giovedì, agosto 25, 2011

Keko, dove c’è un bambino

Clausola di 20 milioni per un dicembre ’91 che ha solo esordito nell’Atlético Madrid? Lo Monaco ci cova. Se n’è innamorato, il direttorissimo che per l’affaire-Salernitana ha mandato a Canossa persino patron Pulvirenti, all’Euro Under 20 in Danimarca. E se l’è portato al Catania: contratto di tre anni e opzione per altri due.

Sergio Gontán Gallardo (Madrid, 28-12-1991), per tutti Keko o «il nuovo Torres», più per la chioma bionda che per ruolo, fisico (1,77 x 72), gioco e medie, è un attaccante esterno di buon dribbling, rapido, più bravo a far assist che gol (6 in 43 gare con l’Atletico B, 6 in 14 con le Furiette rosse). Preso come vice-Gomez a destra, giocherà molto se la concorrenza a sinistra sarà l’ultimo Lanzafame.
Debutto nella Liga il 13 settembre 2009 contro il Racing Santander, prestiti tra Real Valladolid (13 presenze), Cartagena (14) e Girona (11 in Segunda División), arriva dall’Atlético B a parametro zero perché i colchoneros nicchiavano sul primo contratto da pro.
Campione d’Europa a Turchia 2008 con la Spagna Under 17 e, da capitano, finalista sconfitto con l’Under 19 a Francia 2010, in rossazzurro eredita il “15” di Morimoto, ceduto in comproprietà al neopromosso Novara.
A Montella, con parenti, amici e fedeli a stipare la Catedral del San Mamés, s’è presentato segnando da subentrato nel ko per 3-1 con l’Athletic Bilbao. Sul 2-0 basco, tiro-cross di Catellani, Maxi Lopez in acrobazia sul secondo palo, sul rimbalzo Keko infila col destro potente e preciso. Va lasciato crescere. Gliene daranno il tempo?
Christian Giordano, Guerin Sportivo 10/ottobre 2011

Jorquera, l’Angelo di Macul

Successore, non ancora erede di Jorge Valdivia (Palmeiras) nel Colo Colo e nel Cile, Cristóbal Andrés Jorquera Torres (Santiago del Cile, 4 agosto 1988) è il classico interno-mezzapunta che all’occorrenza sa fare l’esterno alto di sinistra.
Piccolo (1,75 x 69) e sgusciante, tecnico, ha la dinamite nei piedi, specie il destro: se gioca come tira, Preziosi con 2,5 milioni ha pescato il jolly. Non solo di centrocampo.
Cresciuto nel top club cileno, arriva in prima squadra nel 2006 e vince da comprimario (10 presenze, 0 gol) Apertura e Clausura. Sei mesi in Primera al Ñublense e altrettanti all’Unión Española nel 2007, poi il ritorno al Colo Colo (2008) e il prestito all’O’Higgins (2009), dove trova la nazionale: Claudio Borghi lo chiama dopo l’infortunio di Valdivia. Nel 2010 l’esplosione: 35 presenze e 10 gol. Spesso bellissimi, e da fuori. Da cult di Youtube, in Libertadores, i due di destro fra andata e ritorno col Cerro Porteño in Libertadores, il rasoterra incrociato al Boca o quelli in Primera col Palestino, al suo ex Unión Española e i due, collo esterno e destro a giro, all’Universidad de Chile, l’ex squadra del suo nuovo compagno Seymour.
Al Sudamericano Under 17 nel 2005, era nella generazione d’oro di Christopher Toselli, Mauritius, Gerardo Cortés e Alexis Sánchez. Gruppo che poi parteciperà quasi in blocco al Sudamericano Under 20 nel 2007 e al Mondiale sudafricano. L’Angelo di Macul è nato per volare. Saprà farlo ai ritmi europei?

Christian Giordano, Guerin Sportivo 10/ottobre 2011

Taiwo, TT Turbo

Ma quali cassanate alla nigeriana. L’ex terzino dell’OM è quasi timido, tranquillo, pure troppo: in aereo al ritorno da Malmö-Milan, come sulla fascia sinistra. Non guadagna il fondo, non osa, non rischia, non cerca l’uno-due o il dai-e-vai, non salta l’uomo. Col Malmö ha spinto di più Oddo in 20’: detto tutto. Peccato perché per fisico (1,83 x 81), corsa e tiro è una forza della natura.

Per Massimiliano Allegri è normale: «Deve ancora imparare, adeguarsi al calcio italiano». Insomma, si farà. I mezzi ci sono, e straripanti. Tanto che persino Daniele Tognaccini, storico responsabile dei preparatori rossoneri, è rimasto «sorpreso dalla velocità, dallo scatto, dal lavoro atletico che è capace di smaltire».

Arrivato con un triennale a parametro zero (dentatura di Cyssokho docet), Taye Ismaila Taïwo ha un sorriso che conquista e fama immeritata. Idolo della Canebière, festeggiò la Coupe de la Ligue, decisa dal suo gol al Montpellier, al microfono dello Stade de France con un coro becero contro il PSG, storico rivale dei marsigliesi. Il polverone che ne seguì obbligò lui e l’allenatore Didier Deschamps a una conferenza stampa di scuse per evitargli la squalifica.

Più godibile il Taiwo che al Sochaux segnò crossando. Il giornalista: «Ma l’hai fatto apposta?». «Sì, certo». E Diawara, lì accanto: «Ma sei sicuro?». I fratelli De Rege.

Nigeriano di Lagos (16-4-1985), gioca un anno nella locale Division 1 col Gabros International e uno nella Nigerian Premier League coi Lobi Stars di Makurdi: 37 partite e 8 gol nel 2004. Nel gennaio 2005, a 20 anni ancora da compiere, il salto al Marseille per 200 mila euro come erede di Bixente Lizarazu, ceduto al Bayern Monaco.

Il primo gol di sinistro dalla distanza, suo marchio di fabbrica, è quello della vittoria sul Lione il 21 marzo 2010. Prodezza replicate due volte in aprile: il 17 contro il Boulogne e il 23 per il definitivo 1-0 al Montpellier nella finale delle polemiche.

All’OM e per lui era la seconda Coppa di Francia consecutiva, e il terzo titolo dopo la doppietta campionato-coppa del 2009 e l’Intertoto 2005, anno in cui Taiwo s’è portato a casa pure il Pallone di bronzo al Mondiale Under 20 in Olanda: terzo miglior giocatore della manifestazione dietro l’altro nigeriano Mikel John Obi, mediano del Chelsea premiato col Silver Ball, e sua maestà Lionel Messi, Pallone d’oro del mondialino. La stagione seguente arriverà anche il premio di Giovane africano della CAF per il 2006.

Tre volte Top 11 della Ligue 1 (2008, 2009, 2011), all’OM ha bruciato le tappe. Aggregato in prima squadra da Philippe Troussier dopo due partite con la formazione riserve, ha esordito in Ligue 1 il 12 marzo 2005, 2-1 sul Lens al Vélodrome. Chiuso a 4 presenze il campionato 2004-05, diventa titolare da quello successivo.

Il primo “but” con la maglia più amata di Francia lo sigla su punizione il 14 agosto 2005 in campionato contro l’Olympique Lione. Col Rennes, un’altra sua punizione-gol, calciata a 130 km/h, vale la finale di Coppa di Francia, poi persa 2-1 contro il Paris Saint-Germain. Amara conclusione per una stagione, la prima intera a Marsiglia, da 50 presenze e 4 gol.

Cinquanta partite e 4 gol arrivano anche nel 2006-07, annata chiusa al secondo posto dietro al cannibale Lione dell’epoca. Nella stagione successiva 40 partite e 5 gol, e l’esordio in Champions League, il 18 settembre 2007 contro il Beşiktaş. Al ritorno, il 28 novembre, la prima rete nella Coppa europea più importante: col “solito” tiro da fuori su azione nata da corner.

Nel 2008-09 le partite salgono a 52, record in carriera. L’anno dopo, quella della doppietta, 27 presenze e 3 gol in campionato e una gara in Coppa di Francia: la finale, vinta 3-1 sul Bordeaux.

Nella stagione scorsa, partito male in campionato, l’OM campione uscente si è accontentato delle coppe nazionali, entrambe firmate Taiwo: in Supercoppa, vinta col Paris Saint-Germain ai rigori, ha realizzato il primo; in Coupe de la Ligue, il citato 1-0 al Montpellier.

Al Mondiale olandese Under 20, nel 2005, sempre presente nelle 6 partite della Nigeria, ha segnato gol pesanti negli ottavi (1-0 all’Ucraina) e in semifinale (suo il vantaggio sul Marocco, battuto 3-0). In finale le baby Super Aquile hanno perso 2-1 ma contro un’Argentina di fenomeni.

In nazionale maggiore ha debuttato il 17 novembre 2004, nell’amichevole di Johannesburg contro il Sudafrica. Il primo gol arriva il 23 gennaio 2006, Coppa d’Africa in Egitto, 1-0 sul Ghana nella prima partita della fase a gironi. La Nigeria chiuderà terza.

Andrà peggio due anni dopo, in Ghana: eliminazione ai quarti di finale contro i padroni di casa. In estate, però, il Ct Samson Siasia lo convoca per le Olimpiadi a Pechino. La Nigeria arriverà in finale, ma per Taiwo niente Giochi, e niente rivincita con l’Argentina, perché l’OM non lo lascia andare: il torneo olimpico si sovrapponeva alle prime giornate di Ligue 1. E così in Cina andò Oladapo Olufemi.

Lo scorso anno Taiwo ha disputato sia la Coppa d’Africa sia il Mondiale sudafricano: in Angola ha giocato la prima partita con l’Egitto e la finalina per il terzo posto, vinta contro l’Algeria; in Sudafrica è uscito al primo turno per le sconfitte contro Argentina (1-0), la sua bestia nera, e Grecia (2-1).

L’esperienza internazionale quindi non gli manca, ma al Milan dovrà migliorare nella fase difensiva. In Audi Cup, il quadrangolare che i rossoneri hanno giocato con Barcellona e Internacional e Bayern, Arjen Robben su quella fascia lo ha scherzato. Era un’amichevole e Taye non ha perso il sorriso, ma per Allegri non c’era niente ridere. Come quando, a inizio secondo tempo del Trofeo Berlusconi con la Juve, l’ha visto scontrarsi con Krasic: distorsione alla caviglia sinistra con interessamento ai legamenti. Un mese out, proprio sul più bello, e poi tornerà TT Turbo.

Christian Giordano, Guerin Sportivo 10/ottobre 2011

Seymour, la coscienza di Zena

«Non gliela porti mai via», il coro unanime dei nuovi compagni di Felipe Ignacio Seymour Dobud (Santiago, 23-7-1987) nel ritiro austriaco di Neustift. Volante de contención, mediano di contenimento e con tiro da fuori, anche se non letale come quello del neo-gemello genoano Jorquera: un 8 o un 10 naturale l’ex Colo Colo, perfetto "4" Seymour, che però all’Universidad de Chile portava il 14. Grintoso rubapalloni il biondo, più tecnico e talentuoso il moro. 

Fatti apposta per giocare insieme, passaporti permettendo: Seymour è comunitario, Jorquera extra. Dei due piccoletti cileni era Felipe (1,74) il più atteso, anche per la fascite plantare che gli è costata la Copa América. 

In pochi allenamenti attese ribaltate: il più pronto è il colpaccio soffiato, per 1,5 milioni e un quadriennale, a Chievo, Udinese, Parma e Fiorentina. Origini genovesi e famiglia di militari (papà Fernando Seymour Scarabello era nell’aviazione, il nonno materno Iván Dobud era generale) Felipe ha iniziato in un reality show, con l’Adidas Selection Team: giovani di club professionistici contro scuole dell’area metropolitana di Santiago. La sua squadra ha sconfitto tutte le scuole tranne l’ultima, la San Ignacio, che batté il Team Adidas nonostante i 5 gol di Felipe.

Nel 2004, a 17 anni, dopo l’ultimatum del padre («o calcio, o studio») passa professionista nell’Universidad. Con Arturo Salah fa panchina, con Sergio Markarián, poi Ct del Perù rivelazione di Copa América, vince l’Apertura 2009. Sotto l’argentino José Basualdo e soprattutto con l’uruguaiano Gerardo Pelusso è titolare, e va in nazionale. Per Bielsa è una riserva, per Borghi no ma più che la concorrenza poté la fascite. Nel 4-3-1-2 del Genoa, invece, alle spalle di Birsa sono già in troppi: Kucka, Veloso, Constant, Merkel. Più Gattuso che “nuovo Pizarro”, non è un regista, segna poco (2 gol in 84 presenze in Primera) e fa legna. Non un craque, ma un affare.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo 10/ottobre 2011

Heinze, el Gringo vincente

Boccoli d’oro e sguardo tenebroso da sciupafemmine, ma è tutt’altro che tenero l’arcangelo Gabriel Iván Heinze (pronuncia “einse”). El Gringo, lo “straniero” o il “biondo” nello slang argentino, è un duro che sa solo vincere. Lo ha fatto in Inghilterra (Man Utd), in Spagna (Real Madrid) e due volte in Francia (PSG e OM). E con l’Argentina: oro olimpico ad Atene 2004, e tre finali perse, 2 di Copa America (Perù 2004 e Venezuela 2007) e una di Confederations Cup (Germania 2005).
Sarà dura riuscirci con questa Roma, ma la sfida è affascinante. Per tutti. Svincolato dal Marsiglia, ha firmato per un anno a gettone: 600 mila euro più bonus legati alle presenze. A quota 25, rinnovo automatico fino al 2013.
Parte come terzo centrale difensivo dietro l’amicone e compagno di nazionale Nicolas Burdisso, decisivo nella trattativa, e Juan (operato all’anca), ma il ds Walter Sabatini è convinto, a ragione, che l’argentino di Crespo (19-4-1978) giocherà tanto. E bene, magari anche come vice del più offensivo José Ángel da terzino sinistro: ruolo per cui allo United si scontrò con Alex Ferguson, che infatti prese Patrice Evra.
Padre tedesco e madre italiana, Heinze è il tipico prodotto da esportazione del calcio argentino. Inizia nel Newell’s Old Boys di Rosario e dopo sole 8 presenze, a 18 anni è già in Spagna, al Valladolid, che senza farlo giocare lo presta allo Sporting Lisbona: 5 presenze e un gol e il ritorno, per due anni, nella Liga.
Lo chiama il Paris Saint-Germain, oltre 100 gare in tre stagioni e la Coppa di Francia 2004. Poi il Man U per 6,9 milioni di sterline, con tanto di debutto con gol (nel 2-2 col Bolton) e troppi infortuni, con la stagione 2005-06 saltata quasi del tutto prima per il crac al crociato a settembre contro il Villarreal in Champions e poi con il k.o. di aprile nella squadra riserve.
Lascia i Red Devils con la Coppa di Lega 2006 e la Premier 2007, chiusa da capitano nelle ultime due giornate (con Chelsea e West Ham) e per 12 milioni di euro vola al Real Madrid con cui vincerà subito la Liga e la Supercopa. Dopo David Beckham e Ruud van Nistelrooy è il terzo ex United in merengue. Non è ancora lo squadrone dei Galácticos 2.0, ma in difesa Heinze affianca un veterano come Fabio Cannavaro e future stelline come Sergio Ramos. Con la rielezione di Florentino Pérez alla presidenza, nel 2009, Gaby torna in Francia col biennale propostogli dal Marsiglia, e conquista campionato e coppa, togliendosi anche la soddisfazione di due reti in Champions: al Milan e allo Zurigo.
Per lui non una novità, tenuto conto del ruolo e delle caratteristiche: fortissimo di testa nonostante la stazza (1,78 x 72), in carriera ha segnato 27 gol in 420 partite di club e 3 in 71 con la nazionale.
Nella Selección ha debuttato il 30 aprile 2003, 3-1 in amichevole alla Libia. Nonostante la stagione persa per infortunio, José Pekerman lo ha portato al Mondiale di Germania 2006 ma senza farlo giocare. Titolare nella Copa América 2007, apre il 3-0 in semifinale contro il Messico con un colpo di testa su punizione di Juan Román Riquelme. Ma in finale la favorita Argentina sarà travolta 3-0 dal Brasile del miglior Adriano visto in verdeoro.
Uno dei fedelissimi del Ct Diego Armando Maradona per la durezza del tackle pari solo alla feroce determinazione, segna di testa anche all’esordio a Sudafrica 2010, suo il definitivo 1-0 alla Nigeria su corner di Juan Sebastián Verón nella partita delle 8-occasioni-8 sciupate da Messi.
Idolo dei tifosi all’Old Trafford come al Vélodrome, dove gli intonavano cori a ogni pallone strappato agli avversari, alla Roma ha preso il 5 che fu di Falcão. Arrivato indietro di condizione per la Copa América, ha faticato parecchio nel test contro il Valencia. Ma già dalla presentazione ha ammaliato tutti. Poliglotta (parla spagnolo, francese e inglese), carismatico, gran professionista, ha tutto per diventare il Leonardo capitolino, e presto un idolo anche della Curva Sud.
Gli manca forse la squadra per fare ciò che ha sempre fatto in carriera: vincere. Ma se la giovane Roma di Erik Lamela, Bojan Krkic e Luis Enrique cercava una chioccia per imparare come si fa, non poteva scegliere meglio.
Christian Giordano, Guerin Sportivo 10/ottobre 2011

Cissé, cavallo pazzo del gol


«Perderà anche qualche palla a centrocampo, ma questo è un animale da gol. Vive per la porta. E se non segna fa segnare». Edy Reja ha capito, e dopo le tre pappine col Villarreal, cambiato tutto: basta 4-3-1-2 con Hernanes dietro i nonnetti terribili del gol Klose e Cissé. Via col 4-2-3-1 con Mauri-Hernanes-Cissé alle spalle di quella vecchia volpe d’area che è il tedesco ex Bayern Monaco che con l’Aquila biancoceleste cerca di restare aggrappato a quella bianconera della Nationalmannschaft. La chiave, manco a dirlo, è la versatilità, unità alla devastanti velocità e accelerazione, dell’ex nazionale francese di origine ivoriana.

Dopo Nma, Damaye, Abou, Fode, Seni e Hames, Djibril Aruun Cissé (Arles, 12-8-1981) è l’ultimo dei sette figli di Mangué e Karidjata, musulmani convertiti al cristianesimo originari della Costa d’Avorio ed emigrati in Francia nel 1974. Papà Cissé, ex professionista, è stato anche capitano della nazionale degli Elefanti.

Entrato nell’Arles a otto anni, nel 1989, ci resta sette stagioni prima di passare sei mesi al Nîmes e poi nelle giovanili dell’Auxerre. In due anni diventa una delle ultime gemme sgrezzate da quel gran cercatore d’oro che è stato Guy Roux, il Mazzone di Francia. Nel 1998 è in prima squadra, in cui debutta a 17 anni, nel 1998-99, all’Abbé Deschamps contro il Paris Saint-Germain. Sei anni dopo, e 90 gol in 166 partite coi bianchi, si veste di rosso Liverpool, con il suo mentore Gérard Houllier che nel 2004, dopo un anno di corteggiamento, lo porta ad Anfield per 21 milioni di euro.

Coi Reds di Rafa Benítez vive la fase più sfolgorante e sfortunata di una carriera condizionata da gravissime fratture alle gambe. Il primo arriva nel 2-2 del 30 ottobre col Blackburn: nello scontro con il difensore dei Rovers James McEveley riporta la frattura di tibia e perone sinistri. Il pronto intervento dei medici evita il rischio amputazione. Rientra in aprile contro la Juventus in Champions, poi vinta contro il Milan nella folle notte di Istanbul. Tutta sua invece la firma sulla Supercoppa Europea, 3-1 al CSKA Mosca con doppietta e assist per il gol di Luis García.

Il prestito e poi la cessione al Marsiglia sembrano l’inizio del declino, confermato dal parcheggio non riscattato al Sunderland (11 gol in 38 gare). Il Panathinaikos invece ci scommette 8 milioni e lui rinasce. Vince da capocannoniere (23 reti in 29 presenze) la Super League 2010, e l’anno dopo si ripete top scorer con 20.

La Lazio lo ha preso per 5,8 milioni e un ingaggio annuale da 2,1. Ed è partito col botto: 5 gol in 7 amichevoli (neanche intere), uno ogni 73’, più la doppietta nel 6-0 ai macedoni del Rabotnicki nell’andata del preliminare di Europa League.

Se Miro Klose spera di non perdere la nazionale, per il suo gemello (476 gol in due in carriera) la questione-Bleus sembra chiusa. Eppure alla patria ha dato l’altra gamba, tibia e peroni destri fratturati contro la Cina nell’ultima amichevole premondiale del 2006. Al suo posto Raymond Domenech in Germania porta Sidney Govou, e due anni dopo lo lascia a casa dall’Europeo austro-svizzero nonostante i 13 gol in 40 presenze con la selezione maggiore.

Look eccentrico, tatuaggi e hobby da superstar ne hanno fatto un idolo ovunque, anche se non soprattutto fuori del campo. Ha recitato in due film. Possiede 18 auto, tra cui un Hummel H”, una Chrysler 300C, una Ford Mustang Selby GT500, un Dodge van, una Eleanor, un SUV della Revers. Cinque sono carboon look, tra cui una Bentley, una Smart da competizione e una Chrysler Plymouth Prowler. A conferma della sua passione, è stato protagonista di “Pimp My Ride”, lo show di MTV dedicato al tuning, la mega-industria che fa da indotto alla modifica e al restauro delle auto.

Ai tempi del Liverpool, ha accessoriato il suo Dodge con una poltroncina massaggiante e un’intera console da dj, altra passione trasformata in professione. Sui portelloni, due enormi ali d’angelo, come il tattoo che ne decora (?) la schiena. Da febbraio, è testimonial della Taurus Rage Racing. E nel tuning francese il suo socio è Don Vebole, uno dei disegnatori d’auto più noti d’Europa. E sempre con le macchine ha a che fare il suo cameo in una scena ad alta velocità nella commedia francese Taxi 4.

Tante passioni però portano anche guai. Ai tempi del Pana andava allo stadio con la Bentley, che in un frontale nel settembre 2010 gli costò 300 mila euro di danni. Quando era al Liverpool, invece, nell’agosto 2004 andò a sbattere con una volante della polizia.

Gli piace esagerare anche con le case. In Inghilterra comprò una magione a Frodsham, nel Cheshire, e questo gli valse il titolo di Lord of the Manor di Frodsham, ma anche infinite polemiche per il suo rifiuto di concedere il permesso al Cheshire Forest Hunt di caccia alla volpe sul terreno di cui Cissé era neoproprietario. In un castello, quello di Bodelwyddan, si è anche sposato. Nel giugno 2005, in smoking rosso in onore del Liverpool, e con Jude Littler, lettrice universitaria gallese di Anglesey che il 7 marzo 2006 gli ha dato Cassius, il loro primo figlio ma il terzo della coppia. Jude era già madre di Liam, avuto da una precedente relazione, Djibril era già padre di Ilona, nata nel 2001.

A Fiumicino non si vedeva tanto entusiasmo da decenni. Quando è sbarcato, si sono riviste scene da calcio-boom anni 80. Sembrava una rockstar, non solo per il look. E come benvenuto, la folla gli ha subito fatto sparire gli occhiali da sole molto glam. Sarà anche matto come un cavallo, ma se imbrocca l’anno giusto e sta lontano da infortuni e tentazioni, resta una fuoriserie. Che a Lotito è costata come un’utilitaria.

CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo 10/ottobre 2011

Brkic, destino in serbo

Un quinquennale a 25 anni, e il parcheggio al Siena per farlo giocare. L’Udinese sa programmarsi il futuro. “Il nuovo Samir Handanovic” giocava anche lui subito oltreconfine, non nella vicina Slovenia ma in Serbia, al Vojvodina di Novi Sad. E così l’Inler o il Sánchez dell’estate 2012 arriverà dai pali, perché dopo un anno di Serie A, e qualche aggiunta alle 5 presenze in nazionale, Zeljko Brkic sarà l’erede del portiere che il Bayern ha sedotto e abbandonato per Manuel Neuer, titolare della Germania.
Brkic, invece, è riserva nella Serbia. Si gioca il posto di vice Vladimir Stojković (Partizan) con Bojan Šaranov (Maccabi Haifa) e Anđelko Đuričić (Leiria), anche se il Ct Vladimir Petrović, per l’amichevole del 10 agosto con la Russia, ha allargato la concorrenza a Bojan Jorgačević (Gent) e a Damir Kahriman (Tavriya Simferopol). Poco male per Brkic, che a Siena si è subito fermato per un guaio al collo.
Nato a il 9 luglio 1986 a Novi Sad, capoluogo della Vojvodina, l’ex numero 30 del Vojvodina ha un gran fisico (1.96 x 90), è forte e spettacolare sulle palle alte, coraggioso nelle uscite e può migliorare coi piedi. Buona, per la statura, la reattività sui palloni bassi. Ottime, al limite della spavalderia, personalità e sicurezza nei suoi (enormi) mezzi, nei quali il Vojvodina ha sempre creduto nonostante le sole 21 presenze nei due anni (2005-07) in prestito al Proleter Novi Sad.
Rientrato alla casa madre, nel biennio successivo il Ct dell’Under 21 Slobodan Krčmarević gli preferiva il più talentuoso Saranov, di un anno più giovane, ma nelle qualificazioni a Euro2009 lo ha promosso titolare. Buono l’esordio in Svezia, proprio contro l’Italia. Un segno del destino.
Christian Giordano, Guerin Sportivo 10/ottobre 2011

giovedì, agosto 18, 2011

Messi, supereroe blaugrana

Con tutta la cattiva volontà, neanche questo Mou può oscurare la stella di Super Messi. Smessa la sbiadita albiceleste per lo sgargiante blaugrana, ha ritrovato il suo costume ed è tornato lui: il supereroe, che con un assist per Iniesta e due gol "alla Messi" ha deciso la Supercopa. Contro loro, contro lui. Il primo trofeo è già al Camp Nou. Per Guardiola è l'11esimo, come il maestro Cruijff: solo che l'allievo di anni ce ne ha messi tre, non otto.
Se questo è il preludio, meglio prepararsi: sarà una stagione molto lunga e troppo calda. Anche se dovesse partire in ritardo per lo sciopero dei calciatori. Rivendicano gli stipendi arretrati e hanno almeno 50 milioni di ragioni.
Ma gli innamorati del Baercellona non resteranno a digiuno. Non salta infatti l'annuale Trofeo Gamper, esclusiva SKY. Per la 46esima edizione, un avversario illustre: il Napoli, che torna nella città da dove, 27 anni fa, arrivò Maradona. Il Napoli ancora sudamericano di Lavezzi e Cavani, contro il Barcellona di Fabregas, alla "prima" da titolare, tornato a casa dopo 8 anni di Arsenal e subito vincente.
Ci sarà anche il nuovo sogno della Roma, Thiago Alcântara, che da titolare, all'andata di Supercopa, ha assaggiato il suo primo trofeo da protagonista. Ma ci sarà, soprattutto, tanto spettacolo. E con tutta la cattiva volontà, un Leo così neanche un bis di Napoli-Siviglia o le scorie del primo Clasico di stagione potranno oscurare la superstella che brilla solo in blaugrana.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, agosto 17, 2011

Rossi & Neimar, pepite d'oro

C'è del buono in Danimarca, per il Villarreal. Contro l'Odense si gioca il futuro europeo. Ma è se dovesse andar male, il potrebbe passare all'incasso.
Il presidente Fernando Roig Alfonso non è un fan di Oscar Wilde: sin qui ha resistito a tutto, soprattutto alle tentazioni. Fortissima quella di cedere almeno uno fra Giuseppe Rossi e Nilmar.
Pepito, cittadino del mondo, piaceva a mezza Europa: la Juve, prima di ripiegare sui 15+3 per Vucinic, si era spinta fino a 25 milioni; il Tottenham, che adesso ci prova con Adebayor, è stato rimbalzato a 30. Il Napoli, invece, ci pensa ancora, anche se un Rossi eliminato la Champions per Mazzarri potrebbe giocarla solo l'anno prossimo. Così come la Roma pensa a Nilmar.
Sin qui il Sottomarino Giallo è stato inaffondabile: la coppia d'attacco è rimasta per la Champions. Ma in caso di mancata qualificazione, se ne riparlerà. Anche se il sacrificio è costato la cessione di Capdevila al Benfica e Cazorla al Malaga. In compenso sono arrivati César Sánchez come vice-Lopez in porta, Javier Camuñas a centrocampo e il colombiano Zapata in difesa. L'ex Osasuna è costato 2,3 milioni, l'ex Udinese (oggi al debutto) solo 7 perché preso prima della Copa América.
Nel suo 4-3-1-2 Juan Carlos Garrido recupera Marchena dietro, Senna in mezzo e Borja Valero dietro le punte Nilmar e Rossi, il terzino sinistro erede di Capdevila sarà Joan Oriol.
Non sarà una passeggiata, perché l'Odense ha eliminato ad Atene il Panathinaikos. Nel 2004, secondo turno Intertoto, finì 5-0 per gli spagnoli. C'era del buono in Danimarca. E ce ne sarà. Se non per il Villarreal, per chi è pronto a tentarlo pur di portarsi via i suoi gioielli.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

martedì, agosto 16, 2011

Piel blaugrana

Che debutto sarebbe: vincere la Supercopa spagnola contro i rivali di sempre 8 anni dopo aver lasciato 16enne la Masia. La cantera dove è entrato con Messi e cresciuto con Leo, Xavi e Iniesta. Con la camiseta blaugrana numero 4, quella di Guardiola, la seconda pelle che finalmente può mostrare senza più nascondersi.
Non poteva chiedere di meglio Cesc Fabregas per il suo ritorno a casa. Oltre ai 5 milioni a stagione (più premi) e a una clausola rescissoria da 200 milioni che lo terrà in Catalogna almeno fino al 2016. A Barcellona, nonostante il ferragosto, per dargli il bentornato hanno riempito due curve del Camp Nou. Ma lui, gloria di Spagna e da oggi della Liga, non dimentica l'Arsenal e l'Inghilterra. Se è diventato grande, lo deve solo a una persona, Arsène Wenger.
A 16 anni e 177 giorni era stato il più giovane esordiente dell'Arsenal entrando in League Cup contro il Rotherham United. Era il settembre 2003. A dicembre, nel 5-1 ai Wolves, era già il più giovane gunner ad aver segnato in prima squadra, dove Wenger lo aveva messo a studiare da Vieira. Il Fabregas di oggi si chiama Ramsey, lo vedremo già stasera in campo contro l'Udinese, mentre l'originale è pronto per l'università: a Londra, Cesc ha vinto nel 2004 la Premier senza giocarla e il Community Shield, e nel 2005 la FA Cup. Il Barca, senza di lui, ha vinto 3 Champions, 5 Liga e una Copa del rey. Mercoledì, con lui, potrebbe arrivare la Supercopa. Con la seconda piel che finalmente, adesso, è tornata prima.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

lunedì, agosto 15, 2011

Cesc torna a casa

Fabregas è tornato a casa. Dopo otto anni di Arsenal, e tre di ammiccamenti. Adesso Pepe Reina dovrà inventarsi qualcos'altro. Basta con l'ipocrisia della seconda pelle che non si può indossare.
Il professore ragazzino emigrato a Londra nord a 16 anni, è diventato grande. Grazie a Wenger, grazie all'Arsenal. Parola di Guardiola: "Cesc è cresciuto a Barcellona è diventato un grande giocatore, grazie a Mister Wenger e all'Arsenal".
Al suo erede, con le chiavi del centrocampo più forte al mondo, Pep consegnerà anche la camiseta blaugrana numero 4. La seconda pelle che adesso, finalmente, si può tornare a indossare senza nascondersi. Magari già da mercoledì al Camp Nou, nel Clasico di ritorno col Real Madrid. Che debutto sarebbe: vincere la Supercopa spagnola contro i rivali di sempre 8 anni dopo aver lasciato 16enne la Masia. La cantera dove è entrato con messi ed è cresciuto con Xavi e Iniesta.
A 16 anni e 177 giorni era stato il più giovane esordiente dell'Arsenal entrando in League Cup contro il Rotherham United. Era il settembre 2003. A dicembre, nel 5-1 ai Wolves, era già il più giovane gunner ad aver segnato in prima squadra, dove Wenger lo aveva messo a studiare da Vieira. Il Fabregas di oggi si chiama Ramsey, e l'originale è pronto per l'università:
A Londra, Cesc ha vinto la Premier 2004 (senza giocare), il Community Shield 2004 e la FA Cup 2005. Il Barca, senza di lui ha vinto 3 Champions, 5 Liga e una Copa del rey. Mercoledì, con lui, potrebbe arrivare la supercopa. Con la seconda piel che finalmente, adesso, è tornata prima.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

sabato, agosto 13, 2011

Fidel, vado al Máximo

"Hasta la victoria, siempre!". Parlava di "patria o muerte", il suo amico Che Guevara. Ma Fidel Castro, che del Che fu amico e companero, il grido di battaglia l'ha applicato anche allo sport. Perché lo sport negli 85 anni del Líder Máximo c'è sempre stato. Un amore ricambiato, e non sempre disinteressato.
Perché la revolucion dell'educazione fisica ha reso la piccola isola caraibica un modello vincente in molte discipline, baseball, pallavolo, atletica su tutte.
Il primo grande idolo fu il pugile Teofilo Stevenson. "Cosa valgono cinque milioni di dollari, quando ho l'affetto di otto milioni di cubani?". Così Teo - olimpionico a Monaco '72, Montreal '76 e Mosca '80 - restò dilettante. Con il controboiccottaggio comunista a Los Angeles 84, il padre della Revolucion gli spezzò il sogno del quarto oro ai Giochi, ma poi lo nominò allenatore del programma statale di pugilato e gli donò una villa.
E' sempre stato generoso, con i campioni, Fidel: purché la pensassero come lui.
Con Maradona, che il Che lo ha tatuato addosso, il feeling è stato immediato: ed è a Fidel che Diego deve la vita. Castro gli ha messo a disposizione i milgiori specialisti di L'Avana. E lo stesso ha fatto con il comune amico Hugo Chavez, il presidente del Venezuela con cui ha visto in tv la grande Copa América della Vinotinto.
E' stato un po' meno cordiale invece con i tanti atleti cubani che hanno approfittato delle trasferte per non tornare più a Cuba. Tra questi la nostra Tai Aguero: poco prima di Pechino 2008 l'azzurra del volley ha rischiato l'arresto pur di rientrare nel paese suo e della madre malata. Il visto di ingresso alla fine è arrivato, ma troppo tardi.
"Hasta la victoria, Fidel". Ma nello sport come nella vita bisogna saper perdere.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, agosto 12, 2011

La Premier brucia

Londra brucia. Ma il più grande spettacolo dopo il Big Bang, lo show planetario chiamato Premier League, riparte più glamour che mai. 122 Paesi guarderanno il campionato più seguito al mondo. Un campionato che si sveglia al canto del Galles con lo Swansea (deb assoluto in Premier), riabbraccia il vecchio QPR di un personaggio come Warnock e forse apre la corsa al titolo oltre le Big Four.
Le due di Manchester nel Community Shield hanno girato uno spot di un derby lungo una stagione.
Il nuovo Chelsea di Villas-Boas, che per i magazine più cattivi è solo "il prossimo Mourinho": un portoghese ex Porto che non vincerà la Champions, e Abramovich liquiderà con una buonuscita milionaria". Milionaria come la clausola pagata per riportare a Stamford Bridge lo Special Two, che però preferisce definirsi "Group One".
E proprio il gruppo sembra l'unico "campione" che può elevare Arsenal, Liverpool e Tottenham al rango di sfidanti per il titolo. I Gunners di Wenger, che ha superato la crisi del 15esimo anno, si sono rassegnati a cedere Fabregas e Nasri, non convocati per il Newcastle. Cesc andrà al suo Barca, il francese dal Mancio con tanti saluti a Cerci. I reds di Dalglish ripartiranno dal tridente con Kuyt, il fenomenale Suarez re di Copa América e un Carroll finalmente sano. Ma il resto non pare ancora da titolo.
Lo stesso vale per il Tottenham di Bale e Modric, gioielli trattenuti contro ogni logica di mercato, ma come un anno fa senza una prima punta di livello: 17 gol fra Crouch, Pavlyuchenko e Defoe, 2 in meno della strana coppia Bale-van der Vaart. E Redknapp sa che così, al massimo, si va in Champions. La vetrina più ambita se sei proprio tu il cuore della Londra che brucia.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, agosto 10, 2011

La brutta copia di Murray

Non è stata la pioggia il problema di Andy Murray al Masters Mille di Montreal. E neanche il sudafricano Kevin Anderson, il numero 34 al mondo che al secondo turno l'ha battuto in due set: 6-3 6-1. Il grande avversario di Andy Murray è stato... Andy Murray. La brutta copia di se stesso che a volte ritorna: e quest'anno è già la seconda.
La più clamorosa. Numero 4 del ranking e vincitore delle ultime due edizioni, lo scozzese - imbattuto nel torneo da dieci incontri - è uscito con sconfitta imbarazzante, per il punteggio e per come è maturato.
Murray ha lottato per tre quarti del match, ha sprecato due palle-break nel secondo set, poi si è rivisto il Murray post-Australian Open, quello capace di perdere con Young e Bogomolov. Un Murray ancora in crisi post-Wimbledon, poco concentrato e tanto falloso; per sua stessa ammissione lento. Troppo lento.
Anche perché dall'altra parte della rete ha trovato un Anderson martellante a servizio, aggressivo nelle risposte, sicuro negli scambi dal fondo. "Sentiva" la grande occasione, e la vittoria più importante in carriera è arrivata. E adesso, contro uno fra Wawrinka e Russell, la vera sorpresa sarebbe rivedere il solito Anderson, e non la bella copia di se stesso.
Perso il numero 4 del ranking, il tabellone mette in campo i tre tennisti più forti al mondo nella stessa giornata. Il numero tre Federer sul centrale contro Pospisil. Il numero 2 Nadal contro Dodig. E il numero uno Djokovic contro Davydenko. E visto com'è andata a Murray, i tre big faranno bene a presentarsi con la bella copia di se stessi.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, agosto 07, 2011

Antica nobiltà e nuovi ricchi

I mercanti, scacciati dal tempio: Wembley, provincia di Manchester. Sempre più Greater Manchester, come l'area urbana della nuova capitale del calcio inglese: l'antica nobiltà - lo United di Sir Alex Ferguson e i suoi 25 anni di trofei - contro i nuovi ricchi, il City dello sceicco Mansour. Così almeno la vedono a Old Trafford.
Così diverse, così uguali le metà di Manchester: 40 milioni in panchina con Agüero, sogno mai nato della Juve, 38 con Berbatov, capocannoniere dell'ultima Premier, entrato pochi secondi prima dei rigori che parevano inevitabili. E invece evitati per l'erroraccio di Kompany, e l'istinto di strada di Nani, che a recupero quasi scaduto ha regalato allo United il 159esimo derby e l'89esimo Community Shield, primo trofeo di una stagione che si annuncia straordinaria.
"Al City ci vorranno anni per raggiungere il nostro livello" aveva detto Rooney. E' stato buon profeta: sotto di due gol all'intervallo, con due errori di De Gea, erede di van der Sar, lo United ha continuato a macinare calcio. Il calcio di strada, eppure organizzato, di Rooney e Nani, e dell'ultimo arrivato Young. L'ex Aston Villa ha mandato in gol Smalling. Poi la vecchia guardia ha acceso la luce, e per il City s'è fatto buio.
Dall'ombra, non è mai uscito Balotelli, visto solo per aver scalciato il provocatore Vidic.
Mancini l'ha tolto dopo aver subìto il 2-2. SuperMario è ancora come il City: i mercanti hanno portato i talenti nel tempio. Ma senza mentalità, c'è sempre la vecchia aristocrazia che ti caccia.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, agosto 04, 2011

Che musica Lezcano

Fuori. Subito. E senza perdere. Il Palermo lascia l'Europa League già dal terzo turno preliminare. Troppi errori nel 2-2 dell'andata. Uno, decisivo, nel ritorno: 1-1 e qualificazione regalati al Thun, capolista in Svizzera insieme al Lucerna, bloccato in casa sullo 0-0 domenica nel terzo turno di campionato.
Il nuovo Palermo di Pioli si era aggrappato alle antiche certezze: Miccoli, e il suo gol al 92' al Barbera.
E proprio da un tiro respinto del capitano, era nato il gol di Pablo Gonzalez al 4' del secondo tempo. Ma l'illusione durava meno di venti minuti: al 65', da una palla persa male da Ilicic a centrocampo, nasce l'azione aperta e chiusa da Lezcano.
Un anno fa, dopo il pereliminare vinto col Maribor, Sabatini pescò proprio dagli sloveni Ilicic e Bacinovic. Un anno dopo, Sabatini è alla Roma, guarda Dario Lezcano in tivvù e lo definisce "il nuovo Pastore". Con un anno in meno. Lezcano è del '90, col Thun ha firmato fino al 2015 e a dicembre ha fatto un provino per Magath allo Schalke 04. È uno da prendere subito. E senza perdere. Tempo.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, agosto 03, 2011

Una vocina da mediano

"È opinione condivisa e comune di tutti che l'accordo vada firmato... E mi sembra di capire che anche il presidente Abete abbia dato queste sue indicazioni. L'accordo deve andar firmato prima d'iniziare il campionato. Questa è opinione diffusa ma quel poco sembra una montagna quando gli interlocutori fanno fatica a mettersi d'accordo sulla minima cosa. Sì, è a rischio". La vocina è rimasta sommessa come i toni di una vita da mediano. Ma quando entra, entra duro Damiano Tommasi. Per il presidente dell'Assocalciatori la prima giornata di Serie A "è a rischio". Perché il contratto collettivo della categoria, privilegiata finché si vuole ma sempre categoria e con i suoi diritti, è scaduto il 30 giugno 2010. No contratto, no party. Almeno non nel weekend del 27 agosto. Il messaggio, forte e chiaro, passa dal presidente federale Abete ma è per quello - in proroga - della lega, Beretta, che nell'Articolo 7 chiede ai giocatori più "elasticità" sugli allenamenti separati dei fuori rosa.
L'accordo c'è, la firma ancora no. Il nuovo contratto collettivo è stato l'ultimo rintocco di Campana, per oltre quarant'anni mente e braccio del sindacato. Gli autografi sembravano una formalità, invece la Lega lo ha messo all'ordine del giorno per l'assemblea del 10 settembre anziché del 19 agosto, l'ultima prima del campionato. Per Beretta è tutto fatto, al novanta per cento. La stessa percentuale di ritiri sondati in estate da Tommasi, 18 sui 20 di A.
Tutti hanno interesse a giocare, difficile che si arrivi alla rottura. Ma intanto Tommasi il paletto l'ha messo. Sull'articolo 7, non si discute. O non si gioca.

PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

martedì, agosto 02, 2011

Supercoppa all'italiana

Milan-Torino a Washington 93. Juve-Parma a Tripoli 2002. Juve Milan a New York 2003. Inter-Milan a Pechino come Inter-Lazio 2009. Tu chiamala, se vuoi, Supercoppa. Italiana anche se il derby milanese si gioca a 8.000 chilometri da San Siro.
Per business: si fa ma non si dice. Conviene a tutti, tranne a chi va in campo e chi allena. La Lega esporta il suo marchio in cerca di nuovi mercati, i nuovi mercati cercano visibilità e i club, fra voli transcontinentali e preparazione anticipata, in caso di stagione-no se la saranno cercata. Vero, ma fino a un certo punto.
Per 10 miilioni di euro la Lega ha promesso alla United Vansen International di tornare a Pechino per tre volte nei prossimi quattro anni. Compreso questo. E da quando esiste (1989), tre volte su quattro chi ha vinto la Supercoppa "straniera", poi ha festeggiato qualcosa anche la primavera successiva: il Milan batté il Torino in America e poi centrò il double: scudetto sulla Juve e Champions sul Barcellona ad Atene. Ma quello era il Milan di Capello e degli Invincibili. Nel 2002 la Juve cinse col Parma a casa Gheddafi e sfiorò il grande slam: vinse lo scudetto, e perse la finale di Champions col Milan e di Coppa Italia proprio col Parma. L'anno dopo, a New York, la Juventus batté ai rigori il Milan ma lasciò ai rossoneri il campionato e alla Lazio la Coppa Italia. Due anni fa, al Nido d'uccello l'Inter giocò meglio ma la Supercoppa fu della Lazio; poi centrò il triplete. Insomma, non è detto che porti male. Di sicuro porta milioni.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO