unificava" la zona.
Tornato in First Division nel 1964, il Leeds scelse il completo bianco reso famoso dal Real Madrid delle cinque Coppe dei Campioni consecutive (dal 1955-56 al 1959-60).

Il Chelsea e la bestia Blues

Il Chelsea proprio non riesce a batterlo, l'Everton. Ci prova dalla finale di FA Cup vinta nel 2009, e anche stavolta, nel replay del quarto turno di Coppa d'Inghilterra, il sortilegio si è ripetuto. Più il Chelsea attaccava e più la porta di Howard sembrava stregata. Come nell'occasione mancata a 7' dalla fine da Lampard, sotto gli occhi, increduli, di papà Frank senior, bandiera del West Ham anni 70.
Ma quando a un minuto dai supplementari è stato annullato il gol in fuorigioco di Fellaini, e poi proprio Lampard Jr ha trovato davanti a papà un gol dei suoi, per il Chelsea sembrava davvero la volta buona.
A anche a Carletto non pareva vero e del resto si sa, lui preferisce la Coppa.
Che quest'anno, però, potrà essere solo la Champions. Perché a un minuto dai rigori Baines ha tirato la punizione perfetta, per la gioia, incontenibile, del presidente Bill Kenwright , e poi è stato il primo a sbagliare dal dischetto. Errore imitato prima da Anelka e poi da Cole.
E così, con la Premier ormai andata, e le voci sempre più insistenti che sia lui la prima scelta degli americani per la Roma della prossima stagione, in questa stagione Ancelotti ha già fallito due obiettivi.
A -12 dallo United in campionato, e fuori dalla FA Cup per colpa del solito Everton.
Quello che il Chelsea proprio non riesce a battere.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

World Press - Febbraio, tempo di Oscar

Febbraio, mese degli Oscar. Quello del football (americano) è il Vince Lombardi Trophy e si assegna col Super Bowl. Nel gelo di Arlington (Dallas), Texas, la finale NFL numero 45 va ai Green Bay Packers, 31-25 sui Pittsburgh Steelers. Due mercati di provincia, eppure due grandi storiche: gli “impacchettatori” (dei caseifici) del Wisconsin contro “quelli dell’acciaio” della Pennsylvania. Hanno vinto le “teste di formaggio”, i cappelli dei tifosi gialloverdi, e il Chicago Sun-Times lunedì 7 ha aperto con l’MVP, il quarterback Aaron Rodgers, e un gioco di parole a più livelli: «Big Cheese». Il «gran sorriso» per la foto-ricordo, chi comanda, il gioco di carte e il super panino del fast-food. Al formaggio, ovvio.
Nel calcio, il 9 è stato un mercoledì da leoni affamati di amichevoli internazionali. Su tutti, a Ginevra, la sfida fra Messi e Cristiano Ronaldo, pardon, Argentina-Portogallo 2-1. Un gol per il portoghese, l’assist a Di María (compagno di CR7 nel Real Madrid) e il rigore decisivo, all’89’, per Leo. Che campeggia in prima su Olé: «¿Cristiano quanto…?», con la Pulce a tendere l’orecchio come a chiedere: quanto è finita? E, sottinteso, chi è il più forte?

Nel prossimo decennio lui, nessun dubbio. Nei due precedenti Ronaldo, che per ricordarcelo si è ritirato. «Obrigado», grazie, l’addio del Marca brasiliano l’indomani del San Valentino più triste, a sette anni dalla tragedia di Pantani. Nello speciale di 22 pagine, “Adeus, Fenômeno”, la strepitosa carriera spezzata dagli infortuni e, infine, dall’ipertiroidismo. «Ho perduto il mio corpo», ha detto in lacrime Ronie, facendo piangere ancora una volta il mondo.

Quel mondo che due giorni prima, il 13, s’era commosso per il gol che ha deciso il 157° derby di Manchester. «Rooney back to spectacular best» ha titolato The Observer, giocando sul doppio senso di “back”: Roo è tornato ai suoi livelli e dando le spalle alla porta. Un gioiello da fare invidia a Pelé. O al nostro Carletto Parola, immortale cover delle figurine.

Una figuraccia, invece, l’ha fatta Gattuso. Degli insulti agli italiani avrete letto sui tabloid, altra classe The Scotsman. Per “Lo scozzese” la lite di Champions con Joe Jordan, durata tutta e oltre Milan-Tottenham 0-1, è stata solo «un feroce scontro» con Smoking Joe. Da Squalo, l’ex centravanti sdentato di Milan e Verona, era diventato come Frazier, il peso massimo che faceva fumare i guantoni. Colpa della “scuola”, il Leeds United di Don Revie. Ringhio non lo sa, ma gli è andata bene.

Christian Giordano

lunedì, febbraio 14, 2011

Obrigado, Fenomeno

Dopo Maradona, lui. Luiz Nazario de Lima. Per tutti, per sempre, Ronaldo. Perché Cristiano, in Brasile, è solo "O Portogues", il portoghese. E di Ronaldo ce n'è e ce ne sarà soltanto uno: il Fenomeno.
Unico, quindi irripetibile. Come le sue serpentine a velocità supersonica.
Il centravanti del Terzo Millennio: un cyber-corpo venuto dal futuro, con la tecnica ancorata al passato.
Primi calci "veri" nel São Cristóvão, l'esplosione nel Cruzeiro, il primo Mondiale vinto a 17 anni, da mascotte, come vice-Romàrio. Uno sfiorato da malato tutt'altro che immaginario. Un altro vinto da solo.
Dal suburbio (non favela) di Bento Ribeiro al gelo di Eindhoven, dalla paura del buio a quella della neve. Che non aveva mai visto.
Il PSV ne fa l'uomo da sei milioni di dollari, e forse lo rovina in palestra. Colpa della natura: quel telaio non regge un motore esagerato.
Un anno a Barcellona, indimenticabile. Il gol al Santiago de Compostela gli cambia la vita. Moratti si innamora. Cinque anni di passione, in campo e fuori. I gol a Bologna, Piacenza e Brescia, la coppia con Vieri una favola mai narrata. Per gli infortuni.
Parigi - la clinica del professor Saillant - come Golgota della carriera, troppe volte spezzata.
La Coppa UEFA unico zenit nerazzurro, il Milan uno dei tanti nadir. Secondo tradimento dopo quello, galactico, col Real. C'è Capello, lui scappa. Come papà Nelio da casa. Come "Ronie" dalle mille Ronaldinhas, nessuna che andasse bene a mamma Sonia.
Per lei è sempre rimasto il piccolo "Dadado", così lo chiamava il fratello maggiore Nelio Junior, anche adesso che R9 ha costruito un impero e smesso di darle nipoti.
E ha tradito tutti: Moratti col Milan, il Barça col Real, il Flamengo (tifato da bambino) col Corinthians.
Ultimo flirt del suo unico grande amore: il calcio. Tradito anche quello. Con gli eccessi di una vita da Fenomeno. L'ultimo.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

domenica, febbraio 13, 2011

Zampa e Rossi, dialogo fra furbi

L'uno, il presidente, lo vuole più aziendalista. L'altro, l'allenatore, si sente il più aziendalista di tutti. Zamparini gli ha dato la rosa più giovane d'Europa, e in Europa, nel rapporto età risultati, meglio di Palermo, sta facendo, solo il Rennes, secondo nella Ligue 1 francese.
Il presidente, però, s'è stufato di regalare gol e perdere partite già vinte. Come con l'Inter a San Siro.
O come al Barbera con la Fiorentina, due volte avanti e alla fine sotto 4 a 2.
Vabbé che son ragazzi, 35 gol subiti in 25 partite però son tanti. Peggio hanno fatto solo Lecce (46) e Bari (39).
E così Zamparini continua a ripetere che è ora di sistemare la difesa.
Rossi dice che stavolta la colpa è del centrocampo.
Ma perché presidente e allenatore non si parlano?
Ok, si parlano. Ma forse usando due lingue diverse.
Un film senza lieto fine già visto tante volte a Palermo. E, l'anno scorso, anche alla Lazio. Quando la parola passa alla difesa, essere il più aziendalista di tutti non basta.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

sabato, febbraio 12, 2011

Là dove osano i Rooney

Allora: ci sono i grandi giocatori, i fuoriclasse e gli uomini-derby. Poi, lassù, c'è Wayne Rooney.
Il 157esimo derby di Manchester lo vince lui. Come Pelé in "Fuga per la vittoria". Il sogno di ogni bambino che vola là dove osano i predestinati.
Lui, sin lì il peggiore in campo, nella sua stagione più difficile, decide la partita e, forse, la Premier. E poi esulta come se, finalmente, si sentisse. Anzi: risorto.
Come la "Charlie's cross", la leggendaria croce di George, che nei supplementari diede all'Arsenal sul Liverpool la FA Cup del '71.
Come le ali di Beckham dopo la punizione alla Grecia che all'ultimo minuto qualificò l'Inghilterra al Mondiale 2002.
A braccia aperte, come il Cristo del Corcovado, l'angelo di Rio simbolo del prossimo Mondiale che "Roo" non potrà fallire.
All'Old Trafford, in una partita dominata a tutto campo da Nani e Giggs per lo United e da Silva e Kompany per il City, a decidere non poteva che essere la giocata del campione. Magari quello lasciato a sorpresa in panchina: Berbatov per Ferguson, Dzeko per Mancini, che appena l'ha mandato dentro s'è ripreso la partita. Che poi gli è scivolata via, come la Premier e, forse, il 35esimo anno con un City senza titoli. Perché ci sono i grandi giocatori, i fuoriclasse e gli uomini-derby. E poi, lassù, c'è Wayne Rooney.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

giovedì, febbraio 10, 2011

Clásico mondiale

Mancano ancora due mesi al Clásico che a metà aprile deciderà la Liga, ma l'anteprima vista nel mercoledì delle nazionali un verdetto l'ha già emesso.
Il duello fra Barcellona e Real Madrid è una specie di All-Star Game che non si limita a campionato e Champions, ma si estende alle nazionali. E continuerà in estate, in Copa América.
Non solo Messi contro Cristiano Ronaldo, battuto (su rigore al 90') nello scontro diretto e nei numeri: un gol ciascuno e un assist a Di Maria per la Pulce a Ginevra.
Assist non trasformato, quello tutto blaugrana di Iniesta per Villa, ma solo per il palo che al Bernabéu, contro la Colombia, ha fermato l'ex valenciano.
A Parigi, Benzema ha segnato l'1-0 sul Brasile, in 10 contro 11 a 5' dall'intervallo per il colpo dei kung fu (o alla de Jong) di Hernanes proprio sull'ex Lione, e proprio davanti a Zidane, braccio destro di don Florentino Pérez alla Casa Blanca.
C'è stato uno zampino merengue anche a Dortmund, è il sinistro magico di Özil che ha innescato Müller per il vantaggio tedesco di Klose nell'1-1 fra Germania e Italia.
Con tanta e tale concorrenza, Higuaín può guarire con calma. Ma non troppa. Perché, a gennaio, a Valdebebas, è arrivato Adebayor, uno che in 122 minuti con la camiseta blanca ha già fatto due gol .
Due come i mesi che mancano al Clásico, che però non finisce mai.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it







martedì, febbraio 08, 2011

Dai Balcani alle Ande, la favola del 4-2-4

Nel Milan del quinto scudetto (1954-55) Béla Guttmann applica un 4-2-4 ancora embrionale che muta fisionomia tattica rispetto quello, ricalcato sul WM inglese, campione d’Italia nel 1950-51 sotto un altro giramondo ungherese, Lajos Czeizler. Il trio svedese Gre-No-Li perde Gren, al suo posto Schiaffino, Liedholm arretra in mediana per Annovazzi e Sørensen, erede di Burini, va a far legna. La diagonale Liedholm-Schiaffino, sostenuta dai rientri di Ricagni, rifornisce in attacco Nordahl e Frignani, successore di Renoso. Davanti a Buffon (zio della bandiera juventina Gianluigi), i terzini Silvestri e Zagatti, sostituto di Bonomi, e gli eredi della coppia centrale Tognon-De Grandi: il tecnico Cesare Maldini e il duttile Bergamaschi.
L’esperimento riesce meglio al São Paulo campione paulista nel 1957 (nella foto) e soprattutto nel Benfica campione d’Europa 1962. Guttmann trova un Tricolor in difficoltà e allora protegge il portiere Poy e la retroguardia (De Sordi e Mauro esterni; Sarará, Vitor e Riberto centrali) schierando un secondo marcatore accanto al centrale; in avanti carta bianca a Maurinho, Amauri, Gino, Zizinho e Canhoteiro. Per la prima volta una squadra brasiliana gioca con 4 difensori “veri”, 3 centrocampisti e 3 attaccanti. È l’alba del 4-2-4 “elastico” con cui il Brasile di Vicente Feola vincerà il mondiale di Svezia 58, con la finta ala sinistra Mário Zagallo pronto a rientrare in aiuto alla mediana.
Al Benfica, Béla corregge con sano realismo europeo l’impostazione “brasiliana” di Otto Glória. La presenza, accanto al centravanti José Águas (padre d’arte di Rui) di un secondo uomo-gol quale Eusébio lo convince a insistere sui frequenti ripiegamenti delle ali. A destra José Augusto diventa un centrocampista aggiunto, a sinistra António Simões, con le volate sulla fascia e i cross dal fondo, è il principale rifinitore. Le chiavi del gioco le ha Mário Coluna, con Germano regista difensivo e i mediani, Domiciano Cavém e Fernando Cruz, a protezione dei terzini Mário João e Ângelo e del grande portiere Alberto da Costa Pereira.
Il calcio arioso e collettivo di Guttmann è semplice: «O pasa-repassa-chuta são indispensáveis para chegar ao golo. Marca e desmarca. Se a bola não é nossa, marca. Se a bola é nossa, desmarca. Este é o principio fundamental do futebol!». Passare e ri-passare è indispensabile per arrivare al gol. Marcare e smarcarsi. Se la palla non è nostra, marca. Se lo è, smarcati. Il principio fondamentale del calcio è tutto qui.
CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

mercoledì, febbraio 02, 2011

Prove tecniche di fatal Verona

Travolto dall'abbondanza, di mercato e di infortuni, Allegri è scivolato sui fondamentali: mai, nel calcio, parlare di tabelle. E di scudetto, anche senza nominarlo. "Undici vittorie ed è fatta". Ed ecco contro una Lazio da "primo non prenderle (in tutti i sensi)", il doppio palo di Ibra e il duplice trauma ai centrali Bonera e Legrottaglie, messo ko prima ancora di essere presentato: un record.
Le tabelle, come la parola "scudetto", non portano bene.
Lo sa anche un altro livornese, Mazzarri, che su certe cose non si scherza: negli atteggiamenti come nella scaramanzia, figuriamoci da quando è a Napoli.
A Verona ha la sua grande occasione: salire a -2 dalla vetta, e diventare il vero l'anti-Milan.
Anche senza Lavezzi, che per l'evitabilissima ammonizione contro la Samp, salterà la trasferta di Verona col Chievo. Un avversario tosto (per referenze chiedere a Beretta) che all'andata, al San Paolo, vinse 3-1.
Mazzarri, che ha buona memoria, si coprirà con Zuniga esterno offensivo. Solo tribuna per il nuovo acquisto Ruiz, aggregato per ambientarsi, e lo squalificato Mascara.
L'altro colpo di mercato, preso proprio come cambio di quei tre là davanti. Tre fenomeni con cui tutto è possibile. Anche quella parolina magica che, fra Napoli e Milan, non si sentiva da ventun anni. E che non si può dire. Perché porta male. Specialmente nella "fatal Verona".
PER SKY SPORT, CHRISTIAN GIORDANO

martedì, febbraio 01, 2011

Il triangolo Torres

Il triangolo no, non lo aveva considerato. O magari sì, ma non pensava si arrivasse a tanto. Liverpool-Londra-Newcastle, via-Amsterdam: Luis Suarez dall'Ajax al Liverpool, Fernando Torres dal Liverpool al Chelsea, Andy Carroll dal Newcastle al Liverpool.
A un certo punto, a poche ore dalla chiusura del mercato inglese, le strade di Liverpool sembravano di ben altre latitudini. Più latine che anglosassoni.
Slogan contro il traditore, la sua maglia bruciata in piazza (img mch). Tutto perché lui, el Nino, dopo tre anni e mezzo di Reds, aveva scelto di camminare, anzi volare, da solo. Da Anfield Road a Stamford Bridge, prima in elicottero e poi su un aereo privato di Abramovich, per 58 milioni di euro al club. Oltre 9 l'anno a lui. Considerati anche i 25 milioni per il difensore David Luiz da tempo il patron del Chelsea non spendeva così tanto: nelle ultime ore di mercato le cifre sono impazzite anche per l'effetto domino del triangolo di attaccanti. Perché il Liverpool non poteva liberare Torres fino a che non aveva in mano il sostituto. Per rimpiazzarlo, Dalglish ne aveva già spesi 26 e mezzo per la terza stella che con Cavani e Forlan ha regalato all'Uruguay il quarto posto al mondiale sudafricano; e poi ne aggiunti 41 per Carroll, il bad boy che il popolo "Geordie" nemmeno ha fatto in tempo a idolatrare. Perché l'enfant du pays di Gateshead, la stessa città di Gascoigne, se n'è andato dopo 11 gol in 19 partite di Premier e il debutto nell'Inghilterra di Capello, prima dell'infortunio; e 3 arresti per aggressione. Erede di Milner e Shearer in campo, di Gazza fuori.
22 anni Carroll, 24 Suarez, 27 il prossimo 20 marzo Torres. Un triangolo (d'oro) che la Premier ha considerato sì, eccome. Per garantirsi il futuro.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO