martedì, luglio 31, 2012

Phelps, il Cannibale ha ancora fame

"Non voglio essere il nuovo Mike Spitz, il nuovo questo o quello: voglio solo essere il primo Michael Phelps". Dopo l'argento nei 200 farfalla e l'oro della staffetta 4x200 stile libero, l'atleta più medagliato nella storia, ultracentenaria, delle Olimpiadi. 19 podi, per l'americano, uno in più della ginnasta russa Larisa Latynina, ferma a 18 in tre edizioni dei Giochi, fra Melbourne 56, Roma 60 e Tokyo 64. Per lei 9 ori, 5 argenti e 4 bronzi. Per lui, le 8 medaglie di Atene (6 ori e 2 bronzi) e gli 8 ori di Pechino, primato strappato al leggendario Spitz di Monaco 72, quelle di Londra: già 3, contando anche l'argento nella staffetta 4x100 stile. Ma il 27enne "Cannibale di Baltimore" ha ancora fame, e non solo delle 12 mila calorie che ingurgita ogni maledetto giorno di allenamento. Nel suo calendario, che d'accordo con il suo allenatore, ha snellito a 7 gare, può arrivare a 22. Per recuperare dopo i 400 misti e la staffetta veloce, in vista dei 200 misti e dei 100 e 200 farfalla, ha scelto di rinunciare ai 200 stile libero, cioè a una delle tre gare contro Lochte. Al Washington Post coach Bob Bowman ha dichiarato che Michael non si allena più come quando era un ragazzino, ma le sconfitte a Phelps fanno ancora male. 39 record del mondo e 19 medaglie olimpiche dopo, il primo Michael Phelps non è ancora guarito. PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

La troppa rabbia di Baldo

Quattro anni di castelli di rabbia. Quattro anni con la voglia di spaccare il mondo. Che da adesso diventeranno otto, fino a Rio 2016. Nessuno potrà mai restituirgli Pechino 2008, quella Olimpiade. Nessuno potrà togliergli la prossima, perché il Baldo è uno che non molla. Mai. A ventiquattro ore dai Giochi cinesi, Andrea Baldini, a soli 22 anni, era il numero uno al mondo del fioretto mondiale. E dopo due argenti mondiali era pronto per l'oro olimpico. Sospeso per un diuretico, il furosemide, involontariamente assunto agli Europei di Kiev, fu scagionato otto mesi dopo. A Giochi ormai fatti. Da allora ha il diavolo in corpo, e in testa solo una rivincita: riprendersi quello che era, o poteva essere, suo. L'oro all'olimpiade. Non è successo a Londra, in un'olimpiade che, col senno del poi, era nata sbagliata. Già all'aeroporto di Heathrow, il primo brutto presagio: il suo nome non figura nella lista ufficiale atleti. Risolto l'inghippo burocratico, in pedana torna il solito leone: asfalta ogni avversario fino in semifinale, e con una grinta da guerriero ferito, da combattente vero. Ma la rabbia è un'alta marea impossibile da controllare. Carico come una molla, sul più bello sembra non averne più. E a nulla serve il tifo da stadio dell'ExCel bianco di T-shirt con la scritta "Baldini e fieri". Andrea si arrende al primo cinese oro nel fioretto individuale. E nella finalina, svuotato, cede, 15-14 alla prova tv, il bronzo al sucoreano Choi. Sullo storico podio ci andrà lui con Sheng Lei e l'egiziano Abouelkassem, che ha eliminato l'olimpionico Kleibrink e Cassarà. L'azzurro che prese il posto di Baldini. L'unico a non chiamarlo. Da quattro anni, fratelli di rabbia. PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, luglio 27, 2012

Im Dong-Hyun, il Robin Hood miope

È la prima grande storia di questa olimpiade: the Blind Archer, l'arciere miope. Un Robin Hood ipovedente che vuole rubare l'oro ai ricchi per darlo ai poveri (di diottrie). Si chiama Im Dong-Hyun, è un sudcoreano di 26 anni e la sua foresta di Sherwood è il Lord's Cricket Ground. L'Organizzazione Mondiale per la Sanità gli ha riconosciuto una duplice "deficienza visuale": un decimo all'occhio sinistro, 2 decimi al destro, ma il campione olimpico a squadre ad Atene 2004 e a Pechino 2008, ha già fatto la storia nel primo giorno di qualificazioni che determinano il tabellone del tiro con l'arco. Con il punteggio di 699, ha stabilito il nuovo record mondiale, migliorando di 3 punti il vecchio limite di 696. Tradotto: su 72 frecce scagliate, ha fatto 51 volte "10" e 21 volte "9". Nonostante la vista sfocata, Im Dong-Hyun riesce a distinguere da lontano i diversi colori del bersaglio, posizionato a 70 metri, e ha una mira infallibile. Una mira che la scuola orientale, a differenza degli occidentali, fissati per 5-10" sul mirino, affina sfruttando più la meccanicità del gesto e la sensibilità delle dita e dell'udito. Ciò che conta "è 'sentire' il punto dove colpire", ha detto il Guglielmo Tell ipertecnologico che però tira senza l'aiuto delle lenti, essendosi abituato a gareggiare senza. In gara, con tutta la pressione addosso, sarà diverso: chi sbaglia quando conta è fuori. Ma intanto, la prima favola dell'Olimpiade, è quella del Blind Archer. PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, luglio 26, 2012

Calcio e Olimpiadi: vengo anch'io, no tu no

Mai amato né accettato, e sempre poco cordialmente ricambiato, il calcio alle olimpiadi. Meglio dirlo subito e senza giri di parole. Nato ricco, presto opulento e ultrapopolare, non ha mai avuto bisogno dei Giochi, spesso snobbati da un mondo che d'estate, fra vacanze, mercato e grandi tornei per nazionali ha ben altro cui pensare. È successo semmai il contrario, con il football tollerato come portatore (insano) di sponsor e pubblico ma certo non di “spirito olimpico”. FIGLI DI UN DIO MAGGIORE. Storicamente invidiati e mal sopportati al Villaggio (le rare volte che li ospita), i calciatori, a differenza di ogni altro sportivo, non sognano i Cinque Cerchi. Anzi, nel migliore dei casi gli addetti ai lavori (specie allenatori e dirigenti) li vivono come una seccatura, un male tutt'altro che necessario. E, se proprio “coscritti”, da condividere il meno possibile con gli altri «atleti», a cominciare dal soggiorno: ritiro in hotel a cinque stelle per le star del pallone, mensa e alloggi simil-studentato per i colleghi delle altre discipline. Gelosi, oltre che per gli ingaggi, per la popolarità e le attenzioni che pubblico e media riservano agli idoli pallonari. Che però, fino al recente tracollo del Totocalcio, mantenevano l'intero baraccone dello sport italiano. UNA POLTRONA PER TRE. Eppure quello fra calcio e olimpiadi è un rapporto antico quanto i Giochi. Nelle prime tre edizioni “moderne” l'allora foot-ball è ammesso con un torneo dimostrativo di tre squadre. Ad Atene 1896, una selezione danese batte due club greci: uno di Smirne (ancora parte dell'Impero Ottomano), travolto 15-0, e l'altro di Salonicco (risultato mai tramandato). A Parigi 1900, la rappresentativa britannica dell'Upton Park London supera 4-0 i francesi dell'Union des Sociétés Françaises de Sports Athlétiques, polisportiva dilettantistica locale che governerà il calcio e il rugby transalpini fino alla nascita delle rispettive federazioni. Terzi, e ultimi, i belgi della Université libre de Bruxelles. A Saint Louis 1904, ancora senza medaglie in palio (il CIO le consegnerà il giorno dopo il torneo, il 18 novembre), al Francis Field i canadesi del Galt s'impongono per 7-0 (Hall 3, Steep, McDonald 2, Taylor) sugli statunitensi del Christian Brothers College e 4-0 (Taylor 2, Henderson e un autogol) sul St. Rose Parish, altra squadra cattolica USA. Trionfale, per i tempi, il ritorno a Galt, la «Manchester del Canada» non per il calcio (il Newton Heath era diventato Manchester United dal 1902) come erroneamente tradotto nell'era pre-web, bensì per lo sviluppo industriale di fine anni Trenta dell'Ottocento. Tornati con un treno speciale messo a disposizione sulla rotta dei pionieri dalla compagnia ferroviaria, i vincitori vengono accolti sulle note di Hail the Conquering Hero's Come! di Hendel con tanto di fiaccolata fino all'Opera House per capitan Gourlay e compagni. LONDON (FIRST) CALLING. Anche se il Comitato Internazionale Olimpico considera Stoccolma 1912 la prima edizione con il calcio inserito nel programma ufficiale dei Giochi, il torneo per vere nazionali comincia con Londra 1908, e la Football Association, la federcalcio inglese, che si occupa dell'organizzazione. Sei squadre (due francesi) al via dei quarti dopo il forfait di Ungheria e Boemia. Al White City Stadium, stesso punteggio nelle finali: per l'oro, 2-0 della Gran Bretagna sulla Danimarca del noto matematico Harald Bohr e del capocannoniere Sophus “Krølben” Nielsen (11 reti, 10 nel 17-1 alla Francia B); per il bronzo, 2-0 dell'Olanda sulla Svezia. SINDROME DI STOCCOLMA. Stesso podio nel 1912 in Svezia, dove fra le 12 partecipanti debutta l'Italia di Vittorio Pozzo. Il calcio è un comprimario fra i 102 eventi in calendario, ma coinvolge già 135 giocatori di 11 nazioni (tutte europee). La Gran Bretagna fa il bis, battendo ancora la Danimarca, stavolta 4-2. Terza di nuovo l'Olanda: 9-0 alla Finlandia, che aveva relegato l'Italia (2-3, Bontadini e Sardi) al torneo di consolazione. Due curiosità: l'olandese Jan van Breda Kolff, poi emigrato negli Stati Uniti, sarà il capostipite di una dinastia di coach di basket pro' e di college, il figlio Butch e il nipote Jan Jr, per due anni alla Virtus Bologna; il tedesco Gottfried Fuchs eguaglia l'exploit di Nielsen: 10 gol nel 16-0 alla Russia. SI RICOMINCIA. Annullata per la Prima Guerra Mondiale (1914-18) l'edizione di Berlino 1916, i Giochi ripartono, dopo otto anni, con Anversa 1920. L'oro è del Belgio, che in finale, avanti 2-0, vince per abbandono della Cecoslovacchia. Da un tunnel scavato sotto la recinzione, in migliaia s'intrufolano per vedere gratis la partita. All'Olimpico già stipato da 40mila spettatori – cinquemila oltre la capienza consentita – serve l'esercito, schierato sulla linea laterale, per impedire l'invasione di campo. I giocatori cecoslovacchi la prendono come un'intimidazione, e quando al 39' l'inglese John Lewis – già aggredito a Praga per una direzione a senso unico – espelle la loro stella Karel Steiner, se ne vanno. Squalificata la Cecoslovacchia e assegnato l'oro ai padroni di casa, per le altre medaglie si ricorre a un mini-torneo, che premia con l'argento la Spagna dell'esordiente portierissimo Ricardo Zamora e del centrocampista José “Pepe” Samitier, poi allenatore e storico uomo-ombra del Barcellona, 3-1 sull'Olanda, al terzo bronzo consecutivo, stavolta in una manifestazione da 154 eventi, compreso il calcio, allargato a 190 giocatori di 14 paesi. Stessa sorte per l'Italia, di nuovo nel torneo di consolazione dopo il 2-1 (Baloncieri e Brezzi) sull'Egitto a Gand e la sconfitta per 3-1 (rigore di Brezzi) con la Francia ad Anversa. DON'T FORGET PARIS. Nel 1924 l'Olimpiade torna a Parigi, già sede dei primi Giochi del secolo. Tre anni addietro, la federazione belga aveva permesso, per la prima volta, che i giocatori venissero rimborsati per le giornate di lavoro perse a causa degli impegni agonistici, contravvenendo così alla sua stessa dichiarazione del 1884, ripresa poi dalla FIFA, per definire lo status di professionisti: «Un giocatore tesserato da questa Federazione... che venga remunerato... in qualsivoglia forma di cui sopra... venga rimborsato delle spese strettamente necessarie, dovrà essere considerato professionista». Nel 1923 le 4 federazioni britanniche chiesono alla FIFA garanzie di vedere accettata tale definizione, i 4 rappresentanti FIFA dell'International Board la rigettaro e, di conseguenza, Regno Unito e Danimarca impediscono ai propri calciatori di rappresentarli ai Giochi del 1924. Lì nascono lo sdegnoso e sdegnato isolamento dei (presunti) Maestri inglesi, che per superiority complex non parteciperanno ai Mondiali fino a Brasile 1950; e l'altrimenti inspiegabile, anacronistica dittatura – appena scalfita, il 5 luglio 2012, dall'apertura alla tecnologia sui gol-fantasma – dell'International Board sul regolamento del calcio. CELESTE, REGINA SENZA CORONA. Sei anni prima del varo della Coppa Rimet, Parigi 1924 è una sorta di mondiale ante-litteram. E non a caso a vincerlo (3-0 sulla Svizzera) è il fortissimo Uruguay dell'epoca, che poi bisserà l'oro ad Amsterdam 1928 e due anni dopo sarà il primo vero campione del mondo, in casa a Montevideo contro i rivali di sempre, l'Argentina. Più che dignitosa l'Italia, tornata per tre mesi al solo Pozzo dopo otto anni di commissioni tecniche: 1-0 (Vallana) alla Spagna, 2-0 (Baloncieri, Della Valle) al Lussemburgo e KO nei quarti contro la Svizzera (Della Valle) futura finalista. Dei campioni di quattro anni addietro, si ripresentano in otto: Mazoli, Nasazzi, Arispe, Santos Urdinarán, Petrone, Scarone e naturalmente la “Maravilla Negra”, José Leandro Andrade. Un incubo il cui ricordo perseguiterà a vita Alfredo Pitto, mediano azzurro del Bologna. Altro trascinatore della Celeste, con 6 gol, è Pedro Céa, a segno (con Petrone e Romano) anche nella finale del 1924. Nella “piramide” di Ernesto Figoli, in porta Mazali, in difesa Nasazzi e Arispe, in mediana Andrade, Vidal e Ghierra, in attacco Urdinarán e Romano ali, Scarone e Céa mezzeali e Petrone centravanti. Per ammirare i campioni, reduci dalla fortunata tournée spagnola e un viaggio pagato in terza classe fino a Parigi, si radunano in 60mila allo stadio Colombes di Parigi e 10mila fuori. Per gli azzurri arriva la prima medaglia, è di bronzo. In Commissione Tecnica prima e dopo il ritorno di Pozzo, Augusto Rangone è l'allenatore che guida gli azzurri al successo contro la Francia al primo turno (4-3 di Rosetti, Levratto, Banchero e Baloncieri) e la Spagna nei quarti (1-1 di Baloncieri; 7-1 al replay firmato Magnozzi, Schiavio, Baloncieri, Bernardini, Rivolta e doppietta di Levratto) prima di cedere 3-2 (Baloncieri e Levratto) in semifinale all'Uruguay che si confermerà campione. Stavolta battendo 2-1 i cugini argentini nella ripetizione della gara finita 1-1 (Petrone, Ferreira) ai supplementari. All'ultimo atto, per assistere al quale i dirigenti olandesi ricevettero 250mila richieste da tutta l'Europa, Uruguay e Argentina arrivano imbattute. Poi l'oro prende la strada di Montevideo grazie ai gol di Figueroa e Scarone. Inutile il momentaneo pareggio albiceleste di Luisito “Doble Ancho” Monti, con l'ala sinistra Raimundo “Mumo” Orsi, altro oriundo italiano che farà ancora parlare di sé, alla Juve e in azzurro. Non si pecca di partigianeria dicendo che è proprio l'Italia, in semifinale, un osso altrettanto duro per i campioni. Trascinati dal geniale e raffinato 22enne romano Fulvio “Fuffo” Bernardini, poi allenatore scudettato con Fiorentina (1956) e Bologna (1964) e giornalista finissimo, gli azzurri vanno in vantaggio al 9' con Baloncieri. L'Uruguay rimonta e dilaga con Céa, Campolo e Scarone e al 60' una bordata di sinistro di Levratto riapre la gara. Fatta la tara dello stile retorico dei tempi, Pitto raccontò così l'ultima mezzora di assalti italiani: «Il momento era drammatico. Quarantamila spettatori chiamavano a gran voce il pareggio e noi sotto con tutte le forze. Sembravamo lupi affamati sulla preda. Ma i giocolieri resistettero. Al 43' Levratto in area di rigore fu atterrato brutalmente dal terzino Canavesi. Il fischio finale dell'arbitro olandese (Willem Eymers, ndr) sopravvenne, lasciandoci con quel tre a due a favore dei sudamericani». L'Italia chiude terza battendo 11-3 il sorprendente Egitto (triplette di Schiavio, Banchero e Magnozzi, doppietta di Baloncieri), che in semifinale aveva perso con gli argentini “appena” 6-0. Nessuna sorpresa, invece, quando, il 18 maggio 1929 il congresso FIFA vota a Barcellona l'Uruguay come sede del primo Mondiale. Allo stadio Centenario di Montevideo, costruito per l'occasione e in concomitanza del secolo d'indipendenza, da oltre cinquant'anni c'è una targa che spiega molto della leggendaria garra charrúa di quel popolo: «4 volte campioni del mondo: 1924, 1928, 1930, 1950». Capito? Due volte campioni del mondo prima ancora che esistessero, i Mondiali. Tanto vale, per quei 4 milioni di fedeli, il bis olimpico. Ed ecco perché, su quella sponda del Rio de La Plata, un vecchio adagio lunfardo recita ancora che «si Inglaterra es la madre del fútbol, Uruguay es el padre». Saltata, per lo scarso interesse del mercato USA, e nonostante il boom post-Mondiale del 1930, la kermesse di Los Angeles 1932, il calcio “olimpico” torna a Berlino 1936. E per noi sarà oro. Il primo. BERLINO D'ORO. Per aggirare i divieti del CIO sullo status dilettantistico, la FIGC manda ai Giochi una nazionale cosiddetta universitaria. In realtà, accanto a studenti veri quali Baldo, Foni, Frossi e Negro, il commissario unico Pozzo – tornato dopo la vittoria al Mondiale (anche troppo) casalingo del 1934 – chiama liceali, di fatto già professionisti, che all'università non andranno mai. In quattro settimane di duro ritiro, Pozzo miscela campioni affermati e onesti mestieranti al servizio di una stella inattesa, Annibale Frossi. Capocannoniere con 7 reti, il 25enne friulano appena arrivato all'Ambrosiana-Inter, gioca con occhiali da miope e lenti infrangibili, che Pozzo gli aveva trovato in un negozio tedesco all'avanguardia. Frossi lo ricambia con il gol che al 58' sblocca l'esordio, più complicato del previsto, contro gli USA. Nei quarti l'Italia spazza via 8-0 la sorpresa Giappone, che aveva buttato fuori la Svezia: quaterna di Carlo Biagi e tripletta di Frossi. In semifinale, davanti ai 90mila dell'Olympiastadion, ci tocca la Norvegia che ha eliminato la Germania, favoritissima padrona di casa. Finisce 1-1 (Frossi e Fuchsberger), si va ai supplementari e al 6' il solito Frossi ci manda in finale dopo che, si leggerà l'indomani sulla Gazzetta dello Sport, «per i rimanenti 24 minuti gli azzurri diedero luogo a una difesa organizzata per non lasciarsi sfuggire il prezioso vantaggio». Per la finale si presentano in 100mila. L'Italia affronta l'Austria, vincitrice a tavolino contro il Perù, vittorioso 4-3 nella prima gara, ma punito per l'invasione festosa di tifosi sudamericani dopo il terzo gol peruviano. Furiosi, i peruviani si ritirano. Dopo l'1-1 di Frossi e Kainberger nella ripresa, sempre all'inizio del supplementare segna ancora Frossi. L'Italia, che due anni dopo si confermerà in Francia campione del mondo, vince il suo primo oro olimpico. E a Vittorio Pozzo, rimessa la giacca di giornalista, scappa la frizione della retorica più enfatica: «Secondo minuto del primo tempo supplementare. Pallone di Frossi nella rete austriaca. Ci siamo. È cosa fatta. Altri ventotto minuti di lotta accanita. I nopstri che si battono come giganti, il fischio finale dell'arbitro tedesco Bauwens. Santa Olimpiade, sei cosa nostra! Corro sul campo, i giocatori mi volano incontro, mi abbracciano, mi travolgono. Ci chiamano davanti alla tribuna d'onore. Lassù, quei due marinai che issano lentamente la bandiera italiana sul più alto pennone dello stadio. Tutt'attorno, le centomila persone che prima ci erano contrarie ora stanno in piedi e salutano noi. E noi, qui sull'attenti, mentre echeggiano le note dell'inno nostro. Credo di essere solo io a piangere, mentre faccio uno sforzo a stare rigido sull'attenti. Macché, piangono tutti quei ragazzi nostri. Ancora una volta arrestati, attimo fuggente, sei così bello». Durerà poco, infatti. L'indomani, 16 agosto 1936, l'Olimpiade si chiude e il cielo sopra Berlino si fa sempre più cupo. Un anno dopo, il 2 settembre 1937, in clinica a Ginevra muore Pierre Fredi de Coubertin. Per sua fortuna non vedrà le Olimpiadi saltare per la prima volta due edizioni consecutive. Per colpa di un'altra guerra mondiale. La seconda. LONDRA, ANCORA TU. Mezzo milione di presenze al torneo finale e 95mila di media all'Olympiastadion di Berlino '36 hanno convinto il CIO: a partire da Londra '48 il calcio dal programma olimpico non uscirà più. Le ferite del conflitto però portano a numerose defezioni, compensate da “esotiche” novità: Cina, Afghanistan, Corea. L'Italia ancora di Pozzo parte col botto, 9-0 agli USA del Piano Marshall, ma poi crolla 3-5 contro la Danimarca del futuro juventino John Hansen, autore di una quaterna. I danesi, con i due Hansen e Praest, vinceranno il bronzo sulla Gran Bretagna, unica finalista con soli dilettanti. In finale arrivano Svezia e Jugoslavia, due squadroni. Gli svedesi dei tre vigili del fuoco ma anche del celebre Gre-No-Li (Gren e Liedholm a centrocampo, Nordahl centravanti), trio trapiantato dall'anno dopo al Milan, segna 22 gol in 4 partite, con Nordahl co-capocannoniere col danese John Hansen (7 gol). Gli slavi, con Bobek, Mitic, Vukas e Cajkowski, cedono alla doppietta di Gren. Sarà l'ultimo acuto dell'Occidente, prima del vento triste dell'Est europeo: il dilettantismo di Stato. HELSINKI 1952. I Giochi finlandesi passano alla storia per la nazionale olimpionica più forte di sempre, una delle pochissime squadre che hanno cambiato il calcio: la Grande Ungheria. Guidata dal Ct Gustav Sebes, con fuoriclasse epocali come Kocsis, Puskás e Czibor in attacco, Bozsik in mediana, Hidegkuti inventore di un ruolo, il “centravanti tattico” che ne prenderà il nome, Grocsis in porta, la Aranycsapat (la Squadra d'oro) chiude a punteggio pieno. In cinque partite 20 gol fatti e 2 subiti. La finale contro la Jugoslavia, al secondo argento consecutivo, si ricorda per le prodezze del fenomenale portier slavo Vladimir Beara, il ballerino dalle mani d'acciaio, che limita il passivo allo 0-2. Lo squadrone magiaro asfalta anche l'Italia del nuovo Ct Carlo Beretta, affiancato dal mito Giuseppe Meazza, bicampione del mondo nel 1934-1938. Gli azzurri sono giovani dilettanti, ma tra loro c'è un certo Giampiero Boniperti. Non basterà: 8-0 agli USA al primo turno e 0-3 con l'Ungheria negli ottavi. Il Brasile, all'esordio olimpico, esce nei quarti contro la Germania. Sfortunata l'URSS, 5-5 nel preliminare con la fortissima Jugoslavia, che vince 3-1 il replay. MELBOURNE 1956. Assenti l'Italia (forfait per motivi economici) e, per i carrarmati di Budapest, l'Ungheria, l'oro va per la prima volta all'URSS, che in Australia si prende la rivincita sulla Jugoslavia (al terzo argento consecutivo) della star Dragoslav Šekularac, grazie al gol di Anatoli Ilyin, ma soprattutto ai fuoriclasse Lev Jascin in porta e a campioni quali Igor Netto, Eduard Streltsov e Sergei Salnikov. Il bronzo alla Bulgaria sancisce la superiorità dell'est europeo, dove il professionismo non è ancora riconosciuto. Grande sorpresa il quarto posto dell'India, neanche embrione dell'impero socioeconomico-nucleare di oggi. ROMA 1960. È l'anno delle ultime olimpiadi a dimensione umana. Quelle di Abebe Bikila oro scalzo della maratona. E dei flirt, quello presunto nell'atletica fra la gazzella nera americana Wilma Rudolph e il nostro Livio Berruti e quello, vero, del Trap che in ritiro conobbe la ragazza poi diventata sua moglie, la mitica signora Paola. L'Italia del 17enne Rivera, di Bulgarelli e Ferrini, vince il girone con Brasile, Gran Bretagna e Cina, ma perde per sorteggio la semifinale (1-1 ai supplementari di Galić e Tumburus) con la Jugoslavia, poi vittoriosa 3-1 in finale sulla Danimarca, e la finalina per il bronzo con gli ungheresi (2-1, inutile il gol di Tomeazzi). TOKYO 1964. Si gioca a ottobre, e l'Italia convoca tre interisti freschi di vittoria in Coppa dei Campioni. All'estero però obiettano sul dilettantismo di gente che cinque mesi prima aveva battuto 3-1 a Vienna il mitico Real Madrid di Alfredo Di Stéfano, e allora la delegazione italiana prende cappello e si ritira dal Gruppo D di Giappone, Ghana e Argentina. La Corea del Nord invece abbandona perché ad alcuni giocatori era stata negata la partecipazione. Il torneo a 16 va all'Ungheria (terza nel 1964), 2-1 sulla Cecoslovacchia, il bronzo alla Germania, 3-1 alla Repubblica Araba Unita, stato fittizio che durò dal 1958 al 1961, anno della secessione della Siria dall'Egitto, che mantenne la precedente denominazione fino al 1971. CITTà DEL MESSICO 1968. Sono i Giochi del Massacro di Piazza delle Tre Culture, del Black Power di Tommy “Jet” Smith e John Carlos guantati di nero e scalzi sul podio dei 200 metri, dello storico salto da 8.90 di Bob Beamon e delle piste in tartan nell'atletica. E del gran rifiuto di Lew Alcindor, non ancora Kareem Abdul-Jabbar, nel basket. Nel calcio bissa il titolo l'Ungheria (4-1 alla Bulgaria), e dopo il bronzo del 1960 centra il paradosso di aver vinto, con sconosciuti dilettanti, più della mitica Squadra d'oro, prima nel 1952. Terzo il Giappone, 2-0 al Messico padrone di casa. MONACO 1972. L'edizione insanguinata dall'attentato terroristico al villaggio che costò la vita a 11 atleti israeliani è anche quella, nel calcio, dell'ammissione d'ufficio, oltre a quella dei campioni in carica, della Nazionale ospitante. La Germania Ovest di Jupp Derwall, che da Ct della selezione maggiore perderà 3-1 dall'Italia la finale mondiale a Spagna '82, supera la prima fase, ma nel girone di semifinale cede a Ungheria e Germania Est, che vince 3-2 un derby che va molto oltre il calcio. A giocarsi il podio restano solo formazioni dell'Europa orientale: la Polonia conquista l'oro battendo gli ungheresi in una super finale sotto la pioggia, la Repubblica Democratica tedesca e l'URSS si spartiscono il bronzo col 2-2. MONTREAL 1976. Il vento dell'est soffierà fino in Canada, e certo non per colpa del boicottaggio delle africane Ghana, Zambia e Nigeria per protesta contro l'apartheid in Sudafrica, e dell'Uruguay. La DDR s'impone in una edizione che lancia campioni di valore internazionale. Il 18enne centravanti messicano Hugo Sánchez, futuro “Hugol” del Real Madrid, che però non va oltre il gruppo di qualificazione. I brasiliani Edinho (poi all'Udinese) e Junior (bandiera di Flamengo, Torino e Pescara), usciranno in semifinale contro la Polonia campione uscente. Il portiere spgnolo Luis Arconada, E soprattutto un 21enne genio che nella per lui inusuale maglia numero 11 illumina la Francia, Michel Platini. Doppietta al Guatemala e pari con Israele, prima del crollo (0-4) con la Germania Est, nei quarti con l'italiano Michelotti che sullo 0-1 espelle due bleus, il fumantino Fernandez e Rubio. Davanti ai 71.619 di Montreal (record d'affluenza di quei Giochi), la Germania (Est) conquista il suo primo oro olimpico impedendo il bis ai polacchi del capocannoniere Szarmach (6 gol). MOSCA 1980. Il boicottaggio diventa un problema globale dall'edizione successiva, quando ben 43 nazioni del blocco occidentale, sotto le pressioni del presidente USA Jimmy Carter, rifiutano di recarsi nel paese, l'URSS, che ha appena invaso l'Afghanistan. Fra le 16 del calcio, oltre agli Stati Uniti, non si presentano Argentina, Egitto, Ghana, Iran, Malesia e Norvegia. La “final four”, con l'eccezione plava tutta oltrecortina, sembra un inno al Patto di Varsavia: oro alla Cecoslovacchia sulla Germania Est (1-0 di Svoboda), bronzo all'URSS del capocannoniere Andreyev (5 gol), del portierone Dasaev e del futuro Ct Gazzaev sulla Jugoslavia. LOS ANGELES 1984. Il blocco comunista si vendica boicottando l'edizione americana: out le favorite Germania Est, Cecoslovacchia e Unione Sovietica, sostituite da Germania Ovest, Italia e Norvegia. Gli azzurri vengono affidati a Enzo Bearzot, Ct campione del mondo a Spagna '82, ma neanche grandi nomi come Zenga e Tancredi in porta, Franco Baresi e Nela in difesa e Bagni a centrocampo cambiano la storia olimpica azzurra. La sindrome “Corea” stavolta si chiama Costarica, ma poi gli azzurri superano il Cile nei quarti ai supplementari, fatali invece in semifinale col Brasile, che arriverà all'argento. Ormai scarichi, i nostri “lasciano” il bronzo alla Jugoslavia. L'oro invece corona l'anno magico della Francia, fresca campione d'Europa in casa con la nazionale maggiore e Platini capocannoniere. Top scorer a L.A. sono invece il francese Xereb, e gli jugoslavi Deveric e Cvetkovic, prossimo incubo di pronuncia del povero Tonino Carino da Ascoli nelle teledomeniche italiane. I 108mila per la finale di Pasadena, dove dieci anni dopo l'Italia di Sacchi perderà ai rigori il mondiale col Brasile tetracampeão, e gli 1,5 milioni del torneo (300mila più dell'atletica, la regina dei Giochi) confermano che il calcio è re anche a cinque cerchi. SEOUL 1988. In Corea del Sud finisce, grazie al presidente del CIO, Juan Antonio Samaranch, l'ibrida distinzione fra professionisti veri e di facciata. L'Olimpiade torna così universale, con un'unica limitazione: ai Giochi sono ammessi calciatori che non abbiano partecipato al Mondiale. Anche Dino Zoff si dà alla panchina, e con la Nazionale Olimpica comincia la sua nuova carriera di Ct. Nata male, l'avventura finisce peggio. Prima del torneo, Zoff va alla Juventus e così l'Italia olimpica passa a Francesco Rocca, lo sfortunato “Kawasaki” che, da promettente terzino sinistro della Roma, si spezzò un ginocchio a 23 anni e a 26 la carriera. Giovane e inesperto, sarà il capro espiatorio della “seconda Corea”: il cappotto per 4-0 cucitoci dallo Zambia di Kalusha Bwalya, autore di una storica tripletta. Rocca rivoluziona la formazione e da seconda nel girone con Iraq e Guatemala, la nuova Italia raggiunge i quarti, dove batte 2-1 la Svezia ai supplementari. Che tornano fatali in semifinale, 2-3 con la fortissima URSS, che poi vincerà il suo secondo oro, stavolta battendo 2-1 il Brasile, argento come quattro anni prima nonostante il capocannoniere Romário (8 gol). Gli azzurri invece falliscono anche il bronzo, perdendo (0-3) per la prima volta in una competizione ufficiale contro la Germania. BARCELLONA 1992. Nell'Olimpiade del Dream Team (l'unico e vero) coi super professionisti del basket NBA, il calcio non potevano non ricambiare le proprie regole di ammissione. Via libera alle nazionali con tutti pro', purché Under 23 e con al massimo tre fuoriquota. L'oro va alla Spagna di Pep Guardiola e Luis Enrique, 3-2 nell'entusiasmante finale al Camp Nou sulla Polonia di Kozminski (futuro Udinese, Brescia e Ancona) e del capocannoniere Juskowiak (7 gol). Sfortunata l'Italia, seconda nel girone coi polacchi e fuori ai quarti contro i padroni di casa campioni. Bronzo al sorprendente Ghana dei baby-Toro Gargo e Kuffour, 1-0 sull'Australia. GEORGIA ON MY MIND. Edizione memorabile, Atlanta 1996. Per la bomba piazzata da Eric Robert Rudolph al Centennial Olympic Park. E perché la Coca Cola, sfilando ad Atene i Giochi del centenario, abbatte l'ultimo muro dell'ipocrisia: all'Olimpiade comandano le multinazionali. Complice il contemporaneo l'Europeo inglese, dominano gli altri continenti. Oro alla Nigeria dei futuri “italiani” Kanu, West e Oliseh sull'Argentina del Ct Passarella e dei tanti big nostrani come Zanetti, Crespo, Simeone, Sensini e Almeyda, Ayala e Chamot. Terzo il Brasile del Dt Zagallo con il capocannoniere Bebeto (6 reti), Ronaldo, Roberto Carlos, Rivaldo e Dida. L'Italia esce subito, ultima nel girone con Messico, Ghana e Sud Corea. KO con Messico (0-1) e Ghana (2-3) e sofferto 2-1 sugli asiatici per uno squadrone, ma solo sulla carta: Pagliuca, Nesta, Cannavaro, Crippa, Branca, Delvecchio e, in panchina col Ct Cesare Maldini, nientemeno che Buffon e Panucci. SYDNEY 2000. Il millennio della Spagna più grande di sempre si apre con l'argento in Australia. Troppo forte, nei quarti, per l'Italia di Tardelli, Ct uscente dell'Under 21 neocampione d'Europa, che a un centrocampo con Pirlo, Gattuso e Ambrosini non abbina un attacco all'altezza (Ventola e Comandini). La Spagna di Xavi, Puyol e Capdevila si arrende (5-3 ai rigori dopo il 2-2 dei supplementari) solo al Camerun di Eto'o, Geremi, Kameni, Mboma e Womé. Terzo il Cile del capocannoniere Iván Zamorano (6 gol), 2-0 agli USA. ATENE 2004. I Giochi tornano a casa, in Grecia, per festeggiare, con otto anni di ritardo, il loro primo secolo. Dopo gli argenti del 1928 e del 1996, vince finalmente l'Argentina, che Marcelo “el Loco” Bielsa porta all'oro vincendo sempre e senza subire gol. È blanquiceleste anche la Scarpa d'oro dei bomber, Carlos Tévez, star della Selección che, ancora favorita dopo il flop al Mondiale 2002 e la Copa América persa col Brasile, in finale batte il Paraguay di Gamarra, Cardozo e Edgar Barreto, che lascerà agli argentini anche la Copa América 2011. Bronzo per l'Italia di Gentile che vince 1-0 con gol di Gilardino (tagliato dal Trap per gli Europei) la “finalina” col sorprendente Iraq. PECHINO 2008. Al Nido d'Uccello, l'Argentina del “Cecho” Batista, futuro Ct “maggiore” del dopo-Maradona, si conferma campione prendendosi la rivincita di Atlanta '96 sulla Nigeria di Obinna, Anichebe e Odemwingie: assist di Messi, gol di Di María, per una super rosa in cui splendono Agüero e Zabaleta, oggi stelle del Man City campione d'Inghilterra, Riquelme, Banega, Gago e Mascherano, e una panchina con gli allora napoletani Sosa e Lavezzi. Bronzo al Brasile di Dunga, che in Cina s'è portato Thiago Silva, Marcelo e Rafinha, Hernanes e Ramires, Ronaldinho e Diego, Pato e Lucas. L'Italia di Casiraghi, prima nel non impossibile girone con Camerun, Corea del Sud e Honduras, si consola con Giuseppe Rossi (4 gol) top scorer del torneo che per gli azzurri si chiude ai quarti, 2-3 col multietnico Belgio di Vermaelen, Vertonghen, capitan Martens, Dembele e i panchinari Fallaini e Vanden Borre. Un po' poco per azzurrini di avvenire quali Viviano, Criscito, De Ceglie, Bocchetti, Nocerino, Montolivo, Giovinco e Acquafresca. LONDRA 2012. La “più olimpica” al mondo, la City, unica a ospitare per tre volte i Giochi. In 504 fra calciatori (di 16 nazionali) e calciatrici (12) in campo nei sei stadi, uno più bello dell'altro: Old Trafford di Manchester, Millennium Stadium di Cardiff, St James' Park di Newcastle, City of Coventry Stadium e finale a Wembley. Se la scintilla non scoccherà neanche sotto l'Arco, si vede che è destino: calcio e Olimpiade sarà sempre un amore impossibile. Christian Giordano L'Italia di bronzo ad Amsterdam 1928 Pozzo, tornato per subentrare a Rangone, gioca ancora a WM, il famoso Metodo. Davanti al trio da leggenda Combi-Rosetti-Caligaris, il cervello di “Fuffo” Bernardini come centromediano metodista; al suo fianco Pitto e Janni, altri centrali di ruolo coi quali forma la mitica mediana ribattezzata «linea del Piave». Oltre, non si passa. Là davanti Baloncieri e Magnozzi mezzali dietro il tridente Rivolta-Schiavio-Levratto, con l'ala sinistra che in realtà era lo sfondareti citato nella popolare canzonetta del 1959 Che centrattacco! del Quartetto Cetra. Uno squadrone, in tempi presto di «squadracce», che raggiunge l'apice nella ripetizione della semifinale contro la Spagna, tradizionale avversaria dell'epoca e battuta 7-1 dopo l'1-1 di tre giorni prima. Solo l'Uruguay bi-olimpionico, e di lì a due anni campione del mondo, poteva batterlo. (c.g.) L'Italia d'oro a Berlino 1936 Sulla scia dello storico primo mondiale azzurro, Pozzo cambia uomini e dal Metodo (WM) passa al Sistema (WW), più adatto alla freschezza di un manipolo di ventenni già inquadrati in un'estrema disciplina tattica. A difendere Venturini i terzini-mastini Foni e Rava della Juventus, con il fiorentino Piccini più marcatore centrale che centromediano; nel quadrilatero di centrocampo, Baldo e Marchini in appoggio al costruttore Locatelli e a Biagi, mezzala di punta che vedeva la porta come una punta. Alle ali, l'opportunista d'area Annibale Frossi, celebre anche perché giocava con gli occhiali, e Gabriotti, che scalza Cappello e Negro nel raccordo tra i reparti. Al centro Bertoni I, perfetto nell'intesa con Biagi, suo compagno al Pisa. Spesso infortunato, Bertoni I veniva recuperato con le cure del dottor Zezi, soffiato da Pozzo alla nazionale di canottaggio. (c.g.) L'Italia di bronzo ad Atene 2004 Mancata la qualificazione a Londra 2012, il nostro palmarès olimpico è fermo al terzo posto di Atene 2004. Partita in sordina e come sempre fra le polemiche, stavolta per la mancata convocazione del centravanti Alberto Gilardino nella nazionale maggiore del Trap per l'Europeo in Portogallo, la Under 23 perde 3-0 la semifinale con l'Argentina, campione senza concedere gol, e vince 1-0 con gol di Gila la “finalina” col sorprendente Iraq. Gentile manda in panca De Rossi (con Mali e Iraq), Barzagli (Mali e Argentina), Chiellini e Bonera e schiera un 4-5-1 con Donadel e Palombo polmoni per Pirlo e Pinzi (a destra) e Del Nero a smazzarsi l'altra fascia al posto di Sculli, titolare fino all'Argentina. In porta “Citofono” Pelizzoli preferito ad Amelia. Impossibile, forse, chiedere di più. (c.g.) L'Italia a medaglia Bronzo ad AMSTERDAM '28 (WM): Combi; Rosetta, Caligaris; Baldo, Piccini, Locatelli; Pitto, Bernardini, Janni; Rivolta, Baloncieri, Schiavio, Magnozzi, Levratto. C.U. Pozzo. Oro a BERLINO '36 (WW): Venturini; Foni, Rava; Baldo, Piccini, Locatelli; Frossi, Marchini, Bertoni I, Biagi, Gabriotti. C.U. Pozzo. Bronzo ad ATENE 2004 (4-5-1): Pelizzoli – Bovo, Barzagli, Ferrari, Moretti – Pinzi, Donadel, Pirlo, Palombo, Del Nero – Gilardino. Ct: Gentile. I top scorer olimpici Edizione Capocannoniere Reti Atene 1896 - - Parigi 1900 - - St. Louis 1904 Alexander Hall (Can) 3 Tom Taylor (Can) 3 Londra 1908 Sophus Nielsen (Dan) 11 Stoccolma 1912 Gottfried Fuchs (Ger) 10 Anversa 1920 Herbert Karlsson (Sve) 7 Parigi 1924 Pedro Petrone (Uru) 8 Amsterdam 1928 Domingo Tarasconi (Arg) 9 Berlino 1936 Annibale Frossi (Ita) 7 Londra 1948 John Hansen (Dan) 7 Gunnar Nordahl (Sve) 7 Helsinki 1952 Rajko Mitic (Jug) 7 Branko Zebec (Jug) 7 Melbourne 1956 Todor Veselinović (Jug) 4 Dimitar Milanov (Bul) 4 Neville D'Souza (Ind) 4 Roma 1960 Harald Nielsen (Dan) 8 Tokyo 1964 Ferenc Bene (Ung) 12 Città del Messico 1968 Kunishige Kamamoto (Gia) 7 Monaco 1972 Kazimierz Deyna (Pol) 9 Montreal 1976 Andrzej Szarmach (Pol) 6 Mosca 1980 Sergei Andreev (URSS) 5 Los Angeles 1984 Borislav Cvetković (Jug) 5 Stjepan Deverić (Jug) 5 Daniel Xuereb (Fra) 5 Seoul 1988 Romário (Bra) 7 Barcellona 1992 Andrzej Juskowiak (Pol) 7 Atlanta 1996 Bebeto (Bra) 6 Hernán Crespo (Arg) 6 Sydney 2000 Iván Zamorano (Cil) 6 Atene 2004 Carlos Tévez (Arg) 8 Pechino 2008 GIUSEPPE ROSSI (Ita) 4 Albo d'oro Edizione Finale oro/argento Finale bronzo Parigi 1900 Upton Park-USFSA XI St. Louis 1904 Galt-Christian Brothers College Londra 1908 Gran Bretagna-Danimarca 2-0 Olanda-Svezia 2-0 Stoccolma 1912 Gran Bretagna-Danimarca 4-2 Olanda-Finlandia 9-0 Anversa 1920 Belgio-Spagna Olanda-Francia Parigi 1924 Uruguay-Svizzera 3-0 Svezia-Olanda 1-1 dts (3-1 al replay) Amsterdam 1928 Uruguay-Argentina 1-1 dts (2-1 al replay) Italia-Egitto 11-3 Los Angeles 1932 - Berlino 1936 Italia-Austria 2-1 dts Norvegia-Polonia 3-2 Londra 1948 Svezia-Jugoslavia 3-1 Danimarca-Gran Bretagna 5-3 Helsinki 1952 Ungheria-Jugoslavia 2-0 Svezia-Germania Ovest 2-0 Melbourne 1956 URSS-Jugoslavia 1-0 Bulgaria-India 3-0 Roma 1960 Jugoslavia-Danimarca 3-1 Ungheria-Italia 2-1 Tokyo 1964 Ungheria- Czechoslovakia 2-1 Germania Est-Repubblica Araba Unita 3-1 Mexico City 1968 Ungheria-Bulgaria 4-1 Giappone-Messico 2-0 Munich 1972 Polonia-Ungheria 2-1 URSS-Germania Est 2-2 dts Montreal 1976 Germania Est-Polonia 3-1 URSS-Brasile 2-0 Moscow 1980 Cecoslovacchia-Germania Est 1-0 URSS-Yugoslavia 2-0 Los Angeles 1984 Francia-Brasile 2-0 Jugoslavia-ITALIA 2-1 Seoul 1988 URSS-Brasile 2-1 dts Germania Ovest-ITALIA 3-0 Barcelona 1992 Spagna-Poland 3-2 Ghana-Australia 1-0 Atlanta 1996 Nigeria-Argentina 3-2 Brasile-Portugal 5-0 Sydney 2000 Camerun-Spagna 5-3 ai rigori (2-2 dts*) Cile-USA 2-0 Atene 2004 Argentina-Paraguay 1-0 ITALIA-Iraq 1-0 Pechino 2008 Argentina-Nigeria 1-0 Brasile-Belgio 3-0 London 2012 Rio de Janeiro 2016 * sudden death

mercoledì, luglio 25, 2012

Kaká, a volte ritorna

Stavolta sarà diverso. Al Morumbi quando lasciò il São Paulo per il Milan, gli davano del pipoqueiro, "venditore di pop corn", come in Brasile chiamano il campione che tira indietro la gamba. E un sito della torcida paulista lo salutò con un crudo "Addio Kaká. Grazie di niente". Al Bernabéu, dopo il suo probabilissimo addio al Madrid, ci sarà soltanto indifferenza: Kaká, il Milan, non lo ha mai lasciato davvero. E Mourinho, come con Shevchenko al Chelsea, ha avuto solo il coraggio di esporsi, per rispedirlo a Milanello: Sheva ai Blues lo aveva voluto Abramovich, e Ricky in merengue era stato un capriccio di Florentino Pérez, che per 67 milioni ne fece il primo dei suoi Galácticos 2.0. In tre anni in blanco ma neri di infortuni, 92 partite, 31 assist e 24 gol, 8 nell'ultima stagione: 3 in Champions, 5 in Liga. Numeri che dicono solo mezza verità. Perché il Kaká del Real non è mai stato quello del Milan. Né in campo, né fuori. A trent'anni, se accetterà di dimezzarsi lo stipendio da dieci milioni netti, potrà puntare a Brasile 2014. Se sceglierà i soldi, potrà svernare ai Red Bull di New York (dove ha comprato un appartamento), o altrove. Se sceglierà col cuore, tornerà a casa, al Milan. Non da protagonista, ma da comprimario o alternativa di lusso nel 4-3-1-2: se vice di Boateng, Cassano o Robinho, trequartista o seconda punta, lo deciderà Allegri. Il resto, gamba compresa, dovrà tornare a mettercelo lui. Solo così, stavolta, sarà diverso. PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, luglio 01, 2012

Triplete para la Historia

La squadra più forte al mondo, la Spagna, senza il giocatore più forte al mondo, Leo Messi. Mai nessuno - nella storia - aveva centrato il triplete Europei-Mondiali-Europei. C'è riuscita la Spagna di Aragonés prima e Del Bosque poi. Una specie di Clásico (Real Madrid-Barça) vestito di rosso, che scimmiotta il tiqui taqui blaugrana e che al posto del centravanti, non potendo schierare il fenomeno argentino né il vero Torres, ha sostituito lo spazio con il falso nueve. Rispolverando la staffetta fra el Niño e Fàbregas e persino Negredo. Ma sempre con in testa un'idea meravigliosa. Una banda di piccoletti che il pallone non lo alzano mai, neanche quando dovrebbero. Una squadra così forte da poter mandare in panchina Victor Valdés e Reina, cioè il portiere del Barcellona più forte della storia e quello del Liverpool. gente come Fàbregas che sarebbe la stella di qualsiasi squadra e Mata, l'uomo-chiave che ha cambiato il Chelsea campione d'Europa. Ma al di là dei nomi e dei trofei, questa Spagna campione di tutto resterà negli occhi e nel cuore per la sua voglia di calcio. Un calcio che nelle giornate-no di di Iniesta, Xavi, Fàbregas, David Silva e compagni sarà anche noioso e stucchevole, ma che ha aperto una strada senza ritorno. Quella che ai cyber-corpi antepone il talento. PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO